lunedì, 30 giugno 2008,01:40

Il mezzelfo entro’ nella taverna, e gli parve di aver messo piede nell’Abisso. Schiamazzi, urla e imprecazioni la facevano da padrone, uniti alla lascivia di alcune cameriere fin troppo facili, alla luce fioca proveniente dal solo caminetto posto in fondo alla sala comune. La gia’ scarsa illuminazione era smorzata dalle fitte volute di fumo delle pipe di molti avventori, fumo che entrava nelle narici del mezzelfo causandogli un fastidio non indifferente.

Egli rimase comunque inespressivo davanti a tutto cio’. Si limito’ a camminare verso il grande tavolo posto al centro della stanza, attorno al quale erano seduti almeno una trentina di uomini e donne che consumavano birra, finita in gran parte sul legno del tavolo. Il mezzelfo si fece strada fino al tavolone, ed appoggio’ un piede fasciato da uno stivale nero riccamente decorato in oro su una delle panche, si tolse dalla spalla il suo fodero, e ne estrasse una lira di medie dimensioni, prima di salire in piedi sul tavolo. Incurante degli sguardi a lui rivolti, delle facce interrogative dei presenti, di alcuni altri che commentavano i suoi vestiti neri decorati in oro, sovrastando il caos che lentamente si andava affievolendo, il mezzelfo pizzico’ le corde della lira e comincio’ a suonare una breve melodia ammaliante, che in breve catturo’ l’attenzione di quasi tutta la taverna. Solo dopo alcuni secondi comincio’ a parlare, la voce dal timbro basso e magnetico, eppure piatta e totalmente priva di qualsiasi emozione.

“Questa storia parla di liberta’ signori. Parla di liberta’, di amore, di disperazione. Parla di una vita oscura, vissuta nella carne e nel sangue dei suoi nemici. Questa storia parla di Koryu il felar, lo Spirito Libero.”

Fece una breve pausa, durante la quale la sua melodia di lira si fece piu’ bassa e piu’ lenta. Riprese la sua narrazione senza attendere oltre.

“Rapito assieme ai suoi fratelli quand’era nulla piu’ che un ragazzino da appena tre stregoni, assistette impotente alla distruzione della sua piccola casa, in un anonima foresta, dispersa nel mezzo del nulla, alla distruzione della sua intima felicita’. Assistette impotente al massacro indiscriminato dei suoi creatori, prima di essere portato via senza avere il tempo di versare nemmeno una lacrima per tutto cio’ che aveva perduto nell’arco di un minuto. Perse i sensi, a causa dell’ennesimo maleficio dei suoi torturatori, e il suo risveglio segno’ l’inizio della sua nuova esistenza.”

“L’antro in cui si trovava era oscuro, nel quale non vedeva a un palmo dal suo naso, ed era stretto. Gli unici suoni che lo circondavano erano i singhiozzi disperati dei suoi fratelli, accanto a lui nella sua stessa gabbia. Tento’ piu’ di una volta di tendere una mano verso di loro, di aprire la bocca per cercare di dargli conforto, sebbene lui non fosse meno disperato, ma ogni suo tentativo veniva bloccato da qualcuno che, con una sbarra di ferro arroventato, gli straziava le carni ad ogni suo movimento. Subi’ urlando ogni sevizia, fino a che non svenne di nuovo.”

“Due giorni dopo il ripetersi ininterrotto di questa tortura, durante la quale ai quattro felar rinchiusi non era concesso nemmeno addormentarsi, mangiare o bere, il primo di loro mori’ dagli stenti. Cinque giorni dopo, mori’ anche il secondo. Il settimo giorno, i due felar sopravvissuti vennero destati dalle torce dei loro carnefici, che illuminarono la terribile stanza di pietra in cui si trovavano. Era una sala delle torture, piena di ferri di ogni foggia e dimensione, di catene, e di mucchi di ossa. Almeno una decina di stregoni, tutti umani, era attorno all’angusta prigione dei felar, ammorbata dal puzzo della decomposizione in lento progresso dei due deceduti. Non videro molto altro, i loro occhi quasi si carbonizzarono per colpa della forte luce, dopo il lungo periodo di digiuno e di oscurita’. Erano in condizioni terribili, erano sporchi, deperiti, prossimi alla morte. Uno degli stregoni approfitto’ del loro stordimento causato dalla luce, e fece scivolare all’interno della gabbia, senza parlare, due pugnali. I due felar li videro dopo qualche secondo, poi si fissarono. Uno dei due si limito’ a fissare compassionevolmente il fratello, senza dirgli niente, sorridendogli e dimostrando il suo affetto nel lasciare li il pugnale. Koryu volle vivere. Koryu prese il pugnale, e si avvento’ furibondo sul fratello squarciandogli la gola senza colpo ferire. Attacco’ le labbra alla ferita che aveva appena inflitto, e comincio’ a dissetarsi senza alcun disgusto per l’azione abominevole che aveva compiuto. Il fratello gorgoglio’ ancora per alcuni istanti, e ingloriosamente mori’. Koryu non attese… Ed una volta che ebbe compiuto la sua macabra opera, dilanio’ le carni del fratello con i denti appuntiti, strappandogliele crude dalle ossa e mangiando. Egli in quel momento moriva, per tornare alla vita con il suo primo sangue versato.”

Alcuni dei presenti uscirono per vomitare. Il mezzelfo suonava imperterrito, a capo chino, senza fissare nessuno in volto. Raccontava la sua storia non come se si rivolgesse a qualcuno in particolare, bensi’ come se lo stesse facendo solo ed unicamente per se stesso, per una propria macabra gratificazione personale. Era totalmente inespressivo, ma i suoi sentimenti erano espressi fin troppo bene da ogni singola nota della sua lira.

“L’incubo di Koryu era appena cominciato. I suoi carnefici, non contenti dello spettacolo di cannibalismo a cui avevano assistito, passarono gli anni successivi a lasciarlo morire di fame, di sete e di sonno, svegliandolo bruscamente con delle atroci sevizie, al solo scopo di aumentare la sua cattiveria e di risvegliare i suoi istinti animaleschi, gia’ naturalmente presenti in lui. Frustarono ogni giorno il suo torace e la sua schiena, strapparono i suoi dotti lacrimali provocandogli una cecita’ quasi completa, ed i suoi occhi si irrorarono di sangue. Erano occhi che, di giorno in giorno, diventavano sempre piu’ perfidi e vendicativi.”

La melodia cambio’, e divenne piu’ intensa.

“La liberta’ del felar giunse solo dopo molti anni, durante i quali era diventato irriconoscibile. Il suo pelo nero striato di rosso era completamente intriso di sangue rappreso, aveva cicatrici ovunque, il torace devastato dalle frustate, il volto ridotto ad un inguardabile grumo di sporcizia e di altro sangue, i muscoli che non rispondevano ai suoi comandi. Fu trascinato con la forza via, alla luce del sole alla quale non era piu’ abituato, con delle catene ai polsi. Fece per voltarsi, e intravide per appena un secondo la minacciosa torre nella quale era stato tenuto prigioniero per tutti quegli anni. Una torre che si sviluppava sottoterra, e della quale emergevano appena due o tre metri, che restavano comunque nascosti alla vista dagli alberi circostanti. Il solo fatto di trovarsi in una foresta diede al felar un po’ di coraggio, prima che venisse raggiunto al volto da una bastonata e costretto a continuare a camminare.”

“Camminarono a lungo, e Koryu ne approfitto’ per studiare bene i suoi torturatori, covando un odio profondo e la tentazione di distruggerli che pareva incontenibile. Maghi incappucciati, vestiti tutti quanti con delle tuniche grigie. Tre, piu’ altri due alle sue spalle. Il felar incespicava parecchio, e ogni volta che cio’ accadeva veniva raggiunto da una bastonata, a seguito della quale non gli era nemmeno permesso di urlare. Ma dopo ogni passo, recuperava la mobilita’. E quando vide che stavano per addentrarsi in una parte di foresta piu’ fitta, sebbene non capisse assolutamente dove si trovasse, Koryu decise che era tempo di agire. Scatto’ in avanti, rischiando di cadere, diretto verso i tre carnefici dei quali poteva vedere solo le schiene, e ne trafisse uno con il lunghi artigli, i polsi affiancati a causa delle catene. Lo stregone ebbe appena il tempo di realizzare che la sua bocca si era riempita di sangue, prima di accasciarsi a terra con un gorgoglio. Fu un attimo. I due dietro al felar lanciarono un grido sorpreso ed allarmato, prima di cominciare a salmodiare una formula magica in una lingua sconosciuta. Gli altri due scattarono di lato spaventati, mentre la corsa a rotta di collo del felar cominciava. Non fece in tempo a lasciarsi il cadavere alle spalle di alcuni metri, che due frecce magiche trafissero la carne della sua schiena, quasi nello stesso punto. Emise un animalesco e disumano urlo, il simbolo del dolore e della frustrazione che aveva soffocato in cosi’ tanti anni, ma non poteva fermarsi. Doveva correre, correre sempre di piu’, e fu cio’ che fece. Corse finche’ le imprecazioni degli stregoni alle sue spalle non furono rimpiazzate dal silenzio della foresta, rotto solo dal suo ansimare e dai battiti del suo cuore. Corse finche’ ogni muscolo del suo corpo non si mise a dolergli. Corse finche’, privo di fiato, di energia e di sangue, che colava copioso dalle sue ferite, non crollo’ rumorosamente sul tappeto di foglie che coprivano il fitto del bosco.”

Il bardo pizzico’ ancora le sue corde producendo una melodia ora piu’ calma ma carica di tensione, mentre sollevava il capo e guardava con indifferenza le facce attorno a se, visibilmente rapite dalla sua narrazione e curiose di sentirne la continuazione. Beh, si disse lui, l’avrebbero sentita la continuazione.

“Si risveglio’ di soprassalto, assalito da incubi infernali. Si guardo’ attorno, aspettandosi di vedere i suoi carnefici attorno a se, immersi nella semioscurita’ e pronti a punirlo per essersi addormentato, ma tutto cio’ che vide fu una comune stanza di una capanna. Un caminetto scoppiettante in fondo, sul quale ribolliva un pentolone dal quale spiravano volutte che portavano alle sue narici un profumo delizioso, ed un uomo di mezza eta’ seduto accanto ad esso, intento a rammendare dei vestiti, fischiettando un motivetto allegro. Koryu spalanco’ gli occhi in preda al terrore, e tento’ di tirarsi a sedere sul letto di scatto, per poi ricadere disteso con un urlo di dolore. L’uomo si volto’ verso di lui senza mostrare il minimo timore, e gli disse: ‘Non dovrai piu’ preoccuparti, ora. Mi chiamo Jorn, e voglio solo aiutarti. Riposati, ti prego… Le tue ferite sono davvero gravi, e ci vorra’ del tempo perche’ guariscano.’”

“E Koryu rimase a fissarlo guardingo, anche quando si fu nuovamente voltato e si fu rimesso a rammendare. Gli unici pensieri che attraversarono la sua mente prima che venisse di nuovo avvolta dal torpore del sonno, di cui era stato privato per cosi’ tanto tempo, furono i modi per uccidere il suo salvatore.”

“Passarono giorni prima che Koryu decidesse di lasciarsi avvicinare da Jorn, e quando cio’ accadde, si tratto di un contatto breve e silenzioso. I morsi della fame si stavano facendo intollerabili per il felar, costretto a letto a causa delle ferite, ed alla fine accetto’ la ciotola di minestra che l’uomo stava tentando di offrirgli gentilmente da quando l’aveva preso con se in casa. Vuoto’ la ciotola di minestra avidamente, tenendola stretta come se temesse che qualcuno potesse portargliela via, e solo quand’ebbe leccato anche la piu’ insignificante goccia rimasta nel piatto pote’ riporlo e coricarsi nuovamente, senza nemmeno una parola di ringraziamento.”

“Dopo quell’avvenimento, il lavoro di Jorn di comunicare con Koryu fu sempre piu’ semplice. Gli spiego’ che aveva spezzato le catene che legavano i due bracciali ma che non era riuscito a rimuovergli dai polsi. Gli disse che l’aveva trovato gravemente ferito nel fitto della foresta, e che l’aveva portato nella sua capanna per curarlo. Gli chiese se sapesse parlare, o se sapesse almeno dire il suo nome. Il felar non sapeva parlare, ma aveva sentito come lo chiamavano gli stregoni della torre. Sibilo’ il nome di Koryu, mentre non distoglieva mai lo sguardo da quell’uomo in apparenza cosi’ gentile, senza riuscire a fidarsi di lui. Lo stava studiando, stava cercando un modo di ucciderlo. Ma in cuor suo il felar sapeva di non volerlo fare cosi’ disperatamente, e tutte le volte si riaddormentava, debole.”

Il bardo sollevo’ nuovamente il capo, constatando freddamente che tutti gli astanti pendevano dalle sue labbra, anche quelli che prima lo stavano prendendo in giro, ma ne sembro’ totalmente insensibile. Continuo’ a suonare e a narrare la sua storia, in modo fin troppo concentrato.

“Passarono anche gli anni, durante i quali Koryu e Jorn divennero quasi amici. L’uomo insegnava all’animale a parlare, ed egli, nonostante si dimostrasse restio ad imparare, faceva buoni progressi. Il felar, inoltre, imparo’ i segreti che Jorn gradualmente gli svelava: come accendere dei fuochi da campo all’aperto, come trovare dei ripari naturali, come procurarsi il cibo, come seguire delle tracce. Andarono spesso a cacciare insieme. Koryu era molto insistente in questo, non tanto perche’ gli piacesse, quanto perche’ lo stare all’aria aperta riempiva il suo cuore di pace e tranquillita’, sentimenti che da tanto tempo credeva alieni.”

“Ma tutto questo non poteva durare a lungo. Dopo diversi anni, la vita di Koryu venne nuovamente sconvolta. Tornando a quella che aveva cominciato a chiamare casa, dopo un’intera giornata passata in esplorazione da solo, un brivido, un pessimo presagio lo colse impreparato. E non trovo’ piu’ una casa con una figura della quale aveva cominciato a fidarsi, ma solo un mucchio di macerie fumanti, sormontato dal cadavere del suo salvatore. La scena era resa ancora piu’ spettrale dai deboli raggi di luce rossa del tramonto, che filtravano attraverso il fogliame e colpivano quell’ammasso indistinguibile di legna, cenere e carne. Koryu non pote’ impedirsi di crollare sulle ginocchia, preda della tetra consapevolezza che non si sarebbe mai tolto da quella situazione. Che la sua intera vita sarebbe stata votata al preservare la sua liberta’, seguendo una strada segnata dal sangue di nemici e amici. Si rialzo’ in piedi e cerco’ in mezzo alle macerie. Avrebbe volentieri pianto, ma non poteva. Non poteva. Trovo’ finalmente, dopo ore di ricerca, l’arco di Jorn. Egli lo chiamava Zroeo… Doveva significare qualcosa in una delle tante lingue del mondo, ma non aveva realmente importanza. Lo mise a tracolla, e fisso’ istintivamente le proprie mani e i propri polsi, ancora chiusi dai bracciali di metallo con i due frammenti di catena spezzata. Koryu non se li tolse mai, per tutta la vita. Essi rappresentavano la sua vittoria contro la sua schiavitu’. Si volto’, lasciandosi alle spalle quello spettacolo di sangue e morte, e con il sangue che gli ribolliva nelle vene, se ne ando’, e da allora comincio’ a vagare per le foreste, senza meta, vivendo come capitava ed unicamente di cio’ che la natura poteva offrirgli. Desiderava ardentemente stare da solo, non vedere nessuno. Nessuno, o l’avrebbe ucciso senza pensarci due volte.”

“Cosi’ fu. Dopo altri anni, se non decenni, la vita di Koryu si era evoluta come lui aveva previsto, nel sangue degli altri dal quale lui traeva la sua sopravvivenza. Assassinava con rapidita’ e in silenzio qualsiasi sciocco si avventurasse per boschi, lo depredava di ogni suo bene e cio’ che non gli serviva veniva semplicemente gettato via. Cio’ che indubbiamente egli non si aspettava era il suo giungere, dopo tanto girovagare, nei pressi di una metropoli. Non aveva mai visto una metropoli, prima di allora, ed incuriosito si avvicino’. Persone, c’erano tantissime persone, tutte indaffarate in chissa’ quali doveri o faccende da sbrigare. Come un predatore che studia una potenziale preda, si avvicino’ cauto ad uno dei cancelli che portava nel cuore della citta’, ma non fece in tempo ad arrivare ad alcuni metri da esso, che subito due uomini armati urlarono sorpresi e spaventati delle imprecazioni verso di lui, e gli corsero incontro con fare minaccioso. Koryu tento’ di difendersi, ma si accorse che non poteva farcela. Perche’ lo stavano attaccando? Cosa gli aveva fatto? Era tanto spaventoso il suo aspetto? Trovo’ risposta solamente all’ultimo dei suoi interrogativi, mentre fuggiva, e la risposta era affermativa. Scappo’ di nuovo, lontano, deluso ancora una volta dagli esseri umani e dalla loro stupidita’. Giuro’ a se stesso che li avrebbe uccisi tutti, tutti nel modo piu’ truce possibile. Piu’ passava il tempo e piu’ l’odio represso di Koryu si ingigantiva. Sarebbe occorso un miracolo per renderlo la leggenda che e’ ora, ed inaspettatamente non ne avvenne uno, bensi’ due.”

“I loro nomi erano Obril e Mantis. Il primo era un gigante della tribu’ del fuoco, colossale e dotato di poteri sciamanici e divini. Il secondo un elfo oscuro, incappucciato e dagli occhi totalmente bianchi, che possedeva una quantita’ innaturale di magia. I due, che gia’ si conoscevano, sorprendentemente andarono alla ricerca di Koryu, avendolo notato da dentro la citta’, e lo trovarono poco distante, seduto con la schiena contro un tronco sozzo del sangue che stava perdendo a causa della scaramuccia con le guardie. Alzo’ lo sguardo, e la sua mente fu tempestata da centinaia di pensieri: Chi sono questi due? Cosa vogliono da me? Perche’ quello piccolo assomiglia cosi’ tanto ai miei carnefici? Ora li ammazzo… Li ammazzo… Li… Fece per alzarsi, ma non ottenne altro risultato di spruzzare sangue ovunque dalle sue ferite. Ricadde a terra con un frustrato grido feroce, fissando con odio i due nuovi arrivati, che ancora non avevano pronunciato una sola parola. Obril si chino’ su di un ginocchio accanto al felar, ed invoco’ su quest’ultimo la potenza del suo Dio, che ando’ a lenire le sue ferite. Koryu strabuzzo’ gli occhi fissando il gigante con sospetto che gia’ si era rialzato, e sorrideva. Sorrideva a Koryu, e non era un sorriso ironico, ma sincero. Anche Mantis sorrideva, anche lui in modo sincero.”

“Koryu si alzo’, e tento’ di parlare ai due nuovi arrivati con evidente sforzo… Dopotutto erano anni che non rivolgeva parola a nessuno. Di nuovo i due sconosciuti gli vennero incontro. Si presentarono, e Koryu fece lo stesso. Fu l’inizio, per tutti e tre, di un legame di amicizia piu’ forte della morte. Tutti e tre seguivano strade diverse, tutti e tre avevano il loro passato a tormentarli in qualche modo, tutti e tre avevano degli obbiettivi e metodi diversi per raggiungerli, ma la loro unione mai ebbe termine! MAI!”

Il bardo si rese conto di aver alzato la voce, preso da una forte emozione, l’unica che avesse mostrato dall’inizio del suo racconto. Tossicchio’ lievemente, senza smettere di suonare, e riprese immediatamente a parlare, come se fosse stata una necessita’ impellente.

“La sintonia tra tutti e tre non era solo il frutto di simili pensieri, particolarmente cinici e misantropi, ma anche di una compensazione reciproca che nessuno di loro sarebbe mai stato disposto ad ammettere. Obril possedeva poteri divini e una forza fisica sovrumana, Mantis padroneggiava le energie arcane, e Koryu aveva dalla sua la furtivita’ e spiccate capacita’ di esplorazione. Inoltre tutti cercavano di mediare incomprensioni che nascevano nel gruppo, ad esempio Koryu che non vedeva particolarmente di buon occhio la magia di Mantis. Ma ad ogni modo i loro nomi si sparsero in breve tempo tra la gente nei dintorni della metropoli ed anche oltre. Vivevano di razzie, omicidi e saccheggi di antichi templi e di rovine, cosa che li rese ulteriormente temibili, giorno dopo giorno. Insieme, quei tre erano la piu’ inarrestabile forza che avesse mai calcato quelle terre. In tutto questo, ciascuno di loro perseguiva i suoi scopi. Obril ambiva a portare il caos nelle lande, rovesciando l’ordine che dominava le citta’. Mantis era ossessionato dal potere e dalla conoscenza, mentre Koryu… Lui non lo sapeva, in realta’. Il suo obbiettivo primario era quello della sopravvivenza.  Ma lo seppe quando Mantis e Obril lo accompagnarono in citta’ nonostante il suo disgusto. Una voce di qua, una di la, finalmente udi’ qualcosa che attiro’ la sua attenzione. La conversazione apparentemente senza importanza di due ubriaconi, che parlavano di “Signori delle ombre”, di “Maestri dell’omicidio” e chiamandoli con tanti altri nomi, riferendosi a loro come ad una leggenda alla quale era impossibile credere. Koryu invece ci credette. Per mesi e mesi cerco’ notizie di questi signori delle ombre, chiese informazioni ovunque andasse ma non ne ricavo’ niente. Lascio’ dei messaggi dappertutto, poche criptiche parole, scelte tra il suo scarso vocabolario. Ed erano poco piu’ che richieste imploranti, rivolte da qualcuno che aveva un disperato bisogno di qualcuno con cui collaborare per uno scopo comune. E finalmente, dopo altri mesi di attesa, le sue richieste vennero ascoltate, e fece la sua comparsa colui che avrebbe successivamente guidato i passi del felar in quel territorio a lui sconosciuto. Il suo nome era Krisaore, ed anche lui era uno stregone drow. Nonostante il fatto che fosse anche lui cosi’ dannatamente simile ai suoi torturatori, Koryu ammiro’ la sua esperienza e la sua saggezza, e decise di metterla a frutto. Compi’ le piu’ disparate missioni per conto di Krisaore, per mostrare le sue doti furtive, il suo cuore di pietra e la crudelta’ che minacciava di erompere dal suo petto. Dopo altri mesi di interminabili prove, alle quali Koryu si dedicava anima e corpo solo per poter finalmente trovare un posto ben definito nel mondo, finalmente fu ammesso al cospetto dei signori delle ombre, i Conquistatori. Davanti a loro giuro’ di mantenere il segreto piu’ assoluto sulla loro identita’, e di anteporre gli interessi della cabala dinnanzi a quelli personali. La pena per il tradimento era la morte, ma il felar non ne era spaventato, e giuro’.”

“Koryu divenne un’ ombra. I Conquistatori gli avevano insegnato i loro segreti gelosamente custoditi, spiegandogli in che modo avrebbe dovuto usarli, e lui lo fece. Per lo piu’ osservava. Dopo averne saputo di piu’ sulle cabale da anni in guerra tra di loro, si limito’ ad osservare, per coglierne ogni punto debole, o per offrire il suo aiuto ad una fazione piuttosto che a un'altra, con il solo scopo di colpire alle spalle la vincitrice uscita indebolita dallo scontro. Questa era la via dell’ombra, la via dei Conquistatori. Piu’ restava con loro, e piu’ cresceva in lui la consapevolezza che non avrebbe mai potuto compiere una scelta migliore.”

Il bardo si interruppe per alcuni secondi, lo sguardo vacuo e fisso su un punto a caso davanti a se, ed il silenzio piu’ totale avvolse la locanda.  Chiuse le palpebre, e di nuovo un’espressione afflitta deturpo’ il suo volto. Era una sofferenza assolutamente innaturale, che gli astanti non seppero spiegarsi; essi si limitarono semplicemente ad attribuire lo stato d’animo del gelido bardo ad alcuni ricordi riaffiorati sul momento, percio’ attesero pazientemente. Il mezzelfo riapri’ gli occhi, e continuando a fissare il vuoto riprese la sua narrazione, la voce palesemente incrinata dalla frustrazione.

“Nonostante tutti i suoi sforzi per sentirsi piu’ accettato dal mondo, abilmente nascosti da un pesante strato di perfidia e di freddezza, Koryu si sentiva solo. La sua solitudine durava da cosi’ tanto tempo che si accorse di esserne dilaniato. Non gli bastava piu’ la collaborazione con i Conquistatori o l’amicizia di Obril e Mantis, voleva qualcosa di diverso. Forse fu proprio a causa di questa ossessione, del desiderare l’amore ad ogni costo, che conobbe una felar dal cuore puro e che non si oppose a lei, quando cercava di avvicinarlo. Al contrario, egli ne era segretamente contento. Tento’ di illudersi e di convincere se stesso che quello che provava per la felar fosse amore, ma non ci riusci’, e semplicemente continuo’ ad accettare passivamente ogni gesto d’affetto della felar. Koryu vi giacque insieme, la protesse quando ella si ritrovo’ invischiata in un pericoloso scontro di cabale e la tiro’ fuori dalla situazione prima che fosse troppo tardi. I due ebbero anche una figlia, ed anche in quell’occasione Koryu cerco’ di convincersi che stava facendo la cosa giusta, ma non ce la fece. Non era felice, ed il suo tentativo fallito di essere piu’ umano non fece altro che alimentare la fiamma della frustrazione che lo consumava. Questa situazione prosegui’ per circa quattro anni, al termine dei quali il felar cadeva nel piu’ puro terrore ogni volta che doveva vedere la felar e sua figlia. Era terrorizzato da loro, dal fatto che i loro sentimenti fossero cosi’ intensi e che i suoi fossero nulli. Per questa ragione egli si dedicava anima e corpo, per piu’ tempo possibile, all’assoluzione dei suoi doveri da Conquistatore.”

“Durante questi anni, contemporaneamente alle vicende emotive di Koryu, cresceva grazie a Krisaore l’impero di Khyr’ Nash. Era una vasta porzione di territorio nella parte orientale del continente, ma dotata di un’organizzazione alquanto scarsa. Krisaore, con prolungati sotterfugi, assassini, e qualsiasi altro mezzo potesse addirsi al capo dei Conquistatori, ruolo che lui ricopriva, si guadagno’ con calma una posizione elevata, fino a che non fu in condizione di sterminare grazie all’aiuto dei suoi compagni di cabala qualsiasi ostacolo si trovasse lungo la strada tra lui e la posizione di massimo potere del regno. Fu cosi’, l’abilita’ dei Conquistatori nell’omicidio e nel sotterfugio non aveva rivali, ed ora erano anche provvisti dell’immensa forza di un intero impero, nonostante il loro nome fosse ancora avvolto nel piu’ fitto mistero.”

“Una volta portati a termine tutti i compiti che urgevano a Khyr’ Nash, Koryu pote’ ritirarsi nella foresta di Haon Dor, da solo a meditare. Non voleva essere disturbato da nessuno e per nessun motivo, ma l’arrivo di colei che sconvolse la sua vita, per l’ennesima volta, deluse le sue aspettative. Era una donna e giunse in una notte di primavera, silenziosamente, ma non abbastanza silenziosamente per Koryu, che di una foresta percepiva ogni piu’ insignificante dettaglio. Sembrava di gran fretta, e pareva non essersi accorta del felar, ma a lui non importo’ affatto. Ora era fin troppo incuriosito per lasciarla andare, e muovendosi di soppiatto la segui’ per un poco, osservandola e studiando ogni suo movimento. Si muoveva aggraziatamente, ed i suoi capelli neri ondeggiavano ad ogni suo passo, sfiorandole le nude braccia fin troppo candide. Era una donna molto bella, seppur caratterizzata da un pallore atipico e da uno sguardo intenso. Koryu fu sopraffatto dalla curiosita’ e la fermo’, chiamandola e minacciandola con il tono tetro che riservava solo alle vittime dei suoi appostamenti, sebbene non intendesse ancora farle del male. Lei si volto’ spaventata, ed i due si fissarono a lungo, senza dire nulla. Poi cominciarono a parlare, dapprima con sospetto, poi pian piano in modo piu’ disinvolto, mentre si avvicinavano e si presentavano vicendevolmente. Lei aveva superato lo spavento, e se Koryu una volta avrebbe avuto difficolta’ non indifferenti nello stabilire un contatto pacifico con qualcuno, gli anni e l’esperienza lo avevano temprato ed in questa occasione non trovo’ alcun problema nel parlare. Solo la bellezza della donna lo lasciava talvolta interdetto. Solo le sue movenze aggraziate, lo sguardo magnetico ed i bianchi denti dai canini acuminati, le sue forme provocanti e il suo vestito seducente ed intrigante.”

“Nessuno sa se il loro fu amore. Cio’ che si sa e’ che Koryu spezzo’ il cuore e l’animo della felar e di sua figlia, e lo fece senza il minimo rimorso. Egli avrebbe sterminato intere popolazioni, se cio’ fosse servito ad avvicinarlo alla misteriosa donna. Per questo abbandonare la felar e la sua figlia gli sembro’ un’azione che valeva la pena compiere, nonostante fosse qualcosa di atroce. Lo fece, e fu per un numero imprecisato di anni di sola proprieta’ esclusiva di quella bellezza eterea, propria della donna che frequento’ assiduamente, ed alla quale concesse tutto di se. Lei accetto’, e si prese il suo corpo, il suo sangue e il suo cuore senza nessuno scrupolo. Era un diavolo, una bestia lussuriosa, ma a Koryu andava bene cosi’ fintanto che poteva  vederla, accarezzarla, e giacere con lei, preda di una passione che ancora non sapeva di avere. Finalmente il felar era felice, dopo cosi’ tanto tempo passato alla ricerca di quella sensazione. Non rivide mai piu’ la felar e sua figlia. Mai piu’.”

“Fu la guerra a dividere i due amanti. La situazione a Khyr’ Nash in quegli anni era migliorata sotto molti punti di vista, ma gravemente peggiorata sotto altri. Infatti, nonostante Krisaore avesse egregiamente tenuta segreta la sua identita’ di Conquistatore, si attiro’ l’odio di molti, in qualita’ di re dell’impero che aveva soggiogato. Precisamente, la causa del conflitto che investi’ Khyr’ Nash, avvenne quando, durante un incontro tra Krisaore in persona e Furion, necromante e noto membro della cabala degli Shalafi, i signori della magia, il Conquistatore, stanco delle trattative e del tono fin troppo arrogante dello Shalafi, lancio’ contro di lui un potente incantesimo di compulsione e di ammaliamento mentale. Lo costrinse, annientando la sua volonta’, a mettersi in ridicolo di fronte a tutti, e Furion se la lego’ al dito. Torno’ dopo un mese esatto a Khyr’ Nash, seguito da quasi tutti i signori della magia. Anche Mantis lo era, ma ovviamente non fu presente quel giorno per rispetto del suo amico. Tutti i conquistatori furono convocati a difesa delle strade cittadine della capitale. La battaglia fu violentissima. I signori della magia si sbarazzavano di ogni guardia tentasse di sbarrare loro la strada, lanciando devastanti incantesimi combinati ed evocando creature da altri piani di esistenza. La loro marcia sembrava inarrestabile, ma nonostante questo i Conquistatori non si perdettero d’animo e, come erano soliti fare, li studiarono, e attesero fino a che non fossero divisi. Rimasero astutamente sempre a coppie di due, di modo che fossero meno vulnerabili agli omicidi silenziosi che erano la firma dei signori delle ombre. I combattimenti si protrassero per ore e ore, durante le quali i Conquistatori tentavano di uccidere i signori della magia senza mai ingaggiarli direttamente, e loro al contrario tentavano disperatamente di stanarli. Dopo altre ore di scontri, il bilancio era tragico. I Conquistatori riuscivano con successo ad assassinare gli Shalafi, ma dal momento che questi ultimi giravano in coppia, colui che sopravviveva era abbastanza svelto da investire il Conquistatore con la sua arcana magia prima che potesse di nuovo trovare rifugio tra le ombre. E gli Shalafi erano molti di piu’. La stessa sorte tocco’ anche a Koryu che, tra gli ultimi Conquistatori superstiti, tento’ un disperato attacco a Furion stesso, cercando di dilaniare i suoi reni con un doppio attacco che avrebbe dovuto non lasciargli speranza. Fu questione di un attimo. Lui che usciva dal suo nascondiglio, le sue lame che si conficcavano nelle carni del necromante. Un urlo di dolore, e le braccia di Koryu si paralizzarono preda di chissa’ quale diavoleria magica. Koryu ebbe appena il tempo di imprecare mentalmente contro gli stregoni e la loro magia che in vita gli aveva portato solo disgrazie, prima di venire raggiunto da una palla di fuoco che lo sbalzo’ violentemente indietro di parecchi metri spezzandogli alcune costole, e che ustiono’ profondamente le sue carni. I due Shalafi non infierirono su di lui, e lo lasciarono agonizzante, senza nemmeno la forza di lamentarsi per l’atroce dolore, mentre continuavano in modo sistematico la loro opera punitiva. Koryu scopri’ in seguito che era stata una disfatta, e che i Conquistatori ne erano usciti sconfitti nonostante avessero spedito all’inferno parecchi di quegli incantatori. Ma in quel momento, perse semplicemente i sensi.”

Il bardo si interruppe, e guardo’ il tavolo attorno a se. Senza dire una parola si chino’ e afferro’ un boccale di birra mezzo vuoto appartenente ad uno dei presenti, e ne tracanno’ il contenuto dissetandosi, per poi rimetterlo via. Il proprietario non fece una piega, e si limito’ come tutti ad attendere trepidante che il bardo continuasse a narrare. Ed egli riprese.

“La disgrazia di Koryu era appena cominciata. Si risveglio’ in piena notte in preda a dolori disumani, e si lascio’ andare ad un gemito che esprimeva si la sua sofferenza, ma anche e soprattutto la sua rabbia. Si sforzo’ per rimettersi in piedi, e cammino’ lentamente ed incespicando spesso fuori dalla citta’, nel bosco. Li’ pote’ curare almeno le ustioni in modo molto sommario, applicandovi degli unguenti che bruciavano in modo insopportabile, mentre stoicamente sopportava il dolore delle fratture, sospinto solo dal desiderio di ritornare dalla sua amata dalla pelle candida e dai lunghi capelli neri. Il resto non gli importava.”

“Ebbe una sorpresa molto amara quando al suo ritorno non la trovo’. Subito venne assalito dal panico, dimenticando addirittura di cercare Obril perche’ gli mettesse a posto le costole, e diede inizio ad una frenetica ricerca della donna. Non si trovava da nessuna parte, e nessuno sembrava averla vista. Koryu si privo’ del sonno per giorni e giorni, mentre la disperazione di aver perduto colei alla quale aveva dato tutto se stesso si faceva rapidamente strada in lui. Dov’era andata? E perche’ l’aveva fatto? Sarebbe tornata? Quando? A nessuna di queste domande Koryu seppe mai trovare risposta, perche’ la sua amata non fece mai piu’ ritorno. Si dice che il suo grido di furia, di dolore e di sofferenza risuono’ per tutta Haon Dor, riempiendo di terrore i cuori di coloro che si trovavano in quel luogo. Da quel momento, Koryu tornava ad essere l’ombra assassina, spietata e senza cuore che in fondo era sempre stata. L’essere stato abbandonato cosi’ gli dava una inarrestabile furia omicida, che sfogava ogni volta che gli era possibile, sia per conto dei Conquistatori che stavano meditando la loro vendetta nei confronti degli Shalafi, sia per conto proprio, in nome solamente di una macabra soddisfazione personale. Nemmeno Mantis ed Obril furono in grado di placare il suo animo turbolento, che lo accompagno’ per tutti gli anni a venire. Fu l’ombra di se stesso, prima che gli si presentasse la sua ultima possibilita’ per tornare alla vita.”

“La sua possibilita’ si chiamava Elhune. Una donna giovane, se possibile ancora piu’ bella di colei che era scomparsa misteriosamente, dalla carnagione chiara e dai fluenti capelli corvini. Il suo corpo era esile all’apparenza, ma le sue forme erano morbide e ben pronunciate, e nel complesso era di un fascino magnetico avvolto da mistero e malizia.”

“Il loro primo incontro fu freddo e sbrigativo. Era notte e la luna splendeva alta nel cielo, filtrando attraverso la spettrale nebbiolina di un cimitero. Lei le disse che aveva alcune persone scomode di cui voleva sbarazzarsi, e diede a Koryu una lista di nomi scritta su una pergamena arrotolata, aggiungendo alla fine quale sarebbe stato il compenso per un lavoro ben svolto. Era una cifra esorbitante, ma a Koryu non importava. Avrebbe accettato anche solo per il gusto di poter uccidere ancora, ed infatti accetto’. Si diedero appuntamento in quello stesso luogo, ogni volta che ci fossero stati degli aggiornamenti lui sarebbe dovuto tornare. Lei inoltre aggiunse, con un sorrisetto malizioso e terribilmente intrigante, che non si sarebbe mossa da li.”

Il bardo divenne visibilmente nervoso. La sua fronte era imperlata di sudore, e le sue mani tremavano leggermente pizzicando la lira. Si umetto’ le secche labbra piu’ volte, prima di riuscire a riprendere la narrazione.

“Koryu tornava dopo ogni efferato omicidio da Elhune. Ed ogni volta, i due avevano occasione di parlare, di conoscersi. Lei era attratta dalla natura selvaggia e sanguinaria del felar, mentre lui, da parte sua, era inspiegabilmente affascinato da quella donna cosi’ misteriosa, al punto tale che quando si trovava con lei la sua mente si sgombrava da ogni pensiero. Viveva per i suoi occhi, per le sue labbra e per la sua pelle.”

“La situazione duro’ alcuni mesi, quando alla fine il felar ritorno’ nel cimitero riconsegnando ad Elhune la pergamena. Come richiesto, li aveva massacrati tutti. Lei lo fisso’ suadente, mentre mormorava le sue parole soddisfatte in un sussurro che sembrava strappare via l’anima di Koryu. Si volto’, e gli fece cenno di seguirlo mentre, vestita solo di impalpabili veli, si dirigeva a piedi scalzi in una cripta. Lui la segui’ senza nemmeno pensarci, giu’ per dei freddi scalini di pietra e attraverso una fitta rete di corridoi, finche’ entrambi non giunsero in una stanza che assomigliava ad un mattatoio. Non c’era nulla al suo interno, se non una gigantesca vasca circolare piena di sangue, al cui centro spiccava inquietante la mastodontica statua di un drago. Appesi al soffitto per i polsi, uomini e donne di ogni eta’, senza la parte inferiore del loro corpo, gocciolavano il rosso fluido dentro la vasca, producendo un sordo rumore snervante. Koryu non ricordava piu’ da quanto tempo non si sentisse in quel modo, ma in quel momento seppe di essere terrorizzato. Terrore che svani’ lasciando il posto ad una brama e un desiderio smodati, quando egli vide Elhune lasciar ricadere a terra i propri veli con un gesto aggraziato e pieno di sensualita’. Lei non attese e si immerse nella vasca piena di sangue, voltandosi poi verso Koryu ed emettendo un basso e sensuale mugolio soddisfatto, fissandolo in un silenzioso invito a raggiungerla. Ed anche il felar, con dei gesti quasi automatici, si spoglio’ e raggiunse la donna nella vasca, mentre lei continuava a sorridergli intrigandolo, e passandosi le dita bagnate di sangue sulle labbra, senza smettere di fissarlo.”

“In quel luogo oscuro consacrato agli Dei del male, e a tutto cio’ che di piu’ perverso esista, i due si unirono, e, in un turbine di passione travolgente, essi furono un’ unica anima e un unico corpo. Di nuovo, Koryu aveva ritrovato se stesso.”

“Dopo quella sera, Koryu non fu mai piu’ rivisto. Tante sono le leggende che ruotano attorno alla sua scomparsa, ma io questa notte, signori” disse il mezzelfo fissando gli astanti rapiti, rivolgendosi direttamente a loro per la prima volta “io questa notte vi porto la verita’. Koryu ed Elhune si amarono durante tutti quei lunghi anni, entrambi sperando che il loro idillio non sarebbe mai finito. Vissero nella cripta, in un modo osceno, perverso e depravato, ma a loro andava bene cosi’. Koryu usciva a procacciare cibo e sangue ogni giorno, ognuno uguale all’altro, ma ciascuno di essi per lui cosi’ bello e cosi’ indimenticabile. Ma proprio durante uno di questi giorni apparentemente normali, Koryu fece ritorno per trovare con suo sommo orrore la sua amata, o meglio, i suoi residui quasi totalmente carbonizzati, trafitta da un palo di legno all’altezza del cuore. Koryu non pianse, non poteva farlo. Ma la sua ira gli esplose in corpo con una tale violenza da esserne dilaniato. Sapeva che cosa doveva fare. Fu ritrovato alcuni giorni dopo la sua morte, circondato da decine e decine di cadaveri degli appartenenti a quella setta di cui la bella Elhune le aveva parlato, di quella setta che lui stesso, anni prima, aveva cercato di eliminare senza sapere di chi si trattasse. Il suo corpo era martoriato, ed aveva le sue due spade conficcate con forza nel petto, le sue stesse mani ancora strette sulle else. Troppo per lui era continuare a vivere recando con se il fardello dell’ennesima perdita, di una vita che contro di lui aveva complottato fin da quando era al mondo. Non fu piu’ abbastanza forte per sopportare questa sofferenza, al confronto della quale tutte le sevizie che aveva subito da parte dei suoi carnefici stregoni sembravano solo una lieve carezza.”

“E finalmente, perseguendo lo scopo che inseguiva da tutta la vita, egli fu libero, e sulle ali della liberta’ la sua anima spicco’ il volo verso il terribile abisso, ma che era certo un luogo migliore di quell’inferno in terra.”

Il bardo pizzico’ ancora le corde della lira, per qualche secondo, lasciando sfumare delicatamente il suono fino a che esso non scomparve serpeggiando tra gli attoniti e gli ammutoliti avventori. Non diede loro il tempo di fare nulla. Getto’ via la lira sul pavimento, non con rabbia, ma quasi con fretta, e febbrilmente le sue mani corsero all’elsa della propria arma assicurata alla cinta. La impugno’, e se la pianto’ dritta in profondita’ nel cuore, mentre il sangue macchiava i suoi vestiti. Si accascio’ sul tavolo, e, mentre le grida stupefatte dei presenti gli giungevano alle orecchie, si concesse un sorriso, per la prima volta da quando era ritornato dal suo viaggio. Chiuse gli occhi, e si abbandono’ sorridente tra le fredde braccia della morte.

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giovedì, 26 giugno 2008,17:21
Io sono fermamente convinto che ognuno e' libero di andare in giro abbigliato come vuole. Lo dice uno che si veste con pelle umana, borchie, ed altri orpelli di dubbio gusto.

Fatta questa premessa, faccio anche quella che "C'e' un limite a tutto". Uniamo le due cose, ed abbiamo lo spettacolo abominevole di una inconsapevole Torino un pomeriggio d'estate. Oggi ho visto, non rigorosamente nello stesso ordine.

- Vecchi. Vecchi ovunque. Seduti su scomode panchine ad aspettare la morte, che magari sopraggiungesse in fretta sarebbe una gran cosa per tutti - overmind ti imploro, fa che anche quest'anno il caldo sia la mano santa che ci liberera' dal vecchiume in eccesso - , mentre squallidamente, come fossero un'unica entita', muovevano i loro improvvisati ventagli facendosi aria. Li avesse visti una nuotatrice sincronizzata si sarebbe mangiata il fegato dall'invidia. Non parlavano. Questi vecchi si conoscono tutti, ma non si parlano. Trovano molto piu' interessante l'insistente contemplazione di un metallaro che porta a spasso il suo cane. Fottuti vecchiarelli. All'informazioni per il servizio civile come ha parlato di assistenza agli anziani devo aver fatto una faccia tale da spingere la tizia a dire dopo neanche due secondi "Mh, forse quella no". Che gente sensitiva.

- Truzzi. In numero sempre maggiore, non mi capacito. Si fotocopiano, si originano per scissione come le amebe (questa e' accreditata, spiega anche il livello di intelligenza), escono dalle fottute pareti, nessuno lo sa. Quello che pero' tutti sanno e' che sono uno spettacolo inguardabile di rara bruttezza. Credo sarebbe piu' dignitoso andare in giro con una grossa merda di albatross in testa, piuttosto che con quelle acconciature che costano 1 intero tubetto di gel ed un intero team di parrucchieri col gusto dell'orrido altamente qualificati, ma che fanno cagare comunque. Magliettine rosa attillate coi fiorellini sono all'ordine del giorno, cosi' come le ciabatte infradito, ma oggi abbiamo polverizzato qualsiasi record con una camicia completamente leopardata. Avevo voglia di vomitare e di ridere. Contemporaneamente. Non so, son sempre piu' convinto che panorami simili ledano la mia intelligenza.

- Una donna. Vestita come segue: Dei pantaloncini azzurri striminziti. Per striminziti intendo che un qualsiasi paio di boxer da uomo e' due volte piu' grande. Un paio di stivali da cowboy con speroni. Sotto al ginocchio due fascette con attaccate delle strisce di cuoio che drappeggiavano orribilmente sui polpacci rachitici. Un top giallo canarino. Un ridicolo cappellino da baseball.

- Ciccione. Tante, tantissime palle di lardo vestite come tante zoccole. Non nutro dubbi che lo siano, ma credo che, a livello pratico, vedere grasso corporeo debordare ad ogni passo da oltre l'orlo degli attillati pantaloni, attraverso i quali si intravede la sagoma della loro mutanda xxl, farebbe scendere sotto zero la libido di qualsiasi ninfomane. Una aveva una minuscola canottierina viola di "Dimensione Danza". Il mio cervello mi gioca tiri mancini, e mi ha costretto a immaginare la suddetta cicciona che "Danzava". L'immagine successiva e' stata questa. Sono sicuro che tutti quelli che hanno almeno la mia eta' sanno di cosa sto parlando.


Immagini che non andranno mai piu' via.

Fra
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lunedì, 23 giugno 2008,19:47

E’ il 29 settembre, anno 2038, ore 02.36. Sono passati esattamente cinquantaquattro giorni da quando Hallen mi ha trascinato assieme a lui nella “Piu’ eccitante spedizione della nostra vita.” Potrebbero chiamarci archeologi, o avventurieri, profanatori di tombe. Tutte le definizioni sono esatte, siamo ricercatori dell’antico. Ed abbiamo vissuto la piu’ eccitante spedizione della nostra vita.

 

“Hallen, dove sarebbe questo luogo di preciso?”

Egli picchetto’ freneticamente con un dito, nel mezzo di una delle sue mappe, che ingombravano tutto il tavolino di cristallo.

“Te l’ho detto sta nel bel mezzo del Gorgoth. I nativi ne parlano malvolentieri, ma sono gia’ stato li da quelle parti e sono riuscito a cavargli fuori qualche informazione. Vedi, il luogo esatto e’ questo” disse puntando col dito una croce che aveva tracciato sulla carta “E dovrebbe essere una specie di tempio sorto da sotto la sabbia. Dopo il tornado che ha investito il Gorgoth nel 2025, a quanto pare la sabbia si e’ smossa ed e’ venuta alla luce questa costruzione. Gli indigeni non ci si avvicinano, sai quanto sono superstiziose queste civilta’. Ma noi possiamo andarci, non sei curioso?” Disse sfoderando un sorriso smagliante.

“Per me non e’ un problema… Con un qualsiasi veicolo possiamo raggiungere questo posto e sbrigarcela in fretta.” Affermai io, riempiendo due bicchieri con del whisky, e porgendone uno ad Hallen.

“Eh no, non funziona cosi’. O a piedi o niente.”

“Cosa? E per qual motivo di grazia?”

Hallen sbuffo’, come se odiasse spiegarsi piu’ del necessario. In effetti, lo detestava profondamente.

“Perche’ i nativi hanno detto – o meglio, hanno gesticolato – che il tempio e’ venuto su in mezzo a una specie di pantano, delle sabbie mobili insomma. Non possiamo andarci nemmeno con degli hovercraft, la sabbia li metterebbe fuori uso in pochissimo tempo. Ci tocca camminare come nella migliore tradizione purtroppo. Ma l’accampamento” Si affretto’ a dire lui come per togliermi a forza dalla mente qualsiasi ripensamento “E’ ad appena una settimana di cammino dal nostro obbiettivo, dovremmo farcela senza troppi problemi.”

Sospirai, desiderando ardentemente di essere ansioso di mettermi in viaggio quanto lo era lui. Sorseggiammo il whisky senza parlare per alcuni secondi, poi spezzai il silenzio:

“Sai che voglio ritirarmi vero Hallen? Sai che mi ero promesso che non mi sarei mai piu’ buttato a capofitto in avventure del genere? Ho una moglie e una bambina bellissima ora, e devo pensare a loro, prima che a me.”

“Lo so lo so. Ma andiamo, mi negheresti mai l’ultima avventura? Dopo vent’anni che andiamo insieme, spalla a spalla, a svelare i misteri nel mondo?”

Ridacchiai. “Sei un gran bastardo a far leva sul mio sentimentalismo.”

“Non dirmi cosi’, lo faccio anche per tenerti in forma, vecchio amico mio.” Disse Hallen ridendo a sua volta.

“Dai, posso concederti l’ultima avventura in fondo.” Scolai il bicchiere di whisky in un solo sorso, e diedi un rapido sguardo alle carte che aveva portato Hallen. “Ma promettimi che poi non ti vedro’ mai piu’ se non per il Kor ‘e Mal, per la Festa del Tiranno e per il tuo matrimonio. Intesi?”

Si mise a ridere allegramente, e mi gratifico’ di una vigorosa e goliardica pacca sulla spalla. “Promesso. Adesso pero’ fila a farti lo zaino e a dare bacino alla famiglia, e dille che tanto tornerai presto, te lo garantisco.”

“Vado. Aspettami qui, una mezz’ora e sono pronto a partire.”

 

Ed infatti, dopo mezz’ora discesi da lui con il mio zaino, contenente tutto cio’ che sapevo sarebbe tornato utile alla sopravvivenza. Salutai mia moglie e mia figlia, e cosi’ fece Hallen amichevolmente, dopo aver recuperato con cura tutte le sue mappe. Uscimmo di casa, e prendemmo il primo hovercraft verso l’aeroporto, mentre davamo il via alla spedizione piu’ incredibile della nostra vita.

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domenica, 22 giugno 2008,20:02

La donna si tolse dalla schiena il fucile e lo appoggio’ contro un armadietto, andandosi poi a sedere accanto all’uomo, e squadrandolo rapidamente. “Sei esausto, hai bisogno di dormire e hai un braccio sanguinante.”

“Mh?” Lui si guardo’ il braccio con cui aveva spaccato la vetrina, tagliato in piu’ punti e con ancora dei frammenti di vetro dentro le ferite.

 “Non mi ero accorto. Ero troppo stanco per sentire il dolore.” Cerco’ infine di sdrammatizzare, senza successo. L’espressione della donna era decisamente preoccupata, sebbene tentasse di celarlo. Quest’ultima prese infine la scatoletta nera che portava al fianco e la apri’, rivelando al suo interno dei ferri di precisione e dei bendaggi, insieme ad un paio di siringhe. Lui le rivolse uno sguardo di silenziosa gratitudine, osservandola mentre lo medicava. Gli tolse abilmente i cocci dal braccio, senza fargli male, e comincio’ a bendarlo, esitante. Infine si decise, e parlo’.

“Fang…?”

Lui la guardo’ senza dire niente, rivolgendole la sua attenzione.

“Non te l’ho mai chiesto, ma voglio saperlo ora. Perche’ hai fatto tutto questo? Perche’ mi hai portato via da quell’orrore, mettendoti in una situazione terribile? Eri l’orgoglio del tuo squadrone… Avevi infinite possibilita’… E…”

Non pote’ piu’ continuare, le sue dita tremarono in modo appena percettibile, mentre stringeva la fasciatura. Lui non attese che continuasse, e le rispose subito.

“Perche’ sentivo di dovere. Eri da sola in un mondo che non ti appartiene, e non c’e’ nulla di peggio che essere soli. Non volevo che tu lo fossi, volevo che qualcuno combattesse  al tuo fianco la lotta per la tua liberta’. Ecco qual e’ la ragione.”

Lei abbasso’ lo sguardo, e smise di armeggiare con le ferite dell’uomo, pur senza aver chiuso il bendaggio, come se si sentisse in colpa per quel che era successo. E fu in quel momento, il momento in cui lei era piu’ fragile e vulnerabile, che successe l’inaspettato. Lui le prese il mento tra le dita, e le sollevo’ lo sguardo, rivolgendole uno dei suoi rari sorrisi. “Non sentirti in colpa” disse a bassa voce “perche’ quello che ho fatto, se potessi tornare indietro, lo rifarei ad occhi chiusi.”

Avvicino’ le sue labbra a quelle di lei, e vi depose un lieve bacio. Non ebbe il tempo di fare nient’altro. Senti’ la delicata mano di lei dietro la nuca affondare tra i capelli, e le labbra della donna che baciavano le sue piu’ vigorosamente, con passione. Ed entrambi persero la cognizione del tempo.

Lei gli si mise a cavalcioni, continuando a baciarlo abbandonata a lui, sospirando dall’emozione, mentre sentiva le mani dell’uomo, grandi, ma straordinariamente dolci nell’accarezzarla, sui fianchi.

“Amami questa notte.” Mormoro’ lui sommessamente, mentre chiudeva le braccia attorno ai fianchi della donna, abbracciandola e tenendola stretta a se, come avesse paura che qualcuno potesse portargliela via da un momento all’altro. Lei rispose con un sorrisetto, dolce e ambiguo allo stesso tempo, e le sue dita scivolarono sotto la maglia di lui, carezzando brevemente la pelle e seguendo i contorni dei muscoli, prima di sollevarla e di togliergliela per poi gettarla di lato. Lo accarezzo’ ancora per alcuni istanti, e le sue labbra vennero attirate dal suo collo. Comincio’ a baciarlo piano e in modo seducente, sentendo distintamente le mani di lui sulla cerniera della sua mimetica. Fremette piano dall’impazienza, e prese a baciarlo con piu’ vigore.

Quando la sua tuta fu aperta, dal collo fino alle natiche, si rialzo’ in piedi e se ne disfo’, senza distogliere lo sguardo da quello del suo uomo, come se volesse fare tesoro di ogni sua espressione, in questo caso maliziosa, che lei accoglieva con un sorrisetto soddisfatto. Nuda, senza alcuna vergogna nell’esserlo, poso’ le mani sulle robuste spalle dell’uomo e lo costrinse sdraiato sulla panca. Gli si mise nuovamente a cavalcioni, cominciando ad armeggiare febbrilmente con la sua cintura, mentre lui le sfiorava il corpo, provocandole dei brividi e facendo sfuggire degli ansiti alle sue labbra.

E quando infine l’uomo fu nudo come la donna, in quel comune spogliatoio, illuminarono con il loro amore un mondo sprofondato nell’abisso di un’epoca oscura.

 

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Dunque, dal momento che questo racconto e' stato ispirato a un sogno che ho fatto, dovrebbe concludersi qui. Non escludo che prima o poi potrei continuarlo, dal momento che e' una trama ancora aperta, ma per il momento e' questo. Spero sia piaciuto.

Fra

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sabato, 21 giugno 2008,17:44
Sono uscito e sono tornato adesso a casa. Ho fatto una full immersion nella Torino di sabato pomeriggio, se avessi sei maroni mi sarei sparato in tutti e sei. Due colpi ciascuno. Sono andato alla Fnac convinto di comprare i biglietti per l'Evolution di Milano. Il tipo ha bofonchiato qualcosa su un qualcosa che non funzionava e mi ha congedato con un "Ripassa". Per consolarmi ho comprato un paio di cuffie per pc di quelle comoderrime, che c'hanno l'imbottitura che ti isola dai rumori e non ti fa venire le escoriazioni ai lobi auricolari.

Giunto, ho scoperto che la mia adorabile genitrice me ne ha comprato anche lei un paio, belle come quelle che avevo trovato io. Lei ha speso due euri, io ne ho spesi quindici. Se non fossi stato contento del pensiero avrei tirato una di quelle bestemmie che m'avrebbero sentito fino in Norvegia, e Burzum avrebbe cominciato a urlare che il giorno del giudizio e' alle porte, Belial mio maestro il tuo tempo e' giunto. Sticazzi Burzy.

Quindi niente di fatto, la mia uscita nel mondo e' servita solo a incazzarmi con truzzi, vecchi rincoglioniti, piccole troie crescono. La prossima volta ci torno di lunedi' mattina alle 9, almeno riduco all'osso tutta sta gente che non sa che altro fare se non stare in mezzo alle balle mie. E magari riesco addirittura a non perdere quindici euri. Tanto sarei dovuto tornare per i biglietti. Autoconvincimento in corso.

E poi le ultime notizie sul fronte politico, m'ero tanto ripromesso di non parlarne ma e' piu' forte di me. Il leggendario nano pelato, apparentemente detentore di immortalita' perche' ancora non sembra decidersi a voler tirare le cuoia e liberarci della sua fastidiosa presenza, ha uscito (N.B. L'espressione e' volutamente scorretta.) una nuova entusiasmante legge per garantire a lui medesimo e a tutti i suoi compagni ladri e criminali l'immunita' giudiziaria. Chiaramente, il povero Silvio ne aveva i coglioni pieni di tutti questi processi contro di lui, nemmeno avesse fatto qualcosa di male. E quindi ha pensato bene di garantire l'immunita' giudiziaria a lui e a tutto gli altri.
Ora io non sono uno studioso di politica, di sociologia, ne di altri cazzi, ma senso comune mi direbbe di urlare "Ma vaffanculo" a pieni polmoni. Cazzo, morite tutti, tanto per quello a cui servite.

"FASTER, THIS WORLD IS HEADING STRAIGHT INTO A BIG DISASTER"

Cantavano cosi' i Rage nel lontano 1992. "Enough is Enough". E non mi sono mai sentito cosi' d'accordo.

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sabato, 21 giugno 2008,14:53
Il tema di oggi e':

COME CAZZO SI FA?

Abbiamo un ventiduenne quasi ventitreenne come protagonista. Egli, preda di costante indecisione sul come proseguire la sua vita in modo decoroso, e dando origine a un delizioso connubio con una tanto ricercata indipendenza, prima decide di lavorare, per guadagnare denaro e cominciare a pagarsi la sua dipendenza. Ma:

Come cazzo si fa a lavorare quando hai un cesso diploma europeo?

Perche' naturalmente il lavoro al giorno d'oggi e' bestiale, spietato, fatto da parole importate dalla tanto stimata America, c'e' una ricerca elevatissima di Program Computing Market Salesman Teleseller Problem Solving. Mi piacerebbe vedere uno di questi tizi che si autoproclamano Program eccetera. Probabilmente li inviterei a casa mia. Gli offrirei un the, e dei pasticcini. E mentre sta per addentare il suo preferito, quello con la panna, gli tirerei uno di quelli sganassoni da cappottarlo, e gli chiederei, rigorosamente urlando, che cazzo c'ha in quella testa.

Ora a quelli di voi che staranno pensando "Ahahahah, barbone! Va a lavare i gabinetti/togliere la monnezza/varie ed eventuali!", dedico il secondo ma:

Come cazzo si fa a lavorare quando hai la concorrenza di extracomunitari che fanno lo stesso lavoro che saresti disposto a fare anche tu, ma meglio e facendosi pagare meno?

Whatever.

Allora qualcuno obbiettera' "Vai a studiare fancazzista! Pelandrone!"

In effetti. Devo dire che, a parte tutte le rotture di cazzo tipiche dello studio, mi piacerebbe. Ma:

Come cazzo si fa a studiare quando non hai un soldo bucato nemmeno per comprarti le sigarette?

Per fare soldi ci vuole il lavoro. Per averci il lavoro ci sono di mezzo i come cazzo si fa poco piu' sopra. Il ventiduenne ha deciso che frequentera' uno di quei corsi brevi e scrausi per diventare programmatore. Tipo l'ECDL ma non cosi' insulso. Come lo paghera'? Con una botta di culo colossale. Ricevendo un'eredita, vincendo al gratta e vinci, oppure trovando un lavoro. Tanto le possibilita' per tutte e tre le cose sono piu' o meno le stesse.

Oppure fara' l'elemosina ai suoi vecchi, e si fara' trapiantare qualche fegato.

Mi sa che faccio meglio a scrivere.

Fra
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mercoledì, 18 giugno 2008,22:34

Entrambi rimasero in silenzio, immersi nell’oscurita’ che solo la debole luce proveniente dalla strada fendeva a malapena. Assolutamente immobili, muovevano appena le labbra per comunicare, con il tono di voce piu’ basso possibile.

“Non hai una EMP immagino.”

“No, e ho solo due colpi nel caricatore. Se ricarico, ci individua subito.” Rispose lui prontamente.

“Ascolta, e’ questione di secondi prima che lui entri. Mira dove miro io, e appena faccio fuoco spara anche tu.” Aggiunse.

“Che cosa…?”

L’ansito smorzato di una maschera antigas li fece rabbrividire.

“Fidati, fa come ho detto! Non c’e’ tempo!”

Lei non disse altro, e segui’ la traiettoria della pistola dell’uomo, puntando il Meatgrinder in quella direzione. Smisero entrambi di respirare, divorati dalla tensione, e un altro ansito giunse alle loro orecchie. Passarono alcuni secondi, poi altri ancora. L’uomo udi’ uno scricchiolio praticamente impercettibile, vide un lievissimo movimento dei cocci della vetrata ancora sparsi per terra, e seppe che era la sua occasione. Sparo’ gli ultimi due colpi che gli restavano in canna, e prego’. La risposta alla sua preghiera non tardo’ ad arrivare. Nel buio si aprirono due fori di proiettile del color del sangue, seguiti da un gemito di dolore, e dall’assordante esplosione del Meatgrinder della donna. Un istante piu’ tardi un corpo cominciava a comparire, pervaso di energia elettrica e con un foro nel torace grosso quanto la ruota di un’automobile, scaraventato parecchi metri piu’ indietro, fin sul marciapiede. Il generatore di campo elettromagnetico fece sussultare il cadavere dell’Hunter, e, in cortocircuito, si spense con un ronzio.

“Bel colpo.” Commento’ lui cinicamente, ma sollevato, mentre usciva dal suo riparo e ricaricava rapidamente le due pistole, estraendo dalle capienti tasche dei pantaloni le munizioni. Si avvicino’, senza curarsi di muoversi in silenzio, al cadavere, mentre la donna si riallacciava l’immenso cannone sulla schiena.

L’uomo ispeziono’ velocemente il cadavere dell’Hunter, ma non vi trovo’ addosso niente di utile. Gli tolse tuttavia la maschera antigas imbrattata di sangue, rimosse dal suo orecchio il comunicatore, e lo getto’ per terra per poi calpestarlo con il massiccio stivale riducendolo in frantumi. Ritorno’ nella macelleria ormai devastata, e raggiunse la donna che lo stava aspettando, indicandole con lo sguardo una porticina in fondo al negozio. “Quella e’ l’entrata di servizio. C’e’ un cortile che conduce alle abitazioni dei civili e agli altri negozi su questo lato di strada.”

Lei annui’ senza aggiungere altro, e lo precedette aprendo la porticina e varcandone la soglia.

Si trovavano ora in un cortile in ghiaia spoglio e trascurato, contrariamente all’aspetto presentabile dell’altro lato, e si presero il tempo necessario per studiare la zona. Davanti a loro torreggiavano inquietanti alti edifici condominiali, con tutte le finestre chiuse eccetto due, dalle quali proveniva una fioca luce, e che dava l’impressione che quell’ammasso di cemento e di mattoni avesse due occhi proprio puntati su di loro. Senza consultarsi, decisero di comune accordo di svoltare a sinistra e di continuare a costeggiare i negozi e le loro squallide porte in legno dalla vernice totalmente scrostata, fino a che, dopo un centinaio di metri, alla donna giunse la voce di lui, che le camminava dietro. “Entra qui. Potremo riposare per un po’.”

Lei si volto’ e, senza esitare, apri’ la porta che le era stata indicata, e si ritrovo’ in un ambiente spazioso e tiepido, i muri dalle piastrelle bianche, armadietti metallici affiancati da panche di legno che formavano degli approssimativi corridoi,e una stanza delle docce in fondo.

“Siamo in uno spogliatoio…?”

“Esatto.” Confermo’ lui. “Palestra Drago. Non chiedermi come faccio a saperlo perche’ non te lo saprei dire, lo so e basta.”

E cosi’ dicendo si trascino’ fino alla panca piu’ vicina, lasciandosi ricadere seduto ed emettendo un sospiro stanco e stremato.

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lunedì, 16 giugno 2008,19:54

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Hunter 3 a Hunter 1 e 2, soggetti in contatto visivo, ripeto, soggetti in contatto visivo. Si allontanano in direzione nordest, dirigetevi in quella zona ed attendeteli. Passo.

Ricevuto Hunter 3, procediamo all’accerchiamento.

Piano d’azione invariato. Attendete una mia comunicazione nel caso in cui perda le loro tracce. Chiudo.

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“Fermati.”

Ingiunse lui con tono imperioso, tuttavia basso, e con la mano alzata. Lei si immobilizzo’, e la sua mano corse istintivamente all’impugnatura del Meatgrind. Tutti e due rimasero fermi a lungo, guardandosi attorno senza muovere la testa. Avevano percorso appena un centinaio di metri ed avevano raggiunto i portici, prima che si fermassero in preda a un cattivo presagio.

“Sono loro…?” Domando’ lei in un sussurro, senza neanche muovere la testa. Lui annui’ impercettibilmente, senza parlare. Solo dopo alcuni interminabili secondi si decise a parlare, controllando il tono di voce.

“Sai gia’ che appena ricominceremo a muoverci il bastardo aprira’ il fuoco. Qualche idea?”

“Una decina di metri piu’ avanti c’e’ la vetrina di un negozio. Se riusciamo a raggiungerla da li sara’ piu’ facile stanarlo. Restare in campo aperto vuol dire morire.”

L’uomo emise una risata sommessa, tipica di chi si sta preparando a compiere un’azione importante. “E sia allora. Appena sfodero le pistole comincia a correre. Io ti seguiro’ coprendoci la strada. Pronta?”

Un respiro rieccheggio’ nell’aria, quasi un ansito, il respiro tipico di chi indossa una maschera antigas.

“Quando vuoi.”

Tutto cio’ che segui’ avvenne in un istante, come se tutto il mondo si muovesse al rallentatore. L’uomo estrasse le pistole e le strinse in pugno mentre si voltava all’indietro. Il boato di un colpo di Meatgrinder esplose a duecento metri di distanza, e il momento successivo polverizzava una delle colonne del porticato sotto cui i due si trovavano. La donna corse verso la vetrina, seguita dall’uomo che, correndo all’indietro, faceva cantare la coppia di pistole in un cadenzato ritmo di esplosioni. I proiettili fischiavano verso il punto immerso nell’oscurita’ da cui era partito il colpo, senza pero’ colpire nulla. E mentre lei stringeva nel pugno la mastodontica e mortale arma, lui colpiva la vetrina con una gomitata, frantumandola in mille pezzi, e continuando a sparare gli ultimi colpi con la seconda pistola.

“Dentro!” Urlo’, mentre lei si tuffava con agilita’ all’interno del negozio. Finiti i proiettili ci si butto’ dentro anche lui, ed entrambi corsero dietro il bancone di quella che si accorsero essere una macelleria. Il mondo ricomincio’ a muoversi a velocita’ normale.  

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domenica, 15 giugno 2008,18:24

“Li vedi?” Chiese lei.

Lui continuo’ a camminare a passo svelto, scuotendo la testa in segno di diniego. “E’ fuori questione, in particolar modo ora.”

L’oscurita’ della notte, spezzata solo dalla fioca luce di lampioni piazzati qua e la, avvolgeva quasi completamente entrambe le figure. Si muovevano ormai da giorni in territori a loro sconosciuti, con l’ardente desiderio di potersi fermare per qualche ora, ma senza effettivamente potere. Anche il loro autocontrollo stava combattendo un’aspra battaglia, e piu’ passava il tempo e piu’ sarebbe stato difficile che la vincesse.

Proseguirono senza dire piu’ una parola per diverse ore, evitando accuratamente tutte le fonti di luce della larga strada che stavano percorrendo. Una comune strada cittadina asfaltata, una delle grandi arterie del traffico, le cui corsie erano separate da aiuole con imponenti alberi a cui si intervallavano alti lampioni. Non una sola auto o un solo civile si vedeva quella notte. Non avevano con se i loro “Tracciatori”, meccanismi ottici grandi quanto un palmo che permettevano di riprodurre fedelmente anche interi quartieri, ma l’uomo sembrava sapere perfettamente dove andare. Giunsero infine in una piazzetta, di pianta rettangolare, al termine del lungo corso che avevano percorso. Palazzine segnalatorie prendevano posto lungo i marciapiedi al termine della strada, inconfondibili punti di transito del trasporto pubblico. Alcune panchine erano poste proprio sotto ad alcuni lampioni, rivolte verso la strada. Alle spalle di quest’ultime l’ennesima fila di aiuole e di massicci alberi, e ancora piu’ dietro dei lunghi porticati sotto ai quali si trovavano ampie vetrine di negozi di ogni tipo. Sembrava un posto cosi’ tranquillo, specialmente a quell’ora della notte, che ai due basto’ un solo sguardo per capirsi. E dopo essersi rivolti un fugace ed esitante sorriso, si mossero verso la panchina e vi si sedettero, e furono nuovamente illuminati dalla luce.

Lui era un uomo alto, non particolarmente muscoloso ma caratterizzato da spalle larghe e robuste. Corti capelli neri gli ricadevano sugli occhi in ciocche disordinate, incorniciando il viso dai tratti marcati, sulla cui meta’ sinistra spiccavano tre strisce rosse diagonali, parallele, che dalla fronte attraversavano l’occhio e toccavano il collo. Vestiva una maglia verde scuro senza maniche, e un paio di larghi pantaloni mimetici di tipo militare, pieni di tasche. Alle mani, dei guanti neri senza dita, ai fianchi una coppia di pistole, e in fondo alla schiena un coltello infoderato di traverso.

Lei era di una bellezza disarmante. Due splendidi occhi scuri che rilucevano nella notte, il viso dai tratti delicati, ulteriormente abbelliti da lunghi capelli lisci che ricadevano dolcemente sulle sue spalle. Vestiva una aderente tuta mimetica di colore nero, che metteva in risalto lo stupendo corpo, ed attorno al collo aveva un visore dalle lenti verdi. Su un fianco aveva attaccata una scatoletta dello stesso colore della tuta, mentre sulla schiena prendeva posto un’arma di dimensioni incredibili, cosi’ tanto che chiunque l’avesse vista si sarebbe domandato come faceva ad essere maneggiata da una donna, per di piu’ di corporatura minuta.  

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Hunters 1 2 e 3, rapporto.

-          Qui Hunter 1 signore. Nessuna traccia dei soggetti.

-          Hunter 2, negativo signore. Soggetti non individuati.

-          Hunter 3 a rapporto. Ci sono tracce della loro presenza nel quartiere 08, richiedo l’avvicinamento delle altre due unita’.

Negato Hunter 3. Hunters 1 e 2 procedete all’accerchiamento del quartiere 08, ma non entrate per nessuna ragione in contatto visivo tra di voi. Eliminazione dei soggetti Dark Star e Blood Fang con priorita’ assoluta. Chiudo.

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Sedettero entrambi, e a lungo rimasero in silenzio. Non si stupirono, dal momento che entrambi avevano molto a cui pensare. Cos’avevano fatto, e che cosa avrebbero fatto del loro futuro. Cosa ne sarebbe stato di loro. Se ne avessero parlato avrebbero potuto confrontarsi, e delineare meglio la situazione, ma era un argomento che entrambi temevano.

La donna si mise a guardare davanti a se, risollevando la testa e fendendo con lo sguardo il buio della notte. E finalmente, dopo una decina di minuti passati nel silenzio, prese la parola.

“Credi che possiamo permetterci di restare qui…?”

Lui aveva impugnato una pistola, e la stava passando da una mano all’altra, per poi puntarla davanti a se come se stesse mirando a qualcuno, sebbene non ci fosse proprio nessuno.

“Non abbiamo scelta. Se continuiamo a camminare senza fermarci mai, non faremmo altro che peggiorare la nostra situazione. Dobbiamo essere piu’ in forze possibile, questo e’ imperativo.”

Lei annui’, seria. Si sforzo’ di esibire un sorriso, ma non ci riusci’, e continuo’ a guardare avanti a se. “Che posto e’ questo?”

“Non lo so, questa e’ la cosa strana. Non sono mai stato qui, pero’ ho come l’impressione di averci trascorso anni e anni. So persino cosa c’e’ aldila’ di quei negozi sotto al porticato. Credo abbia a che fare con gli ultimi esperimenti di addestramento alla tecnologia ottica.”

Si volto’ verso di lui, e guardo’ i suoi occhi. Ogni volta che smettevano di parlare, un silenzio sepolcrale li avvolgeva, rotto soltanto dal frinire di alcuni insetti notturni.

“Non parlare piu’ cosi’. Tutto quel che e’ stato appartiene ad un’altra vita ora. Prima lo dimenticheremo e meglio sara’.”

Lui sospiro’, e rivolse alla donna un rapido sguardo pieno di determinazione. “Non finche’ quest’incubo non sara’ finito.”

Lei stava per replicare, quando improvvisamente, in lontananza in fondo alla strada, apparvero le sagome familiari di due fari di un’automobile. Tuttavia non si avvicinavano, restavano fermi li, e ci rimasero per un intero minuto, prima che la macchina si voltasse e scomparisse inghiottita dalle tenebre. L’uomo emise un sospiro e si alzo’. “E’ ora di rimetterci in cammino. Vieni, credo di conoscere un posto in questo luogo dove possiamo trascorrere la notte.”

Si alzo’ anche lei, ed insieme uscirono dal cono di luce dei lampioni, per poi scomparire nel buio, allontanandosi dalla strada.

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domenica, 15 giugno 2008,14:20
Allegro come i Kovenant.


Sintonizzatevi prossimamente per nuove eccitanti ed incomprese opere d'arte narrativa. Non sono realmente nuove, e' perlopiu' roba vecchia. Quella nuova la sto ancora scrivendo. o_o

P.s. Vorrei andare in giro anch'io con una maschera antigas. Magari filtra l'odore di tamarro.

Fra
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