Il mezzelfo entro’ nella taverna, e gli parve di aver messo piede nell’Abisso. Schiamazzi, urla e imprecazioni la facevano da padrone, uniti alla lascivia di alcune cameriere fin troppo facili, alla luce fioca proveniente dal solo caminetto posto in fondo alla sala comune. La gia’ scarsa illuminazione era smorzata dalle fitte volute di fumo delle pipe di molti avventori, fumo che entrava nelle narici del mezzelfo causandogli un fastidio non indifferente.
Egli rimase comunque inespressivo davanti a tutto cio’. Si limito’ a camminare verso il grande tavolo posto al centro della stanza, attorno al quale erano seduti almeno una trentina di uomini e donne che consumavano birra, finita in gran parte sul legno del tavolo. Il mezzelfo si fece strada fino al tavolone, ed appoggio’ un piede fasciato da uno stivale nero riccamente decorato in oro su una delle panche, si tolse dalla spalla il suo fodero, e ne estrasse una lira di medie dimensioni, prima di salire in piedi sul tavolo. Incurante degli sguardi a lui rivolti, delle facce interrogative dei presenti, di alcuni altri che commentavano i suoi vestiti neri decorati in oro, sovrastando il caos che lentamente si andava affievolendo, il mezzelfo pizzico’ le corde della lira e comincio’ a suonare una breve melodia ammaliante, che in breve catturo’ l’attenzione di quasi tutta la taverna. Solo dopo alcuni secondi comincio’ a parlare, la voce dal timbro basso e magnetico, eppure piatta e totalmente priva di qualsiasi emozione.
“Questa storia parla di liberta’ signori. Parla di liberta’, di amore, di disperazione. Parla di una vita oscura, vissuta nella carne e nel sangue dei suoi nemici. Questa storia parla di Koryu il felar, lo Spirito Libero.”
Fece una breve pausa, durante la quale la sua melodia di lira si fece piu’ bassa e piu’ lenta. Riprese la sua narrazione senza attendere oltre.
“Rapito assieme ai suoi fratelli quand’era nulla piu’ che un ragazzino da appena tre stregoni, assistette impotente alla distruzione della sua piccola casa, in un anonima foresta, dispersa nel mezzo del nulla, alla distruzione della sua intima felicita’. Assistette impotente al massacro indiscriminato dei suoi creatori, prima di essere portato via senza avere il tempo di versare nemmeno una lacrima per tutto cio’ che aveva perduto nell’arco di un minuto. Perse i sensi, a causa dell’ennesimo maleficio dei suoi torturatori, e il suo risveglio segno’ l’inizio della sua nuova esistenza.”
“L’antro in cui si trovava era oscuro, nel quale non vedeva a un palmo dal suo naso, ed era stretto. Gli unici suoni che lo circondavano erano i singhiozzi disperati dei suoi fratelli, accanto a lui nella sua stessa gabbia. Tento’ piu’ di una volta di tendere una mano verso di loro, di aprire la bocca per cercare di dargli conforto, sebbene lui non fosse meno disperato, ma ogni suo tentativo veniva bloccato da qualcuno che, con una sbarra di ferro arroventato, gli straziava le carni ad ogni suo movimento. Subi’ urlando ogni sevizia, fino a che non svenne di nuovo.”
“Due giorni dopo il ripetersi ininterrotto di questa tortura, durante la quale ai quattro felar rinchiusi non era concesso nemmeno addormentarsi, mangiare o bere, il primo di loro mori’ dagli stenti. Cinque giorni dopo, mori’ anche il secondo. Il settimo giorno, i due felar sopravvissuti vennero destati dalle torce dei loro carnefici, che illuminarono la terribile stanza di pietra in cui si trovavano. Era una sala delle torture, piena di ferri di ogni foggia e dimensione, di catene, e di mucchi di ossa. Almeno una decina di stregoni, tutti umani, era attorno all’angusta prigione dei felar, ammorbata dal puzzo della decomposizione in lento progresso dei due deceduti. Non videro molto altro, i loro occhi quasi si carbonizzarono per colpa della forte luce, dopo il lungo periodo di digiuno e di oscurita’. Erano in condizioni terribili, erano sporchi, deperiti, prossimi alla morte. Uno degli stregoni approfitto’ del loro stordimento causato dalla luce, e fece scivolare all’interno della gabbia, senza parlare, due pugnali. I due felar li videro dopo qualche secondo, poi si fissarono. Uno dei due si limito’ a fissare compassionevolmente il fratello, senza dirgli niente, sorridendogli e dimostrando il suo affetto nel lasciare li il pugnale. Koryu volle vivere. Koryu prese il pugnale, e si avvento’ furibondo sul fratello squarciandogli la gola senza colpo ferire. Attacco’ le labbra alla ferita che aveva appena inflitto, e comincio’ a dissetarsi senza alcun disgusto per l’azione abominevole che aveva compiuto. Il fratello gorgoglio’ ancora per alcuni istanti, e ingloriosamente mori’. Koryu non attese… Ed una volta che ebbe compiuto la sua macabra opera, dilanio’ le carni del fratello con i denti appuntiti, strappandogliele crude dalle ossa e mangiando. Egli in quel momento moriva, per tornare alla vita con il suo primo sangue versato.”
Alcuni dei presenti uscirono per vomitare. Il mezzelfo suonava imperterrito, a capo chino, senza fissare nessuno in volto. Raccontava la sua storia non come se si rivolgesse a qualcuno in particolare, bensi’ come se lo stesse facendo solo ed unicamente per se stesso, per una propria macabra gratificazione personale. Era totalmente inespressivo, ma i suoi sentimenti erano espressi fin troppo bene da ogni singola nota della sua lira.
“L’incubo di Koryu era appena cominciato. I suoi carnefici, non contenti dello spettacolo di cannibalismo a cui avevano assistito, passarono gli anni successivi a lasciarlo morire di fame, di sete e di sonno, svegliandolo bruscamente con delle atroci sevizie, al solo scopo di aumentare la sua cattiveria e di risvegliare i suoi istinti animaleschi, gia’ naturalmente presenti in lui. Frustarono ogni giorno il suo torace e la sua schiena, strapparono i suoi dotti lacrimali provocandogli una cecita’ quasi completa, ed i suoi occhi si irrorarono di sangue. Erano occhi che, di giorno in giorno, diventavano sempre piu’ perfidi e vendicativi.”
La melodia cambio’, e divenne piu’ intensa.
“La liberta’ del felar giunse solo dopo molti anni, durante i quali era diventato irriconoscibile. Il suo pelo nero striato di rosso era completamente intriso di sangue rappreso, aveva cicatrici ovunque, il torace devastato dalle frustate, il volto ridotto ad un inguardabile grumo di sporcizia e di altro sangue, i muscoli che non rispondevano ai suoi comandi. Fu trascinato con la forza via, alla luce del sole alla quale non era piu’ abituato, con delle catene ai polsi. Fece per voltarsi, e intravide per appena un secondo la minacciosa torre nella quale era stato tenuto prigioniero per tutti quegli anni. Una torre che si sviluppava sottoterra, e della quale emergevano appena due o tre metri, che restavano comunque nascosti alla vista dagli alberi circostanti. Il solo fatto di trovarsi in una foresta diede al felar un po’ di coraggio, prima che venisse raggiunto al volto da una bastonata e costretto a continuare a camminare.”
“Camminarono a lungo, e Koryu ne approfitto’ per studiare bene i suoi torturatori, covando un odio profondo e la tentazione di distruggerli che pareva incontenibile. Maghi incappucciati, vestiti tutti quanti con delle tuniche grigie. Tre, piu’ altri due alle sue spalle. Il felar incespicava parecchio, e ogni volta che cio’ accadeva veniva raggiunto da una bastonata, a seguito della quale non gli era nemmeno permesso di urlare. Ma dopo ogni passo, recuperava la mobilita’. E quando vide che stavano per addentrarsi in una parte di foresta piu’ fitta, sebbene non capisse assolutamente dove si trovasse, Koryu decise che era tempo di agire. Scatto’ in avanti, rischiando di cadere, diretto verso i tre carnefici dei quali poteva vedere solo le schiene, e ne trafisse uno con il lunghi artigli, i polsi affiancati a causa delle catene. Lo stregone ebbe appena il tempo di realizzare che la sua bocca si era riempita di sangue, prima di accasciarsi a terra con un gorgoglio. Fu un attimo. I due dietro al felar lanciarono un grido sorpreso ed allarmato, prima di cominciare a salmodiare una formula magica in una lingua sconosciuta. Gli altri due scattarono di lato spaventati, mentre la corsa a rotta di collo del felar cominciava. Non fece in tempo a lasciarsi il cadavere alle spalle di alcuni metri, che due frecce magiche trafissero la carne della sua schiena, quasi nello stesso punto. Emise un animalesco e disumano urlo, il simbolo del dolore e della frustrazione che aveva soffocato in cosi’ tanti anni, ma non poteva fermarsi. Doveva correre, correre sempre di piu’, e fu cio’ che fece. Corse finche’ le imprecazioni degli stregoni alle sue spalle non furono rimpiazzate dal silenzio della foresta, rotto solo dal suo ansimare e dai battiti del suo cuore. Corse finche’ ogni muscolo del suo corpo non si mise a dolergli. Corse finche’, privo di fiato, di energia e di sangue, che colava copioso dalle sue ferite, non crollo’ rumorosamente sul tappeto di foglie che coprivano il fitto del bosco.”
Il bardo pizzico’ ancora le sue corde producendo una melodia ora piu’ calma ma carica di tensione, mentre sollevava il capo e guardava con indifferenza le facce attorno a se, visibilmente rapite dalla sua narrazione e curiose di sentirne la continuazione. Beh, si disse lui, l’avrebbero sentita la continuazione.
“Si risveglio’ di soprassalto, assalito da incubi infernali. Si guardo’ attorno, aspettandosi di vedere i suoi carnefici attorno a se, immersi nella semioscurita’ e pronti a punirlo per essersi addormentato, ma tutto cio’ che vide fu una comune stanza di una capanna. Un caminetto scoppiettante in fondo, sul quale ribolliva un pentolone dal quale spiravano volutte che portavano alle sue narici un profumo delizioso, ed un uomo di mezza eta’ seduto accanto ad esso, intento a rammendare dei vestiti, fischiettando un motivetto allegro. Koryu spalanco’ gli occhi in preda al terrore, e tento’ di tirarsi a sedere sul letto di scatto, per poi ricadere disteso con un urlo di dolore. L’uomo si volto’ verso di lui senza mostrare il minimo timore, e gli disse: ‘Non dovrai piu’ preoccuparti, ora. Mi chiamo Jorn, e voglio solo aiutarti. Riposati, ti prego… Le tue ferite sono davvero gravi, e ci vorra’ del tempo perche’ guariscano.’”
“E Koryu rimase a fissarlo guardingo, anche quando si fu nuovamente voltato e si fu rimesso a rammendare. Gli unici pensieri che attraversarono la sua mente prima che venisse di nuovo avvolta dal torpore del sonno, di cui era stato privato per cosi’ tanto tempo, furono i modi per uccidere il suo salvatore.”
“Passarono giorni prima che Koryu decidesse di lasciarsi avvicinare da Jorn, e quando cio’ accadde, si tratto di un contatto breve e silenzioso. I morsi della fame si stavano facendo intollerabili per il felar, costretto a letto a causa delle ferite, ed alla fine accetto’ la ciotola di minestra che l’uomo stava tentando di offrirgli gentilmente da quando l’aveva preso con se in casa. Vuoto’ la ciotola di minestra avidamente, tenendola stretta come se temesse che qualcuno potesse portargliela via, e solo quand’ebbe leccato anche la piu’ insignificante goccia rimasta nel piatto pote’ riporlo e coricarsi nuovamente, senza nemmeno una parola di ringraziamento.”
“Dopo quell’avvenimento, il lavoro di Jorn di comunicare con Koryu fu sempre piu’ semplice. Gli spiego’ che aveva spezzato le catene che legavano i due bracciali ma che non era riuscito a rimuovergli dai polsi. Gli disse che l’aveva trovato gravemente ferito nel fitto della foresta, e che l’aveva portato nella sua capanna per curarlo. Gli chiese se sapesse parlare, o se sapesse almeno dire il suo nome. Il felar non sapeva parlare, ma aveva sentito come lo chiamavano gli stregoni della torre. Sibilo’ il nome di Koryu, mentre non distoglieva mai lo sguardo da quell’uomo in apparenza cosi’ gentile, senza riuscire a fidarsi di lui. Lo stava studiando, stava cercando un modo di ucciderlo. Ma in cuor suo il felar sapeva di non volerlo fare cosi’ disperatamente, e tutte le volte si riaddormentava, debole.”
Il bardo sollevo’ nuovamente il capo, constatando freddamente che tutti gli astanti pendevano dalle sue labbra, anche quelli che prima lo stavano prendendo in giro, ma ne sembro’ totalmente insensibile. Continuo’ a suonare e a narrare la sua storia, in modo fin troppo concentrato.
“Passarono anche gli anni, durante i quali Koryu e Jorn divennero quasi amici. L’uomo insegnava all’animale a parlare, ed egli, nonostante si dimostrasse restio ad imparare, faceva buoni progressi. Il felar, inoltre, imparo’ i segreti che Jorn gradualmente gli svelava: come accendere dei fuochi da campo all’aperto, come trovare dei ripari naturali, come procurarsi il cibo, come seguire delle tracce. Andarono spesso a cacciare insieme. Koryu era molto insistente in questo, non tanto perche’ gli piacesse, quanto perche’ lo stare all’aria aperta riempiva il suo cuore di pace e tranquillita’, sentimenti che da tanto tempo credeva alieni.”
“Ma tutto questo non poteva durare a lungo. Dopo diversi anni, la vita di Koryu venne nuovamente sconvolta. Tornando a quella che aveva cominciato a chiamare casa, dopo un’intera giornata passata in esplorazione da solo, un brivido, un pessimo presagio lo colse impreparato. E non trovo’ piu’ una casa con una figura della quale aveva cominciato a fidarsi, ma solo un mucchio di macerie fumanti, sormontato dal cadavere del suo salvatore. La scena era resa ancora piu’ spettrale dai deboli raggi di luce rossa del tramonto, che filtravano attraverso il fogliame e colpivano quell’ammasso indistinguibile di legna, cenere e carne. Koryu non pote’ impedirsi di crollare sulle ginocchia, preda della tetra consapevolezza che non si sarebbe mai tolto da quella situazione. Che la sua intera vita sarebbe stata votata al preservare la sua liberta’, seguendo una strada segnata dal sangue di nemici e amici. Si rialzo’ in piedi e cerco’ in mezzo alle macerie. Avrebbe volentieri pianto, ma non poteva. Non poteva. Trovo’ finalmente, dopo ore di ricerca, l’arco di Jorn. Egli lo chiamava Zroeo… Doveva significare qualcosa in una delle tante lingue del mondo, ma non aveva realmente importanza. Lo mise a tracolla, e fisso’ istintivamente le proprie mani e i propri polsi, ancora chiusi dai bracciali di metallo con i due frammenti di catena spezzata. Koryu non se li tolse mai, per tutta la vita. Essi rappresentavano la sua vittoria contro la sua schiavitu’. Si volto’, lasciandosi alle spalle quello spettacolo di sangue e morte, e con il sangue che gli ribolliva nelle vene, se ne ando’, e da allora comincio’ a vagare per le foreste, senza meta, vivendo come capitava ed unicamente di cio’ che la natura poteva offrirgli. Desiderava ardentemente stare da solo, non vedere nessuno. Nessuno, o l’avrebbe ucciso senza pensarci due volte.”
“Cosi’ fu. Dopo altri anni, se non decenni, la vita di Koryu si era evoluta come lui aveva previsto, nel sangue degli altri dal quale lui traeva la sua sopravvivenza. Assassinava con rapidita’ e in silenzio qualsiasi sciocco si avventurasse per boschi, lo depredava di ogni suo bene e cio’ che non gli serviva veniva semplicemente gettato via. Cio’ che indubbiamente egli non si aspettava era il suo giungere, dopo tanto girovagare, nei pressi di una metropoli. Non aveva mai visto una metropoli, prima di allora, ed incuriosito si avvicino’. Persone, c’erano tantissime persone, tutte indaffarate in chissa’ quali doveri o faccende da sbrigare. Come un predatore che studia una potenziale preda, si avvicino’ cauto ad uno dei cancelli che portava nel cuore della citta’, ma non fece in tempo ad arrivare ad alcuni metri da esso, che subito due uomini armati urlarono sorpresi e spaventati delle imprecazioni verso di lui, e gli corsero incontro con fare minaccioso. Koryu tento’ di difendersi, ma si accorse che non poteva farcela. Perche’ lo stavano attaccando? Cosa gli aveva fatto? Era tanto spaventoso il suo aspetto? Trovo’ risposta solamente all’ultimo dei suoi interrogativi, mentre fuggiva, e la risposta era affermativa. Scappo’ di nuovo, lontano, deluso ancora una volta dagli esseri umani e dalla loro stupidita’. Giuro’ a se stesso che li avrebbe uccisi tutti, tutti nel modo piu’ truce possibile. Piu’ passava il tempo e piu’ l’odio represso di Koryu si ingigantiva. Sarebbe occorso un miracolo per renderlo la leggenda che e’ ora, ed inaspettatamente non ne avvenne uno, bensi’ due.”
“I loro nomi erano Obril e Mantis. Il primo era un gigante della tribu’ del fuoco, colossale e dotato di poteri sciamanici e divini. Il secondo un elfo oscuro, incappucciato e dagli occhi totalmente bianchi, che possedeva una quantita’ innaturale di magia. I due, che gia’ si conoscevano, sorprendentemente andarono alla ricerca di Koryu, avendolo notato da dentro la citta’, e lo trovarono poco distante, seduto con la schiena contro un tronco sozzo del sangue che stava perdendo a causa della scaramuccia con le guardie. Alzo’ lo sguardo, e la sua mente fu tempestata da centinaia di pensieri: Chi sono questi due? Cosa vogliono da me? Perche’ quello piccolo assomiglia cosi’ tanto ai miei carnefici? Ora li ammazzo… Li ammazzo… Li… Fece per alzarsi, ma non ottenne altro risultato di spruzzare sangue ovunque dalle sue ferite. Ricadde a terra con un frustrato grido feroce, fissando con odio i due nuovi arrivati, che ancora non avevano pronunciato una sola parola. Obril si chino’ su di un ginocchio accanto al felar, ed invoco’ su quest’ultimo la potenza del suo Dio, che ando’ a lenire le sue ferite. Koryu strabuzzo’ gli occhi fissando il gigante con sospetto che gia’ si era rialzato, e sorrideva. Sorrideva a Koryu, e non era un sorriso ironico, ma sincero. Anche Mantis sorrideva, anche lui in modo sincero.”
“Koryu si alzo’, e tento’ di parlare ai due nuovi arrivati con evidente sforzo… Dopotutto erano anni che non rivolgeva parola a nessuno. Di nuovo i due sconosciuti gli vennero incontro. Si presentarono, e Koryu fece lo stesso. Fu l’inizio, per tutti e tre, di un legame di amicizia piu’ forte della morte. Tutti e tre seguivano strade diverse, tutti e tre avevano il loro passato a tormentarli in qualche modo, tutti e tre avevano degli obbiettivi e metodi diversi per raggiungerli, ma la loro unione mai ebbe termine! MAI!”
Il bardo si rese conto di aver alzato la voce, preso da una forte emozione, l’unica che avesse mostrato dall’inizio del suo racconto. Tossicchio’ lievemente, senza smettere di suonare, e riprese immediatamente a parlare, come se fosse stata una necessita’ impellente.
“La sintonia tra tutti e tre non era solo il frutto di simili pensieri, particolarmente cinici e misantropi, ma anche di una compensazione reciproca che nessuno di loro sarebbe mai stato disposto ad ammettere. Obril possedeva poteri divini e una forza fisica sovrumana, Mantis padroneggiava le energie arcane, e Koryu aveva dalla sua la furtivita’ e spiccate capacita’ di esplorazione. Inoltre tutti cercavano di mediare incomprensioni che nascevano nel gruppo, ad esempio Koryu che non vedeva particolarmente di buon occhio la magia di Mantis. Ma ad ogni modo i loro nomi si sparsero in breve tempo tra la gente nei dintorni della metropoli ed anche oltre. Vivevano di razzie, omicidi e saccheggi di antichi templi e di rovine, cosa che li rese ulteriormente temibili, giorno dopo giorno. Insieme, quei tre erano la piu’ inarrestabile forza che avesse mai calcato quelle terre. In tutto questo, ciascuno di loro perseguiva i suoi scopi. Obril ambiva a portare il caos nelle lande, rovesciando l’ordine che dominava le citta’. Mantis era ossessionato dal potere e dalla conoscenza, mentre Koryu… Lui non lo sapeva, in realta’. Il suo obbiettivo primario era quello della sopravvivenza. Ma lo seppe quando Mantis e Obril lo accompagnarono in citta’ nonostante il suo disgusto. Una voce di qua, una di la, finalmente udi’ qualcosa che attiro’ la sua attenzione. La conversazione apparentemente senza importanza di due ubriaconi, che parlavano di “Signori delle ombre”, di “Maestri dell’omicidio” e chiamandoli con tanti altri nomi, riferendosi a loro come ad una leggenda alla quale era impossibile credere. Koryu invece ci credette. Per mesi e mesi cerco’ notizie di questi signori delle ombre, chiese informazioni ovunque andasse ma non ne ricavo’ niente. Lascio’ dei messaggi dappertutto, poche criptiche parole, scelte tra il suo scarso vocabolario. Ed erano poco piu’ che richieste imploranti, rivolte da qualcuno che aveva un disperato bisogno di qualcuno con cui collaborare per uno scopo comune. E finalmente, dopo altri mesi di attesa, le sue richieste vennero ascoltate, e fece la sua comparsa colui che avrebbe successivamente guidato i passi del felar in quel territorio a lui sconosciuto. Il suo nome era Krisaore, ed anche lui era uno stregone drow. Nonostante il fatto che fosse anche lui cosi’ dannatamente simile ai suoi torturatori, Koryu ammiro’ la sua esperienza e la sua saggezza, e decise di metterla a frutto. Compi’ le piu’ disparate missioni per conto di Krisaore, per mostrare le sue doti furtive, il suo cuore di pietra e la crudelta’ che minacciava di erompere dal suo petto. Dopo altri mesi di interminabili prove, alle quali Koryu si dedicava anima e corpo solo per poter finalmente trovare un posto ben definito nel mondo, finalmente fu ammesso al cospetto dei signori delle ombre, i Conquistatori. Davanti a loro giuro’ di mantenere il segreto piu’ assoluto sulla loro identita’, e di anteporre gli interessi della cabala dinnanzi a quelli personali. La pena per il tradimento era la morte, ma il felar non ne era spaventato, e giuro’.”
“Koryu divenne un’ ombra. I Conquistatori gli avevano insegnato i loro segreti gelosamente custoditi, spiegandogli in che modo avrebbe dovuto usarli, e lui lo fece. Per lo piu’ osservava. Dopo averne saputo di piu’ sulle cabale da anni in guerra tra di loro, si limito’ ad osservare, per coglierne ogni punto debole, o per offrire il suo aiuto ad una fazione piuttosto che a un'altra, con il solo scopo di colpire alle spalle la vincitrice uscita indebolita dallo scontro. Questa era la via dell’ombra, la via dei Conquistatori. Piu’ restava con loro, e piu’ cresceva in lui la consapevolezza che non avrebbe mai potuto compiere una scelta migliore.”
Il bardo si interruppe per alcuni secondi, lo sguardo vacuo e fisso su un punto a caso davanti a se, ed il silenzio piu’ totale avvolse la locanda. Chiuse le palpebre, e di nuovo un’espressione afflitta deturpo’ il suo volto. Era una sofferenza assolutamente innaturale, che gli astanti non seppero spiegarsi; essi si limitarono semplicemente ad attribuire lo stato d’animo del gelido bardo ad alcuni ricordi riaffiorati sul momento, percio’ attesero pazientemente. Il mezzelfo riapri’ gli occhi, e continuando a fissare il vuoto riprese la sua narrazione, la voce palesemente incrinata dalla frustrazione.
“Nonostante tutti i suoi sforzi per sentirsi piu’ accettato dal mondo, abilmente nascosti da un pesante strato di perfidia e di freddezza, Koryu si sentiva solo. La sua solitudine durava da cosi’ tanto tempo che si accorse di esserne dilaniato. Non gli bastava piu’ la collaborazione con i Conquistatori o l’amicizia di Obril e Mantis, voleva qualcosa di diverso. Forse fu proprio a causa di questa ossessione, del desiderare l’amore ad ogni costo, che conobbe una felar dal cuore puro e che non si oppose a lei, quando cercava di avvicinarlo. Al contrario, egli ne era segretamente contento. Tento’ di illudersi e di convincere se stesso che quello che provava per la felar fosse amore, ma non ci riusci’, e semplicemente continuo’ ad accettare passivamente ogni gesto d’affetto della felar. Koryu vi giacque insieme, la protesse quando ella si ritrovo’ invischiata in un pericoloso scontro di cabale e la tiro’ fuori dalla situazione prima che fosse troppo tardi. I due ebbero anche una figlia, ed anche in quell’occasione Koryu cerco’ di convincersi che stava facendo la cosa giusta, ma non ce la fece. Non era felice, ed il suo tentativo fallito di essere piu’ umano non fece altro che alimentare la fiamma della frustrazione che lo consumava. Questa situazione prosegui’ per circa quattro anni, al termine dei quali il felar cadeva nel piu’ puro terrore ogni volta che doveva vedere la felar e sua figlia. Era terrorizzato da loro, dal fatto che i loro sentimenti fossero cosi’ intensi e che i suoi fossero nulli. Per questa ragione egli si dedicava anima e corpo, per piu’ tempo possibile, all’assoluzione dei suoi doveri da Conquistatore.”
“Durante questi anni, contemporaneamente alle vicende emotive di Koryu, cresceva grazie a Krisaore l’impero di Khyr’ Nash. Era una vasta porzione di territorio nella parte orientale del continente, ma dotata di un’organizzazione alquanto scarsa. Krisaore, con prolungati sotterfugi, assassini, e qualsiasi altro mezzo potesse addirsi al capo dei Conquistatori, ruolo che lui ricopriva, si guadagno’ con calma una posizione elevata, fino a che non fu in condizione di sterminare grazie all’aiuto dei suoi compagni di cabala qualsiasi ostacolo si trovasse lungo la strada tra lui e la posizione di massimo potere del regno. Fu cosi’, l’abilita’ dei Conquistatori nell’omicidio e nel sotterfugio non aveva rivali, ed ora erano anche provvisti dell’immensa forza di un intero impero, nonostante il loro nome fosse ancora avvolto nel piu’ fitto mistero.”
“Una volta portati a termine tutti i compiti che urgevano a Khyr’ Nash, Koryu pote’ ritirarsi nella foresta di Haon Dor, da solo a meditare. Non voleva essere disturbato da nessuno e per nessun motivo, ma l’arrivo di colei che sconvolse la sua vita, per l’ennesima volta, deluse le sue aspettative. Era una donna e giunse in una notte di primavera, silenziosamente, ma non abbastanza silenziosamente per Koryu, che di una foresta percepiva ogni piu’ insignificante dettaglio. Sembrava di gran fretta, e pareva non essersi accorta del felar, ma a lui non importo’ affatto. Ora era fin troppo incuriosito per lasciarla andare, e muovendosi di soppiatto la segui’ per un poco, osservandola e studiando ogni suo movimento. Si muoveva aggraziatamente, ed i suoi capelli neri ondeggiavano ad ogni suo passo, sfiorandole le nude braccia fin troppo candide. Era una donna molto bella, seppur caratterizzata da un pallore atipico e da uno sguardo intenso. Koryu fu sopraffatto dalla curiosita’ e la fermo’, chiamandola e minacciandola con il tono tetro che riservava solo alle vittime dei suoi appostamenti, sebbene non intendesse ancora farle del male. Lei si volto’ spaventata, ed i due si fissarono a lungo, senza dire nulla. Poi cominciarono a parlare, dapprima con sospetto, poi pian piano in modo piu’ disinvolto, mentre si avvicinavano e si presentavano vicendevolmente. Lei aveva superato lo spavento, e se Koryu una volta avrebbe avuto difficolta’ non indifferenti nello stabilire un contatto pacifico con qualcuno, gli anni e l’esperienza lo avevano temprato ed in questa occasione non trovo’ alcun problema nel parlare. Solo la bellezza della donna lo lasciava talvolta interdetto. Solo le sue movenze aggraziate, lo sguardo magnetico ed i bianchi denti dai canini acuminati, le sue forme provocanti e il suo vestito seducente ed intrigante.”
“Nessuno sa se il loro fu amore. Cio’ che si sa e’ che Koryu spezzo’ il cuore e l’animo della felar e di sua figlia, e lo fece senza il minimo rimorso. Egli avrebbe sterminato intere popolazioni, se cio’ fosse servito ad avvicinarlo alla misteriosa donna. Per questo abbandonare la felar e la sua figlia gli sembro’ un’azione che valeva la pena compiere, nonostante fosse qualcosa di atroce. Lo fece, e fu per un numero imprecisato di anni di sola proprieta’ esclusiva di quella bellezza eterea, propria della donna che frequento’ assiduamente, ed alla quale concesse tutto di se. Lei accetto’, e si prese il suo corpo, il suo sangue e il suo cuore senza nessuno scrupolo. Era un diavolo, una bestia lussuriosa, ma a Koryu andava bene cosi’ fintanto che poteva vederla, accarezzarla, e giacere con lei, preda di una passione che ancora non sapeva di avere. Finalmente il felar era felice, dopo cosi’ tanto tempo passato alla ricerca di quella sensazione. Non rivide mai piu’ la felar e sua figlia. Mai piu’.”
“Fu la guerra a dividere i due amanti. La situazione a Khyr’ Nash in quegli anni era migliorata sotto molti punti di vista, ma gravemente peggiorata sotto altri. Infatti, nonostante Krisaore avesse egregiamente tenuta segreta la sua identita’ di Conquistatore, si attiro’ l’odio di molti, in qualita’ di re dell’impero che aveva soggiogato. Precisamente, la causa del conflitto che investi’ Khyr’ Nash, avvenne quando, durante un incontro tra Krisaore in persona e Furion, necromante e noto membro della cabala degli Shalafi, i signori della magia, il Conquistatore, stanco delle trattative e del tono fin troppo arrogante dello Shalafi, lancio’ contro di lui un potente incantesimo di compulsione e di ammaliamento mentale. Lo costrinse, annientando la sua volonta’, a mettersi in ridicolo di fronte a tutti, e Furion se la lego’ al dito. Torno’ dopo un mese esatto a Khyr’ Nash, seguito da quasi tutti i signori della magia. Anche Mantis lo era, ma ovviamente non fu presente quel giorno per rispetto del suo amico. Tutti i conquistatori furono convocati a difesa delle strade cittadine della capitale. La battaglia fu violentissima. I signori della magia si sbarazzavano di ogni guardia tentasse di sbarrare loro la strada, lanciando devastanti incantesimi combinati ed evocando creature da altri piani di esistenza. La loro marcia sembrava inarrestabile, ma nonostante questo i Conquistatori non si perdettero d’animo e, come erano soliti fare, li studiarono, e attesero fino a che non fossero divisi. Rimasero astutamente sempre a coppie di due, di modo che fossero meno vulnerabili agli omicidi silenziosi che erano la firma dei signori delle ombre. I combattimenti si protrassero per ore e ore, durante le quali i Conquistatori tentavano di uccidere i signori della magia senza mai ingaggiarli direttamente, e loro al contrario tentavano disperatamente di stanarli. Dopo altre ore di scontri, il bilancio era tragico. I Conquistatori riuscivano con successo ad assassinare gli Shalafi, ma dal momento che questi ultimi giravano in coppia, colui che sopravviveva era abbastanza svelto da investire il Conquistatore con la sua arcana magia prima che potesse di nuovo trovare rifugio tra le ombre. E gli Shalafi erano molti di piu’. La stessa sorte tocco’ anche a Koryu che, tra gli ultimi Conquistatori superstiti, tento’ un disperato attacco a Furion stesso, cercando di dilaniare i suoi reni con un doppio attacco che avrebbe dovuto non lasciargli speranza. Fu questione di un attimo. Lui che usciva dal suo nascondiglio, le sue lame che si conficcavano nelle carni del necromante. Un urlo di dolore, e le braccia di Koryu si paralizzarono preda di chissa’ quale diavoleria magica. Koryu ebbe appena il tempo di imprecare mentalmente contro gli stregoni e la loro magia che in vita gli aveva portato solo disgrazie, prima di venire raggiunto da una palla di fuoco che lo sbalzo’ violentemente indietro di parecchi metri spezzandogli alcune costole, e che ustiono’ profondamente le sue carni. I due Shalafi non infierirono su di lui, e lo lasciarono agonizzante, senza nemmeno la forza di lamentarsi per l’atroce dolore, mentre continuavano in modo sistematico la loro opera punitiva. Koryu scopri’ in seguito che era stata una disfatta, e che i Conquistatori ne erano usciti sconfitti nonostante avessero spedito all’inferno parecchi di quegli incantatori. Ma in quel momento, perse semplicemente i sensi.”
Il bardo si interruppe, e guardo’ il tavolo attorno a se. Senza dire una parola si chino’ e afferro’ un boccale di birra mezzo vuoto appartenente ad uno dei presenti, e ne tracanno’ il contenuto dissetandosi, per poi rimetterlo via. Il proprietario non fece una piega, e si limito’ come tutti ad attendere trepidante che il bardo continuasse a narrare. Ed egli riprese.
“La disgrazia di Koryu era appena cominciata. Si risveglio’ in piena notte in preda a dolori disumani, e si lascio’ andare ad un gemito che esprimeva si la sua sofferenza, ma anche e soprattutto la sua rabbia. Si sforzo’ per rimettersi in piedi, e cammino’ lentamente ed incespicando spesso fuori dalla citta’, nel bosco. Li’ pote’ curare almeno le ustioni in modo molto sommario, applicandovi degli unguenti che bruciavano in modo insopportabile, mentre stoicamente sopportava il dolore delle fratture, sospinto solo dal desiderio di ritornare dalla sua amata dalla pelle candida e dai lunghi capelli neri. Il resto non gli importava.”
“Ebbe una sorpresa molto amara quando al suo ritorno non la trovo’. Subito venne assalito dal panico, dimenticando addirittura di cercare Obril perche’ gli mettesse a posto le costole, e diede inizio ad una frenetica ricerca della donna. Non si trovava da nessuna parte, e nessuno sembrava averla vista. Koryu si privo’ del sonno per giorni e giorni, mentre la disperazione di aver perduto colei alla quale aveva dato tutto se stesso si faceva rapidamente strada in lui. Dov’era andata? E perche’ l’aveva fatto? Sarebbe tornata? Quando? A nessuna di queste domande Koryu seppe mai trovare risposta, perche’ la sua amata non fece mai piu’ ritorno. Si dice che il suo grido di furia, di dolore e di sofferenza risuono’ per tutta Haon Dor, riempiendo di terrore i cuori di coloro che si trovavano in quel luogo. Da quel momento, Koryu tornava ad essere l’ombra assassina, spietata e senza cuore che in fondo era sempre stata. L’essere stato abbandonato cosi’ gli dava una inarrestabile furia omicida, che sfogava ogni volta che gli era possibile, sia per conto dei Conquistatori che stavano meditando la loro vendetta nei confronti degli Shalafi, sia per conto proprio, in nome solamente di una macabra soddisfazione personale. Nemmeno Mantis ed Obril furono in grado di placare il suo animo turbolento, che lo accompagno’ per tutti gli anni a venire. Fu l’ombra di se stesso, prima che gli si presentasse la sua ultima possibilita’ per tornare alla vita.”
“La sua possibilita’ si chiamava Elhune. Una donna giovane, se possibile ancora piu’ bella di colei che era scomparsa misteriosamente, dalla carnagione chiara e dai fluenti capelli corvini. Il suo corpo era esile all’apparenza, ma le sue forme erano morbide e ben pronunciate, e nel complesso era di un fascino magnetico avvolto da mistero e malizia.”
“Il loro primo incontro fu freddo e sbrigativo. Era notte e la luna splendeva alta nel cielo, filtrando attraverso la spettrale nebbiolina di un cimitero. Lei le disse che aveva alcune persone scomode di cui voleva sbarazzarsi, e diede a Koryu una lista di nomi scritta su una pergamena arrotolata, aggiungendo alla fine quale sarebbe stato il compenso per un lavoro ben svolto. Era una cifra esorbitante, ma a Koryu non importava. Avrebbe accettato anche solo per il gusto di poter uccidere ancora, ed infatti accetto’. Si diedero appuntamento in quello stesso luogo, ogni volta che ci fossero stati degli aggiornamenti lui sarebbe dovuto tornare. Lei inoltre aggiunse, con un sorrisetto malizioso e terribilmente intrigante, che non si sarebbe mossa da li.”
Il bardo divenne visibilmente nervoso. La sua fronte era imperlata di sudore, e le sue mani tremavano leggermente pizzicando la lira. Si umetto’ le secche labbra piu’ volte, prima di riuscire a riprendere la narrazione.
“Koryu tornava dopo ogni efferato omicidio da Elhune. Ed ogni volta, i due avevano occasione di parlare, di conoscersi. Lei era attratta dalla natura selvaggia e sanguinaria del felar, mentre lui, da parte sua, era inspiegabilmente affascinato da quella donna cosi’ misteriosa, al punto tale che quando si trovava con lei la sua mente si sgombrava da ogni pensiero. Viveva per i suoi occhi, per le sue labbra e per la sua pelle.”
“La situazione duro’ alcuni mesi, quando alla fine il felar ritorno’ nel cimitero riconsegnando ad Elhune la pergamena. Come richiesto, li aveva massacrati tutti. Lei lo fisso’ suadente, mentre mormorava le sue parole soddisfatte in un sussurro che sembrava strappare via l’anima di Koryu. Si volto’, e gli fece cenno di seguirlo mentre, vestita solo di impalpabili veli, si dirigeva a piedi scalzi in una cripta. Lui la segui’ senza nemmeno pensarci, giu’ per dei freddi scalini di pietra e attraverso una fitta rete di corridoi, finche’ entrambi non giunsero in una stanza che assomigliava ad un mattatoio. Non c’era nulla al suo interno, se non una gigantesca vasca circolare piena di sangue, al cui centro spiccava inquietante la mastodontica statua di un drago. Appesi al soffitto per i polsi, uomini e donne di ogni eta’, senza la parte inferiore del loro corpo, gocciolavano il rosso fluido dentro la vasca, producendo un sordo rumore snervante. Koryu non ricordava piu’ da quanto tempo non si sentisse in quel modo, ma in quel momento seppe di essere terrorizzato. Terrore che svani’ lasciando il posto ad una brama e un desiderio smodati, quando egli vide Elhune lasciar ricadere a terra i propri veli con un gesto aggraziato e pieno di sensualita’. Lei non attese e si immerse nella vasca piena di sangue, voltandosi poi verso Koryu ed emettendo un basso e sensuale mugolio soddisfatto, fissandolo in un silenzioso invito a raggiungerla. Ed anche il felar, con dei gesti quasi automatici, si spoglio’ e raggiunse la donna nella vasca, mentre lei continuava a sorridergli intrigandolo, e passandosi le dita bagnate di sangue sulle labbra, senza smettere di fissarlo.”
“In quel luogo oscuro consacrato agli Dei del male, e a tutto cio’ che di piu’ perverso esista, i due si unirono, e, in un turbine di passione travolgente, essi furono un’ unica anima e un unico corpo. Di nuovo, Koryu aveva ritrovato se stesso.”
“Dopo quella sera, Koryu non fu mai piu’ rivisto. Tante sono le leggende che ruotano attorno alla sua scomparsa, ma io questa notte, signori” disse il mezzelfo fissando gli astanti rapiti, rivolgendosi direttamente a loro per la prima volta “io questa notte vi porto la verita’. Koryu ed Elhune si amarono durante tutti quei lunghi anni, entrambi sperando che il loro idillio non sarebbe mai finito. Vissero nella cripta, in un modo osceno, perverso e depravato, ma a loro andava bene cosi’. Koryu usciva a procacciare cibo e sangue ogni giorno, ognuno uguale all’altro, ma ciascuno di essi per lui cosi’ bello e cosi’ indimenticabile. Ma proprio durante uno di questi giorni apparentemente normali, Koryu fece ritorno per trovare con suo sommo orrore la sua amata, o meglio, i suoi residui quasi totalmente carbonizzati, trafitta da un palo di legno all’altezza del cuore. Koryu non pianse, non poteva farlo. Ma la sua ira gli esplose in corpo con una tale violenza da esserne dilaniato. Sapeva che cosa doveva fare. Fu ritrovato alcuni giorni dopo la sua morte, circondato da decine e decine di cadaveri degli appartenenti a quella setta di cui la bella Elhune le aveva parlato, di quella setta che lui stesso, anni prima, aveva cercato di eliminare senza sapere di chi si trattasse. Il suo corpo era martoriato, ed aveva le sue due spade conficcate con forza nel petto, le sue stesse mani ancora strette sulle else. Troppo per lui era continuare a vivere recando con se il fardello dell’ennesima perdita, di una vita che contro di lui aveva complottato fin da quando era al mondo. Non fu piu’ abbastanza forte per sopportare questa sofferenza, al confronto della quale tutte le sevizie che aveva subito da parte dei suoi carnefici stregoni sembravano solo una lieve carezza.”
“E finalmente, perseguendo lo scopo che inseguiva da tutta la vita, egli fu libero, e sulle ali della liberta’ la sua anima spicco’ il volo verso il terribile abisso, ma che era certo un luogo migliore di quell’inferno in terra.”
Il bardo pizzico’ ancora le corde della lira, per qualche secondo, lasciando sfumare delicatamente il suono fino a che esso non scomparve serpeggiando tra gli attoniti e gli ammutoliti avventori. Non diede loro il tempo di fare nulla. Getto’ via la lira sul pavimento, non con rabbia, ma quasi con fretta, e febbrilmente le sue mani corsero all’elsa della propria arma assicurata alla cinta. La impugno’, e se la pianto’ dritta in profondita’ nel cuore, mentre il sangue macchiava i suoi vestiti. Si accascio’ sul tavolo, e, mentre le grida stupefatte dei presenti gli giungevano alle orecchie, si concesse un sorriso, per la prima volta da quando era ritornato dal suo viaggio. Chiuse gli occhi, e si abbandono’ sorridente tra le fredde braccia della morte.






