venerdì, 25 luglio 2008,20:40

“Trovate tutto quello di cui necessitate su questo scaffale. Vi auguro una buona ricerca reverendo elfo.”

Sono passati quasi settant’anni da quando vive in mezzo agli uomini, ma ancora non riesce ad abituarsi ai loro modi di fare, al loro ingiustificati cambi di umore, alla loro societa’ e alla loro cultura. Reprimendo un moto di insofferenza lo ringrazia, e comincia a scansire lo scaffale della biblioteca con gli occhi, toccando appena le copertine con la punta del dito. Ecco, una senza titolo, c’era da aspettarselo. Di solito sono testi antichi, quelli senza titolo, e che siano pieni di idiozie o ricolmi di sapienza, val sempre la pena darci un’occhiata. La sua mano si chiude sulla copertina in pelle nera e logora del tomo, piuttosto sottile per gli standard di qualsiasi libro, e lo estrae dalla sua sede. Lo porta con se ad un tavolo isolato, ci si accomoda e comincia a sfogliarlo, immergendosi nella lettura.

 

Il mio nome e’ Teyrnon, e sono un sacerdote dell’unica vera Dea, colei che i viventi hanno dimenticato da tempo. Tu, o lettore, fa tesoro della mia storia, e non lasciare che essa si perda come la Dea nell’implacabile vortice del tempo. Leggila con mente aperta, e imparerai piu’ cose di quante tu possa immaginare.

Questa storia parla del tormento, della sofferenza, della diversita’ e dell’amore. Questa storia parla della profonda umanita’ che alberga dentro chiunque, parla del cuore di Yralesh, il canto della spada. Forse tu, lettore, hai gia’ sentito parlare di lui. E’ una leggenda dei tempi antichi, che ancora oggi continua a serpeggiare sulle labbra di tutti gli abitanti di Darkhaven.Ma lascia che ti dica, lettore, che non sai nulla. Non puoi conoscere il suo tormento, non puoi conoscere il suo dolore, il suo camminare sul filo di un rasoio per colpa di un destino che gli fu imposto. Impara, quindi.

Yralesh era un drow. Un elfo oscuro, quelli che la gente teme per la loro crudelta’, per la loro infamia… Ma che nessuno conosce davvero. Yralesh era uno di loro, nato e cresciuto nel sottosuolo, vissuto come solo un maschio drow senza alcun potere magico poteva vivere. E’ questa la ragione per cui la sua eta’ e tutta la sua storia, prima che cominciasse a camminare sulle terre di superficie, sono sconosciute. Ma da quando comparve, il suo nome divenne sempre piu’ noto per la popolazione.

Per la precisione, egli giunse a Darkhaven insieme ad una carovana di mercanti diretta verso le montagne, viaggiando in compagnia di un suo consanguineo, un incantatore di nome Nasharai, la causa principale della disgrazia che gravava sul suo cuore.

Yralesh era senz’altro un drow atipico. Viveva in mezzo agli uomini di Darkhaven, senza socializzare con loro, ma senza la consueta supponenza degli elfi oscuri nei confronti delle altre razze. Coloro che lo hanno conosciuto hanno detto che, come giustificazione, avesse addotto semplicemente che quella della superiorita’ razziale era una sciocca idea infondata del suo popolo.

Per certi versi egli sembrava piu’ un uomo introverso che realmente un drow. Passava le sue giornate in una taverna, come se stesse aspettando qualcosa o qualcuno. Studiava ogni volto, ogni persona che passava davanti a lui. Nessuno osava disturbarlo, era una figura troppo inquietante per rivolgergli la parola, a meno che non fosse una cosa seria come un’offerta per qualche lavoretto, dal momento che Yralesh visse per molti anni come mercenario. La gente ancora ricorda quegli occhi del colore del sangue, la pelle ebanica e i fluenti capelli argentei che carezzavano le sue spalle. Ancora ricorda la sua mezza armatura rossa, striata di grigio. Ricorda la sua morningstar appesa al fianco, e il suo spadone a due mani, che muoveva con letale grazia, e rendendo impossibile capire da dove arrivassero i suoi colpi. La gente ricorda il Canto della Spada, il Danzatore della Spada, la Danza della Morte. Perche’ sono tutti nomi che e’ stata quella stessa gente, a dargli.

Il crudele destino di Yralesh si rivelo’ molto presto, seppur in modo graduale. Quando era solo parlava ad alta voce con se stesso, quasi come fosse di fronte a un invisibile interlocutore. Ma non c’era nessuno davanti a lui, il suo interlocutore giaceva dentro di lui. E se prima questi monologhi venivano trattati da lui alla stregua di perdita delle proprie facolta’ mentali, con il passare del tempo, si costrinse a cambiare idea. Un momento era Yralesh, e il momento dopo era una belva assetata di sangue che, armato di morningstar, fracassava il cranio di chiunque si trovasse sulla sua strada. Cosi’ per lunghi anni il Danzatore della Spada convisse con la sua meta’ oscura, della quale non comprendeva nulla. Essa faceva accrescere a dismisura la sua frustrazione, per il non avere nessun potere di controllare cio’ che stava accadendo dentro il suo corpo. Yralesh non sopportava di non essere il padrone di se stesso, e la sua ira cresceva come un fiume in piena che minaccia di sfondare gli argini.

La sua sorte si appesanti’ ulteriormente, quando Damaera fece il suo ingresso nella sua vita. Una mezzelfa dal volto orribilmente sfregiato e coperto da una maschera, una sacerdotessa appartenente all’ordine delle vesti cremisi, dalla storia travagliata e misteriosa, e dall’indole scostante e violenta che avrebbe annientato praticamente chiunque. Ma il Danzatore della Spada non era un comune essere umano, anche lui aveva una storia misteriosa, anche lui combatteva contro una forza invisibile e immensamente potente, esattamente come Damaera.

Tutto accadde in quella taverna dove Yralesh trascorreva i momenti in cui la sua coscienza non lo abbandonava. Damaera fece il suo ingresso, ed egli la noto’ immediatamente. Era impossibile non notarla, dopotutto. Era una bellissima donna, dal corpo slanciato e coperto da una tunica color cremisi, una falce nelle mani, un corvo posato sulla sua spalla, e la maschera di metallo sul viso che la rendeva ancora piu’ truce di quanto non fosse. I due si scambiarono un solo sguardo, per un tempo interminabile, e alla fine lei gli si avvicino’. Il loro primo contatto non fu amichevole. Lei era di natura aggressiva, e il fatto che fosse davanti a un drow – lei, una mezzosangue – la rendeva ancora piu’ introversa. Non e’ mai stato chiaro a nessuno perche’ si fosse avvicinata ad Yralesh quel giorno, ma spesso l’istinto viaggia piu’ in fretta della ragione. Forse a causa del carisma magnetico del Danzatore, forse a causa del fatto che entrambi erano cosi’ tanto simili che nessuno dei due l’avrebbe mai ammesso. Lei lo scherni’, ma lui, che sapeva essere odioso come pochi, le rispose solo con un sorrisetto, e la invito’ al suo tavolo offrendole da bere.

Discussero brevemente punzecchiandosi, e si separarono senza nemmeno essersi presentati. Eppure entrambi sapevano che si sarebbero incrociati nuovamente.

Fu cosi’, in piu’ di un’occasione. Ora nella taverna, ora per le strade di Darkhaven, sembrava che un fato imperscrutabile volesse necessariamente unire i loro sentieri. Si conobbero, e scoprirono di piu’ l’uno dell’altro. Yralesh aveva ben poco da raccontare, e tenne segreta la sua personalita’ sempre piu’ preponderante, che in qualche modo Damaera riusciva a tenere a bada, senza saperlo. Ma la storia di lei si rivelo’ decisamente piu’ interessante. Era una sacerdotessa in fuga dall’ ordine delle vesti cremisi, che era sulle sue tracce, e da un passato corollato del sangue suo e di altri. Le cicatrici che deturpavano il suo volto le erano state inflitte quando era una ragazzina, da colui che fu il suo amante, che voleva perversamente che nessuno avrebbe mai potuto desiderarla. Ma commise un errore.

Yralesh si scopri’ incredibilmente attratto da lei. Non perche’ fosse piu’ bella di altre donne, ma perche’ il suo temperamento era in continua agitazione, come una fiamma, un fuoco rosso come le sue vesti che le bruciava dentro. E come l’insetto attratto dal calore del fuoco, cosi’ Yralesh, sorprendendosi, comincio’ a guardare Damaera con altri occhi. Non con quelli di scherno che erano in lui una costante, ma con occhi ammirati, rapiti.

Non riusci’ ad ammetterlo per molto – troppo tempo. E lo stesso valse per lei. Entrambi troppo ostinati e orgogliosi per mostrare qualsiasi genere di sentimento, sfiorarono lo scontro fisico piu’ di una volta. Ed ogni volta si separavano in tempo, andando ciascuno per la sua strada, mentre Yralesh poteva finalmente far esplodere la voce che gli suggeriva di uccidere, di sfogare la sua ira, di far cantare la sua spada fino a che non fosse stato coperto del sangue dei suoi nemici. E poi, a distanza di giorni, entrambi si rincontravano per caso, e tuttavia senza sorprendersene affatto.

Fu una di quelle volte, che accadde l’inaspettato. I due si incrociarono al piano superiore della taverna, lungo il corridoio che portava alle stanze. Si fissarono a lungo, per un intero minuto, guardandosi in modo ostile. Poi, senza dire una parola, Damaera si tolse la maschera e la getto’ a terra assieme alla falce, e si lancio’ tra le braccia di Yralesh, che la accolse traendola a se. Il viso di Damaera era davvero orrendo, ma a lui non importava affatto. In quel momento entrambi lo sapevano, erano preda dei loro istinti, che avevano infranto qualsiasi barriera. Le loro labbra si toccarono audaci, scambiandosi caldi e morbidi baci passionali, mentre le loro mani andavano ad esplorare il corpo dell’altro. Si desideravano follemente, ed entrambi lo sapevano perfettamente. Quella sera, per tutta la notte, si amarono animati da una foga che sembrava inesauribile, e si completarono, essendo un solo corpo e una sola anima.

Ma il loro idillio era ben lontano dall’essere realizzato. Il giorno seguente, tutto torno’ come era prima. Si provocavano, sfioravano lo scontro, e si separavano. Il Danzatore della Spada accumulava cosi’ tanta rabbia, cosi’ tanta violenza, da essere costretto a gesti estremi: feriva da solo il suo corpo, lacrime sgorgavano ininterrottamente dai suoi occhi, incapace di controllare le sue reazioni che sembravano in certi momenti dominarlo del tutto, ed incapace di rivolgere il suo pensiero lontano da Damaera. Piu’ di una volta provo’ l’intimo desiderio di trafiggere quel suo cuore, gravato prima dalla presenza sconosciuta dentro di lui, e poi anche da quella sacerdotessa mezzelfa che lo aveva completamente sconvolto. Ma in quei momenti tornava subito padrone di se, e partiva per villaggi vicini, ad uccidere.

Quello che cambio’ tutto avvene un giorno d’autunno come tanti altri. Yralesh era seduto a quello che ormai era diventato il suo tavolo alla locanda, davanti a se un numero imprecisato di boccali di birra, alcuni vuoti e alcuni pieni. Damaera fece il suo ingresso, e si diresse subito da lui. Non spreco’ nemmeno una parola di saluto. Gli disse che stava per partire, che non sarebbe mai piu’ tornata, e che voleva lasciarsi alle spalle tutto, lui compreso. Yralesh ascolto’ tutto il suo discorso senza parlare, il suo cuore pareva sul punto di esplodere. L’unica cosa che riusciva a fare, era trangugiare altro alcol, come se questo avesse potuto lenire i sentimenti che minacciavano di dilaniarlo. Si riscosse solo quando udi’ Damaera chiedergli un bacio. Si alzo’ e si baciarono teneramente, come mai era accaduto prima, abbandonati l’uno tra le braccia dell’altro. Il loro magico momento duro’ appena una manciata di secondi, ed infine Damaera si volto’, nascondendo gli occhi lucidi rimettendosi la maschera. Disse a Yralesh che non c’era nessuno migliore di lui, e queste parole furono il colpo decisivo per il drow. Attese qualche minuto, come pietrificato, seduto davanti ai boccali, poi si alzo’ di scatto e si lancio’ a cercare colei che amava. Lei doveva saperlo, doveva. Non l’avrebbe lasciata andare via cosi’, senza nemmeno una parola.

Perse del tempo per trovare un cavallo, e comincio’ a cercare la sua amata freneticamente. Non era una persona che passava inosservata, e molti abitanti di Darkhaven diedero le giuste indicazioni ad Yralesh. Uno disse anche che due misteriosi tizi vestiti di rosso, e con un cappuccio sulla testa, stavano cercando la stessa donna. Il Danzatore della spada sprono’ il cavallo a tutta velocita’, dirigendosi fuori da Darkhaven, e raggiungendo dopo alcune ore, all’imbrunire, il bosco ad ovest della citta’. Scese da cavallo febbrilmente e nemmeno lo lego’, si mise a correre a perdifiato all’interno della foresta finche’ non ci si fu addentrato del tutto. Li sfodero’ la spada e l’aria si riempi’ del suo sibilo sinistro. Chiuse gli occhi, ascoltando. Il vento muoveva le foglie con cadenza quasi regolare, e tutto era reso surreale dalla lattiginosa luce  rossastra del tramonto. Ma quelli non erano gli unici rumori. Yralesh si concentro’ ulteriormente, lo spadone stretto nel pugno, fino a che non giunsero alle sue orecchie delle voci maschili, ed una voce femminile, quella di Damaera. Restando al riparo tra gli alberi si mosse rapidamente verso le voci, e raggiunse dopo alcuni minuti una piccola radura, quasi completamente oscura. Meglio cosi’, si disse, lui avrebbe potuto vedere bene anche nell’oscurita’ piu’ fitta.

Erano in quattro, con indosso gli stessi vestiti di Damaera. L’avevano accerchiata, ed avevano le armi in pugno, sebbene stessero ancora parlando. Yralesh tento’ di ascoltare la loro conversazione, ma sebbene sentisse distintamente le loro voci da dietro l’albero che fungeva da suo riparo, non riusciva a concentrarsi nemmeno per un istante. Il suo cuore pompava incessantemente sangue al suo cervello, facendogli pulsare le tempie, gli occhi sgranati e i muscoli tesi allo spasmo, pronto a scattare al primo segno di pericolo. Nessuno fece caso a lui, e questa fu la causa della loro morte.

Dopo appena qualche minuto, le falci dei quattro sacerdoti delle vesti cremisi si sollevarono, pronte ad abbattersi su Damaera che aveva assunto una posizione di guardia. Yralesh scivolo’ velocemente verso i due che le stavano alle spalle, senza preoccuparsi di essere silenzioso. Lo udirono, ma era troppo tardi. La sua spada aveva cominciato a cantare, e non avrebbe smesso fino all’annientamento dei suoi nemici.

Appena fu uscito dagli alberi si lancio’ contro il primo sacerdote, chinandosi su un ginocchio non appena gli fu a un metro di distanza. Quello fece appena in tempo a voltarsi, prima che lo spadone del drow gli troncasse entrambi gli arti inferiori con una spazzata bassa. Collasso’ per terra urlando di dolore e spruzzando sangue ovunque sulla radura, mentre gli altri tre emisero un grido allarmato. Damaera ne approfitto’, e comincio’ a battersi con i due che aveva di fronte. Il terzo calo’ la falce su Yralesh. Ma il suo colpo ando’ a vuoto, conficcandosi nel terreno. Yralesh, sfruttando la sua posizione, si era dato una leggera spinta ed era rotolato lateralmente, schivando il colpo. Si raddrizzo’, restando inginocchiato, mentre il suo avversario aveva estratto la falce dal terreno e tentava un violento fendente verso il drow. Questo gli getto’ lo spadone alle spalle facendolo strisciare tra l’erba, mentre al tempo stesso scattava in avanti con una specie di tuffo, portandosi prima fuori dall’arco mortale della falce e dopo dietro al sacerdote. Esso tento’ di voltarsi, ma era troppo tardi. Yralesh aveva gia’ recuperato lo spadone mentre ancora strisciava per terra, e l’aveva abbattuto verticalmente sulla spalla del sacerdote, mentre si rialzava. Un getto di sangue lo raggiunse in viso, mentre i lamenti agonizzanti del secondo caduto riempivano le orecchie dei sopravvissuti. Ora era in piedi, e si volto’ verso Damaera. Stava faticando molto contro due avversari, e interveni’ nuovamente. Non lo decise realmente, e’ piu’ esatto dire che il suo corpo si mosse da solo, per salvare l’unica vita di cui gli fosse realmente importato, nei lunghi anni che aveva vissuto.

Si mise al fianco della mezzelfa e, con un’abile manovra, ingaggio’ uno dei due sacerdoti rimasti, staccandolo da Damaera. Lo incalzo’ allontanandolo ulteriormente, e, non appena ebbe abbastanza spazio, comincio’ a muoversi in modo ipnotico con dei piccoli passi disordinati ora a sinistra, ora a destra, mentre roteava lo spadone sopra la sua testa, attorno ai fianchi, orizzontalmente e verticalmente.  Ci vollero solo pochi secondi per confondere il sacerdote, che quasi non si accorse che Yralesh si era portato affianco a lui e aveva trapassato il suo torace con la lama, infilandogliela tra le costole. Lascio’ cadere la falce, e l’ultimo rumore che udi’ prima di sprofondare in una morte orribile fu il sordo schiocco delle sue costole che si spezzavano, mentre Yralesh girava l’acciaio dentro le sue carni.

Estrasse lo spadone con uno strattone dal torace dell’uomo dilaniato, e si volto’ verso Damaera appena in tempo per vederla decapitare l’ultimo sacerdote con un colpo di falce. Si diresse a passo lungo verso l’uomo a cui aveva tagliato le gambe che tentava di strisciare via sulle braccia, e gli inchiodo’ il cranio con lo spadone al suolo, perforandoglielo. Si dibatte’ in modo spasmodico un paio di volte, poi rimase immobile. E la sua spada smise di cantare. La rinfodero’, e non fece in tempo a dire nulla che gia’ Damaera, che versava lacrime di gioia, gli aveva gettato le braccia al collo, stringendolo a se in modo febbrile, come a non volersene separare mai piu’. Ora tutti e due sapevano. Tutti e due espressero, in quell’abbraccio e nel lungo bacio che si scambiarono in quella radura, cio’ che con le parole non avrebbero mai potuto fare. E tornarono verso Darkhaven, silenziosi, consapevoli di cio’ che erano e cio’ che sarebbero sempre stati.

Ma il tormento che agitava il cuore di Yralesh era ancora lungi dallo sparire…

A minacciare una calma interiore cosi’ faticosamente conquistata, giunse dal sotto suolo una delle sue sorelle, la primogenita, una sacerdotessa. Il suo nome era Aneyrin, ed Yralesh non seppe mai cos’era venuta a fare, in superficie. Se era venuta a riportarlo indietro, non aveva mai dato segno di volerlo fare, e se era venuta per ucciderlo, nemmeno di questo aveva dato segno. Apparentemente, aveva incontrato Yralesh per puro caso, e l’aveva schernito. I due si detestavano profondamente, e il Danzatore della Spada, oltre a dover sopportare la presenza di lei, non sapeva nemmeno attribuirvi una causa, e cio’ contribuiva a fomentare la sua rabbia e il suo odio verso di lei, che, in qualche modo, riusciva sempre ad essere ancora piu’ odiosa di lui. Yralesh sfogava i suoi sentimenti e la sua violenza ferendo il suo corpo, profondamente. Ormai tutto il suo torace era stato aperto almeno una volta.

Alla fine, dopo interminabili incontri piu’ o meno casuali con Aneyrin, la quale sembrava sapere piu’ cose di quanto era lecito aspettarsi al riguardo di Yralesh, quest’ultimo si convinse che doveva essere giunta in superficie per conto della matrona, a compiere chissa’ quali grandi opere di conversione e di sottomissione. In questo modo riusci’ a placarsi prima che la sua anima rovesciasse completamente il suo corpo, ma la sorella aveva dato in via ad un processo di depravazione molto pericoloso. La sua stessa presenza sembrava scuotere le stesse fondamenta del suo corpo, e il suo odio andava a nutrire quell’ospite invisibile e niente affatto silenzioso.

Le manifestazioni della presenza che infestava il suo corpo cominciavano a farsi sempre piu’ frequenti, e sempre piu’ difficilmente controllabili. Fu quasi per caso che un giorno ad Yralesh torno’ in mente Nasharai, e le invocazioni a chissa’ quale oscura potenza che salmodiava nel bel mezzo della notte con voce sommessa. Ci riflette’ brevemente: Nasharai era un incantatore praticante di magia nera, e prima di viaggiare insieme a lui non aveva mai avuto alcun problema simile… Si disse che doveva necessariamente essere vittima di una qualche diavoleria magica o di un maleficio, e cosi’ senza avvisare ne’ Damaera, ne’ tanto meno Aneyrin che da qualche giorno era scomparsa, si mise in viaggio.

Era diretto verso il villaggio in cui avevano sostato prima di separarsi. L’ultima notte che avevano trascorso insieme. Nasharai si era staccato dalla carovana e si era diretto verso nord. Con un po’ di fortuna, pensava il drow, l’avrebbe ritrovato ancora li.

Ebbe buona memoria, e localizzo’ quel piccolo villaggio senza finire fuori rotta dopo una settimana di viaggio a cavallo, da Darkhaven. Li si diresse nella locanda, per delle informazioni e per un pasto caldo, e fu compiaciuto nell’accorgersi che il taverniere di cosi’ tanti anni prima non era ancora morto. Soddisfatto, ebbe il tempo di fare con lui una lunga chiacchierata, scoprendo che Nasharai viveva ancora arroccato sulle montagne, come un eremita, e che lo si vedeva solamente ogni mese o due, quando tornava per comprare cibo e altri materiali che, evidentemente, servivano lui per studi di magia. Il drow ceno’, si fece spiegare la strada dal vecchio, e si allontano’ nella notte, mentre la pioggia batteva incessantemente sulla sua corazza.

Il sentiero che portava al rifugio di Nasharai era ripido e impervio, e con la pioggia era assolutamente fuori questione riuscire a salire con il cavallo. Cosi’, un piede dopo l’altro, Yralesh comincio’ la sua ascesa verso il suo passato, il suo presente, e forse anche il suo futuro, lacerato da quell’anima all’interno della sua, che lo straziava come se volesse farsi strada con gli artigli fuori dal suo corpo.

Giunse sull’altopiano dove prendeva posto la capanna di Nasharai solo dopo diverse ore. E ce lo trovo’ li, davanti alla porta a braccia incrociate, come se lo stesse aspettando. Non era invecchiato di un solo giorno. Senza troppi preamboli i due entrarono, Yralesh si tolse la sua roba fradicia e Nasharai gli forni’ degli abiti asciutti. Cominciarono a discutere, e Nasharai spiego’ con calma, e con un barlume di insanita’ negli occhi, cosa era successo. Soddisfo’ ogni curiosita’ di Yralesh, rivelandogli che mentre avevano viaggiato insieme, aveva trasmigrato l’anima di un potente lich, Zharak, defunto 2500 anni prima, all’interno del suo corpo in modo che si rigenerasse e che avesse potuto finalmente tornare tra i vivi. Sorprendentemente il Danzatore della Spada non si infurio’. Accolse la notizia freddamente, pensando a cio’ che poteva fare. Nasharai non mentiva, se ne sarebbe accorto facilmente. Ma non poteva nemmeno perdonarlo cosi’ facilmente per aver usato il suo corpo in questo modo. E d’altronde, l’aveva allettato con la promessa di un potere al di la’ di ogni immaginazione…

Le sue meditazioni furono interrotte dalla voce pacata, ma impaziente, di Nasharai, il quale gli disse che il rituale per risvegliare Zharak si sarebbe tenuto la notte successiva, per una favorevole posizione della luna. Cosi’ alla fine Yralesh, ben dopo l’alba, finalmente si corico’ sperando che il sonno gli avrebbe portato consiglio, ma fu nulla piu’ che un riposo tranquillo e, sorprendentemente, senza sogni.

Si desto’ che il sole era gia’ tramontato, e una luna rosso sangue splendeva inquietantemente nel cielo nero come la pece. Raggiunse Nasharai, che gli chiese se aveva deciso. Yralesh rispose che avrebbe accettato qualsiasi cosa, pur di togliersi quel dannato da dentro al corpo. Nasharai rise, annui’ soddisfatto, e spiego’ cosa avrebbe dovuto fare per portare a termine il rito. E in quel momento, il Canto della Spada comincio’ a danzare. La richiesta di Nasharai era quella di sacrificare la vita di Damaera. Yralesh non aveva atteso nemmeno un istante, prima di sfoderare lo spadone e di gettarsi silenziosamente sull’incantatore. Il duello fu lungo ed aspro, entrambi avevano la massima padronanza delle loro rispettive abilita’, ma alla fine fu Yralesh ad avere la meglio.

Nasharai scelse infine di sacrificare la propria vita al fine di trasmigrare Zharak di nuovo tra i viventi, e si getto’ dall’altopiano, urlando. Yralesh, gia’ abbastanza sconcertato, dovette deglutire piu’ e piu’ volte quando, dopo aver sentito un dolore straziante nel petto ed essersi piegato in due dalla sofferenza, si vide davanti l’immagine non morta, ma praticamente identica alla propria, di Zharak.

Fu un duello impari, senza esclusione di colpi, entrato ormai nella leggenda e cantato ancora oggi dai bardi. Si narra che duro’ un intero giorno, ma e’ falso. Alla fine di quella orrenda notte, Yralesh restava da solo su quell’altopiano fuori dal mondo, vincitore, libero dal controllo di quell’abominio. E finalmente, ferito, con la corazza ridotta a brandelli, perdendo sangue, ma con il cuore ora piu’ leggero, fece ritorno dalla sua amata Damaera. Ricongiuntisi, i due partirono, andarono via da Darkhaven, forse ad annientare l’ordine delle vesti cremisi, e non fecero mai piu’ ritorno. Anche Aneyrin, evidentemente non a caso, spari’ dalla citta’ e non torno’ piu’.  Nessuno senti’ mai piu’ parlare ne’ di Damaera, ne’ del Canto della Spada. Resta solamente il ricordo, di lui, e del suo cuore, forse il vero protagonista della sua vita.

Ora va, lettore. Il mio compito e’ terminato, insieme alla mia esistenza. Non hai piu’ nulla da imparare, da queste pagine. Non dimenticare mai che cosa contengono. Contengono una vita, che vivra’ in eterno. Non dimenticare.

Del sangue imbratta completamente il resto della pagina, e quella affianco. Tutte le altre, sono inesorabilmente bianche.

by Razka | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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mercoledì, 23 luglio 2008,21:56
Ok.

Io in realta' non so in quanti siate a leggermi, ma vi parlero' come se foste un pubblico vastissimo, "Because I'm Hardcore and that's how I rule".

Sono tornato ricorroborato dalle mie ferie, e mi sono reso conto che questo spazio virtuale che mi sono ritagliato sta assumendo ben piu' di una sfumatura. Miei scritti, recensioni di libri, proverbiali cazzi miei, tutte cose a cui non sono affatto disposto a rinunciare. Non posso pensare neanche lontanamente di non recensire la famosa "Spada di Shannara" dopo che l'avro' finita. Non dopo che sulla copertina c'e' una nuvoletta stupida con su scritto "Se non avete letto Terry Brooks non avete letto fantasy" pronunciata dall' autorevolissimo Paolini. (NON e' quello dei preservativi in televisione, sciocchini. E' il bimbetto col papa' ricco che ha scritto un libro di merda che recensirei volentieri se l'avessi letto tutto. Ma non l'ho fatto e non lo faro', sono generalmente uno stronzo, ma nemmeno un condannato a morte si merita di leggere Paolini).

Quindi diciamo che in cantiere ci sono "Il dominio di Razka" per quanto riguarda le solite incomprensioni artistiche, e "La spada di Shannara" per le recensioni. Stay Tuned.

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martedì, 08 luglio 2008,19:02

by Razka | commenti | commenti (popup)
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sabato, 05 luglio 2008,20:14
*Cori con quel non so che di epico*
*Altri cori*
*Pesante accordo di chitarra*
*Voce profonda*

Nell'anno 1986 nasceva un bimbo. Se avesse potuto parlare, avrebbe mandato a cagare l'ostetrica che l'aveva tirato fuori. Questo ci da delle notevoli indicazioni sulla sua indole.

Ed oggi, nel 2008, quel bimbo fa nuovamente la sua comparsa. Ma stavolta sa parlare, ed ha infiniti modi di esprimere e diffondere la sua opinione.

*Intro cattivissima - Marduk: Baptism By Fire -*
*Voce piu' alta sempre profonda*

E' QUI PER MASSACRARE LIBRI ORRENDI! TALI PORCATE NON RESTERANNO MAI IMPUNITE!



NON E' BRUCE CAMPBELL, MA FA UNA PAURA FOTTUTA!

*Gigantesco SBREEENG di chitarra*
*Silenzio*

Salve a tutti, benvenuti ai miei ormai ben noti esperimenti-indubbiamente-fallimentari. Stavolta si proveranno a fare recensioni di altri libri. Perche' io sono uno scrittore. Quindi leggo molti libri. E molti libri sono talmente osceni che mi domando chi in tutto l'universo abbia il barbaro coraggio di pubblicarli anziche' pubblicare me che sono tremendamente bravo. E modesto. E invidioso.

Ma qui c'entra poco la soggettivita'. Non ci vuole un critico professionista per accorgersi che "Le cronache del mondo emerso" della tanto stimata Licia Troisi, ormai idola delle folle di bimbigigi dodicenni, sia un'opera di dubbio gusto.

Intanto il titolo e' sbagliato. Dovrebbe chiamarsi "Le cronache degli stereotipi nel genere fantasy medievale".

Comincero' proprio da questo punto, che mi e' piu' caro. Quali sono gli stereotipi della trilogia in questione? Semplice.
In primo luogo, c'e' la protagonista. Abbiamo una ragazzina mezzelfa (che per qualche inspiegabile ragione nella mente della Troisi hanno capelli azzurri e occhi viola. Nessuna ragione e' data a questo stravolgimento dell'elfo classico.), che e' l'ultima sopravvissuta della sua razza che e' stata sterminata dal cattivo, che ha un padre adottivo che viene barbaramente trucidato all'inizio del libro, che vuole diventare una guerriera cavalcatrice di draghi, e' che e' la prescelta dal dio della guerra e del fuoco per vendicare tutto il suo popolo uccidendo il cattivone.

HOLY SHIT!



Ora io non sono un critico professionista, ma sono un lettore accanito di genere fantasy. Fammi pensare, dove ho gia' visto tutta questa roba? MA CERTO! OVUNQUE!!!
E' cosi'. Da Tolkien in poi, tutta la letteratura fantasy e' stata pesantemente impregnata da questi stereotipi, ma, Gesu' Cristo, mai tutti insieme e in modo cosi' plateale! Frodo Baggins era si il prescelto, ma era anche una mezza sega, aveva una vita normale, non gli e' apparso l'arcangelo Gabriele per dirgli che era stato fecondato dallo spirito santo.
Comunque proseguiamo, il fegato ha ancora molto carico da sopportare...

Ad esempio deve sopportare la trama generale, qualcosa di cosi' noioso e prevedibile che non si puo' nemmeno spiegare. Per rendere l'idea sara' bene che la riassuma nel modo piu' dettagliato possibile.

"Nihal,la protagonista, conosce il mago Sennar. Insieme combattono contro le armate del cattivo. Sennar va a cercare aiuto (il che e' assolutamente irrilevante visto che i rinforzi del mondo sommerso sono stati la prova che l'inutilita' in se' esiste), poi torna. Poi insieme vanno alla ricerca di amuleti magici (c'e' sempre la quest di ricerca in ogni avventura) e fanno una barcata di PX. I due trombano, perche' si amano molto. I due vanno dal cattivo e lo sconfiggono. Nihal muore."

Tanta originalita' tutta insieme mi lascia senza fiato. Cose che ti fanno dire "Mmm, ha del talento questa ragazza! Chissa' che numeri deve aver fatto con l'editore!"
Ma non vorrei mai che ora sembrassi troppo sessista e che il gentile pubblico smettesse di leggere. Perche' ovviamente non ho ancora finito, ci vuole una speciale menzione dei PERSONAGGI. Anch'essi sono un capolavoro di originalita', ve ne accorgerete subito.

- Nihal. Mezzelfa mascolina che e' una mezza sega ma alla fine del libro diventa l'essere piu' forte dell'universo.
- Sennar. Mago che e' una mezza sega ma alla fine del libro diventa l'essere piu' forte dell'universo E una specie di grande mago supremo del gran consiglio dei maghi (c'e' sempre il gran consiglio dei maghi).
- Ido. Ammetto che sia un bel personaggio. Suoi retroscena piuttosto banali, ma godibili e coerenti con l'impostazione che mantiene per tutta la narrazione.
- Laio. L'essere inutile. "No, io ce la posso fare, diventero' forte, e saro' utile ai miei amici!". Uhm. Dove ho gia' visto pg del genere? Naruto? Final fantasy 7? 8? 9? 10? NAAAAH. E' sicuramente solo una mia impressione.
- Il cattivo. Il solito pallosissimo cattivo paraculo che non si vede mai ma che vuole conquistare il mondo per ragioni del tutto discutibili. Ovviamente ha un passato tristerrimo.

Bene, ci sono tutti! All'appello mancherebbe solo piu' il gigante grosso e stupido ma che ara la gente come una mietitrebbia, ma credo che non sia stato inserito perche' l'autrice non voleva ricadere nei cliche'.

Ultima nota di merito prima di concludere. LA NARRAZIONE! La narrazione e' magistrale, da brivido, ti lascia con il fiato sospeso! Sennar e' circondato da otto e dico OTTO banditi che stanno cercando di pugnalarlo, argh, come se la cavera'? E' una situazione difficile!
"Sennar pronuncio' un incantesimo e carbonizzo' i suoi nemici".

...



Non puo' aver scritto davvero cosi'. Ha fatto piangere Dawson. Ed anche me. Ora facciamo un po' di maestrini...

L'assunto del fantasy, quello fondamentale ed importantissimo, e' che in un mondo di ambientazione fantasy ci sono REGOLE diverse da quelle del nostro mondo, ma sono pur sempre REGOLE che vanno rispettate, e vanno coerentemente mantenute sempre uguali. Se io decido che nel mio fantasy la gente puo' volare a piacimento, sara' cosi' sempre.

UN MAGO IN MISCHIA CON OTTO LADRI MUORE, MUORE MUORE MUORE, NON PRONUNCIA ALTRO CHE UNA BESTEMMIA PRIMA DI TOGLIERSI I PUGNALI DALLA MILZA.

Ma anche dando per scontato che per un mago sia davvero possibile restare in mischia con otto cristi e allo stesso tempo sparare incantesimi come fosse una mitragliatrice ultimo modello... SARA' STATO IL CASO DI DETTAGLIARE UN PO' LA DESCRIZIONE? No. E' molto meglio sapere quanto sono grosse le tette di Nihal e quale sia il loro coefficiente di crescita durante il libro, piuttosto che avere una REALISTICA e PLAUSIBILE scena di combattimento.

Siamo al giudizio finale perche' piu' merda di cosi' difficilmente potrei spalarla. Non comprate questo libro. Se volete qualcosa da leggere al cesso, leggete il fusto del detersivo, e' indubbiamente piu' creativo delle cronache del mondo emerso.

Originalita': 0/5
Personaggi: 1.5/10
Stile: 0.5/5
Trama: 2/10

TOTALE: 4/30

Non comprate questo libro. Se lo comprate farete piangere Dawson.

Fra
by Razka | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:recensioni
venerdì, 04 luglio 2008,22:43

Non si poteva chiamare aeroporto. Cio’ in cui ci trovammo appena scesi dall’aereo, dopo averlo cambiato ben tre volte, era nulla piu’ che una singola pista di atterraggio piazzata per chissa’ quali imperscrutabili ragioni in mezzo al Gorgoth. Non c’erano edifici, non c’erano negozi, non c’era una torre di controllo. Dalla pista di atterraggio non si vedeva altro che uno sterminato deserto, e qualche villaggio nella parte piu’ esterna di esso. Ma verso il suo interno, la desolazione la faceva da padrona.

Allontanandoci dalla pista io e Hallen fummo subito presi di mira da diversi gruppetti di abitatori del deserto, principalmente beduini, ansiosi di darci un passaggio nelle loro jeep a prezzi esorbitanti. Ne io ne lui ne fummo sorpresi, erano scene fin troppo comuni nei luoghi piu’ arretrati del mondo, come quello in cui avevamo appena messo piede.

Fu Hallen a parlare per entrambi, e a tirare sul prezzo gesticolando in modo frenetico, ora con uno ora con l’altro. Era meglio cosi’, in fondo lui era gia’ stato qui e sapeva dove andare e come agire. Furono venti atroci minuti di trattative sotto il sole, durante i quali l’aereo era ripartito assordandoci e sollevando una quantita’ imrpobabile di sabbia. Di certo il viaggio non iniziava nel migliore dei modi, anche se queste prime difficolta’ ammetto che mi abbiano fatto rivivere i tempi passati, in cui ogni mese, se non ogni settimana, io e Hallen ci trovavamo sperduti in qualche angolo del mondo, stanchi sporchi ed affamati. Ma a noi piaceva cosi’.

Fu Hallen a riscuotermi dal mio tuffo nel passato, dandomi un colpo alla spalla con il dorso della mano. “Sudmahel qui dice che si puo’ fare per quaranta crediti! E a occhio e croce la sua jeep e’ quella messa meglio delle altre… Ed in piu’ sembra che sappia esattamente dove deve portarci, il che ci fa risparmiare molto tempo! Al villaggio di Ahkl… Ashkl… Non lo so, lo sa lui.”

Mi voltai verso di lui, e vidi il suo sorriso splendente a trentadue denti, che spiccavano decisamente con la pelle nerissima del suo viso. “Hallen…”

“Mmmmh??”

“Lui non si chiama affatto Sudmahel, vero…?”

“Ma che ti frega come si chiama, monta in macchina su! Non sto piu’ nella pelle!”

Non mi rimase altro da fare che scuotere lentamente il capo e seguire Hallen e la nostra nuova guida fino alla jeep. E sebbene mostrassi, come avevo sempre fatto, un certo disappunto per il modo di fare troppo esuberante di Hallen, gli ero silenziosamente grato per com’era, e non l’avrei cambiato per nulla al mondo. Siamo stati da sempre cosi’ complementari, che ho spesso pensato che sia questa la ragione della nostra cosi’ lunga e fruttuosa collaborazione. Lui e’… Era istintivo e incosciente dovunque io fossi ragionato e prudente, e viceversa.

La jeep era pochi metri piu’ indietro. Una di quelle auto di tipo militare che si usavano fino a vent’anni fa, senza tettuccio. Ma sarebbe andata bene comunque, a patto che funzionasse certo. Salimmo, e il nero si mise alla guida, cominciando a parlarci nella sua lingua nativa che noi naturalmente non capivamo. E nonostante tutto Hallen gli annuiva con estrema convinzione. Quello apri’ il cassetto portaoggetti della jeep e ne tiro’ fuori un paio di occhiali che assomigliavano vagamente a quelli in uso dagli aviatori, mettendoseli in viso. Ne getto’ un paio anche a noi due, ingiungendo qualcosa ad alta voce, come se non lo sentissimo perfettamente, e continuo’ a imprecare finche’ non ci decidemmo a metterceli. Ficco’ una mano sotto il sedile e ne estrasse un cappellaccio verdastro a tesa larga, calcandoselo bene in testa. Giro’ la chiave.  E mentre il motore rombava prepotentemente sotto di noi, sfrecciammo in pieno deserto lasciandoci alle spalle l’unica ancora che avevamo per fare ritorno nel “nostro mondo”.

Il calore era insopportabile fin dai primi minuti, e la sete ebbe presto ragione di noi, sebbene il nero sembrasse non risentirne affatto. La sabbia sollevata dalla jeep sferzava imperiosamente il nostro viso, e l’aria era irrespirabile. Ma non era certo il primo deserto che affrontavamo. Dopo alcune ore di viaggio, sia io che Hallen frugammo nel nostro zaino e ne estraemmo una siringa ciascuno, contenente un liquido della consistenza del mercurio di colore bluastro. Era la geniale invenzione del 2030: nutrimento e sopravvivenza in una sola siringa. Un’iniezione poteva idratare il corpo come se si fossero ingeriti litri d’acqua, e saziarlo per 24 ore. Hallen domando’ al nero di fermarsi per un minuto, il tempo che potessimo iniettarci nelle vene il liquido, e poi gli disse – gli gesticolo’ – di ripartire.

Quando scese la notte, ed il freddo con essa, Sudmahel, o qualunque fosse il suo vero nome, fermo’ la jeep proprio in mezzo al Gorgoth a ridosso di una duna, e scese dalla macchina urlandoci dietro nella sua lingua natia, scendendo dall’auto e andando ad aprire il bagagliaio posteriore, estraendone un telo immenso. Gli servi’ parecchio tempo per riuscire a stenderlo uniformemente fino a coprire tutta la superficie della jeep, assicurandolo tramite dei ganci e delle borchie. Bofonchio’ ancora qualcosa, tiro’ indietro il suo sedile e, dopo essersi levato gli occhiali, ma curiosamente non il cappello, chiuse gli occhi e si mise a riposare. Io e Hallen ci guardammo con aria di intesa, e dopo poco lo imitammo, trovandoci una posizione comoda in quello spazio angusto.

Procedemmo cosi’ per tre giorni, senza intoppi e senza incrociare alcuna forma di vita, il che era decisamente impressionante. Ma infine giungemmo. Era un piccolo villaggio fatto di tende attorno a un’oasi, senza strade o altro. Assomigliava piu’ ad un accampamento che a un nucleo urbano vero e proprio… Ma ad ogni modo, a giudicare dall’entusiasmo di Hallen, era il posto giusto. Scendemmo, e mentre Hallen pagava e ringraziava il nero, lasciandogli anche qualche credito in piu’, io osservavo tutti i volti curiosi che avevano fatto capolino dalle tende per guardarci. Li salutai distrattamente, ma in modo amichevole, attendendo il mio compagno per prendere il primo contatto. Quando Sudmahel si fu dileguato Hallen mi raggiunse, e mi prese per un braccio conducendomi con sicurezza verso una delle tende. “Eccoci qua, questo e’ il ‘villaggio’ dal nome impronunciabile! Lascia perdere tutti quanti che o non sanno o non parlano, andiamo direttamente da quello che l’ultima volta mi ha fornito piu’ informazioni. Mi riconoscera’ vedrai.”

Sollevo’ un lembo della tenda davanti alla quale mi aveva portato, e biascico’ qualcosa guardando all’interno. Pochi secondi e ne usci’ un vecchio dinoccolato, dai lunghi capelli grigi e una barba altrettanto lunga, ma nera. Gli occhi curiosi saettarono su di me, poi si fermarono su Hallen e le sue labbra si piegarono in un sorriso. Hallen gesticolo’ e biascico’ qualcosa senza nessun senso, un misto improbabile del loro linguaggio misto al nostro, ma conosceva una parola ben precisa della loro lingua, e nel sentirla il vecchio si irrigidi’ stringendo gli occhi e mormorando qualcosa, forse uno scongiuro.

Hallen fu imperterrito nelle sue richieste, per quanto confusionarie. Prese una delle sue mappe e la spalanco’ davanti al vecchio, facendogli cenno di indicargli la strada. Il vecchio esito’ a lungo, prima di puntare un dito ossuto su, apparentemente, un luogo qualsiasi sperduto del Gorgoth. Hallen si affretto’ a segnare quel punto con una croce, impugnando un pennarello che estrasse dalla tasca. Tento’ di chiedergli ancora qualcosa, ma per tutta risposta il vecchio gli poso’ la mano sulla testa con fare paterno, e mormoro’ alcune secche parole come fossero una benedizione. Ma la sua voce era tutto fuorche’ incoraggiante… Piu’ che una benedizione, la sua aveva il tono di un’estrema unzione. Fummo sgomenti e inorriditi nel sentirlo, improvvisamente, parlare la nostra lingua mentre rientrava nella tenda, senza guardarci. “Addio stranieri. Gli Dei abbiano pieta’ della vostra anima.”

Persino Hallen mi sembro’ abbastanza scosso, mentre fissava la schiena del vecchio scomparire dietro la tenda. Si riavvicino’ a me, ed entrambi rimanemmo silenziosi per alcuni secondi, lui ancora con la mappa in mano, segnata nel punto esatto dove avremmo dovuto recarci. E fu lui, ovviamente, a spezzare il silenzio. “Hahah, te l’avevo detto vecchio mio che non ne parlano volentieri! Ehi, lo so a cosa stai pensando eh, la tua famiglia e tutto il resto. Ma andiamo, non e’ la prima volta che ci sentiamo rispondere cosi’ da qualcuno di troppo superstizioso. C’e’ Hallen che ti protegge.”

Mi strappo’ un sorriso. “Ora si che mi sento sollevato. Dai andiamo, temo che ci sara’ molto da camminare.”

La nostra marcia nel Gorgoth non fu come mi aspettavo. Camminare in quell’inferno di sabbia, che ad ogni colpo di vento arido ci accecava, sotto il sole cocente senza cibo e senz’acqua fu massacrante, ma non pericoloso. Di giorno ci nutrivamo con le siringhe, che fortunatamente potevano bastarci per un mese, di notte dormivamo avvolti nei nostri sacchi a pelo. Non parlammo molto, Hallen era totalmente concentrato sul percorso da seguire. Sapeva bene che orientarsi era fondamentale, se volevamo sopravvivere, e lo sapevo anch’io, per questo non lo disturbai. Quando ci fermavamo ne approfittavamo per ricordare le nostre avventure passate, io gli raccontai della mia famiglia e dell’amore per mia moglie. Gli dissi quanto gia’ mi mancavano, e poi, non riesco a ricordare come, finimmo a parlare della nostra societa’, dell’ascesa del Tiranno, e di come la vita fosse cambiata da allora. Cio’ si ripete’ per i successivi sei giorni di cammino, fino a che, al tramontare del sesto, intravedemmo in lontananza l’inquietante sagoma del tempio che stavamo cercando, inquietantemente illuminato dagli ultimi raggi di sole ormai prossimi a svanire. Era una costruzione imponente, mastodontica e squadrata. Non assomigliava a nulla che avessimo mai visto, aveva una strana forma piramidale, ma troppo squadrata per essere una piramide. Si sviluppava su piu’ livelli, e ciascun livello era collegato agli altri tramite degli archi di pietra, che davano quasi l’idea che tutta la struttura fosse avviluppata da massicce corde. Era… un terribile incrocio tra una piramide, uno zigurrat e un mausoleo.

Ma prima di raggiungerla avremmo dovuto attraversare quell’infernale massa ribollente di sabbie paludose. In quel momento avrei voluto essere eccitato come lo era Hallen, ma tutto cio’ che provavo era una sensazione terribile che gravava sul mio cuore e sulla mia stessa anima, un oscuro presagio di sventura… Ma alla fine, il sonno ebbe la meglio anche su di me, e ci addormentammo in silenzio.

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