martedì, 30 dicembre 2008,22:22
I proiettili attraversarono l'aria resa elettrostatica dallo spostamento fulmineo di Kel, che nuovamente si tolse dalla traiettoria dei colpi di Blaze, i quali scomparvero nell'aria, all'orizzonte, seguiti dopo pochi istanti dalle loro scie infuocate. Questa volta pero' il nero colosso fu piu' veloce a sparare, e, incrociando le braccia, segui' Kelerion con un flusso continuo di proiettili mortali, costringendo quest'ultimo a restare in movimento. Per l'esattezza fluttuava in aria a velocita' folle, girando attorno a Blaze in cerchio, avvicinandosi a lui progressivamente e cercando il momento giusto per attaccare.

Un fulmine squarcio' il cielo illuminandolo per una frazione di secondo, e quello fu il momento in cui Kel decise di attaccare. A spada sguainata si lancio' di scatto contro Blaze, credendo di sorprenderlo forte della sua superiore velocita'. E fu sinceramente sorpreso quando, mentre ancora non aveva sollevato del tutto la lama per abbatterla sul nero, si trovo' a fissare l'estremita' della canna della pistola di Blaze che puntava proprio davanti alla sua faccia.
Sgrano' gli occhi completamente bianchi, ed ebbe appena il tempo di imprecare prima di smaterializzarsi e schivare anche quel colpo, che gli passo' comunque pericolosamente vicino al volto, al punto tale che la sua scia infuocata gli provoco' una seria ustione al collo. Scatto' lontano rifugiandosi temporaneamente sul tetto di uno dei vicini condomini, bestemmiando ad alta voce dal dolore e riferendosi a Blaze con degli attributi che avrebbero fatto impallidire chiunque.

Ma il nero non sembro' sentire, e con tutta probabilita' anche se l'avesse fatto la sua espressione sarebbe rimasta immutabile. Con un semplice gesto del pollice fece scattare il meccanismo delle sue pistole e apri' le braccia rimanendo a mezz'aria, lasciando scivolare a terra i caricatori quasi vuoti di entrambe le armi. Tenendole entrambe con una mano sola, e guardandosi attorno senza eccessiva concitazione alla ricerca di Kelerion ricarico' alla cieca le due pistole, le fece roteare un paio di volte e le strinse nel pugno, continuando a guardarsi attorno. Quando lo vide era gia' troppo tardi.

Il gomito di Kel si abbatte' rapido sulla mascella di Blaze, che fece per contrattaccare con le sue armi da fuoco, bloccandosi all'ultimo istante. Vide la lama di Kel avvicinarsi veloce e letale al suo collo immediatamente dopo la gomitata, e si sposto' immediatamente qualche metro in basso, seguito dalla sua scia infuocata. Contemporaneamente sollevo' le pistole e fece fuoco, ma Kelerion era gia' scomparso quando i due proiettili attraversarono l'aria elettrostatica che si era lasciato dietro.
Tento' di comparire alle spalle di Blaze con la spada gia' sollevata, ma lui parve accorgersene e in una frazione di secondo si poggio' una pistola di traverso sulla spalla e fece fuoco, mancando Kelerion per l'ennesima volta seppur per un soffio. Si volto' e continuo' a tempestarlo di proiettili mentre lui li schiavava dimostrando una velocita' disumana anche per un Dio come lui. Ciascun proiettile che inavvertitamente colpiva gli edifici sottostanti produceva una conflagrazione devastante al pari delle prime due che Blaze aveva causato nel condominio di Kel, ma a nessuno dei due poteva importare meno. Sebbene sembrasse il contrario, tutti e due erano un fascio di nervi poiche' sapevano bene che un semplice errore significava senza dubbio l'annientamento.

Per minuti interi i due si combatterono tempestandosi di colpi e schivandone la maggior parte, per poi metterne a segno pochi ma devastanti, al punto tale da creare grossi sconvolgimenti ambientali, demolendo gli edifici circostanti, tempestando il circondario di pioggia, fulmini, fiamme ed esplosioni. Kelerion approfittava della necessita' di Blaze di ricaricare le pistole e, per quanto fosse un procedimento che sapesse svolgere nel giro di un battito di ciglia, Kel restava sempre troppo rapido per non approfittarne. D'altra parte, Blaze aveva dalla sua la lunga gittata, costringendo Kel a estenuanti schivate ed evitando il corpo a corpo.

Ma anche quando giunsero a combattere in corpo a corpo, abbandonando le armi, si trovarono in una situazione di stallo. Nessuno dei due schivava piu', attaccando furiosamente con raffiche di pugni e calci, ma ogni volta che i loro colpi andavano a segno, i loro corpi venivano feriti. Ogni volta che Blaze colpiva Kelerion causava una piccola esplosione di fiamme che ustionava quest'ultimo, ma, al contempo, il suo braccio veniva invaso dall'immensa energia elettrica che lo semiparalizzava per alcuni istanti. Ed ogni volta che Kel colpiva Blaze, liberando in lui le scariche elettriche che dominava, doveva istantaneamente ritrarsi a causa delle fiamme che cominciavano ad avviluppare le sue mani.

Infine, dopo piu' di quindici minuti complessivi di feroce battaglia, Kel diede una spazzata con la spada davanti a se, all'improvviso, approfittandone per indietreggiare di scatto. Sul torace di Blaze, che era avanzato per incalzare, si apri' un lungo taglio sanguinante che lo fece vacillare per un momento. Tacitamente si fissarono, respirando rumorosamente e a fatica e stipulando una tacita tregua.

Blaze aveva ferite di arma da taglio su tutto il corpo, unitamente alle ramificate ustioni dell'energia elettrica. Respirava a fatica ed era visibilmente dolorante, ma Kel era ridotto molto peggio. Aveva due squarci nella spalla sinistra causati dai potenti proiettili sparati dal nero, e la sua pelle era annerita e coperta di ustioni macilente, sotto le quali si vedeva la carne viva. Ogni singola goccia che cadeva su quelle ferite infliggeva a Kel tormenti che lo spingevano al delirio.

Inoltre in entrambi si erano fatti piu' evidenti i loro tratti elementali puri. I corpi degli Dei non erano altro che contenitori di essenza elementale, che fuoriusciva da essi come l'acqua gocciola da un vaso pieno di crepe. Gli occhi di Blaze erano due pozzi di lava ardente, e gran parte del suo corpo era consumato da altissime fiamme inestinguibili, che sprigionavano un calore insopportabile e letale. Gli occhi di Kelerion invece erano completamente bianchi, crepitanti di energia, e pura elettricita' avviluppava ogni fibra del suo corpo percorrendolo in ogni direzione ed incendiando l'azoto presente nell'aria attorno a lui, che sprigionava un pungente odore.

"Hey" disse Kel con il suo caratteristico tono insolente, sebbene avesse il fiato corto e la voce rotta da dolori inimmaginabili "Conosci i Metallica Blaze? C'e' una canzone che mi piace tantissimo, vuoi sentirla?"

E sollevo' entrambe le braccia, imponendole verso il cielo. I fasci elettrici che percorrevano il suo corpo confluirono massicciamente nelle sue mani, schizzando con forti crepitii da un braccio all'altro. In una manciata di secondi le scariche elettriche si erano unite, formandone una molto piu' spessa e molto piu' luminosa. Kel abbasso' le braccia tenendo i palmi vicini, e concentrando quell'enorme fulmine tra le mani, contenendone l'energia con visibile fatica a giudicare dal modo in cui tremava. E dopo aver posto le mani davanti a se, in direzione di Blaze, le tiro' indietro accanto al suo ventre, dove la scarica minaccio' di sopraffarlo.

I suoi occhi bianchi incatenarono quelli ardenti di Blaze, e si concesse un sorrisetto irriverente prima che pronunciasse le parole che seguirono, senza nemmeno rendersene conto.

"Cavalca il fulmine, figlio di puttana."

La folgore lascio' le mani di Kel volando a velocita' folle verso Blaze, ribollendo cosi' tanto di potere al punto di contorcersi ed accartocciarsi in modo innaturale. Blaze si rese perfettamente conto di cio' che stava per accadere, ma non pote' fare nulla per impedire che accadesse. Stanco, esausto e ferito, non poteva in alcun modo schivare un colpo cosi' veloce e preciso come quello, e lo incasso' in pieno petto.

Il suo corpo venne dilaniato dall'energia elettrica che non solo gli aveva perforato la carne e le ossa, ma che si era diffusa dolorosamente in tutti i suoi organi interni provocandogli una sofferenza inimmaginabile, che pote' sfogare solo accasciandosi e rannicchiandosi, tossendo sangue e urlando con quanto fiato avesse, mentre ogni sua cellula implorava pieta' e chiedeva a gran voce che la tortura finisse.

Fini', e Kel rimase annichilito nel vedere Blaze raddrizzarsi, rimanendo sempre a mezz'aria, mentre fiamme vive divampavano attorno allo squarcio che il fulmine aveva aperto nel suo corpo. I suoi occhi erano rossi come brace.

"Conosci gli Angra Kelerion...?" Disse lui con la bocca impastata di sangue che colava copioso lungo il suo mento.

Kel non ebbe materialmente il tempo di provare il terrore che avrebbe voluto provare. Ma seppe che la sua fine era giunta, quando vide il braccio di Blaze alzarsi a fatica ed essere puntato verso di lui. Il braccio divampava e ardeva di fiamme ancora piu' alte di quelle che avvolgevano il corpo del nero, e si disposero come seguendo una linea lungo l'arto disteso.

"Spargi il tuo fuoco, figlio di puttana."

Le fiamme lasciarono il braccio di Blaze e corsero veloci attraverso l'aria, seguendo una linea perfettamente retta, che trovo' alla sua fine un Kelerion impossibilitato a scansarsi. Le fiamme lo investirono, ma non lo bruciarono. Le fiamme esplosero proiettando un fuoco selvaggio ovunque nel raggio di trenta metri, che si innalzo' come se volesse consumare anche la stessa aria, prima che, senza attecchire da nessuna parte, si estinguesse continuando ad ardere viva la sua vittima.
Kel perse istantaneamente i sensi a causa del dolore insopportabile, e crollo'. Cadde a terra da piu' di trenta metri di altezza, ma fortunatamente atterro' sul tetto di un palazzo sfasciandone completamente il cemento di cui era composto, e solo allora le fiamme ebbero pieta' di lui e terminarono di straziarlo. Lascio' infine la presa sulla spada, e le nuvole si ritirarono portando via la pioggia, finche' anche i fulmini smisero di cadere.

Blaze ansimo' cercando di riprendere fiato per alcuni secondi, prima di discendere affianco a Kel lentamente, a causa delle serie ferite riportate. Lo raggiunse, solo per constatare che era ancora vivo. Ansimando ancora estrasse una delle due pistole, la carico' con gesti lenti e misurati, e la punto' contro la testa dell'esanime Kel. Ma esito' prima di fare fuoco, rimanendo a fissare a lungo il suo avversario. Non era dispiaciuto, ma non era nemmeno felice. Eliminare uno della sua stessa stirpe era un compito duro, per assolvere il quale occorreva aggirare diversi ostacoli morali. Ma Blaze faceva parte dei quattro, e non gli era concesso sbagliare. E tuttavia non ebbe piu' occasione di concretizzare i suoi propositi di morte.

Dal nulla, in cima a quel tetto spazzato dal vento, avvolto dal silenzio spezzato unicamente dalle sirene dei pompieri e delle ambulanze, che accorrevano gia' da diversi minuti nel quartiere, si materializzarono due sfere evanescenti, una viola e una rossa. Contemporaneamente quelle sfere assunsero una forma umanoide solida, fino ad assumere i tratti inconfondibili di due Titani, con i loro pantaloni rossi e le camicie bianche, e dalla caratteristica corporatura robusta e muscolosa, anche piu' di quella di Blaze, che fisso' i due nuovi venuti con freddezza, rimanendo silenzioso.

"Salve Blaze" sentenzio' quello che era comparso dalla sfera viola, un Titano con una striscia di vernice blu che divideva a meta' il suo volto "Sembra che siamo arrivati giusto in tempo. Immagino che Lei sappia gia' chi io sono, quindi mi risparmio la fatica di presentarmi, e Le comunico solo il motivo per cui sono qui. Il signor Kelerion deve vivere."

Blaze guardo' Last con odio viscerale, e, nonostante le sue ferite profonde, la sua voce soggiunse velenosa assieme ad un getto di fiamme che eruppe dalla voragine che aveva nel petto. "Sparite, o vi riduco in cenere. Non avrete un secondo avvertimento."

Last ridacchio', sicuro di se'. "Come siamo aggressivi, signor Blaze. Non si preoccupi, ce ne andiamo subito, il tempo di prendere il signor Kelerion."

"Non oserete."

"K-Tharp."

"Subito."

Tutto si svolse in una frazione di secondo. Appena Last ebbe finito di pronunciare il nome dell'altro Titano, questo brillo' di luce rossastra che ando' a velare i suoi occhi e la pelle delle sue mani, come fosse della pellicola trasparente. E in quello stesso istante Blaze constato' con orrore che il suo braccio, quello che impugnava la pistola, si muoveva da solo. Nel giro di qualche secondo, si stava puntando la pistola alla tempia.

"Maledetti bastardi" Sputo' Blaze, sul punto di esplodere "Credete davvero di sopraffarmi? Anche se sono ferito posso eliminarvi tutti e due in un battito di ciglia. Ed e' quello che ho intenzione di fare non appena ve ne andrete. Non tornerete a casa vivi."

"Ma signor Blaze" disse ancora Last, mentre, avvicinatosi a Kelerion, lo trascinava a qualche passo di distanza dal nero e lo tirava su in piedi, mettendosi una delle sue braccia attorno al collo "Le ho gia' detto che ce ne andiamo subito. Ma non si preoccupi, K-Tharp restera' a giocare con Lei."

"FERMO, BASTARDO!"

"Addio signor Blaze."

Last riassunse velocemente la forma di sfera evanescente viola, inglobando al suo interno anche il corpo prossimo alla morte di Kelerion. Fluttuo' per qualche istante nell'aria, prima di dissolversi senza lasciare alcuna traccia. Quello fu il passaporto della salvezza per Kelerion, ma una certa condanna a morte per il Titano rimasto assieme a Blaze.

Il geyser di fiamme che l'avrebbe ridotto in polvere sarebbe stato visibile a chilometri e chilometri di distanza, e sarebbe arrivato fino al cielo. Un sacrificio modesto, penso' Last, mentre, pazientemente, si occupava al sicuro del Signore dei Fulmini.
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domenica, 28 dicembre 2008,20:37
Volevo mettervi al corrente della geniale illuminazione che ho appena avuto.

Non solo l'essere stupidi dovrebbe essere considerato una psicopatologia contagiosa e pericolosa, ma dovrebbe esserlo anche l'essere dei rompicoglioni patentati. Dev'essere lo stesso ceppo.

Sono fortunato, in un modo o nell'altro sono circondato in modo anche molto prossimo da esponenti di entrambe le malattie, ed il mio terreno di studi e' ricco e fertile. Ma passo ad una analisi approfondita.

Prima gli stupidi. Il discorso e' relativamente semplice, sebbene sia opportuno specificare che esiste una precisa differenza tra il ritardo mentale e la semplice stupidita', dal momento che essere ritardati presuppone una certa intelligenza di base, e le facolta' mentali tra le piu' elementari che esistano, quali, molto importante, rendersi conto che alle nostre azioni corrispondano delle reazioni. Il paziente con ritardo mentale lo sa benissimo, e, rendendosene conto - e qui si passa al secondo livello di intelligenza, quello che davvero fa la differenza tra il ritardato e lo stupido - evita di scatenare delle reazioni esagerate o sgradite in qualsivoglia modo.
Lo stupido invece e' perfettamente al corrente delle reazioni dei suoi gesti, ma, incurante, li compie lo stesso. Questo e' il grande interrogativo, questo e' il grande mistero. Perche' lo stupido non si cura delle conseguenze dei suoi gesti stupidi? (so che sembra ridondante ma non lo e'.)
La risposta di un aspirante neuropsicologo e', ovviamente, che e' una psicopatologia che ha a che fare con il cervello. Ma questo non spiegherebbe in che modo e' contagiosa, e non solo geneticamente, il che farebbe presupporre una stretta connessione con la medicina tradizionale, probabilmente un virus che si diffonde in modo comune ma che va ad aggredire i centri del SNC.

Cio' spiega come sia possibile che una persona apparente normale un giorno, quello successivo abbia l'intelligenza equiparabile a quella di un cassetto del comodino. Cio' non spiega come immunizzarsi dal morbo, ne' per quale ragione non bisognerebbe operare una corposa pulizia del mondo. Avete presente i mucchi di cadaveri malati di peste che ardevano in mezzo alle strade nella meta' del 1300?

Sono sicuro di si. Non c'e' bisogno che mi spieghi ulteriormente.

Sono spiacente di non poter dare altre spiegazioni, ma gli stupidi sono un fenomeno ancora tutto da scoprire. Quando credi di aver visto il fondo della gente stupida, quella ti sorprende sempre. Promemoria: approfondire il nesso tra il fenomeno della stupidita' e la psicopatologia dell'autismo.

Ma in fin dei conti i danni degli stupidi sono relativamente limitati. Certo, la stupidita' altrui, specialmente della gente con cui stai gomito a gomito, puo' dare molto fastidio, ma in fondo prima o poi ci si abitua, e col passare del tempo li si vede sempre piu' come nient'altro che un cadavere in mezzo al mucchio che arde.  Ed allora te ne sbatti i maroni, eviti la tal persona stupida, ti metti il cuore in pace, e' irrecuperabile e pazienza, ne prendi atto, cerchi di starci gomito a gomito fino al giorno del distacco, in cui non sarai piu' costretto a sopportare la sua stupidita'.

...

Ma i rompicoglioni. I rompicoglioni no, non puoi semplicemente voltarti dall'altra parte e ignorarli. Non puoi ignorarli, altrimenti non sarebbero dei rompicoglioni. Il che e' anche piu' frustrante, perche' non si hanno armi per difendersi dai rompicoglioni. Certo, c'e' sempre l'arma universale che e' quella di rompergli la testa, ma ci sono certe volte in cui non si puo' proprio ricorrere a un simile sistema e quindi l'unica cosa da fare e' farsi venire i travasi di bile per colpa dei rompicoglioni.

Dopo tanta erudita introduzione, che ritengo sia stata molto utile a specificare il mio stato attuale nei confronti di questa orrenda malattia, vado ad analizzare piu' nel dettaglio.

Apparentemente il rompicoglioni e' una persona mediamente intelligente, piu' intelligente dello stupido, ma meno delle persone NON rompicoglioni. Questo perche' il rompicoglioni conosce benissimo le reazioni delle sue azioni, ma sceglie deliberatamente di compierle al fine di raggiungere uno scopo, ovvero quello di rompere i coglioni al prossimo. La sostanziale differenza tra stupidi e rompicoglioni e' proprio questa: laddove lo stupido e' stupido "inconsciamente", il rompicoglioni e' rompicoglioni in modo assolutamente conscio.

Vale per i rompicoglioni la stessa teoria di un virus che si propaga per vie tradizionali, con la differenza che i sintomi possono raggiungere picchi elevatissimi. Laddove ha fine la stupidita' comincia la psicopatologia seria, ma laddove finisce la voglia di rompere i coglioni...?

*suspens*

C'e' solo altra voglia di rompere i coglioni. Questo ci porta ad un ciclo inesauribile dove il rompicoglioni, indipendentemente dalle sue conoscenze e indipendentemente dal fatto che abbia coscienza della sua condizione piuttosto irritante per coloro che gli stanno attorno, continua IMPERTERRITO a rompere i coglioni.
Devo dire che c'e' qualcosa di diabolico in tutto questo.

Ho finito. Se siete arrivati a leggere fino qui vi meritate una citazione prima di togliervi dai maroni.

Se passi una vita noiosa e miserabile perché hai ascoltato tua madre, tuo padre, tua sorella, il tuo prete o qualche tizio in tv che ti diceva come farti gli affari tuoi, allora te lo meriti.
F.Zappa

StW
Fra
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venerdì, 26 dicembre 2008,21:44
I tre giorni successivi Kelerion non usci' di casa, rimanendovi per pensare e riflettere al modo in cui avrebbe dovuto gestire la nuova situazione che si era creata. La cosa che considerava peggiore era che non fosse una situazione che lui stesso aveva causato, sebbene ora ne fosse la parte determinante e fondamentale.

Il suo telefono suono' parecchie volte, in quei tre giorni. Ma ogni volta che premeva il tasto di risposta e si metteva in ascolto, udiva sempre e solo la voce preoccupata di Jenell, alla quale decise tuttavia di non rispondere mai. A quanto pare la voce dello scontro si era sparsa decisamente in fretta, anche a causa dell'esplosione dell'auto e dei fulmini che avevano imperversato per diversi minuti nella zona residenziale della citta', esplosioni di certo non passate inosservate.

In una sola occasione venne cercato dalla ragazza che le circostanze avevano salvato, la notte dello scontro. Kel le riaggancio' il telefono in faccia, non aveva alcuna voglia di darle spiegazioni. Cosi' come non aveva voglia di darne a Jenell, sebbene in cuor suo sapesse che se le sarebbe meritate.

E cosi' Kel lasciava trascorrere pigramente le giornate, sdraiato sul letto e lasciandosi passare da una mano all'altra delle piccole scariche elettriche, come per concentrarsi meglio mentre la sua mente si affollava di interrogativi. Interrogativi sugli uomini che tanto amava eliminare, sugli Dei che detestava e dai quali era detestato, e sui Titani, sue nemesi ancestrali ma che potevano rivelarsi degli insperati alleati.

Proprio il fatto di essere cosi' conteso da tutte quante le parti l'aveva spinto a restare da solo per riflettere, senza che fosse tentato dai titani, o che fosse persuaso da Jenell a non muovere guerra alla sua stessa gente. Certo, i poveri umani erano virtualmente estranei a questo conflitto, ignari dei meccanismi che si verificavano ogni giorno e che portavano allo scontro Dei e Titani, ma dovevano servire come campo di sperimentazioni per Kel. Questo era imperativo.

Altri quattro giorni trascorsero nella tranquillita', ma era una tranquillita' innaturale, preludio di una tempesta di dimensioni epocali, e Kel lo sapeva bene. Non si aspettava di certo che l'aver ridotto in fin di vita Rikter sarebbe stata un'azione per la quale l'avrebbe potuta passare liscia. Restava solo da attendere che qualcuno dei piani alti venisse a parlargli, dissuaderlo, o dargli il benservito. E cosi' accadde.

Quel mattino Kel si trovava sull'altopiano di una zona montagnosa fuori citta'. Solo il rumore del vento che fischiava spezzava il silenzio sepolcrale che regnava in quel luogo che apparentemente mai piede mortale aveva calpestato. L'erba cresceva soffice a perdita d'occhio, un tappeto verde sulla nuda terra, intervallato da candidi fiori di montagna, sebbene ce ne fossero anche di altri colori. Cio' che pero' si notava di piu' era la grezza ed imponente croce di legno, niente piu' che due grossi rami legati assieme da robusto spago, che svettava al centro del piatto altopiano spazzato dal vento che si insinuava tra gli alti monti che si ergevano tutto attorno ad esso.

Kel era li, in piedi davanti alla croce, la giacca scossa e i capelli scompigliati dal vento, ma apparentemente affatto disturbato. E li' parlava da solo, ad alta voce, per l'ennesima volta sul baratro della follia.

"... Si, la mia ricerca sta continuando. Sai Elene, mi avete aperto gli occhi tu e Grendel. Davvero. Non e' stato cosi' privo di senso come sembrava all'inizio... Si... Ho capito molte cose. Ma ve l'ho gia' raccontato."

Ridacchio', mentre i suoi occhi si riempirono di silenziose lacrime.

"Non vedo molte persone" Prosegui' Kel con la voce solo vagamente incrinata "Solo gente che uccido, e Jenell che ogni tanto viene a trovarmi. E' una cara ragazza. Ho rivisto anche Rikter dopo tanto, ed ho incontrato due Titani che mi hanno proposto una ridicola alleanza. Sta tutto andando a rotoli, lo sapevo, l'ho sempre saputo. Elene, se solo tu fossi ancora qui. Elene."

Accarezzo' il legno della croce, sfiorandolo con la punta delle dita come se avesse davanti una persona, e non un semplice oggetto inanimato. Chiuse gli occhi, e due lacrime che velavano i suoi occhi corsero giu' per le sue guance, cadendo per terra. Rimase solo con la sua tristezza per piu' di venti minuti, in piedi davanti alla croce, gli occhi serrati che sporadicamente si lasciavano sfuggire altre lacrime. E quando li riapri', brillavano corruschi di elettricita'.

"E poi aspetto con ansia la visita di uno dei quattro, in questi giorni. Sara' meglio che mi trovino preparato ad accoglierli... Tornero' da te presto Elene. E' una promessa."

Mentre con un groppo alla gola pronunciava le ultime parole, si volto' e il suo intero corpo risplendette, prima di smaterializzarsi fulmineamente e di ricomparire a pochi isolati da casa sua. E quando dopo alcuni minuti giunse davanti all'ingresso del fatiscente condominio in cui alloggiava, non pote' fare a meno di scoppiare a ridere allegramente, nel vedere un colossale uomo di etnia africana, con indosso un paio di occhiali neri e un cappotto di lucida pelle lungo fino a terra, seduto sui gradini che portavano agli appartamenti.

Kelerion gli si avvicino' e, senza smettere di ridacchiare, gli diede irriverentemente due schiaffetti sul viso, in quello che voleva essere un cenno di saluto ma anche un vago gesto provocatorio. Lui non proferi' parola, si limito' ad alzarsi e ad ergersi in tutta la sua possente statura sovrastando Kel, che, per nulla spaventato, rincaro' la dose.

"Ma guarda se non e' il caro vecchio Blaze in persona! Stavo parlando giusto di te pochi minuti fa. Vieni a casa, ti offro una tazza di the inglese prelibato." E rise ancora, schernendolo.

"No" Sentenzio' il nero di rimando, con un curioso ed inconfondibile accento africano e senza far caso agli schiaffetti ricevuti "Questo posto e' una topaia. Non metterei mai piede nella tua fogna, Kelerion. E poi la mia non e' certo una visita di piacere."

"Oh ti prego" Disse Kel con aria insofferente "Non vorrai ripetere quella noia mortale di quello stupido vecchio di Rikter no? Credo che la mia risposta sia stata abbastanza chiara. Anzi, dato che non sono proprio dell'umore giusto per contemplare il tuo muso nero, levati di torno o vai a far compagnia al balordo."

Cosi' dicendo, i suoi occhi furono attraversati da una scarica elettrica appena percettibile ma perfettamente visibile, che diede ulteriore valore alle sue parole.

"Certo che no" Rispose il nero inespressivamente, e mostrando una calma inaspettata, probabilmente a causa del fatto che conosceva bene il modo di porsi di Kel "Proprio perche' sei stato chiarissimo non sono qui per raccontarti altre storielle."

Comincio' a camminare avanti e indietro per la strada antistante il condominio, facendo risuonare ritmicamente i suoi massicci stivali per terra, mentre ad ogni passo le catene che aveva legate agli stivali stessi tintinnavano accompagnandolo come una terribile sentenza di morte.

"Ma prima di pensare al lavoro hai diritto a qualche spiegazione sul perche' sto per fare cio' che sto per fare, non siamo di certo i tipi che si sporcano le mani a tradimento."

Kelerion aveva gia' capito come sarebbe andato a finire il loro incontro, ma decise di aspettare e di lasciar parlare Blaze fino alla fine. Nel mentre si guardo' attorno, ma le strade erano deserte, e chiunque si affacciasse su quella in cui si trovavano lui e il nero, decideva saggiamente di imboccarne un'altra. Nessuno voleva piu' problemi di quanti ne avesse gia'.

"Come gia' sai, tu non piaci a nessuno Kelerion. Non piaci a noi quattro, non piaci agli altri Dei maggiori, e non piaci nemmeno ai minori. Abbiamo atteso che tu rinsavissi, abbiamo sperato di non dover lasciare indietro un Dio maggiore, che dovrebbe essere esempio per tutti noi e di grande impatto nel mondo degli uomini. Abbiamo pazientato in rispetto verso la tragedia che ha sconvolto la tua vita eterna. Ma abbiamo aspettato invano. Ed ora, a fronte del fatto che hai ridotto a un passo dall'annientamento l'esistenza di Rikter, del fatto che hai assassinato un numero impensabile di umani solo per tuo piacere personale, e del fatto che saresti anche in grado di tradirci tutti per passare dalla parte dei Titani... Abbiamo deciso che non vale piu' la pena correre rischi inutili con te. E che invece di portarti con noi, il tuo inutile peso sara' gettato giu' dalla mongolfiera per farla tornare in alto nel cielo."

Blaze infilo' le mani all'interno della giacca di pelle, e ne estrasse due pistole semiautomatiche a canna lunga di colore argenteo, che impugno' con sicurezza. Ne punto' una in direzione di Kelerion, e fece ruotare l'altra tra le dita con un'abilita' impressionante. Kelerion era perplesso, non tanto per le parole che aveva appena udito, quanto perche' non credeva affatto che Blaze potesse farlo sul serio.

"Vuoi farlo qui, in mezzo a tutta questa gente?" Disse lui, provocatorio, mentre i palmi delle sue mani si riempivano di immensa energia elettrica che proiettava luce intermittente ovunque nei dintorni.

"Non ci provare. Questa gente con cui stai cercando di farti scudo e' la stessa che tu hai massacrato e derubato quando avevi bisogno di qualche soldo, di una moto, o di qualsiasi altra cosa. Tu non hai diritto di parlare della vita di queste persone." La pistola che ruotava nella mano di Blaze si fermo' esattamente nel suo pugno, ed in quello stesso istante una tremenda ed ustionante vampata d'aria calda si sprigiono' da lui investendo Kelerion, che tuttavia rimase immobile senza perdere la calma.

L'adrenalina invase il suo corpo. E mentre un lontano "Addio Kelerion" giungeva ovattato alle sue orecchie, la sua vista divenne quasi completamente bianca. Energia elettrica corse sotto le sue membra, e, nonostante sapesse perfettamente che stava per scontrarsi con una potenza inimmaginabile, le sue labbra si piegarono in un sorrisetto, e si mossero lentamente, pronunciando due semplici parole che erano una specie di marchio di fabbrica per Kel.

"Ti distruggo."

Blaze premette il grilletto di entrambe le pistole e il mondo di Kel comincio' a muoversi al rallentatore. Prima il rumore dei due percussori che scattavano risuono' a lungo nell'aria. Poi i due flash luminosi provenienti dall'estremita' della canna. Ed infine le esplosioni dei proiettili espulsi dalla bocca di fuoco delle due armi. Kel non ebbe molto tempo per pensare, e, concentrandosi, si mosse ad una velocita' invisibile ad occhio nudo verso il cielo, a una trentina di metri di altezza, portandosi fuori dalla traiettoria dei due proiettili che gia' avevano cominciato a fuoriuscire dalle pistole di Blaze. Strinse il pugno sull'elsa della spada, e il mondo ricomincio' a muoversi a velocita' normale.

Due voragini si aprirono nell'edificio alle spalle di Kel con un boato spaventoso. Vampate di aria ustionante si dipanarono dal punto dell'esplosione dei proiettili, facendo volar via automobili e bidoni dell'immondizia nel raggio di almeno quindici metri. Schegge e frammenti di pietra e mattoni schizzarono in ogni direzione, ricadendo a terra in una devastante pioggia di detriti, i quali sollevarono una discreta quantita' di polvere che fluttuo' al suolo come una tetra nebbia. E quando essa si dirado', dopo appena un paio di secondi, lascio' intravedere gli squarci che l'attacco di Blaze aveva lasciato nell'edificio. La pietra stessa stava bruciando consumata da fiamme vive, che seguivano i contorni delle voragini. Blaze sollevo' lo sguardo, truce, ad incrociare quello di Kelerion, che stranamente non sorrideva piu'. Si terse il sudore dalla fronte con il dorso della mano rimanendo a mezz'aria, e sfodero' la spada impugnandola saldamente, e liberandosi con un gesto secco e violento della giacca, rimanendo a torso nudo, le carni segnate da parecchie cicatrici che tuttavia non erano sgradevoli da guardare.

Nubi nere portatrici di tempesta si addensarono sulle loro teste, assieme a crepitanti fulmini che si originavano ad ogni incrocio delle nuvole. Gocce di pioggia cominciarono a bagnare i due contendenti, che sembravano essersi paralizzati per un secondo, come a volersi preparare reciprocamente per la battaglia, in una tacita e brevissima tregua. Tanto che Blaze stesso si disfo' del lungo impermeabile nero gettandolo lontano, restando con una semplice maglia nera aderente senza maniche a coprire il torso dalla muscolatura taurina. Schiocco' con calma le vertebre del collo con un secco movimento della testa, e si alzo' nell'aria proprio come Kel, ma piu' lentamente. La sua ascesa era seguita dalla combustione dell'aria dietro di se, formando una scia come fosse una striscia di benzina in fiamme.

Gli ci vollero pochi istanti per raggiungere Kel, davanti al quale si blocco' facendo roteare le pistole nelle mani, incurante della pioggia che infradiciava i suoi capelli ricci e che colava sui suoi occhi. E dopo essersi guardati a vicenda per altri istanti che sembrarono interminabili, per la prima volta Blaze scopri' i denti bianchissimi in un sorrisetto e strinse nel pugno le due pistole arrestando la loro rotazione, sprigionando l'ennesima vampata d'aria calda dal suo corpo.

Un fulmine colpi' in pieno Kel, irrorandolo di crepitante energia elettrica. Le lenti degli occhiali di Blaze scoppiarono con una vampata di fiamme.

"Cazzo, sei morto." Sentenzio' lugubre prima di fare fuoco.
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giovedì, 25 dicembre 2008,21:42
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lunedì, 22 dicembre 2008,22:31
La sfida di qualsiasi sociologo. Affascinante.

Ma non affascinante come me, non affascinante come Monica Mayhem*, no.

Affascinante come guardare un gatto splatterato sull'asfalto. Affascinante come vedere centinaia di formiche che divorano insetti giganteschi ancora vivi. Affascinante come seguire su degli schermi la crescita di un tumore.

Questa e' l'alta considerazione che nutro nei confronti dell'america, degli americani, e dei filoamericani. Vado a fare una rapida analisi di tutte e tre le cose, accorpando le prime due in quanto molto simili ma prendendomi la liberta' di analizzare anche il popolo filoamericano.

Cominciamo dalla storia si?

Della gente arriva in quelli che sono oggi gli stati uniti, massacra un intero popolo riuscendo laddove perfino baffetto ha fallito, e si mette a costruire sui cadaveri ancora caldi dei poveri indiani.
In fondo buon sangue non mente. A livello di mentalita', l'america non e' mai cambiata da 500 anni fa. Ma corro troppo.

Preso atto che non possiamo certo colpevolizzare gli attuali americani per gli sbagli dei loro predecessori, commessi 500 anni prima, e che tutto sommato non erano ancora realmente "americani", parliamo allora di che genere di persone siano oggi come oggi.

Parliamo della loro tendenza disgustosa a fare le cose in grande. Le macchine, un tripudio di Suv, fuoristrada, e chi piu' ne ha piu' ne metta. Gli edifici, che fortunatamente qualcuno trova altrettanto di cattivo gusto e che pensa a livellare uniformandoli al senso comune di buon gusto. Ok questa era perfida, pero' LOL. Il cibo, fatto a bicchieri di coca cola da mezzo litro. MEZZO LITRO di coca cola. Ora non so che genere di persone voi siate, ma se riuscite a bere mezzo litro di coca cola in quel quarto d'ora di pasto medio dal mcdonald, mi disgustate parecchio. I film, che devono essere colossali, costoserrimi, superpubblicizzati. Ed infine, gli stessi americani! Come non notare quei figurini slanciati che rotolano fino al taxi piu' vicino, mentre la loro pappagorgia oscilla in modo rivoltante come fosse viva. Ma in fondo l'essere lardosi e' uno status sociale, e' comprensibile. Essere lardosi e' un biglietto da visita che parla di noi. Dice di noi che siamo ricchi, che possiamo permetterci un sacco di cibo, che i nostri soldi ci pongono al di sopra dell'ostracismo sociale, che le nostre mogli vanno a scopare con gente magra, e che abbiamo un cazzetto minuscolo.

Ma e' anche una questione di fama, che di certo non aiuta il povero popolo americano. Non riesco davvero a capire la ragione per cui si pensa che tutto quello che fanno in america sia una figata pazzesca. Se un giorno gli americani inventeranno il giovedi' lavorativo con il rutto libero, state pur tranquilli che lo avremo anche qui, perche' indipendentemente da quanto la cosa possa essere ridicola, se l'han fatta in america noi nella nostra italia del terzo mondo non possiamo certo essere da meno. Naturalmente tutta questa emulazione porta gli americani a pensare di essere una specie di popolo piu' avanti degli altri, quando in realta' cio' di cui avrebbero bisogno e' di qualcuno che li riempisse di schiaffi e che li facesse scendere un po' dal loro fottuto piedistallo del cazzo sul quale poggiano da anni il loro obeso culo.

Qualcuno dira' che sono un popolo effettivamente prospero e pieno di risorse, e che quindi non sono solo falsi miti. No, fanculo. La criminalita' e' alle stelle, cosi' come i picchi di poverta', e i servizi sono solo per i ricconi, dal momento che persino la sanita' piu' elementare costa soldi. E' proprio la massima espressione del capitalismo, e, avvicinandomi sempre piu' a parlare dei filoamericani, affermo che capisco perfettamente quei popoli che desiderano ardentemente radere al suolo tutto.

E' proprio gente marcia, dalla mentalita' perversa che si pone al di sopra di chiunque altro. Sono americano = sono meglio, lo pensano anche loro non lo pensiamo solo noi. E poi che levasse un po' delle sue disgustose mani in pasta che ha ovunque. Se lo facesse, sarei curioso di vedere quanto ci metterebbe la graziosa america a devastare tutta la superficie terrestre, vista la gran cura che ha per l'ambiente. Sarei proprio curioso.

I filoamericani. Fondamentalmente non c'e' molto altro da dire che non abbia gia' accennato prima. Il pendere dalle grasse labbra americane, l'emulare a tutti i costi, il mitizzare. I filoamericani ricordano un po' i truzzi no?
"Minchia oh guarda che in america si strofinano i cactus tra le chiappe da una vita OH! Ma sei indietro, non puoi capire!"

Il "non puoi capire" e' una costante di ogni filoamericano. Quando cerchi di fargli accorgere che e' un povero coglione, lui ti accusa dicendoti che sei tu che non capisci l'america.

Io capisco anche troppo bene, mio caro filoamericano delle balle. Cerca di capire un po' anche tu. Se ti piace tanto l'america, vacci e levati dai maroni, non cercare di trasformare tutto quel che ti sta attorno in quella cloaca a cielo aperto di nazione. Grazie.

StW
Fra



*Cercare su Google, ma assicurarsi che non siate in ambienti affollati come uffici o altro.
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martedì, 16 dicembre 2008,21:03
11. Le teste di cazzo con quegli ombrelli formato gazebo che ti danno puntualmente in faccia perche', rincoglioniti come sono, vanno in giro guardando per aria, la bocca semiaperta che denota una grave arretratezza mentale.

12. I cani informatici. Ora, prendere dei virus puo' capitare. E' capitato anche a me e al mio piccolino. E' normale, succede a tutti. Quindi diciamo che una maggiore esperienza nell'ambito non mette necessariamente piu' al sicuro.
Ma quando il virus lo prendono i famosi cani. Gli stessi che poi vanno in giro millantando che "hanno preso un virus ma hanno trovato delle ottime soluzioni su internet" cercando di spiegarti come sono stati bravi - dimenticando invece quanto sono stati coglioni a infettarsi dal principio - e riempendosi la bocca di termini informatici di cui non conoscono nemmeno il significato. Che poi io le mezze idee su come questa gente si prenda i virus io ce l'ho. Certo, bisognerebbe assicurarsi di essere in grado di farle, certe cose, altrimenti si rischia solo di far cazzate e si dira' "non sono stato io". Lol. Non continuo.

13. I senzapalle. Son peggio dei pruriti nelle zone intime. Ero indeciso se paragonarli ai calcoli renali, ma e' un paragone che mi tengo per una prossima eventuale categoria.

StW
Fra

P.S. IMPORTANTISSIMO: il numero 14, quello dei calcoli renali, va sicuramente ai fratelli minori. Forse non e' una legge universale, ma in base alla mia personalissima esperienza preferirei avere un calcolo renale. E dire che i calcoli renali io non li ho mai avuti. Dev'esserci un nesso in tutto cio'. Almeno sono sicuro, anche senza averlo mai avuto, che il calcolo renale ti fa incazzare meno. Di certo e' molto difficile scoprire che il tuo calcolo renale e' in realta' un fighettino ridicolo ossessionato dall'abbigliamento e che ti risponde male, sicuro che non gli farai sputare tutti i denti. Ma poi tutto puo' essere.

E per chi se lo chiede: Oggi sono di buon umore. Il cioccolatino del calendario dell'avvento sotto il numero 16 era un fichissimo pupazzo di neve con un sorrisone amichevole. Grazie cara mamma. Sei sempre piu' esclusa dalla gente che deve morire.
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sabato, 13 dicembre 2008,17:11
"Sono tre chili" disse Tarayiki con calma, come se parlasse di cose assolutamente normali. "Voglio che tu porti tutti e tre questi chili fuori citta'. Esci dalla citta' prendendo la superstrada, percorrila fino al chilometro 110, ed esci sulla destra. C'e' la villa di Sahgan, consegna il pacco nelle sue mani, in quelle di nessun altro, e poi considerati in pausa caffe' fino alla tua prossima visita."

Tarayiki guardo' di sottecchi Kel, picchettando con le dita su un pacchetto quadrato avvolto da carta marrone - simile a quella per incartare il pane - e fissato con del semplice spago. Solo dopo aver atteso diversi istanti, e piu' precisamente dopo aver scorto il cenno affermativo del capo del suo uomo, distese le labbra in un sorrisetto poco rassicurante e spinse il pacco sulla scrivania, avvicinandolo a Kel con la punta delle dita, pigramente.

"E questo..." Aggiunse con un tono di voce complice, mentre le sue dita si spostavano sulla vicina busta bianca, che non recava alcuna scritta "E' il mio ringraziamento per il tuo disturbo, Kel. Con la certezza che tu sappia accorgerti che lavorare qui, con me, e' il meglio a cui puoi puntare."

Lui, per tutta risposta, emise un sospiro stanco e si avvicino' alla maestosa scrivania di Tarayiki, poggiandovisi con il palmo di una mano e parlando con un tono vagamente strafottente. "Come sei serio, vecchio mio. Rilassati. Non hai piu' bisogno di convincermi, dopotutto." Ed allungo' la mano ad afferrare prima il pacchetto, poi la busta che sfrego' tra le dita come a volerne sentire la consistenza, per poi piegarla ed infilarsela distrattamente nella tasca posteriore dei pantaloni. "Sono cinquecento?"

"Sono mille, mio caro Kel. Ed hai ragione, vale piu' questo di centinaia di discorsi che io possa farti."

Rimasero in silenzio per alcuni secondi, fissandosi come se volessero sbranarsi da un momento all'altro. Ed invece, inaspettatamente, scoppiarono a ridere in un modo che rasentava lo squilibrio, sebbene entrambi fossero sinceramente divertiti, al punto tale che Tarayiki aveva le lacrime agli occhi dalle troppe risate. Fu Kel a spiccicare qualche parola, senza riuscire a impedirsi di ridere ancora.

"Cosi'... Cosi' si che va bene... E' piu' convincente." Attese altri secondi, durante i quali parve calmarsi, e cosi' anche il suo interlocutore. "Devo riscuotere?"

"Ha pagato in anticipo" Rispose il pallido uomo con una certa soddisfazione nella voce. "Non e' bellissimo quando le persone hanno fiducia le une nelle altre? Le cose funzionano anche meglio, no? Tu mi paghi, e io te la porto la tua merda. Io ti pago, e tu fai quel che ti ho chiesto, senza cercare di mettermela nel culo. Che grandioso sistema che abbiamo messo in piedi." Concluse, parlando piu' che altro da solo. E Kel, sorprendentemente, lo stava a sentire senza fare una piega.

"Ma divago" disse Tarayiki, come se si fosse accorto solo dopo che stava fantasticando. "Sigaretta?"

Kel annui', osservando la scatoletta d'oro puro che gli veniva porta, e che conteneva alcune sigarette. Ne prese una con calma, la porto' alle labbra e la accese con uno degli accendini che prendevano posto sulla scrivania, come fosse roba sua. Aspiro' una lunga boccata, chiuse gli occhi e lascio' che dalle labbra semiaperte, distese in un sorrisetto rilassato, fuoriuscissero pigramente le volute di fumo che svanirono nell'aria nel giro di pochi istanti.

"Coraggio, al lavoro ora Kel. Torna presto, che c'e' sempre una busta per te qui." Ed il *Clack* della scatoletta delle sigarette segno' ufficialmente la fine del loro colloquio.

"Ci vediamo Jon. Ah, il televisore si e' rotto." Mugugno' Kel di rimando, strafottente, con la sigaretta tra le labbra, per poi aprire gli occhi ed uscire dall'ufficio con il pacchetto nella mano, senza voltarsi indietro.

...

"Si... Si dolcezza, certo. Aspettami, saro' da te prima ancora che tu te ne accorga... Si... Se ci divertiremo? Tu lasciami fare, e vedrai come ci divertiremo." E, concludendo la frase con un tono di voce cosi' perverso da essere quasi imbarazzante, Kel richiuse il telefono. Richiuse il telefono e rise, mentre la follia si impossessava nuovamente della sua mente e uccideva sistematicamente la sua ragione.

La sua giornata era stata tranquilla. La consegna del pacco era avvenuta liscia come l'olio, ed anzi il cliente di Tarayiki gli aveva perfino offerto il pranzo, offerta che Kel aveva accettato senza pensarci su due volte. Non gli importava che fosse soltanto un modo per tenerlo li fino al controllo della merce, a lui bastava riempirsi la pancia. Il cliente fu ad ogni modo soddisfatto, e tratto' Kelerion come il suo miglior ospite fino a che decise di togliere il disturbo. Cominciava ad avere sonno, e desiderava tornare a casa per dormire. Aveva guidato la sua moto per gran parte del pomeriggio, ed era distrutto.

Una volta nel suo appartamento, Kel si addormento' e si desto' soltanto quando la notte aveva gia' preso il sopravvento, quando era quasi mezzanotte. Ma una volta sveglio, si senti' traboccare di energia. Cosi' tanto che si disse che sarebbe stato un peccato sprecare una notte cosi' bella, ed afferro' il telefono. Non gli fu difficile trovare tra i suoi numeri quello di una vecchia conoscenza, una ragazza di bell'aspetto e dalla scarsa integrita' morale che viveva sola mantenuta dai genitori. Faceva proprio al caso suo.

Comincio' a vestirsi. Lo fece lentamente, con gesti misurati, come ogni volta che riapriva gli occhi dopo aver dormito. Riprendere contatto con il proprio corpo dopo un lungo periodo di inattivita' era un piacere, per lui. Un piacere che andava assaporato adagio, prolungato in ogni modo possibile. Indosso' un paio di comodi pantaloni in pelle nera che raccolse con noncuranza da per terra, ed una canottiera nera senza maniche trovata su un lato del letto. Allaccio' a tracolla il fodero della spada che fece ricadere sulla schiena, e si infilo' gli elastici guanti neri da motociclista, guardandosi le mani mentre apriva e chiudeva meccanicamente i pugni con una certa soddisfazione. Afferro' le chiavi con le quali comincio' a giocherellare, un paio di occhiali neri che apri' con uno scatto del polso e che si appese al colletto della maglia, ed usci' sbattendo la porta e senza guardarsi indietro.

Non aveva portato con se la musica, ma decise di non tornare indietro sebbene se ne fosse accorto abbastanza in fretta. Non aveva molta voglia di ascoltare musica, preferiva di gran lunga godersi quegli attimi di silenzio - che nel suo quartiere sembravano ancora piu' pressanti -, cosa che fece durante tutto il tragitto dal suo appartamento fino alla moto. Si passo' una mano tra i capelli, respirando a pieni polmoni l'aria fresca della notte, ed accese infine il motore facendolo rombare e risuonare per tutta la strada con arroganza. Rise sommessamente tra se' e se', senza una particolare ragione oltre alla semplice eccitazione e alla contentezza di essere all'aria aperta, solo, e di stare andando a divertirsi nel modo che piu' preferiva. Rise, mentre la sua moto sfrecciava nella notte a fari spenti.

Imbocco' una delle grandi arterie del traffico della citta', quella che la attraversava completamente da nord a sud, e comincio' a percorrerla ad una velocita' decisamente eccessiva. L'illuminazione era buona, sebbene fosse artificiale e sebbene lasciasse sporadici tratti della via in perfetta oscurita', ed anche il traffico, presente a quasi qualsiasi ora del giorno e della notte, sembrava essere stato piu' clemente. Le automobili erano poche, e cio' concesse a Kel di viaggiare a tavoletta mentre l'ansia di arrivare lo consumava come un cancro. Si riscosse dai suoi macabri pensieri solo quando accadde l'inaspettato.

Un'automobile sportiva lo raggiunse da dietro e lo affianco', e cio' era gia' strano dal momento che Kel era una sorta di dominatore di quella strada e che non era mai stato sorpassato da nessuno, da quando avesse quella moto. Ma il meglio era che l'individuo al posto di guida, un uomo dall'aria piuttosto anziana e dalla carnagione giallastra, con gli occhi e la maggior parte dei tratti del viso in ombra. Viso che volto' lentamente e inesorabilmente verso Kel, fissandolo, dimostrazione inequivocabile che lo conosceva. Kel, per contro, non ne fu cosi' sicuro. Intrigato dalla sfida appena raccolta, diede gas e scatto' in avanti solo per essere nuovamente affiancato dall'anziano alla guida di quell'auto sportiva rossa fiammante.

Si inseguirono per interi minuti schivando altre auto e rischiando piu' di una volta di causare mortali incidenti, fino a che l'auto, con una manovra disperata, schizzo' in avanti con un rombo del motore e si porto' proprio davanti alla moto di Kel. Quest'ultimo si getto' di lato a sinistra, costeggiando a distanza di appena qualche centimetro l'auto e riaffiancandola, guardando con piu' attenzione nell'abitacolo, e domandandosi perche' quel tale si ostinasse a tal punto a infastidirlo proprio ora che aveva davanti a se una notte splendida. La risposta gli fu immediatamente chiara nel momento stesso in cui riconobbe quel volto seminascosto nell'ombra del posto di guida.

Sgrano' i lucenti occhi, e si mise a ridere istericamente perdendo persino il controllo della moto per un istante talmente tanta era la sua insana allegria. Il vecchio uomo fece imperioso cenno a Kel di accostare, ma la risposta che ottenne non fu quella che si aspettava. La mano destra di Kel aveva mollato il manubrio della moto e si era protesa verso l'abitacolo dell'auto, cominciando ad essere attraversata, nel giro di qualche secondo, da una luminosissima energia elettrica. Kel riusci' a malapena a vedere le labbra dell'anziano che si mossero in un'imprecazione, prima che egli si gettasse a sinistra tagliandogli la strada, e sterzando nelle corsie di sinistra contromano.

Il fulmine che scaturi' dalla mano di Kelerion illumino' la notte circostante e riempi' l'aria del penetrante odore di azoto incendiato. Zigzago' per un brevissimo istante prima di colpire il finestrino posteriore dell'automobile rossa e di perforarlo con uno schianto, attraversando l'interno del veicolo e poi uscire dal parabrezza e disperdersi nella notte come un proiettile. Fu il caos. Le automobili furono abbagliate, spaventate da quella che si parava contromano davanti a loro, e sterzarono in fretta con l'unico risultato di schiantarsi con un fragore insopportabile e con lo stridere delle gomme che, inutilmente, cercarono di frenare la corsa dei veicoli.

Il suono del metallo che si accartoccia copri' temporaneamente ogni cosa, eccetto i battiti del cuore di Kelerion che rimbombavano nella sua testa con tanta intensita' da spingerlo sempre piu' velocemente giu' per il dirupo della pazzia. Rise freneticamente sovrastando le urla di agonia che riusciva a percepire distintamente da quegli ammassi di lamiera che di li a breve sarebbero diventate le tombe dei poveri esseri umani, e si lancio' all'inseguimento della macchina sportiva che si era buttata fuori strada dirigendosi verso uno dei quartieri residenziali della citta', tagliando per un deserto giardinetto.

"VUOI GIOCARE?!?"

Kel non si limitava piu' a ridere. Rideva ed urlava a pieni polmoni, e ad ogni urlo seguiva un potente fulmine che erompeva dal suo pugno e colpiva la macchina in fuga davanti a lui, che correva a tavoletta lungo le deserte strade del silenzioso quartiere residenziale.

"FERMATI BASTARDO, CORAGGIO, MI STAVI CERCANDO VERO?"

Vorticosa energia elettrica comincio' a zigzagare attorno al pugno serrato di Kel, che guidava con una mano sola e che non accennava a voler mollare l'anziano, non dopo averlo visto e riconosciuto.

"AVANTI, VIENI QUI, CI FACCIAMO UN SACCO DI RISATE ORA!!"

L'auto entro' in testacoda in un grosso spiazzo sul retro di un blocco di ville, un ampio parcheggio, e fu allora che il fulmine lascio' la mano di Kel e volo' verso la macchina per colpirne in una frazione di secondo il cofano e di perforarlo fino a raggiungere il motore. Il vecchio spalanco' la portiera, ma non fece in tempo a mettere piede fuori.

L'automobile rossa esplose. Lo spostamento d'aria investi' Kel, mentre l'insopportabile boato risuono' per tutto il circondario e i pezzi di lamiera e vetro volavano ovunque nei dintorni. Un fumo nero e tossico comincio' a levarsi dalla carcassa dell'auto, che veniva consumata lentamente da diverse fiammelle che divampavano su cio' che restava del metallo.

Kel scese dalla moto ancora in movimento e la lascio' cadere a terra senza curarsene. Preda dell'eccitazione e di una brama omicida, corse a perdifiato verso i rottami in combustione della macchina, mentre la sua mano destra gia' si chiudeva sull'elsa della spada dietro la schiena. Quando fu ragionevolmente vicino all'abitacolo si fermo', e cammino' con circospezione attorno a quel luminoso cadavere metallico, per poi portarsi accanto alla portiera aperta e scrutare all'interno di cio' che restava del veicolo.

Non fu sorpreso nel non vedere alcun uomo anziano morto istantaneamente al volante. Cio' che lo sorprese fu la velocita' con la quale si ritrovo', dalle caviglie fino al torace, avvinto strettamente da diverse volute di grigio fumo con delle striature nerastre al suo interno. Ebbe appena il tempo di mormorare una colorita imprecazione, prima che una di quelle volute oscillasse davanti al suo viso e lo colpisse in pieno volto, scagliandolo diversi metri piu' indietro e provocandogli una lieve emorragia dal naso.

Kel si rimise immediatamente in piedi, incurante della ferita che aveva riportato al braccio strisciando sull'asfalto e sui rottami dell'auto. Fisso' il fumo che si condensava davanti all'auto carbonizzata, ghignando quando vide che assumeva una forma vagamente umana, e che si staccava da terra fluttuando in spire verso il tetto di una delle villette poco distanti.

"FERMO LI! ABBIAMO APPENA COMINCIATO!" Gli urlo' dietro Kel, mentre tutto il suo corpo cominciava a rilucere esattamente come i suoi occhi. E non appena quel blocco fumoso ebbe raggiunto il tetto a cui stava puntando, il corpo di Kel si scompose diventando per una frazione di secondo una massa di pura energia crepitante, che, in un bagliore, schizzo' ad una velocita' invisibile ad occhio nudo verso il tetto per poi ricomparire davanti a quell'entita' di fumo nella stessa posizione che assumeva quando fu scomparso.

Anche quella forma umanoide assunse velocemente consistenza. Il vorticoso fumo si condenso' e si induri', trasformandosi nel giro di pochi istanti nell'anziano uomo che, solo una manciata di secondi prima, avrebbe dovuto essere stato spazzato via dall'esplosione dell'auto. Era vestito con un semplice paio di jeans blu sbiaditi e con una maglietta di un qualche gruppo musicale famosissimo e di terza categoria, cosa piuttosto insolita per un uomo della sua eta' che dimostrava sicuramente piu' di 50 anni.

I due si fissarono per un tempo che parve interminabile, Kelerion ostile ma superbamente sicuro di se', l'anziano all'apparenza calmo nascondeva la sua frustrazione e l'ira che gli stava visibilmente montando dentro per il solo trovarsi faccia a faccia con Kel. Fu proprio l'anziano a spezzare quel silenzio intollerabile, parlando con una voce bassa e arrochita.

"Salve Kel. E' un piacere incontrarti."

"Si nota" Rispose lui tagliente, passandosi una mano tra i capelli e chiudendo nuovamente il pugno sull'elsa della spada. "Allora, perche' uno schiavetto di Blaze e Ferhes vuole incontrarmi?"

"Per domandarti se intendi continuare a percorrere la strada del caos, dell'anarchia e degli omicidi, o se intendi darci un taglio qui ed ora." Rispose lui con il medesimo tono di voce. "Cosa rispondi?"

Kel rise. Rise lentamente e sommessamente, per alcuni secondi, prima che rispondesse con un tono che trasudava una sensazione di onnipotenza e con gli occhi che brillavano, attraversati da impalpabili scariche elettriche. "Cosa rispondo...?" Qualche centimetro di lama scivolo' fuori dal fodero. Nere nubi cominciarono ad addensarsi sopra le loro teste. "Te lo dico subito, cosa rispondo."

Non appena la spada fu fuori dal fodero, un tuono esplose nel cielo e rimbombo' nell'aria. Un fulmine cadde poco lontano dai due. Poi ne cadde un altro, insieme alle prime gocce di pioggia. E nel giro di pochi istanti i due si trovarono nel bel mezzo di un temporale, gocce d'acqua che inzuppavano i loro vestiti e i loro capelli, folgori che squarciavano le nubi tempestose illuminando sporadicamente la notte di una luce che recava con se un messaggio di furia e di vendetta.

Kel alzo' la lama sopra la testa, assumendo una posizione di combattimento. Era una spada senza una reale lama, dal momento che il filo era composto da spunzoni metallici che si protendevano minacciosi nel verso della punta della spada. Un fulmine cadde dal cielo con una potenza impressionante colpendo il freddo acciaio della lama, attraversandola di tutto il suo elettrico potere. Fu l'istante successivo che Kel attacco'.

Corse verso l'uomo ad una velocita' sorprendente, la spada poggiata sul fianco, verso l'esterno, e quando gli fu abbastanza vicino vibro' nella sua direzione un fendente rapido e letale in direzione della sua testa. Potenti folgori seguirono l'arco della spada nel suo breve tragitto di morte come fossero una scia, ma per Kel non fu cosi' semplice.

L'anziano uomo sollevo' il braccio per ripararsi ed intercetto' il fendente. Un fiotto di sangue sprizzo' dalle sue carni, prima che queste assumessero la consistenza del fumo e imprigionassero la lama di Kelerion. Strinse i denti a causa del dolore, e sollevo' l'altro braccio per contrattaccare. Le sue dita divennero fumose e impalpabili, e le avvicino' al collo del suo antagonista, sussurrando rocamente.

"La tua risposta mi sembra chiarissima. Credevo fossi piu' intelligente Kelerion, ma rispetto la tua scelta." Strinse gli occhi, mentre rivoli di acqua piovana solcavano il suo viso. "Vorra' dire che prendero' immediatamente provvedimenti, come ordinatomi."

Kel sputo' la sua risposta tra i denti, urlando fuori tutto il suo disprezzo e la sua boria che trasudavano onnipotenza e invulnerabilita' ad ogni singola parola.

"Stupido vecchio! Tu sei debole, non sara' certo uno come te a minacciarmi. Sarai una lezione perfetta per quei quattro merdosi."

Diede uno strattone alla lama avvinta dal fumo, ma non fu in grado di liberarla. I suoi occhi ardevano corruschi di pura energia, cosi' tanto da farne scomparire le pupille. Strinse il pugno libero, ascoltando con insofferenza la risposta del vecchio, la voce roca e spezzata da un ira crescente, ira che Kel era particolarmente abile nello scatenare nelle persone.

"Sei troppo sicuro di te stesso. Non puoi uccidermi." Protese le fumose dita verso il collo di Kel cercando di stringerlo, ma fu costretto a ritrarsi urlando di dolore quando, non appena cerco' di toccarlo, tutto il suo braccio fu dilaniato da un'immensa energia elettrica che lo percorse raggiungendolo fino alla spalla e al torace.

"Invece si, vecchio bavoso." Rispose lui ridendo soddisfatto, con una cadenza da far accapponare la pelle. "Io ti ammazzo, ti faccio a pezzi. Non puoi vincere, non puoi ferirmi e non puoi nemmeno scappare. Prega."

Il pugno di Kelerion si abbatte' sul ventre dell'uomo, ma non fu l'impatto a causare il danno maggiore. Fu l'energia del fulmine che lui rilascio' all'interno del suo corpo a corroderlo e ad ustionare le sue carni. L'urlo di agonia dell'anziano fu sovrastato dalla potente esplosione dell'ennesimo fulmine, mentre la tempesta ancora imperversava su di loro.

La presa del vecchio uomo sulla lama di Kel fu spezzata dal troppo dolore, e una volta che Kel se ne fu riappropriato la brandi' a mezz'aria roteandola, lasciando scie di elettricita' statica che si dipanavano dalla tremenda e minacciosa arma. Gli occhi erano ormai due pozzi di luce attraversati da pura energia, dai quali fuoriuscivano piccole saette crepitanti che subito si disperdevano nell'aria.

"Il vecchio Rikter sta per morire." Lo canzono' Kel, prima che una voluta di fumo a forma di spirale lo colpisse con forza sotto il mento sollevandolo di alcuni centimetri da terra e mandandolo al tappeto. Rimase li cosi', sdraiato per terra a ridere sguaiatamente e ad urlare con disprezzo. "Stupido vecchio! Scommetto che ti sei fatto molto piu' male tu!"

Era vero. Toccando Kel, Rikter subiva una folgorazione che avrebbe indubbiamente ucciso qualsiasi essere umano. Era un sistema di difesa che sono i piu' grandi signori elementali potevano padroneggiare, seppur con le dovute differenze, e cio' non fece altro che far aumentare a dismisura la frustrazione che gli montava dentro mentre si guardava il pugno che riprendeva consistenza, corroso come se l'avesse immerso nell'acido.

Kel si rialzo', ergendosi maestoso con la spada in pugno sotto la pioggia, in mezzo ai fulmini, come un vero e proprio essere ultraterreno. Incombette sull'uomo che era crollato su un ginocchio a causa del dolore, e gli sussurro' con voce sadica e perversa. "Abbandona tutto questo attaccamento alla vita. Non c'e' vista piu' pietosa di un vecchio morente che non ha l'amor proprio di capire che la sua ora e' giunta."

"Kelerion... Non farlo... Non... Sai che casino epico scateneresti..." Mormoro' rocamente preda di atroci dolori.

"Sssh Sssh... Non ti sforzare, altrimenti mi passa la voglia di finirti alla svelta..." Disse macabro, sollevando in aria la spada, che venne nuovamente colpita da un fulmine.

"Non... Farlo..."

"FALLO!"

La terza voce estranea giunse prepotente tra i due contendenti, che si immobilizzarono e si guardarono intorno in cerca di chi aveva parlato. E non ci volle molto tempo prima che lo vedessero. A mezz'aria, sopra le loro teste, comparve una sfera viola evanescente, che si ingrandi' lentamente e progressivamente fino ad assumere la forma di un essere umano alto piu' di due metri e molto robusto, che poso' i piedi per terra affianco a loro, le braccia incrociate.

Nello stesso momento, una pozza di liquido nero della stessa densita' del catrame comparve nel terreno proprio alle spalle del vecchio, e da essa emerse lentamente un quarto individuo di corporatura simile a quello che si era materializzato nella sfera evanescente. Entrambi indossavano dei pantaloni rossi con delle decorazioni tribali sui lati, ed avevano al torso una bianca camicia quasi completamente sbottonata. Quello alle spalle di Rikter aveva il viso pieno di piercing e di tatuaggi e la testa rasata, mentre l'altro aveva una striscia di vernice blu che divideva a meta' il suo volto.

Quando Rikter se ne accorse tento' immediatamente di rimettersi in piedi, ma non pote' a causa delle sue ferite. Collasso' di nuovo sul ginocchio, mentre l'uomo coi piercing gli metteva un braccio attorno al collo e lo strangolava facendolo diventare cianotico, nonostante la sua carnagione giallastra, e bloccando ogni suo tentativo di muoversi. Kel rimase immobile a studiare le facce dei due nuovi arrivati senza alcuna espressione particolare sul volto. Non pote' fare nulla ad ogni modo, dal momento che l'essere con la vernice sul viso parlo' con una voce melodiosa e ammaliante.

"Il signor Kelerion, suppongo. Permetti che ci presenti" Disse, accennando un lieve inchino in direzione di Kel "Sono Last, Titano della Mente. E lui e P-Chord, Titano della Forza. Siamo qui per una proposta."

Kel li osservo' continuando a rimanere assolutamente inespressivo. Rikter invece, per contro, inorridi' all'istante. Tento' di bofonchiare qualcosa, ma non appena apri' la bocca la stretta sul suo collo si intensifico' lasciandolo senza fiato e facendo uscire dalla sua gola solo un gorgoglio.

"Da millenni cerchiamo di eliminarci a vicenda. Eppure tu, Kelerion, Signore dei Fulmini, sei la svolta che tutti stavano aspettando. La tua stessa gente tenta di farti fuori, e questo miserabile vecchio ne e' la prova. Puoi approfittare di questi contrasti ed aiutare noi nella nostra guerra per l'eliminazione degli Dei, prima che loro eliminino te, ed essere l'unico sopravvissuto al massacro. Altrimenti puoi continuare di questo passo, e preoccuparti non piu' solamente di noi titani, ma anche degli stessi Dei."

Il silenzio calo' sul tetto di quella villa, rotto solo dal fragore dei fulmini che cadevano in terra e dal crepitare dell'energia che avvolgeva Kel. Duro' un intero minuto.

"Allora, Kelerion, Signore dei Fulmini, qual e' la tua risposta?" Incalzo' Last, la voce accattivante e tentatrice e lo sguardo convincente.

"La mia risposta?" Kelerion apri' finalmente la bocca, la prima volta da quando erano comparsi i due titani. "Ora vi mostro la mia risposta."

E ridendo in modo assolutamente insano, strinse il pugno sull'elsa della spada con piu' forza, ed attorno a lui cominciarono a piovere fulmini in quantita' esorbitanti, cosi' tanti che Last fu costretto ad indietreggiare di un passo per non esserne investito. Diverse folgori colpirono Kel in pieno, ma lui sembro' assorbirne tutta la potenza e farla propria, mentre energia elettrica pura avviluppava il suo corpo ed erompeva dai suoi occhi. Assumendo una posizione di combattimento, scatto' verso tutti e tre i presenti e con un fendente micidiale spazzo' l'aria tentando di colpirli tutti e tre. I due titani scattarono velocemente all'indietro portandosi fuori dalla gittata della spada, mentre il vecchio si accascio' a terra mentre la lama passava sopra la sua testa.

"VI RIDUCO IN POLVERE! VI AMMAZZO!"

Le urla di Kel risuonavano nella notte sovrastando i rumori del temporale. Rikter trovo' la forza necessaria a strisciare verso il bordo del tetto, allontanandosi silenziosamente e cercando di fuggire. Last e P-Chord invece indietreggiavano tentando di tenere a bada il furibondo Kel, che stava attaccando senza sosta con la spada e facendo piovere fulmini sull'improvvisato campo di battaglia. Ogni fulmine che colpiva la superficie del tetto lasciava un foro grande quanto un pugno.

I due titani combattevano restando sulla difensiva, senza mai contrattaccare. Era evidente che non fosse nelle loro intenzioni muovere battaglia a Kelerion, non dopo avergli proposto una collaborazione. Ed anche se Kel era perfettamente consapevole che i due sarebbero stati una seria minaccia per lui, specialmente insieme, non si fece frenare e continuo' a menare fendenti cercando di annientarli con tutte le sue forze. P-Chord aveva un modo di combattere quasi normale, dal momento che bloccava gli attacchi di Kel con i suoi stessi arti, ferendosi ma richiudendo i tagli quasi istantaneamente. Last invece era decisamente piu' inusuale, e il suo modo di muoversi era angosciante. Muovendo circolarmente le mani, come se brandisse a sua volta un coltello o una spada, tracciava fasci di luce viola evanescente, che deviavano i colpi a lui diretti come degli invisibili scudi posti a sua protezione.

"Kelerion, ti invito a riflettere in modo piu' lucido sulla nostra offerta... Non intendiamo averti come nemico... Percio'..."

Non pote' continuare. Dal pugno chiuso di Kelerion scaturi' una potente saetta che, zigzagando, colpi' Last di sorpresa proprio sulla spalla, forandola ed ustionando tutta la sua carne nell'area circostante. Con un urlo di lancinante dolore le parole morirono sulle sue labbra. Kel rise, eccitato alla vista del sangue che colava dalla ferita, continuando a urlare che li avrebbe uccisi.

P-Chord si preparo' a combattere assumendo una postura offensiva, ma Last gli fece cenno di no scuotendo vigorosamente la testa. "Non dobbiamo combatterlo!" Gli disse concitatamente "Ritiriamoci per ora! Vedrai che accettera'!"

"VI AMMAZZO!!!" La spada levata in aria, pronta ad abbattersi dall'alto sui due titani.

Nel giro di un istante, e con gli occhi puntati sul viso esagitato di Kel, i due titani sparirono velocemente com'erano arrivati. Last levito' a mezz'aria trasformandosi in una viola sfera evanescente, e P-Chord venne assorbito dalla pozza di liquido nero aperta nel terreno. Kel si guardo' attorno frenetico, cercando Rikter, ma anche lui era fuggito.

Un urlo di rabbia, seguito da una risata trionfante, sovrasto' i rumori del temporale che cesso', velocemente com'era venuto, nel momento in cui Kel rinfodero' la spada. L'energia elettrica che consumava il suo corpo comincio' a dissiparsi e scaricarsi a terra, mentre anche i suoi occhi smettevano di rilucere riassumendo il loro consueto colore.

"Vi ammazzo, figli di puttana." Sentenzio' in modo atroce, come una promessa, prima che il suo corpo risplendesse e si smaterializzasse, per poi sfrecciare fulmineamente verso il suo appartamento.
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lunedì, 08 dicembre 2008,23:40
Rimase per diversi istanti a fissare la porta del suo appartamento, come intontito dal fatto che Jenell fosse andata via senza dargli nemmeno la possibilita' di replicare. Non si offese, d'altro canto conosceva bene la ragazza e sapeva che dire e fare le cose affrontandole a testa bassa e senza mai voltarsi indietro era parte del suo carattere. Eppure fu un po' deluso che fosse andata via cosi'. Con uno sbuffo scosse la testa in segno di dissenso, e si infilo' gli auricolari per poi accendere il suo lettore di mp3. La potente e violenta musica dei Megadeth flui' direttamente nel suo cervello, e la sua esaltazione fu pressoche' immediata. Calzo' velocemente un paio di anfibi che non si prese nemmeno il disturbo di allacciare, afferro' un mazzo di chiavi che giacevano sopra il tavolino accanto alla porta e le fece saltare per aria. Acciuffatele al volo, apri' la porta con uno scatto veloce, volteggio' facendo scuotere i capelli, ed usci' di casa tirandosela dietro, senza nemmeno accorgersi di averla sbattuta provocando un fragore incredibile.

Fuori lo accolse una luminosa mattinata di fine estate, e la consueta visione desolante della realta' del quartiere in cui viveva, realta' che conosceva bene. Attorno a se' la trascuratezza faceva da padrone, e tutto sembrava abbandonato. I vicoli erano stretti e i palazzi tutti ammassati tra di loro, presentando muri coperti di scritte e disegni coloratissimi, unico tocco in qualche modo artistico a confronto dell'immondizia, prevalentemente rottami e carcasse di automobili, che era ammucchiata ai lati dei vicoli. Le persone non erano meno pericolose, in quel quartiere. Teppisti, ladruncoli, ricettatori di merce rubata e spacciatori di droga erano incontri comuni. Non era esattamente una terra di nessuno, anche li vigevano delle regole etiche e morali che limitavano gli omicidi, gli stupri, e qualunque altra cosa fosse eccessiva anche per la feccia insediata in quelle vie, ma di certo nessuno che mettesse piede tra quei reietti poteva tornare a casa con il portafogli pieno.

Nessuno eccetto Kelerion. Molti anni prima, quando era andato a vivere in quell'appartamento, fu accerchiato da un gruppo di rapinatori armati. Nessuno di quei rapinatori fu mai piu' rivisto in giro, nessuno si interrogo' sulla sua scomparsa, e Kelerion non fu mai piu' disturbato. Al contrario, chiunque lo evitava come la peste, li'. Anche questo gli piaceva, di quella gente: il modo in cui capissero velocemente le cose, anche senza eccessiva ostentazione di potere, ed il modo in cui adattassero il loro modo di comportarsi a cio' che comprendevano.

Cammino' tra le intricate ed anguste vie con un andatura decisamente buffa, muovendo ritmicamente la testa avanti e indietro a tempo di musica, e suonando una batteria immaginaria davanti a se' con entrambi gli indici, canticchiando senza sapere esattamente le parole ma con gran trasporto. Infilo' le mani nelle tasche della giacca e ne estrasse un paio di guanti neri di tessuto elastico, senza dita, e se li mise con un gesto lento, sovrappensiero. Una volta indossati, dalla tasca della giacca estrasse infine anche una chiave dal corpo rosso acceso, alla quale era appeso un portachiavi dalla ridicola forma di un piccolo mecha giapponese con il braccio sinistro alzato e comincio' a giocherellarci facendosela saltare da una mano all'altra.

Dopo alcuni minuti di cammino, durante i quali incrocio' solamente un tizio dall'aria inquietante e con le occhiaie che portava a spasso il suo cane, finalmente Kel emerse da quel dedalo di vicoli trovandosi sul marciapiede di un'immensa arteria del traffico con tre corsie per ciascun senso di marcia, mentre diversi metri sopra la sua testa gravava minacciosa una superstrada sopraelevata. Curiosamente, quasi a dimostrazione che quel quartiere era tabu' per la maggior parte delle persone, l'arteria di sotto era semideserta e i passaggi delle auto erano sporadici, ma quella sopraelevata brulicava di traffico come un termitaio.

Lui non vi fece caso e cammino' ulteriormente avanti, seguendo l'arteria per un altra manciata di minuti fino a che non si fermo' davanti a un negozio di articoli di elettronica, di fronte al quale, appoggiata ed incatenata ad una sbarra di ferro ad "u" rovesciata, giaceva una meravigliosa moto di accecante bellezza, nera, con le sue parti meccaniche come il motore in bella mostra, caratterizzate da un colore metallico molto piu' accentuato del normale, e decorata con dei fulmini blu che percorrevano entrambe le nere fiancate del veicolo.

Kelerion si chino' a rimuovere la catena inserendo la combinazione nel lucchetto, la rimosse e se la allaccio' in vita a mo' di cintura, per poi inforcare la moto con un gesto sicuro. Giro' la chiave e accese la moto dando gas, facendo rombare il motore in modo potente, al punto tale che per un istante copri' anche la violenta musica che imperversava nei suoi auricolari. Soddisfatto, prima di partire diede uno sguardo all'interno del negozio, intravedendo di sfuggita la faccia del proprietario - un uomo col preciso compito di assicurarsi che la moto di Kel rimanesse sempre al suo posto, in cambio di una generosa mancia - che lo guardava di sottecchi. Gli rivolse un breve cenno di intesa con la mano, prima di accelerare e di gettarsi in mezzo alla strada, sfrecciando a tutta velocita' verso la sua meta.

Raggiunse il luogo di lavoro dopo appena quindici minuti. Si trovava in un piccolo cortile recintato e non asfaltato, la terra che si sollevava in nubi di polvere al passaggio della sua moto. Smonto' e, senza nemmeno curarsi di legarla da qualche parte, cammino' verso l'entrata di servizio guardandosi distrattamente attorno e togliendosi gli auricolari. L'alto palazzo svettava imponente verso il cielo, nonostante avesse al massimo una decina di piani dava l'idea di essere ancora piu' maestoso, probabilmente a causa della sua struttura metallica a vista che assomigliava un po' a una corazza. Un paio di furgoni recanti simboli di aziende a Kel sconosciute prendevano posto in fondo al cortile, con la loro parte posteriore rivolta verso l'ingresso. Non c'era nessuno, e l'ambiente era assolutamente silenzioso. Per raggiungere quel cortile occorreva districarsi attorno a tutto un blocco di edifici, trovandosi quindi lontano dal traffico caotico e scorrevole che era presente sulle due arterie a sinistra e a destra, parecchi metri piu' in la.

Avvicinatosi al primo dei due furgoni, lo aggiro' e diede un'occhiata al suo interno, dal momento che le porte del vano posteriore erano spalancate. Al suo interno c'era un uomo in tuta blu seduto su una scatola di cartone con in mano una cartelletta che stava compilando svogliatamente. Si accorse di Kel quasi subito, e, alzato lo sguardo, gli rivolse un'occhiata interrogativa senza pero' dire nulla. Kelerion gli fece un distratto cenno della mano, e comincio' a togliersi i neri guanti che aveva indosso.

"Amico, e' da portare di sopra questa roba qui?"

"Mmm, lavori per il signor Tarayiki? Abbiamo due furgoni di roba per lui, cancelleria in questo e pezzi di ricambio per le apparecchiature elettroniche nell'altro... Dovrebbe scendere a breve." Rispose quello, squadrando Kel dalla testa ai piedi, evidentemente senza capacitarsi che uno con una giacca nera, una catena in vita e una spada legata alla schiena potesse veramente essere chi diceva di essere.

Lui per tutta risposta alzo' le spalle, senza confermare ne' smentire i dubbi dell'uomo, e si appoggio' con una spalla contro il furgone e resto' in attesa di Tarayiki con le braccia incrociate, senza piu' aprir bocca. Non passo' molto tempo prima che quest'ultimo aprisse la porta di servizio e facesse la sua comparsa.

Era un uomo di mezza eta', che a dispetto del suo cognome e delle sue origini non aveva alcun tratto che ricordasse gli orientali. Al contrario, era piuttosto alto ed aveva una carnagione bianca in modo quasi spettrale, tale da indurre la gente a domandarsi se non fosse afflitto da un male incurabile. Di magrezza accentuata, vestiva degli eleganti pantaloni ed una raffinata camicia bianca, oltre ad un paio di occhiali che, attaccati ad una stringa di cuoio marrone, ricadevano pigramente sul suo collo. Era accompagnato da due energumeni armati con una pistola riposta nel fodero appeso ai loro fianchi, ma ai quali Kel non bado' nemmeno per un istante. Al contrario, non appena i due si videro si avvicinarono con due grandi sorrisi che increspavano i loro volti e si strinsero in un breve abbraccio di saluto. Fu subito Tarayiki a parlare.

"Kel Kel Kel, dov'eri finito, era da qualche giorno che non ti si vedeva." Disse con un tono di voce estremamente basso, quasi un sussurro, rafforzato da uno sguardo spietato e calcolatore che denotava senza possibilita' di errore il suo lieve distacco dalla sua sanita' mentale, probabilmente l'unica ragione per la quale poteva andare d'accordo con una persona come Kel. La risposta di quest'ultimo arrivo' immediata.

"Avevi disperato bisogno di me vecchio mio?"

"Qui c'e' sempre un disperato bisogno di te Kel. Porta pure dentro tutta questa roba e passa nel mio ufficio quando hai finito. C'e' una bustarella per te, assieme ad un pacchetto da consegnare."

Si schiocco' le dita, apparentemente ansioso di cominciare. "Dimmi pure dove."

"La cancelleria al magazzino del sesto, apparecchiature elettroniche nel seminterrato. Tu" Aggiunse rivolgendosi imperiosamente all'uomo nel furgone, che scese di corsa raggiungendo in fretta Tarayiki in attesa di istruzioni. "Dove sono le mie carte di ricevuta da firmare?"

"Ah si, mi scusi signor Tarayiki gliele porgo subito." Disse impacciatamente, mentre gli porgeva la propria penna e gli indicava sulla propria cartellina dove firmare.

Una volta sbrigata la formalita', Tarayiki si sfrego' le mani e si congedo' dicendo che aveva molto lavoro da sbrigare, lasciando cosi' soli Kel e l'uomo. Si guardarono, quest'ultimo apri' la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse senza sapere bene come rivolgersi a Kel. Lui, per tutta risposta, rivolse all'uomo uno sguardo vagamente minaccioso accompagnato da un sorrisetto e, umettandosi il labbro inferiore, si diresse silenziosamente verso il furgone pieno di cancelleria e comincio' a lavorare.

Non ci impiego' piu' di qualche ora a trasportare tutte le scatole, che contenevano perlopiu' materiale leggero e facile da sollevare, ma alla fine del lavoro era piacevolmente stanco e affaticato, tuttavia soddisfatto. Nessuno lo aveva disturbato durante il suo avanti e indietro tra i furgoni e i magazzini, ed anche questo aveva contribuito a farlo restare tranquillo e a fargli godere il suo piccolo lavoretto. Decise di fare una piccola sosta al distributore automatico prima di recarsi da Tarayiki.

Era un distributore di bibite e di cibarie sormontato da una televisione a colori vecchio modello, ma funzionante. Kel si frugo' in una delle ampie tasche dei pantaloni militari, tirando fuori da una di quelle laterali una manciata di monete che infilo' distrattamente nella macchinetta, senza nemmeno curarsi dell'importo e di quanto avrebbe effettivamente speso. Digito' il codice per una lattina di birra, quasi senza guardare. La sua attenzione era calamitata dal notiziario dell'ora di pranzo.

***
E' quello di Rheyen Molar il corpo ritrovato sulle sponde del Borknagar ieri notte da una coppia di giovani passanti. Si e' trattato di una difficile identificazione, dal momento che il corpo della donna - 33 anni, separata senza figli - e' stato rinvenuto completamente carbonizzato e coperto di ustioni. Il corpo non e' ancora stato esaminato dalla scientifica...
***


Kel afferro' la lattina, se la passo' sulla fronte sudata godendo di quella temporanea frescura. Poi la stappo', e se la porto' alle labbra trangugiandone un lungo sorso, chiudendo gli occhi e gustandone il sapore amarognolo come se fosse la prima volta che beveva della birra. Si guardo' attorno, ma l'area di ristoro era deserta.

***
... Ma di certo si tratta di ustioni da elettroshock e non da fiamma, identiche a quelle rivenute nei sette corpi precedenti a quello della signora Molar, nel giro degli ultimi due anni. Il caso "Tesla", cosi' come e' stato nominato dalla polizia, tutt'oggi e' ancora un grosso punto interrogativo. Non vi sono alcune tracce e nemmeno punti in comune tra le persone assassinate, se non che tutte vengono gettate nel Borknagar dopo essere state uccise. La polizia rinnova l'invito alla prudenza...
***


Kel accartoccio' la lattina stringendo il pugno, senza pero' distruggerla. Sollevo' l'altra mano e distese il braccio verso la televisione, verso quell'irritante volto di presentatrice che continuava a sputare sentenze. Strinse le dita e chiuse la mano a pugno, gli occhi animati dall'inquietante bagliore che li rendeva lucenti in modo innaturale, lo sguardo fisso sul televisore.

"Pow." Disse in un sussurro.

Una scarica elettrica si stacco' dal pugno chiuso di Kel, sfreccio' attraverso l'aria mangiando in un battito di ciglia i pochi metri che la separava dal televisore, e lo colpi'. Quest'ultimo comincio' a scuotersi in modo frenetico, pervaso da una massiccia energia elettrica, spegnendosi con un singulto dell'audio, cadendo dalla mensola che lo sorreggeva e schiantandosi in terra con un fragore insopportabile, per poi cominciare a fumare come un essere umano che emette il suo ultimo respiro.

Kelerion ridacchio' in un modo terribilmente prossimo alla follia, mentre voltava le spalle al rottame e si allontanava verso l'ufficio di Tarayiki, finendo di bere con calma la sua birra.
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sabato, 06 dicembre 2008,20:34
"Non lo faro', mia cara. La sensazione del potere che freme sotto la mia pelle come un nugolo di insetti che striscia nel mio corpo... La frazione di secondo in cui nei loro occhi si accende la consapevolezza di stare esalando l'ultimo respiro... Non posso e non voglio privarmi di tutto questo."

Il silenzio scese tra i due con la stessa prepotenza di una barriera impenetrabile eretta nel giro di un istante. Lui le rivolse un sorrisetto malizioso, mentre lei, ancora disorientata dal tono quasi erotico che aveva adoperato Kelerion, non riusciva ad aprire bocca. Non ebbe bisogno di farlo, ad ogni modo, dal momento che fu proprio lui a riprendere la parola.

"E se questo significa remare contro di te, contro i Quattro in persona, perfino contro quella testa di cazzo della terra... Allora che sia, non esitero' a disintegrarvi." Disse, per poi aggiungere con un tono piu' rilassato e che lasciava trapelare perfettamente l'eccessiva sicurezza che lo connotava. "Certo, potresti pur sempre unirti a me nel mio divertimento. Saremmo una bellissima coppia noi due, dopotutto c'e' una naturale affinita' tra me e te, e sempre ci sara'."

Lei scosse vigorosamente la testa come se si fosse destata solo ora da uno strano torpore, e si alzo' in piedi mentre anche Kel si tirava su. Lo fisso' con un'espressione combattuta, che da una parte manifestava il suo dissenso nei confronti dell'uomo, ma che dall'altra lasciava intendere un'attrazione irresistibile e spasmodica verso lo stesso. Nonostante fosse un assassino pericolosamente prossimo alla psicosi, sapeva sfoderare un carisma senza pari.

"No Kel. Non saro' mai d'accordo con quello che fai, non essere tratto in inganno dal fatto che continui a restarti vicina anche in mezzo a questa merda. Ne tanto meno e' un'esperienza che mi interessa provare. A giudicare da come ti ha ridotto, sarebbe meglio che me ne tenessi ben distante."

Nonostante la serieta' della sua interlocutrice, all'uomo sfuggi' una breve risata con la quale espresse sincero divertimento. Compi' un secco movimento del braccio, verso l'esterno, sollevando un lembo della giacca che ricadde subito dopo, sistemandosela piu' comodamente sulle spalle.

"Tesoro" disse poi "ma ho un sacco di tempo per convincerti. Non dare mai nulla per scontato, e' il segreto per vivere bene." Interloqui' mentre portava le mani ai capelli e li raccoglieva in una coda con gesti lenti e posati, solo per rendersi poi conto di non avere un elastico per chiuderla.

"Sei senza speranza maledizione." disse lei rassegnata, sospirando e scuotendo la testa.

"Hai ragione, dovrei decidermi a comprarli questi elastici per capelli."

Un pugno, scherzoso ma non per questo meno forte, lo raggiunse in pieno stomaco togliendogli il respiro per un paio di secondi e facendogli mollare la presa sui capelli. Quasi subito dopo sopraggiunse la voce stizzita della ragazza, che pero' stava palesemente trattenendo le risate.

"IDIOTA!!! Io vengo qui a parlarti di cose serie e tu..."

"E io ti parlo degli elastici per capelli" mugugno' lui incatenando la ragazza con il proprio sguardo, intenso e magnetico "Gia', divertente vero?"

Lei incrocio' le braccia sul petto fingendo di essere profondamente offesa, anche se il sorriso sulle sue labbra tradiva la sua allegria. Kel non esito' un secondo di piu', e, ripresosi dal colpo, cinse i fianchi della ragazza con un braccio, traendola a se senza distogliere lo sguardo dal suo nemmeno per un istante. Sorridendole ambiguo, le mormoro' con un tono di voce deciso ma comprensivo.

"Non devi prendertela, mia piccola Jenell. E' solo che non riuscirai mai a convincermi... Tanto vale che impieghiamo il nostro tempo facendoci due risate."

Lei si lascio' tirare senza opporre resistenza, e senza che vedesse nulla di ambiguo o di malizioso in questo gesto. Kelerion l'aveva sempre fatto, da quando si conoscevano, e lei non ne era affatto infastidita, al contrario le piaceva, cosi' come le piaceva il modo di porsi dell'uomo, sempre diretto e sincero e condito da un poco di quella strafottenza che faceva parte del suo leggendario carisma.

"Mah non lo so. Io ora il mio tempo lo devo impiegare per andare a scuola" Disse lei divertita, stando al gioco di lui "Pero' possiamo sempre rivederci in questi giorni, cosi', mi auguro, possiamo ridere quanto vogliamo. Perche', Kel" aggiunse cambiando improvvisamente il tono di voce, che divenne subito serio "Spero che questa sia l'ultima volta che vengo da te a parlarti di uno dei tuoi omicidi, o a dirti che se tutti gli altri ti avessero tra le mani ti ridurrebbero volentieri ad una polpettina."

Lui la lascio' andare, indietreggiando di un passo e voltandole le spalle dirigendosi verso la testiera del letto, sulla quale prendeva posto una spada riposta nel suo fodero, della quale si intravedeva solo l'elsa di un metallo cosi' chiaro da sembrare cristallo, piena di fronzoli al punto tale che era impossibile capire come si impugnasse. Mentre la prendeva e se la legava a tracolla, lasciandola cadere sulla schiena, rispose.

"Come ti ho detto, dolcezza, non riuscirai mai a convincermi. E' piu' facile che sia io a convincere te a fare il grande passo." Sorrise, gli occhi illuminati da quel bagliore.

Lei scosse la testa alzando le spalle. "Come non detto. Adesso sei troppo tranquillo per darmi retta, ma di questo passo non credo che sara' sempre cosi'."

"Sai che non mi spaventano queste minacce Jenell." Disse lui, lapidario, mentre frugava nel comodino cercando qualcosa per alcuni istanti, fino a che non estrasse trionfante un lettore di mp3 portatile con gli auricolari, che si porto' lentamente alle orecchie. Prima di infilarseli pero' si rivolse alla ragazza, fissandola magneticamente.

"Dimmi una cosa: perche' ti interessano tanto gli umani? Ti stanno cosi' a cuore?"

"Non sono gli umani, sciocco. Di quelli ce ne sono a miliardi. E' per noi che sono preoccupata, e tu certo non mi aiuti in questo senso."

Lui apri' la bocca per rispondere, ma la richiuse senza sapere esattamente cosa dire, limitandosi a reclinare la testa da un lato stringendo gli occhi. Jenell prosegui', con una vena di amarezza nella voce. "Tornero' a trovarti, Kel. Ti portero' un'altra brioche. Buon lavoro..."

E si volto', aprendo la porta ed uscendo con leggerezza. Non si accorse che Kel la salutava con gentilezza. Non si accorse nemmeno stavolta che le sue visite erano l'unica cosa che tenevano l'uomo ancorato alla sua realta', e che impedivano che divenisse in modo definitivo una divinita' dell'omicidio.
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giovedì, 04 dicembre 2008,22:36
"L'aria e' elettrica questa notte, non trovi?" Disse la donna spezzando il silenzio e voltando il capo verso il suo compagno. Gli rivolse un sorriso ammaliante, carezzando il suo torace con la punta delle dita, cercando di sedurlo.

Lui le annui', sorridendole di rimando con altrettanta malizia. Poi un lampo attraverso' i suoi occhi, che si animarono di una brama assolutamente innaturale e perversa.
"Non sai quanto hai ragione dolcezza."

***
Interrompiamo le trasmissioni per una comunicazione della massima urgenza: l'ennesimo corpo carbonizzato e' stato rinvenuto sulle sponde del Borknagar. La polizia lo colloca come l'ultimo omicidio della lunga serie ad opera dell'assassino, che e' ancora in liberta' e sul quale non si ha ancora alcuna traccia. Dettagli piu' approfonditi ci sono stati negati dalle autorita', che in ogni caso invitano alla massima prudenza e a segnalare qualsiasi movimento sos...
***

La radiosveglia sul comodino del buio appartamento si spense con un crepitio, mentre tutti i suoi circuiti friggevano rendendola inservibile.
L'uomo sorrise, destandosi lentamente ed aprendo gli occhi per poi sedersi con tranquillita' sul bordo del letto.
Rimase li per alcuni lunghi istanti, stendendo le braccia e piegandole dietro la schiena, stirando i muscoli indolenziti dal sonno. Si sfrego' il viso con le mani, e le osservo' come se fosse la prima volta che lo facesse. Sbatte' le palpebre piu' volte prima di decidersi ad alzarsi in piedi e di dirigersi, nudo, verso il minuscolo bagno del suo appartamento. Si infilo' direttamente nella piccola doccia rettangolare, aprendo l'acqua con un gesto meccanico, incurante del fatto che fosse ancora troppo fredda. Attese ad occhi chiusi che l'acqua diventasse calda, e solo allora compi' quel mezzo passo che lo separava dal getto sotto il quale la sua mattina trovo' infine un significato.

Come un bambino sorrise ingenuamente, mentre sotto l'acqua corrente compiva gesti lenti, misurati, come se fosse la prima volta che aveva occasione di possedere un corpo. La sua maniacale attenzione si sposto' sull'acqua che scorreva sulla sua pelle. Fisso' le gocce che si inseguivano freneticamente lungo il suo braccio, lavandone via il sangue incrostato e colorando di rosso l'acqua che si concentrava ai suoi piedi. Rise sommessamente, felice, e passo' le mani tra i lunghi capelli bagnati, raccogliendoli e percorrendoli in tutta la loro lunghezza senza allentare la presa con cui li stringeva nei pugni. Una cascata di acqua lorda di sangue corse sulla sua pelle, per essere poi portata via velocemente dal caldo getto della doccia.

Rimase cosi', fermo, sotto l'acqua per un quarto d'ora, senza realmente lavarsi, ma limitandosi a godere della sensazione che provocavano le gocce che battevano sul suo corpo. L'oscurita' lo avvolgeva. Il sole era gia' sorto, ma le persiane dell'appartamento erano chiuse in modo quasi ermetico, e la luce era spenta.

Non aveva bisogno di luci. Il bagliore che animava i suoi occhi gli mostrava tutto cio' di cui l'uomo aveva bisogno.

Usci' infine dalla doccia, rimanendo nel bagno in piedi senza asciugarsi, a piedi nudi sul pavimento, immerso nel vapore che aveva riempito la stanza. Scruto' la sua immagine riflessa nello specchio, oscurata dalla condensa che gli dava un'aria spettrale. Si rivolse un sorriso, dissipando il vapore che distorceva l'immagine riflessa nello specchio passandovi pigramente la mano sopra, ed infine afferro' un asciugamano frizionando i capelli bagnati. Dopo pochi istanti si annoio, e li lascio' umidi ponendosi l'asciugamano attorno al collo e sulle spalle, ma senza piu' asciugarsi.

Bussarono alla porta del suo appartamento, ma lui non ando' a rispondere, ed al contrario si sedette sul bordo del letto facendo finta di nulla, e cercando dei vestiti nel mucchio scomposto ai piedi di esso.

Bussarono ancora, con piu' insistenza, e l'uomo sbuffo' rumorosamente senza tuttavia perdere quel sorriso cosi' finto e cosi' angosciante che lo caratterizzava. Si infilo' un paio di pantaloni militari grigi e neri senza preoccuparsi di indossare della biancheria e senza nemmeno asciugarsi, poi si alzo' e cammino' frizionandosi i capelli verso la porta.

Una volta che l'ebbe aperta, squadro' la donna che stava appoggiata contro la parete. Una donna giovanissima, dall'aspetto di una ventenne, vestita in modo eccentrico con vestiti colorati - una minigonna rosa chiaro e una camicetta azzurra - e con alcune ciocche dorate che risaltavano sui capelli neri tenuti lunghi fino alle spalle.

L'uomo sbuffo' di nuovo, e, notando che la ragazza non faceva altro che fissarlo con aria inquisitoria, si decise a parlare.

"Come mai non sono affatto sorpreso di ricevere visite oggi?"

"Perche' sei un idiota. Fammi entrare avanti." Rispose sfrontatamente la ragazza, ma senza voler offendere sul serio il suo interlocutore. Lui, per contro, si paro' davanti alla porta bloccando l'ingresso con la sua presenza, e sorridendo ancora, sornione.

"E' molto presto per accogliere gli ospiti. Siamo aperti solo dalle 9 in poi, milady."

La ragazza apri' la borsa color viola acceso che portava con se, e ne estrasse frettolosamente, quasi fosse una formalita' detestabile, un sacchetto di carta bianco, e lo porse all'uomo. Lui lo afferro', ci mise la mano dentro e chiuse gli occhi con evidente soddisfazione nel tastare il contenuto.

"Benvenuta nella mia casa" Disse, scostandosi dall'ingresso ed estraendo una fragrante brioche al cioccolato dal sacchetto. Se la caccio' in bocca, attese che la ragazza fosse entrata e chiuse educatamente la porta alle sue spalle, tenendo lo squisito dolce tra i denti senza le mani.

La ragazza si ando' a sedere sul letto facendo come se fosse casa propria, ed interloqui' senza perdere di vista l'uomo, la voce straordinariamente calma e melodiosa a dispetto dell'apparenza.

"Stai facendo incazzare un bel po' di gente sai Kel."

"Ma non te a quanto pare." Disse lui con la bocca piena, masticando la brioche con evidente gusto. Si tolse l'asciugamano da attorno alle spalle e lo getto' su una sedia sepolta dai vestiti.

"Anche e soprattutto me invece. La differenza e' che io non ti voglio ammazzare." Aggiunse lei guardandolo di sottecchi, e tamburellando le dita sul proprio ginocchio.

Lui si mise a ridere, per quanto gli fosse possibile mentre teneva tra i denti la brioche. Afferro' una giacca di cuoio nero, decorata con la testa di un mostro metallico sulla schiena, e se la infilo' sopra la nuda pelle senza che la cosa lo disturbasse. Solo dopo che si fu vestito si decise a prendere la brioche in mano e a mangiarla umanamente, la schiena appoggiata contro il muro, lo sguardo rivolto verso la ragazza.

"Hai ragione, che stronzo. Mi domando chi te lo faccia fare di praticare questo tipaccio, sembra che sia la croce di tutti."

Lei sospiro', ormai evidentemente abituata all'ironia sottile dell'uomo. "Perche' in fondo mi piace. Pero' e' necessario che la smetta con tutti questi casini o si ritrovera' nella merda fino al collo, ma cosi' tanto che nemmeno io ce lo potro' tirare fuori."

"Dolcezza, nessuno di noi mi ha mai sopportato da che io abbia memoria, ma nessuno e' mai riuscito a farmi affogare nella merda. E non ci riusciranno certo adesso." Disse lui rivolgendole uno sguardo con quegli occhi cosi' luminosi al punto tale da dare l'impressione che scintillassero.

"Kelerion, hai ucciso una donna anche ieri. Cosi' facendo esponi tutti noi, lo sai."

"Ma era una puttana." Spiego' l'uomo, con un tono tale da lasciar intendere che a lui sembrava una spiegazione assolutamente sufficiente. Addento' ancora la brioche.

"Piantala." Aggiunse lei con una nota d'ira nella voce. "Piantala con queste scuse ridicole, e piantala con i tuoi accessi di follia. Ti stai friggendo il cervello, e non lo voglio. Credimi, continuare su questa strada, continuare ad uccidere, continuare a impiegare in modo cosi' plateale le tue capacita', continuare a odiare gli uomini... E' una strada che conduce alla pazzia. Ti prego, fermati qui Kel."

Lui attese, prima di rispondere. Tenne lo sguardo basso, e fini' la sua brioche lentamente, assaporandone sempre piu' ogni boccone. Accartoccio' il sacchetto che la conteneva e lo getto' per terra, poi mosse un passo verso la ragazza, che era rimasta seduta sul bordo del letto per tutto il tempo, arrivandole a poca distanza. Si chino' su di un ginocchio per avere gli occhi alla stessa altezza dei suoi, le prese il mento tra le dita, con una delicatezza che ad una prima osservazione nessuno avrebbe creduto possibile in un individuo come lui, e mosse le labbra mormorando:
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