martedì, 27 gennaio 2009,18:13
"Bodies lie around me, only shells left from the fight ... "

Kel freno' di colpo sterzando e facendo strisciare la jeep sulla sabbia per diversi metri, prima che si fermasse del tutto. Scese dalla vettura, priva di tetto, scavalcando la portiera con un balzo ed atterrando in piedi sul suolo desertico con un tonfo, mentre Aima scendeva perplessa dall'altro lato. Fece il giro dell'auto e raggiunse Kel, che continuava a mugugnare tra se e se fendendo con lo sguardo la notte che avvolgeva tutto il territorio circostante, la cui unica fonte luminosa era la luce proiettata dai fari della macchina ancora accesa.

"Siamo arrivati, questa e' la grande piramide di Dahshur. E' un sito che pochissimi conoscono e visitano, dal momento che, rispetto a Giza, e' piu' lontano e meno celebre... Alexander dovrebbe trov..."

Kelerion giro' l'allacciatura del fodero, spostando la spada dalla sua schiena e portandosela di fronte, per poi imbracciarla come una chitarra e cominciare a suonarla canticchiando a voce piu' alta, dando l'impressione di non stare ascoltando affatto le parole della sua compagna.

"Branded with a sign, the number of the beast ... "

Lei si interruppe stizzita guardandolo con odio feroce, cosa che sembro' divertire oltremodo l'improvvisato chitarrista. Gli volse le spalle e fisso' l'inquietante sagoma irregolare della piramide che avevano di fronte, spazzata dalla gelida brezza tipica delle notti nel deserto. "L'entrata e' su uno dei quattro lati. Dovremo addentrarci nei cunicoli della piramide. Andiamo."

E comincio' a camminare. Non fece in tempo a fare due passi che una luce accecante si propagava alle sue spalle, seguita dal possente rombo di un tuono. Giratasi di scatto, spaventata e gia' con la mano destra sollevata ed avvolta da spire di ghiaccio acuminate, perse definitivamente la pazienza.
Kelerion era chinato su un ginocchio, avvolto da alcuni fulmini che si rincorrevano lungo il suo corpo. Diede un ultimo colpo alla spada, come a concludere un'esibizione di successo, ed allargo' le braccia come fosse in autoesaltazione.

"It's HELL!!!"

Rise sguaiatamente per poi rialzarsi e strizzare l'occhio ad Aima, tanto scioccata quanto spazientita, mandandole infine un bacio posandolo sulla propria mano e soffiandovi sopra. E rise ancora.

"Vedo che sei di buon umore." Disse lei gelida, ma non irritata. Conosceva Kelerion fin troppo bene.

"Tu no? Hai visto come correva quello della jeep."

"Ed e' divertente? Gli sara' scoppiato il cuore da quanto correva."

"Ognuno si diverte come puo'. L'hai gia' sentita questa vero?"

Ed il sorrisetto folle e diabolico che si disegno' sulle labbra di Kelerion nella semioscurita' la spinse a chiudere definitivamente la questione. Gli fece cenno di seguirla, ed insieme si avviarono alla ricerca dell'entrata della piramide di Dahshur.

Solo una cancellata impediva il loro passaggio dopo che, a seguito di una quindicina di minuti di esplorazione, ebbero trovato l'ingresso. Il lucchetto che la serrava si ridusse in frantumi ghiacciati in un battito di ciglia, sgombrando loro la strada verso l'interno della piramide, un cunicolo oscuro che scendeva nelle viscere della terra.

Le due divinita' vedevano perfettamente nonostante la fitta tenebra che li avvolgeva, man mano che si inabissavano sottoterra, sovrastati da tonnellate di roccia millenaria. Alcune impronte molto vecchie erano disseminate per il suolo sabbioso, segno del passaggio di qualche turista diverso tempo prima. Lampade ad olio spente pendevano dal roccioso soffitto, mentre sulle pareti spiccavano tetre alcune raffigurazioni di antiche divinita' egizie, delle quali la piu' comune era Anubi. La progressione delle figure seguiva probabilmente una storia, storia alla quale nessuno dei due fece caso. Kel si guardava attorno indifferente, commentando acido solo ogni tanto, mentre Aima, dal canto suo, sembrava essere decisamente piu' tesa man mano che conduceva l'eccentrico dio giu' per il tunnel, come se la sua inquietudine aumentasse ad ogni passo che la avvicinava al tanto discusso Alexander.

"Che schifezza. Questa sembra piu' la magione di K'has Toker, altro che Alexander. Sei sicura che siamo nel posto giusto?"

Lei annui' senza parlare, cosa che indispose Kelerion e che lo spinse ad incrociare le braccia e a camminare a sua volta in silenzio. Giunsero dopo pochi minuti in una grande anticamera quadrata, in piano, al centro della quale sorgeva unicamente un piedistallo con un dorato globo luminescente posato su di esso. Sulle pareti si aprivano altri tre varchi che portavano in tre differenti direzioni, uno dei quali era sigillato da un altro cancello. Aima si diresse senza esitazione li, ed anche quel lucchetto si ridusse in gelidi frantumi in una frazione di secondo.

"E' di qua. I corridoi aperti sono quelli aperti al pubblico, ed Alexander non si trova di certo in una di quelle stanze."

Kel la segui' senza replicare, avvertendo il suo nervosismo senza tuttavia riuscire a capacitarsene. Certo Alexander era un individuo particolare nella gerarchia divina, ma non gli era mai sembrato capace di incutere tutto questo timore nei confronti dei suoi consanguinei. Scosse la testa, imponendosi di non pensarci piu', limitandosi a seguire la sua guida.

Avanzando il corridoio che stavano percorrendo non dava segni di cambiamento rispetto a quello che avevano appena attraversato, eccezion fatta per lo stantio ed umido odore di chiuso. Sembrava inoltre che nessuno avesse varcato quella soglia da centinaia e centinaia di anni.

Trascorsero altri minuti prima che giungessero in una piccola stanza circolare, il cui perimetro era disseminato di antichissime urne di terracotta in buono stato di conservazione, e spezzato da almeno una decina di aperture che portavano tutte in direzioni differenti, esattamente come nell'anticamera precedente. Il centro era occupato da un leggio in pietra bianchissima sul quale prendeva posto un antico papiro. Esso era vergato con nero inchiostro, e raffigurava dei geroglifici sormontanti l'illustrazione di un uomo nudo investito da fasci di luce.

"Ed ora?" Interloqui' Kel con vaga impazienza, mentre si avvicinava ad Aima china sul papiro.

"Guarda" Rispose lei "L'uomo dell'illustrazione sembra trovarsi in questa stessa stanza. Certo, ammesso che questi siano vasi e che queste siano aperture." Ed indico' le figure senza toccarle.

"Puo' avere qualche importanza il fatto che la luce del disegno si irraggi da nordest?" Chiese Kel con la supponenza tipica di chi e' gia' sicuro di aver capito.

"Direi proprio di si. Andiamo." Rispose la Dea senza tentare di celare la sua apprensione. Ed entrambi oltrepassarono la soglia che portava a nordest.

Il corridoio che stavano percorrendo odorava di marciume, e non fu raro per i due dei calpestare insetti di vario genere e residui calcificati di ossa, riducendole in briciole. Eppure, nonostante questo, e nonostante il percorso fosse reso arduo dal fatto che fosse angusto e contorto, si sentivano come se stessero per raggiungere delle grandi meraviglie. Ed infatti, dopo molti minuti di cammino lungo il serpeggiante cunicolo, videro della luce dietro l'ennesima curva. Quando l'ebbero superata, seppero di essere finalmente giunti.

La stanza in cui avevano messo piede era talmente alta che non si vedeva il soffitto, ma tuttavia non era di ampia superficie. A circa tre metri di altezza si aprivano dei fori nella roccia, equidistanti, come a dare l'impressione che formassero un cerchio. Argentei raggi lunari fuoriuscivano dai fori e convergevano tutti verso il centro della stanza, dove si trovava un sarcofago in legno antichissimo, ma perfettamente conservato.
Ed accanto ad esso, in piedi, si trovava un uomo dalla carnagione innaturalmente pallida, di media altezza e caratterizzato da una magrezza quasi rivoltante, la magrezza tipica dei malati. Il suo corpo era coperto solo da un bianco camice, ed una cascata di biondi capelli scendeva giu' lungo la sua schiena e toccava infine terra, sfiorando i piedi nudi posati sulla sabbia. E li osservava. Li osservava con occhi grandi ed espressivi, del colore dell'oro, uno sguardo che poteva incutere un reverenziale rispetto nei confronti di chiunque. La sua stessa presenza, a dispetto del suo aspetto emaciato e moribondo, era cosi' immensa che sembrava irraggiare di luce purissima tutta la stanza.

"Kelerion ed Aima. Benvenuti." Scandi' in un sussurro, seguito da un colpo di tosse. Sembrava che il solo parlare gli costasse una fatica immensa, ed al tempo stesso sembrava la voce di qualcuno che avrebbe potuto massacrare i suoi due interlocutori con uno schiocco di dita, se avesse voluto.

Aima teneva il capo chino. Voleva assolutamente evitare di incrociare lo sguardo con quello del Dio. Kelerion, dal canto suo, rispose senza alcun timore.

"Alexander. Dieci anni fa, quando ci siamo incontrati la prima volta, non eri ridotto cosi'."

"Sperimentare l'eterna sofferenza e' l'unica via per la vera illuminazione. Ma non mi stai facendo visita per accertarti delle mie condizioni, dico bene?" Interloqui' Alexander senza muoversi dalla sua posizione.

"Dici benissimo. Tu sai meglio di chiunque altro perche' sono qui. Anzi, e' piu' corretto dire che tu sia l'unico a saperlo."

"E l'unico restero'." Rispose mentre posava il suo sguardo su Aima, come se volesse riconoscerla come un'intrusa. Tuttavia nei suoi occhi non albergava ostilita', quanto una calma estremamente razionale.

Aima levo' infine lo sguardo, rimanendo pero' in silenzio, come se sapesse bene di essere di troppo, mentre Kel proseguiva la conversazione con il Dio, perdendo pero' i suoi modi di fare baldanzosi.

"Ti ringrazio, Signore della Luce. Hai trovato un sistema?"

Scosse la testa di rimando. "No. Te l'avevo gia' detto. Cio' che tu mi chiedi e' impossibile, e non esiste uomo, Titano, Divinita' o oggetto che possa portare a compimento quel che desideri."

Aima cercava disperatamente di trovare un senso allo scambio di battute che i due si rivolgevano, anche se in piu' di un'occasione si costrinse a smettere di arrovellarcisi, quasi temesse che Alexander potesse leggerle nel pensiero.

"Continui a pensare che sia un proposito destinato a fallire?"

"Non fraintendere le mie parole, Kelerion. Cio' che ti dissi e' che e' quasi impossibile. Cio' che ti dissi era che il tuo proposito e' difficilmente realizzabile, corollato da difficolta' che ti sembreranno insormontabili, comprese anche difficolta' di genere morale. Anche uno come te ha degli scrupoli."

"L'obbiettivo?"

"Chi puo' saperlo. Io non faccio parte della gerarchia divina, e mi e' proibito interferire con il mondo degli umani. Ma come ti dissi, per molti aspetti condivido il tuo pensiero al riguardo. Per questo ti ho offerto il mio aiuto."

"Ed allora aiutami, Alexander. Dimmi come posso fare."

"Non esiste il metodo breve e immediato che tu vorresti esistesse. Esiste solo quello lungo e tortuoso. Sei certo di volerlo intraprendere, Kelerion del fulmine? Sei davvero certo di volerlo fare? A cosa ti hanno portato dieci anni di riflessione?"

"Non mi hanno fatto cambiare idea." Sentenzio' Kel lapidario, un guizzo di follia omicida nello sguardo "Al contrario, mi hanno convinto che non solo e' una cosa necessaria, ma indispensabile."

"E' il tuo trionfo o la tua scomparsa dall'esistenza." Lo ammoni' Alexander, fissandolo con gli occhi dorati. Ma Kel sembrava consciamente immune a questo genere di minaccia.

"E' il mio trionfo."

La divinita' della luce chiuse gli occhi, respirando lentamente per diversi secondi, mentre sul suo viso si disegnava un sorriso dolce e felice, che pero' portava con se' una strana e curiosa tristezza. Li riapri', e si carezzo' il collo con la punta della dita.

"Sono felice di averti incontrato, Kelerion del fulmine. Sono felice di aver potuto vedere ancora una volta, in questo mondo, una tale determinazione e un simile altruismo, per quanto distorto possa essere. E pur nutrendo dei dubbi sul tuo trionfo, credo davvero che il tuo tentativo sia l'unico possibile. A dispetto delle apparenze, Kelerion, tu sai meglio di chiunque altro come funziona la nostra esistenza. Per questo meriti il mio aiuto."

L'uomo sollevo' una piccola catenina che aveva attorno al collo con la punta delle dita, facendo fuoriuscire dal bordo superiore del camice uno splendente gioiello a forma di sole. Sfilatoselo dal collo, lo porse a Kel stringendo nel pugno la catenina. "Eccolo. Insieme alla mia benedizione, e alla mia viva speranza che tu ce la possa fare."

Kel protese la mano aperta ponendola sotto il ciondolo, che Alexander lascio' cadere facendolo finire sul palmo di Kel. Quest'ultimo lo strinse nel pugno come se si trattasse di un prezioso tesoro, e sorrise di rimando al suo interlocutore. Un sorriso sincero, che Kelerion non riservava mai a nessuno, fatta eccezione per quella misteriosa divinita' con la quale sembrava intendersi alla perfezione. Ad Aima parve che il loro fosse un legame completamente diverso da quello dell'amicizia, ma che fosse, in un certo modo, molto piu' profondo e intenso.

"Indossalo e potrebbe salvare la tua vita. Non compira' miracoli, ma un giorno sarai felice di averlo avuto al collo."

"Grazie Alexander. Ti sono debitore." Mormoro' Kel mentre si metteva il gioiello al collo, con sconcertata sorpresa di Aima, che mai aveva sentito Kelerion ringraziare qualcuno in questo modo.

"Sara' un debito che ti porterai dietro per sempre, Kelerion del fulmine, perche' noi due non ci incontreremo mai piu'." Interloqui' la cadaverica presenza, un sorriso malinconico sulle labbra. "Per questo ti invito a rendere partecipe la qui presente Aima dei tuoi piani, prima che sia troppo tardi. Non potrai piu' contare su di me quando avrai "iniziato", e potresti aver bisogno di qualcuno che faccia le mie veci."

Kel non rispose. Alexander, come se sapesse benissimo che non avrebbe ottenuto risposta, prosegui'.

"E' ora per voi di andare. Sta attento, Kel, poiche' sei circondato da pericoli mortali in ogni direzione, ogni tuo passo puo' condurti su una mina e farti saltare in aria. Non essere avventato e scegli bene il percorso da intraprendere, poiche' chiunque e' un tuo potenziale nemico. Eccetto la qui presente Aima, e' ovvio." Sorrise dolcemente per l'ennesima volta.

Aima corrugo' la fronte, senza decidere se essere irritata per i termini in cui stavano parlando di lei, o se essere lusingata dal fatto che fosse stata considerata l'unica persona degna di fiducia. Pertanto decise di fare un passo indietro incrociando le braccia, continuando a seguire lo scambio di battute dei due uomini che sembrava essere molto prossimo al termine.

"Terro' presente il tuo suggerimento. Prima che vada... K'Has Toker, i Quattro e Kronos...?"

Alexander sospiro' stanco, un sospiro roco che dava come l'impressione che stesse soffrendo atrocemente. Dai suoi occhi si sprigionava, appena visibile, la sua immensa essenza elementale. "Non hai bisogno di saperlo, dammi retta quando ti dico di non essere avventato. Li troverai al momento giusto e senza neanche cercarli."

"In questo caso non ho altro da chiederti, Alexander." Soggiunse Kel, chinando il capo con grande rispetto verso l'emaciata divinita'.

"Buona fortuna, Signore del Fulmine. Addio, Signora dei Ghiacci."

Ed entrambi si voltarono, la luce che ancora splendeva debole alle loro spalle, mentre nel loro ricordo permaneva ancora la vivida immagine del sorriso dolce e comprensivo del Dio della Luce.
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giovedì, 22 gennaio 2009,00:07
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domenica, 18 gennaio 2009,17:23
Comparve con un crepitio di elettricita' e uno sfolgorio di luci in uno dei vicoletti del Cairo, non visto da nessuno, molto vicino ad una zona di mercato a giudicare dai rumori che ovattati giungevano alle sue orecchie.

Kel distese le braccia verso l'alto e fece scricchiolare le ossa del collo con un mugolio soddisfatto, mentre, senza neppure guardarsi attorno, si poggio' con la schiena contro una parete delle case che affiancavano il vicolo e si mise ad osservare la gente di passaggio. Alle sue narici arrivavano gli inconfondibili odori e profumi della cucina locale, odori che, a causa dell'aria calda, diedero a Kel l'impressione che essi si appiccicassero inesorabilmente alla sua pelle senza lasciarla piu' andare.

Dopo pochi minuti cammino' davanti a lui un egiziano visibilmente indaffarato, che non lo degno' di uno sguardo. Dopo alcuni altri minuti, una ragazzina egiziana dall'aria povera e affamata che lo guardo' con un misto di timore reverenziale e di curiosita'. Dopo altri minuti ancora, in un attesa che Kel stava cominciando a trovare snervante, finalmente gli sfilo' davanti un turista che parlava freneticamente al telefono, piuttosto arrabbiato.

"Cosa cazzo vuol dire che ci siamo fermati due bancarelle piu' indietro? No... No, cazzo, adesso voi andate avanti e mi aspettate alla fine del me"

Una scarica da diverse centinaia di volt gli attraverso' il corpo, facendolo crollare istantaneamente a terra privo di sensi. Kelerion raccolse il telefono che l'uomo aveva lasciato cadere, se lo porto' alle orecchie e, ridendo, disse che adesso arrivava. Poi mise giu', e compose un altro numero telefonico. Gli rispose una voce femminile, una che conosceva molto bene, chiedendo chi fosse. Ma Kelerion non rispose.

"Sono al Cairo dolcezza. Raggiungimi appena puoi. Immagino tu sappia che e' urgente. Bacini." Disse lui, ridacchiando, prima di riagganciare.

Si fece saltare il telefono nella mano, e volto' il capo verso due robusti lavoratori egiziani provenienti dal mercato e diretti nella sua direzione. Videro lui, e videro l'uomo tramortito ai suoi piedi. Videro anche il sorrisetto sadico di Kelerion, si girarono come se niente fosse e tornarono indietro proprio da dove erano venuti. Quest'ultimo continuo' a giocherellare col telefono ancora per qualche secondo, studiando il corpo esanime del turista e muovendolo con la punta dell'anfibio. Vestiva sportivamente, con una colorata maglietta a maniche corte, dei bermuda con un ridicolo motivo hawaiano, uno zaino pesante in spalla e degli occhiali da sole neri. Con un sogghigno, prima di allontanarsi finalmente dal corpo e andare in cerca di un luogo dove attendere l'arrivo della donna che aveva chiamato, Kel indosso' i suoi occhiali da sole nuovi.

Fu una ricerca lunga che si protrasse fino al tramonto, anche a causa del fatto che Kel indugio' a lungo per le strade del Cairo, curioso di vedere cosa potesse offrirgli una citta' come quella. E tuttavia non trovo' niente di utile o che comunque attirasse particolarmente la sua attenzione. Al contrario, tutta quella inutile massa indistinta di sciocchi turisti e le loro macchine fotografiche gli facevano andare il sangue al cervello, al punto tale che dovette allontanarsi ogni volta da quella folla prima che gli tornasse alla mente come lo divertiva uccidere gli umani. Fortunatamente dimostro' abbastanza autocontrollo, ricordando che dal momento in cui era bloccato li' ad attendere i comodi del suo contatto, forse avrebbe fatto meglio a passare inosservato. E gli venne quasi automatico pensare al fatto che dopo appena quindici minuti dal suo arrivo aveva gia' folgorato un turista. Rise sguaiatamente, mentre la gente sul lungo viale si scansava per farlo passare, guardandolo come se fosse un pazzo omicida con una spada agganciata sulla schiena.

Il suo albergo era "La stella del mattino". Kel ci si era fermato perche' riteneva avesse un bel nome, ed aveva pagato in anticipo per sette notti con il preciso ordine che nessuno lo disturbasse per fare le pulizie, rifare il letto o, come disse testualmente, "Qualsiasi altra stronzata simile". Il proprietario, un egiziano magro da fare impressione, aveva subito capito l'antifona e l'aveva immediatamente assecondato.

Trascorse nella sua stanza gran parte del suo tempo, in preda alla noia piu' atroce, noia che rischiava, ora dopo ora, di farlo uscire a caccia di umani come faceva nella sua citta'. Ma di nuovo dimostro' un eccellente autocontrollo, e ne approfitto' per documentarsi sul Cairo e sui dintorni dell'egitto. Sapeva che Alexander doveva trovarsi non lontano da li', ma sapeva altrettanto bene che non poteva muoversi alla cieca, altrimenti avrebbe solo corso rischi inutili e perso un mucchio di tempo.

Erano passati solo due giorni, e gia' non ne poteva piu'.

...

"Padre." Disse Last chinandosi con rispetto su di un ginocchio, al cospetto di un'entita' di dimensioni colossali, seduta immobile come una statua su un trono gigantesco d'ebano intarsiato in oro. Quell'essere non aveva una reale forma o una reale dimensione. Esisteva, era fisicamente e spiritualmente presente, ma era talmente inafferrabile che qualsiasi tentativo di descriverla sarebbe stato vano. La stanza in cui si trovavano era completamente spoglia ed avvolta nella penombra, ed era talmente grande che il buio nascondeva i contorni delle pareti. Oltre a Last, in ginocchio dietro di lui, si trovavano altri cinque titani con il capo chino.

"Figli miei" disse una voce proveniente dall'entita', neutra come fosse una voce artificiale "Parlate. Parlatemi dei vostri progressi nel nostro grande piano."

Fu sempre Last a parlare, rispondendo con tono fermo e deciso, senza che pero' perdesse quella sfumatura untuosa che lo contraddistingueva. "Kelerion e' stato salvato, secondo il Vostro desiderio. Tuttavia il suo salvataggio ha richiesto il sacrificio di K-Tharp. Dopo essersi ristabilito, ha assassinato Xeria, la divinita' dei Cristalli. In questo momento si trova al Cairo, anche se non sono ancora riuscito a stabilire per quale ragione. La sua situazione ora e' piu' complessa che mai, poiche' dovra' difendersi dai suoi stessi simili che indubbiamente gli daranno la caccia."

"Il mio cuore sanguina amaramente alla perdita del mio figlio, ma il suo sacrificio avra' un senso." Tuono' la voce meccanica. "Credi che il gesto di Kelerion sia stato compiuto per sdebitarsi?" Aggiunse poi.

"No Padre" Rispose Last come se lo sapesse con esattezza "Non lo credo. Kelerion non e' un individuo razionale, ed agisce guidato prevalentemente dall'istinto. Non conosce concetti come quelli di debito o di riconoscenza... Si limita a proseguire sulla sua strada, falcidiando chiunque gli si pari davanti."

"Una personalita' davvero incontrollabile." Interloqui' l'entita', laconicamente.

"Il nostro intento, Padre, non e' quello di controllare Kelerion, quanto di deviare la sua strada di modo che porti dove noi vogliamo. Nessuno gli si parera' davanti, e sara' il modo migliore per ottenere la sua indiretta collaborazione. Cosa che abbiamo gia' parzialmente ottenuto."

Calo' un silenzio innaturale nella stanza, che nemmeno i sommessi respiri dei sei Titani potevano rompere. E dopo aver atteso con trepidazione per alcuni minuti, essi udirono infine i nuovi ordini dell'entita'.

"Desidero che tu lasci Kelerion libero di agire, Last. Se la sua situazione e' cosi' disperata, e' solo questione di tempo prima che si renda conto che non puo' farcela da solo contro i suoi simili. Non avra' scelta. E tuttavia desidero che tu lo salvi nuovamente, se cio' si rendesse necessario. Questa sara' la tua priorita' assoluta."

L'entita' si gonfio' contorcendosi su se stessa, apparentemente nel tentativo di respirare, e prosegui'. "E desidero che voi tutti cominciate a muovere guerra agli Dei. Assassinateli coordinando le vostre azioni, e scegliete le vostre vittime in base alla vostra abilita'. Siate sicuri di non fallire. Non possiamo ancora permetterci uno scontro in campo aperto, ma non vogliamo nemmeno perdere l'occasione di infliggere pesanti danni ai nostri ancestrali nemici. Per qualsiasi altro genere di decisione, Last, mi affido alla saggezza tua e di P-Chord. Andate ora, figli miei."

"Si Padre" Dissero tutti e sei all'unisono.

...

La vista di cui si godeva dalla stanza di Kel era decisamente suggestiva. Dal piano piu' alto della "Stella del mattino" osservava il sole scomparire dietro il desertico orizzonte, illuminando Il Cairo di una luce ambrata, piu' simile a un'alba che non a un tramonto, ed irraggiando i tetti degli edifici sottostanti con essa, mentre giochi di ombre prendevano piede per le strade che si svuotavano progressivamente.

Mentre contemplava questo tramonto, Kel fu scosso da un improvviso brivido di freddo dovuto all'abbassamento della temperatura nella stanza. Resto' voltato spalle alla camera, ben sapendo cosa comportava questo fenomeno climatico, in attesa trepidante e con un ghigno stampato sulle labbra. Ed attese ancora, fino a che, come si aspettava, una sensuale voce femminile giunse alle sue orecchie, dietro di se'.

"Eccomi." Disse laconica.

"Te la sei presa comoda dolcezza." Rispose lui continuando a darle le spalle con atteggiamento strafottente, ma con il tono di voce tipico di chi non ammetterebbe mai di essere felice.

"Prova a indovinare chi ha ricevuto visita da tutti i Quattro, questa settimana. Non dovresti essere sorpreso." Aggiunse lei in un sussurro.

"Non importa" Interloqui' Kelerion "Ne ho approfittato per studiare un po' di geografia." E si volto' verso la donna.

Di rara bellezza, era di corporatura esile ma maestosa. Alta, non quanto Kel ma piu' della media, indossava un paio di stivali neri col tacco alti fino al ginocchio, una minigonna anch'essa nera, e un corpetto blu senza maniche con delle screziature bianche. Alle mani aveva dei guanti dello stesso colore del corpetto. La sua carnagione era di un bianco innaturale, un bianco che ricordava quello della neve. Aveva un viso privo di imperfezioni, impreziosito da due occhi celesti quasi trasparenti, ed incorniciato da alcune ciocche dei lunghi capelli neri, raccolti a loro volta in ciocche piu' piccole. Non indossava gioielli, fatta eccezione per un pendente rosso al collo raffigurante una croce sormontata da un cerchio, e non aveva nulla con se, eccetto una frusta arrotolata ed appesa a un fianco.

Scosse la testa, andando a sedersi sul bordo del letto che aveva ad alcuni passi di distanza, accavallando le gambe. "Avanti, raccontami cos'e' successo e cosa ti serve." Disse schiva.

"Ma come" Soggiunse Kel incrociando le braccia e camminando avanti e indietro di fronte a lei "Non mi dici che sono un bastardo, non rivanghi nel nostro passato, non mi dici che sono diventato un pazzo assassino e non cerchi di convertirmi?"

Lei sollevo' lo sguardo e rivolse a Kel un sorrisetto malizioso ed allo stesso tempo angosciante. "A cosa servirebbe mio caro Kel? Ti conosco troppo bene. Mi daresti qualche risposta stupida e rideresti da solo."

Lui si massaggio' il mento e smise di camminare fermandosi, e sghignazzando tra se' e se'. "Blaze ha tentato di farmi fuori, sono stato tratto in salvo da un Titano che mi ha proposto di dargli una mano contro di voi, ed ho annientato Xeria. Adesso ho un assoluto bisogno di trovare Alexander."

"Cosa ti fa pensare che lo sappia?" Sentenzio' lei, apparentemente senza badare ai particolari dello scontro con Blaze e dell'annientamento di Xeria.

"Il fatto che tu sia una divinita' maggiore."

"Lo sei anche tu, eppure non lo sai."

"Io sono un reietto, carne morta. Tu invece no."

"Allora cosa ti fa pensare che te lo diro'?"

"Il fatto che in caso contrario non ti saresti presa il disturbo di venire qui, dolcezza." Sorrise magneticamente, incatenando il suo sguardo a quello della dea. "Vuoi sapere l'altra ragione per la quale penso che me lo dirai, o...?"

Lei, divertita, fece un malizioso cenno con la mano come a dire che non importava. "Lascia perdere, per stavolta hai ragione."

Tra loro due scese il silenzio. Kel, immobile, la fissava mentre, seduta, creava dei vuoti disegni tracciando le dita nell'aria, lasciando dietro di se una condensa che si dissolveva dopo pochi istanti. E finalmente ottenne la sua risposta.

"Dahshur. E' li che si trova Alexander. Ma prima di andarci voglio che tu mi dica ancora qualcosa."

Kel rispose con un mugugno affermativo mentre si affrettava a cercare Dahshur sul libro di geografia che si era procurato.

"Desidero che tu mi dica perche' vuoi recarti da lui e di venire con te."

Lui sollevo' lo sguardo dal libro, ad incrociare quello della dea, che lo stava osservando con le braccia incrociate al petto ed un' espressione che non sembrava quella di chi ha voglia di accogliere un rifiuto. "Perche' vorresti venire con me?"

"Perche' so che non mi dirai il perche' vuoi andare da Alexander, quindi venendo con te lo scopriro' quando sara' il momento."

Lui scoppio' a ridere istericamente, e, tra una risata e l'altra, le rispose. "Hai proprio ragione, sembra che tu mi conosca anche troppo bene. D'accordo Aima, puoi seguirmi. Ma non saprai comunque perche' mi serve Alexander."

"Lo credi tu. Te l'ho detto che lo scopriro' quando sara' il momento, da sola. E poi non oso neanche immaginare cosa succede quando uno come te incontra uno come lui." Affermo' lei con una vaga complicita' e un mezzo sorrisetto.

Kel emise un sospiro, esitando qualche secondo prima di annuire senza aggiungere altro.

"Bene" Civetto' lei senza nascondere la soddisfazione per la sua vittoria "Vuoi che partiamo subito? Dahshur e' a una cinquantina di chilometri da qui."

"Si" Rispose laconico lui, allontanandosi per prendere la sua spada e allacciarsela dietro la schiena "Ma prima andiamo a mangiare qualcosa, come due innamorati."

"Sei veramente stronzo." Sentenzio' Aima lapidaria, ma con un sogghigno stampato sulle labbra, mentre si alzava dal letto e cominciava a camminare ancheggiando sensualmente verso la porta.

Meno di un'ora piu' tardi, entrambi sedevano all'esterno di un locale notturno per turisti, con due bicchieri e un vassoio di datteri. Quello di Kel conteneva della birra, mentre in quello di Aima c'era dell'ambrato liquore.

"E dimmi" le disse Kelerion con il suo consueto fare provocatore, continuando uno dei discorsi che stavano portando avanti da prima "Hai ancora quei gusti perversi e le tue manie di onnipotenza?"

"Ognuno si diverte come puo' tesoro mio." Rispose lei sorseggiando con malizia il suo liquore, senza distogliere gli algidi occhi dal volto del dio.

"Non potrei essere piu' d'accordo." Aggiunse lui, protendendosi in avanti leggermente verso di lei, i gomiti poggiati sul tavolino.

"Lo credo bene, visto che tu ti diverti ammazzando gli umani."

E mentre Kelerion scoppiava a ridere sguaiatamente, gettandosi contro lo schienale della sedia e sollevando il boccale di birra, un gruppo di cinque giovani turisti europei si voltarono a guardarli, straniti.

"Lo sapevo che prima o poi la predica sarebbe arrivata."

"Predica?" Disse Aima, umettandosi le labbra con la punta della lingua senza celare la sua ambiguita', e passando le dita sul bordo del bicchiere "Sbagli. Certo, per me e' stata una sorpresa scoprire in che genere di divertimenti tu indugiassi. Sei sempre stato eccentrico, folle, lunatico, ma non mi aspettavo di certo che saresti potuto diventare un assassino, un ribelle, e che avresti raggiunto un tale livello di potere da poter contrastare Blaze."

"L'hai visto?" La interruppe lui, incuriosito e con l'espressione tipica di chi aspetta di sentirsi lodato e vi si crogiola beatamente.

"L'ho visto e ci ho parlato. Era ridotto proprio male, tanto che non ci potevo credere. Pensavo fosse stato quel Titano ad infliggerli quei danni, ma lui afferma di averlo vaporizzato con un solo colpo. Afferma anche che vuole prendersi il piacere di farti a brandelli personalmente, se ti interessa."

I turisti cambiarono tavolo, mentre Kelerion scoppiava nuovamente a ridere e ingollava una copiosa quantita' di birra. "Non particolarmente, ma son contento. Dicevi?"

Aima lascio' una traccia di cristalli di ghiaccio sul bordo del bicchiere, portandoselo ancora alle labbra e bevendone un altro sorso. "Che nonostante non mi aspettassi questo cambiamento, non riesco a fare a meno di trovarlo... Intrigante."

"Lo dicevo io che sei perversa." Rispose lui con uno sguardo di finta disapprovazione.

"Ognuno si diverte come puo' tesoro mio." Ripete' lei, vuotando poi il bicchiere di liquore in un solo sorso e tergendosi le labbra con la punta di due dita. Kelerion fece lo stesso con la birra e, dopo aver preso una manciata di datteri, si alzo'.

"Gia'. Vogliamo andare?"

"Ora?" Rispose lei guardandolo con perplessita' "Dobbiamo attraversare una parte di deserto. Credi davvero di trovare qualcuno da cui affittare un'auto in piena notte?"

"Affittare?" Disse Kel con un sogghigno.
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domenica, 11 gennaio 2009,03:06
Si decise infine ad alzarsi. Con un gesto secco si tolse le lenzuola che coprivano la parte inferiore del suo corpo e si mise in piedi, ergendosi in tutta la sua statura. Nudo rimase accanto al letto, guardando il proprio corpo, e cominciando a flettere i muscoli delle braccia, uno alla volta, come se ciascuno fosse un organismo a se stante. Li irroro' di puro potere, mentre l'immensa energia del fulmine crepitava sulla sua pelle producendo il caratteristico rumore di un cavo in cortocircuito. Apriva e chiudeva i pugni lentamente, ad occhi chiusi, concentrandosi su ogni singolo respiro che gonfiava i muscoli del robusto torace, carezzato dai lunghi capelli neri. E riapriva gli occhi, guardando i palmi delle proprie mani che lente sfioravano la sua pelle come fosse quella di un'amante, solo per ribollire di rabbia non appena i suoi palmi incontravano i rigonfiamenti familiari delle cicatrici che lo ricoprivano.

Cammino' con andatura lenta per la magione del Titano, aggirandovisi senza sapere bene dove andare, riscuotendosi dal suo torpore e dalla sua calma autoindotta solo quando mise piede in un lussuoso bagno. Esito' per un momento davanti all'enorme specchio che sormontava il lavandino, studiando il proprio volto, umettandosi le labbra con la punta della lingua e scostando una ciocca di capelli che gli ricadeva tra gli occhi. Distese infine le dita a toccare la superficie liscia e perfettamente pulita dello specchio, sorridendo con vaga ingenuita' quando le sue dita e quelle della sua immagine riflessa si incrociarono.

Interruppe infine quella specie di rituale che tanto gli era caro, e si diresse senza esitazione sotto la vasta doccia in cui sarebbero state comodamente sei persone. Sotto il getto di acqua tiepida rimase a lungo, assaporando ogni singolo istante della sensazione dell'acqua che prima batteva contro la pelle tonica, e poi scivolava giu' lungo il suo corpo e i suoi capelli raccogliendosi in fondo alla doccia. Non uso' il sapone, poiche' sembrava essere stato gia' lavato, probabilmente da Last, ma si tolse di dosso quel penetrante odore di unguento per le ustioni.

Solo dopo una ventina di minuti si decise ad uscire, corroborato e pieno di energia, e dopo aver indossato un accappatoio appeso ad una parete si diresse scalzo fuori dal bagno, senza una meta precisa. Il cinguettio degli uccellini era udibile praticamente ovunque nella luminosa magione, e non c'era una sola finestra che non si affacciasse su uno splendido ed affascinante panorama di foresta tropicale. Il resto della casa, invece, era lussuoso. Ma non un lusso che manifestava ostentazione di ricchezza e gusto per la pacchianita', era un lusso che rispecchiava la sincera attrazione per oggetti di indubbio buon gusto estetico. Sembrava che tutto fosse al suo posto, come una specie di ideale casa dei sogni di chiunque. Distratto, dopo che ebbe girato a vuoto per gran parte dell'abitazione, Kel si ritrovo' senza accorgersene in un grande studio. Faceva bella mostra di se una libreria alta fino al soffitto e lunga almeno sei metri, piena di libri di ogni colore e dimensione, sebbene alcuni scaffali fossero ancora vuoti. Uno scrittoio in mogano era posto proprio davanti alla libreria, ma era curiosamente sgombro di carte. Solo un candelabro con delle candele consumate fino a meta' si trovava li' sopra. Una grande finestra si apriva sulla parete sinistra dello studio, ed accanto ad essa, nell'angolo piu' vicino alla porta a doppio battente che Kel aveva varcato, si trovava una rastrelliera che ospitava una dozzina d'armi, tutte di diverso tipo. L'ultima cosa che noto' Kel fu anche quella che calamito' tutta la sua attenzione, tanto che si mosse immediatamente in quella direzione.

Una grande mappa del sudamerica era affissa sulla parete destra della stanza. Un grande cerchio con un pennarello rosso era stato tracciato attorno a Manaus, in Brasile. Kel comincio' a picchettarvi sopra col dito, come se questo lo aiutasse a concentrarsi. Mormoro' alcune parole troncate a meta' che gli morirono tra le labbra, riflettendo ad alta voce. Quasi istintivamente, il suo dito corse verso il basso, tracciando una linea immaginaria sulla cartina, una linea che andava verso sud.

Il suo dito si fermo' su Buenos Aires. Entusiasta, strinse il pugno e con esso colpi' la mappa proprio sulla citta' che aveva scelto, ridacchiando. Rinvigorito ed esaltato dalla sua nuova scoperta usci' dallo studio e si diresse nuovamente nella stanza dove si trovava il letto in cui aveva dormito. Giunto, si tolse dalle spalle l'accappatoio e lo fece scivolare per terra ai suoi piedi, per poi recuperare i suoi vestiti ed indossarli in fretta, contrariamente alla calma che aveva contraddistinto i suoi gesti fino a quel momento. Si infilo' i pantaloni e calzo' gli anfibi, rimanendo a torso nudo e sbuffando rumorosamente ricordandosi che la sua giacca l'aveva gettata via prima di cominciare a combattere con Blaze. Afferro' anche la sua spada e la porto' con se senza allacciarsela sulla schiena, e si diresse frettolosamente al piano superiore salendo per una rampa di scale in legno coperte da un tappeto rosso, in cima alle quali aveva inizio un ballatoio su cui si affacciavano diverse porte. Kel le apri' una ad una curiosando, finche' non trovo' una stanza meglio arredata delle altre. Entrato ando' subito ad aprire l'armadio in ebano e avorio, frugando senza ritegno nei vestiti che trovo' al suo interno, probabilmente indumenti di Last. Tiro' fuori una semplice e dozzinale maglietta di cotone, scosse la testa desolato e con le sue nude mani, senza esitazione, strappo' brutalmente la corta manica per poi gettarla a terra. Poi strappo' anche la seconda, ed infine apri' uno squarcio diagonale sul davanti, ed uno uguale sulla schiena. La indosso' e si guardo' nella specchiera soddisfatto, ridendo sotto i baffi come chi sa che qualcuno sara' furioso a causa sua. Si allaccio' infine le cinghie del fodero della spada adagiandosela sulla schiena, e scese nuovamente al piano di sotto, cercando di uscire.

Non trovo' l'uscita ma la cucina. Sul grande tavolo in noce per almeno una dozzina di persone, post al centro di una sala piu' grande distaccata dalla zona dei fornelli, c'era un vassoio d'argento. Kel ne fisso' il contenuto, e scoppio' a ridere istericamente.

"Che gran figlio di puttana" Bofonchio' allegro, mentre agguantava la fragrante brioche al cioccolato e se la cacciava in bocca. Tenendola tra le labbra senza masticarla si aggiro' ancora per il piano terra di quella casa labirintica, finche' non trovo' infine la porta d'ingresso, alta, maestosa e a doppio battente. La apri', e constato' con piacere che non si trovava completamente immerso nella foresta, sebbene ne fosse circondato da ogni lato. Subito fuori casa un vialetto pavimentato in pietra si districava verso sudest, probabilmente portando nel cuore di Manaus. Sul vialetto erano parcheggiate un'automobile sportiva nera con delle strisce argentate sui fianchi ed una moto anch'essa nera, ma con le decorazioni rosso sangue.

Kel, che nel frattempo aveva consumato avidamente e con gusto la brioche, afferro' i guanti che giacevano sul sellino della moto, se li infilo' alle mani, le strinse a pugno alcune volte per adattarli alle sue dimensioni, e, montato in sella, giro' la chiave gia' inserita ed accese il motore con un rombo possente. Felice anche solo per il fatto di essersi potuto sedere nuovamente su una moto, schizzo' in avanti seguendo il sentiero verso Manaus, scomparendo nella vegetazione.

...

Qualcuno stava bussando alla porta.

L'uomo dai tratti sudamericani si mosse pigramente tra le lenzuola del letto, stiracchiandosi. Si protese verso la nuda figura femminile distesa accanto a lui, e le poso' un dolce bacio sulle labbra, per poi sedersi a bordo del letto ed infilarsi un paio di pantaloni - gli stessi che indossava la notte precedente e che aveva gettato da parte in tutta fretta - con l'aria assonnata. Una piccola mano delicata cinse il suo esile braccio, ed una voce impastata dal sonno spezzo' il romantico silenzio che regnava in quella stanza da letto.

"Mm... Non andare... Resta qui con me." Un sorrisetto di finta e maliziosa innocenza.

Qualcuno stava bussando piu' insistentemente alla porta.

"Liquido questo seccatore, amore mio, e torno." Un occhio strizzato complicemente, e l'uomo si alzo' stiracchiandosi, per poi camminare a petto nudo verso l'ingresso, chiudendosi la porta della camera da letto alle spalle. La donna rimase ancora li', in dormiveglia con gli occhi chiusi, e perse la cognizione del tempo, accorgendosi pero' con piacere che non bussavano piu'.

Si sveglio' di soprassalto quando udi' la porta della stanza sbattere violentemente, lasciandosi sfuggire un urlo spaventato ed aprendo gli occhi puntandoli in direzione del rumore, e cio' che vide la spinse giu' per il baratro del terrore piu' folle e incontrollato che mai potesse provare.

Sulla soglia c'era il suo amante, in piedi, la pelle carbonizzata seguendo delle improbabili ramificazioni. Perdeva sangue da ogni orifizio del viso, comprese le orbite vuote da cui erano schizzati via gli occhi. Caccio' un urlo lancinante, ed il cadavere del suo amato si accascio' a terra rivelando dietro di lui la figura inquietante di un uomo dai capelli lunghi fino alle spalle, vestito di nero e con una spada seghettata poggiata di traverso sulla sua spalla. Ghignava con un'allegria diabolica.

Lei si rifugio' pazza di terrore nel letto, rannicchiandosi con le lenzuola tirate su fino alle narici, scossa da incontrollabili brividi e incapace di staccare lo sguardo dall'incedere di quell'assassino misterioso imbrattato da alcune goccioline di sangue che macchiavano il suo volto.

"Ciao amore" Disse quello, mimando l'accento sudamericano della sua vittima, per poi ridere istericamente trovandosi divertente.

La donna non riusciva ad aprire la bocca, e l'uomo prosegui' imperterrito ad avanzare verso di lei, parlando interrotto solo dal ritmico risuonare dei suoi anfibi.

"Lo sai chi sono, vero?" Aggiunse.

Lei annui', e chiuse gli occhi mordendosi le labbra tremanti, per poi alzare il palmo aperto in direzione dell'assassino, concentrando il suo potere.

Le gambe dell'uomo furono subito avviluppate da ramificate pietre trasparenti che corsero fino al suo ginocchio, intrappolandole come delle escrescenze minerarie intrappolano la roccia. Ma gli occhi dell'uomo, e cosi' tutto il suo corpo, furono attraversati da un baluginio elettrico che nel giro di un secondo ridusse in polvere i minerali e il tentativo di fermarlo. Non diede nemmeno evidenza di aver smesso di camminare, tanto che non scherni' nemmeno la donna per averci provato. Lei riapri' gli occhi, ora velati di lacrime. E lui rise.

"Coraggio, signora dei Cristalli, non piangere. E' solo che la nostra e' una differenza di classe non prevaricabile."

"... Kelerion ... Perche' ... "

"Per l'equilibrio, signora dei Cristalli. Per l'equilibrio. Un Titano morto, una divinita' morta." Mormoro' lui lapidario, mentre sollevava la spada sopra la testa. Un solo passo lo divideva dalla donna.

"Ti prego... Ti prego... Io non ti ho fatto n..."

La spada di lui, corrusca di energia elettrica, si abbasso' improvvisamente. Il corpo della donna fu istantaneamente inchiodato al letto dalla lama frastagliata, mentre lui la spingeva con forza nel suo petto, all'altezza del cuore, con un ghigno trionfante ed estasiato sulle labbra. La potenza del fulmine invase la signora dei Cristalli devastando i suoi organi interni e irrorando di candida luce i suoi occhi. Spalanco' la bocca come se volesse parlare, ma da essa non usci' un suono.

Kel si chino' su di un ginocchio, continuando a tenere una mano serrata attorno all'elsa della terribile lama, mentre con l'altra accarezzava tra i capelli la donna.

"Ecco. Adesso e' tutto finito." Commento' con aria vagamente sensuale, mentre il corpo della Dea sanguinava incessantemente dalla larga ferita causata dalla spada. E mentre sanguinava, dalla sua bocca fuoriusciva un fumo giallastro che svaniva nell'aria dopo alcuni istanti. La sua essenza elementale aveva abbandonato il suo corpo umano. Era stata annientata.

Solo il minuto successivo Kel si decise ad alzarsi e a divellere brutalmente la lama dal corpo della Dea, dilaniandolo ancora piu' di quanto gia' non fosse. La puli' sulle lenzuola con un paio di sbrigativi movimenti, e la rinfodero' mentre pensava al da farsi. C'era una persona che doveva assolutamente incontrare, l'unica che conoscesse veramente i suoi propositi. Alexander. Ma non poteva andare li' solo, avrebbe avuto bisogno di qualcuno, specialmente ora che si era macchiato dell'omicidio di uno dei suoi consanguinei. Quello era un gesto che non aveva precedenti in tutte le migliaia di anni in cui esistevano gli Dei, e non sarebbe mai passato inosservato. In una situazione del genere, aveva una sola persona che forse sarebbe stata dalla sua parte. E con un po' di fortuna avrebbe anche saputo indirizzarlo da Alexander.

E cosi', terribilmente calmo, e niente affatto preoccupato dalla situazione in cui si era cacciato, prese la sua decisione. Il suo corpo comincio' a risplendere, e in un battito di ciglia scomparse con la velocita' di un fulmine, lasciando a Buenos Aires, come unico segno del suo passaggio, due cadaveri ed una moto.
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giovedì, 08 gennaio 2009,17:04
Quando Kel riapri' gli occhi l'unica cosa che attraverso' la sua mente fu una scarica di dolore atroce che proveniva da tutto il suo corpo. Un gemito gli mori' sulle labbra, e fu costretto a serrare immediatamente le palpebre per rifugiarsi dalla luce che lo accecava. Nell'attesa di recuperare la vista, si concentro' su cio' che aveva attorno affidandosi agli altri sensi. Giaceva in un letto dalle lenzuola morbide e profumate, e solo questo basto' a dargli la certezza che non si trovava a casa sua. Certezza che venne rafforzata anche dal cinguettio di uccellini che arrivava alle sue orecchie, ovattato, un suono che aveva quasi rimosso dai suoi ricordi. Con le dita si tocco' le braccia e il torace, lentamente, non tanto per la sua abitudine di muoversi con calma quando si destava, quanto per il dolore che provava. Scopri' che aveva delle fasciature su gran parte del corpo, di cui una particolarmente vasta sulla spalla sinistra. E proprio quando si affaccio' alla sua mente il momento in cui Blaze l'aveva quasi incenerito con il suo ultimo attacco che gli aveva fatto perdere i sensi, fu scosso e sorpreso da una voce inaspettata proveniente da alcuni metri di distanza. Una voce posata e morbida, quasi ammaliante.

"Come ti senti Kelerion...?"

Fu una voce che riconobbe subito. Si irrigidi' come se si stesse preparando a difendersi, ma le sue profonde ferite pulsanti lo costrinsero a desistere nonostante nella sua risposta fosse ben evidente il suo temperamento borioso e arrogante.

"Bastardo... Cosa ci fai qui? Dove sono...? Dov'e' Blaze...?"

"Non preoccuparti" Rispose Last senza perdere la sua inflessione tranquilla "Sei a casa mia, Blaze ha probabilmente fatto ritorno a casa sua, o dovunque viva, ed io sono qui per strapparti dalle gelide dita della morte."

Kel rimase in silenzio, sbalordito. Si sforzo' di capire come fosse finito con quel Titano, e cerco' di immaginare cosa fosse accaduto dopo che aveva perso i sensi, ma non ci riusci'. Last, come se gli avesse letto nel pensiero, soggiunse:

"Il dolore annebbia la tua capacita' di percezione, la tua cognizione del tempo, i tuoi ricordi e la tua attenzione. Sei qui da meno di un giorno, dopotutto, e non hai ancora avuto modo di guarire. Dammi retta, riposa fintanto che ne avrai bisogno, ed allora avrai un preciso e dettagliato resoconto di cio' che e' accaduto con Blaze."

Ebbe appena la forza di annuire. E sebbene non riponesse alcuna fiducia in quel Titano, Kel non pote' fare altro che obbedire alle proprie spoglie mortali ed abbandonarsi, senza altra scelta, ad un lungo sonno ristoratore.

...

Di nuovo, Kel si desto' ed apri' lentamente gli occhi, temendo di rimanere nuovamente accecato, cosa che, per sua fortuna, non si verifico'.

Il suo primo istinto fu quello di guardarsi attorno e capire dove si trovasse, ma la sua attenzione fu inevitabilmente calamitata dalla figura di Last che, seduto su una sedia ai piedi del letto e con un libro in grembo, lo osservava insistentemente e con un calmo sorriso di soddisfazione stampato sul volto. Fu una grande sorpresa per Kel scoprire che non avvertiva l'istinto di ridurre in cenere il sorridente Titano. Non ne era nemmeno particolarmente infastidito, probabilmente perche' immaginava che fosse lui il responsabile della sua guarigione.

Non gli rivolse parola, e distolse lo sguardo da lui, per osservare in primo luogo se stesso, tirandosi su a sedere senza fatica. Non era piu' fasciato, ma tutto il suo corpo profumava di un delizioso unguento dall'odore forte, simile alla menta, ed era completamente nudo. Si accarezzo' il torace e il ventre, senza trovarvi piu' cicatrici di quante non avesse prima dello scontro con Blaze, che lentamente riaffiorava nella sua memoria. Si sfioro' le braccia con le dita, guardando morbosamente ogni suo gesto come se fosse la prima volta che ammirava il suo corpo, incurante della presenza ancora silenziosa del Titano. Stava aprendo e chiudendo i pugni piu' volte, ritmicamente, quando sotto le sue dita, all'altezza della spalla sinistra, comparve qualcosa di strano. Posandovi lo sguardo, scopri' che la pelle e la carne erano completamente deturpate, recavano infatti i segni di ustioni non perfettamente risanate. Le dita con cui si accarezzava si strinsero con ferocia attorno a quel brandello di carne devastata, nel momento in cui ricordo' i due proiettili di Blaze che esplodevano proprio li', su quella spalla, consumata dalle fiamme.

"Mi dispiace" Mormoro' Last interrompendo il flusso di ricordi di Kel "Ma per quella non e' stato proprio possibile fare di meglio."

Kel non rispose, era come sordo alle parole del Titano. L'unica cosa che occupava la sua mente era l'immagine di Blaze vista come dietro a delle lenti rosso sangue opache. Il suo respiro era affannoso, lento e roco, ed i suoi denti talmente stretti da stridere in modo inquietante. Last sembro' comprendere il suo stato d'animo, ed attese pazientemente in silenzio che Kel ritrovasse la calma.

Cio' non avvenne prima di alcuni minuti, alla fine dei quali Kel si decise a guardarsi intorno. Accanto a se c'erano una poltrona su cui erano stati riposti i suoi vestiti puliti, e dall'altro lato del letto un comodino su cui si trovavano scatole e tubetti di ogni colore e dimensione, probabilmente medicinali, oltre a delle siringhe impacchettate in confezioni sterili. Le pareti della stanza, che Kel noto' non essere poi cosi' grande come sarebbe stato facile invece aspettarsi, erano pitturate di un colore azzurro molto tenue, e ad esse erano appesi alcuni quadri che raffiguravano scene di vita medievale, compresa una grezza cura di sanguisughe straordinariamente dettagliata. Alle sue spalle invece si apriva un enorme finestrone che lasciava entrare la luce, filtrata dai fitti alberi, dall'edera e dalla vegetazione che la faceva da padrone ovunque. Quello fu un particolare che disoriento' Kel, dal momento che non riusciva assolutamente a immaginare in che razza di posto fosse finito. Con una certa ostilita', piu' formale che reale, incateno' lo sguardo di Last e finalmente i due cominciarono a parlarsi.

"Dove siamo?"

"Siamo a Manaus, Kelerion. Ed a questo proposito, ti do il benvenuto nella mia umile dimora." Sorrise amichevolmente, sebbene non riuscisse a liberarsi di quell'espressione che sembrava dipingerlo come l'essere piu' falso e viscido mai esistito.

"... La mia citta'?"

Last si mise a ridacchiare, ma senza l'intenzione di essere derisorio. "Trecentotrentatre umani morti, sei edifici danneggiati di cui due completamente demoliti, centinaia di milioni di danni... Avete combinato un bel po' di casino."

"Ma com'e' possibile che tu..." Disse, lasciando in sospeso la frase. Aveva centinaia di domande che gli frullavano per la testa, ed era di conseguenza piuttosto laconico, sebbene udire delle risposte contribuisse a placare la sua indole feroce e distruttiva.

"Te l'avevamo detto che volevamo vederti vivere, Kelerion. Abbiamo, o meglio, ho fatto in modo di non perdere le tue tracce, di modo che avremmo potuto evitare di perderti in un modo alquanto spiacevole. Ed infatti come puoi ben vedere ha funzionato: appena il tuo pericolo e' stato troppo grande, siamo intervenuti noi."

"Non raccontare palle. Voi non potete aver sopraffatto Blaze, nemmeno se di Titani come te ce ne fossero stati cinque e nemmeno se fosse stato ferito il doppio di quanto non fosse."

"Infatti e' cosi', non potevamo di certo. Per questo ci siamo accontentati di portarti via una volta persi i sensi... Naturalmente al piccolo prezzo di uno di noi."

Kel strinse gli occhi fissando trucemente il Titano. "Vorresti dirmi che per portarmi al sicuro avete dato uno dei vostri in pasto a Blaze?"

"Si. E' stata una decisione sofferta, ma l'unica che potevamo prendere. Questo, Kelerion, a dimostrazione del fatto che le nostre differenze di classe sono facilmente superabili."

"Questa e' la dimostrazione che siete degli imbecilli" sputo' Kel velenoso "Avete infranto un grande equilibrio, che tocchera' a me ricostruire in fretta. Immagino dovrei ringraziarti per avermela buttata sulle spalle, questa responsabilita' che desideravo cosi' ardentemente."

Last scoppio' a ridere di gusto. "Sapevo che il tuo carattere non era dei piu' accondiscendenti, ma non ha importanza. Cosa intendi dire quando parli di equilibrio..?"

"Intendo dire che non e' un problema tuo. Ti ringrazio per cio' che hai fatto, ma la mia risposta non e' diversa da quella che hai gia' ricevuto. Non mi interessano le vostre stupide guerre tra Titani e Divinita', i miei scopi sono diversi. E te ne accorgerai anche tu... Last."

Il Titano, come se fosse esattamente quella la risposta che si aspettava, fece un noncurante cenno della mano mentre si alzava dalla sedia, stiracchiandosi con le braccia distese verso l'alto. "Lo so, lo so. E tuttavia so anche che, a dispetto di quanto tu dici, l'averti salvato la pelle non sara' un gesto che dimenticherai facilmente. Te ne ricorderai quando avrai bisogno di alleati, e ti tornera' in mente prima che tu possa muovere guerra contro di noi. Che e' anche la ragione per la quale non stai cercando di ridurmi in cenere. E poi andiamo... Chi mai dei tuoi cari consanguinei si sarebbe sacrificato per te? Tu conosci la risposta. Ed e' per questo che il mio gesto ti sembra ancora piu' eclatante."

Kel fisso' il Titano in modo atroce, con quest'ultimo che ricambiava in modo magnetico e inquietante lo sguardo. Lo sostennero entrambi per una manciata di secondi, prima che Kel scoppiasse a ridere istericamente e che Last ridacchiasse in modo composto e tranquillo. "Last, Last, Last. Sembra che tu conosca bene la mente degli altri."

"Come tu conosci i fulmini, Signore dei Fulmini. Non c'e' da stupirsi." Ammicco' il Titano in direzione di Kel.

"Ad ogni modo" Aggiunse Last prima di dare a Kel l'opportunita' di dire altro "Il mio compito e' finito. Tu sei salvo e in salute, sei a conoscenza della nostra offerta, ed io ho alcune faccende urgenti da portare a termine. Pertanto ti saluto, Kelerion. Fa come se fossi a casa tua."

"E tu ricorda che non ti devo niente, e che la prossima volta ti ammazzo. Addio Last."

Mentre il Titano veniva avvolto da eterea luce violetta diventando evanescente, fece in tempo a rivolgere un sorrisetto ammaliante a Kelerion prima di scomparire fondendosi con l'aria.

Kel, rimasto solo, continuo' ad osservare nello stesso punto in cui il Titano era scomparso, come se temesse una trappola. Ma dopo alcuni minuti constato' che non succedeva alcunche', e quindi si lascio' ricadere sdraiato sul letto con le braccia spalancate, mentre un isterico e maligno sorriso increspava le sue labbra.
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