lunedì, 25 agosto 2008,23:03

Un angosciante espressione di indifferenza segnava in profondita’ tanto il volto di Hallen quanto il mio. I nostri passi risuonavano ritmici all’interno di quel salone immenso, vuoto, avvolto nella quasi totale oscurita’, minacciando di non svanire mai. Aveva piu’ l’aria di una catacomba, che non di una sala. Ci guardammo attorno, mentre il rumore del nostro incessante cammino ci ritornava alle orecchie in una infinita spirale che ci stava conducendo sull’orlo della pazzia. Scoprimmo che l’interno era si vuoto, ma comprendeva un elaborato mosaico dorato sul pavimento, consumato dai secoli, e che con tutta probabilita’ raffigurava una divinita’ di un tempo ormai dimenticato. Ma era semplicemente troppo immenso per poter essere visto nella sua interezza, e cosi’ passammo ad esaminare le colonne ritorte che componevano una sorta di percorso obbligato verso il fondo del salone. Ci eravamo illusi. Quel tipo di architettura non assomigliava a nessun’altra cosa che avessimo mai visto, e certamente non era architettura mesopotamica, sebbene fosse facile, ad un primo esame, essere tratti in inganno da questo piccolo particolare. Eppure quelle colonne non lasciavano dubbi. Non era pietra quella che le componeva, bensi’ un materiale poroso, nero come la pece e simile al basalto, con delle incredibili striature rosse: non una decorazione, ma parte integrante della pietra, o di qualunque fosse quel materiale. Anche il modo in cui erano ritorte faceva venire i brividi. Ad un esame attento, sia io che Hallen, nonostante fossimo devastati da una fatica fisica e mentale che non riuscivamo a spiegarci, ci accorgemmo che quelle torsioni della pietra non erano il lavoro di un abile scultore. Erano state fuse, come fossero delle enormi candele esposte a fiammate accuratamente direzionate. Per fondere della roccia occorre una temperatura non inferiore a 1500 gradi centigradi, ed e’ questo che proprio non tornava. Persino nel nostro tempo, riuscire a sviluppare un tale calore non e’ qualcosa di semplice, e di certo non lo era nemmeno per i mesopotamici.

Entrambi sapevamo che era un’ipotesi ormai da scartare. Ma mentre davamo voce ai nostri pensieri, la sentimmo risuonare a lungo, amplificata, come se fosse rimasta intrappolata in quel luogo dimenticato da Dio e che non riuscisse a trovare una via d’uscita. Un brivido mi corse lungo la schiena, brivido che mi costrinse a sollevare la mano verso Hallen, facendogli cenno di non parlare, ma di proseguire lungo il corridoio delimitato dalle colonne. Forse l’acustica sarebbe migliorata nella stanza successiva, che comunque non si riusciva a vedere da dove ci trovavamo. Non restava che rimettersi in cammino, ma prima volli togliermi una curiosita’. Feci qualcosa di pericolosissimo, qualcosa che non avrei mai fatto in condizioni normali dal momento che luoghi come quello erano pieni di insidie, ma, mentre Hallen mi precedeva, non riuscii a resistere. Toccai una delle colonne, e scoprii con orrore che era calda, e che formicolava sotto al mio palmo pulsando impercettibilmente. Inorridito raggiunsi Hallen di corsa, senza far parola di quanto avevo appena sperimentato, ed insieme proseguimmo, come spinti e guidati da mani invisibili, e con l’atroce sensazione di essere osservati.

Il corridoio scendeva. La pendenza era dapprima dolce, ma poi si fece piu’ incisiva man mano che la percorrevamo. Laddove le file di colonne si interrompevano prendeva posto una gigante parete verticale in pietra color terra, nella quale solo un’apertura circolare prendeva posto. Essa conduceva verso il livello inferiore di quel posto terribile, ed era ornata da altre rune che non riuscimmo a decifrare. Persino il mosaico sulla pavimentazione si interrompeva dinanzi all’apertura nella parete, lasciando spazio a un angusto sentierino in sabbia. Hallen si chino’ a cercare una torcia elettrica, mentre io esaminavo le iscrizioni, scoprendo l’ennesima ragione per la quale avremmo semplicemente dovuto girarci e correre via piu’ velocemente possibile. Tra le rune vi era un armonioso disegno, curato e dettagliato in ogni sua parte, che raffigurava numerosi fuochi posti circolarmente attorno ad un teschio. Rimasi a fissare quella figura fin troppo a lungo, e fu solo l’accendersi improvviso della luce della torcia di Hallen a riscuotermi da quello strano torpore. Anche questa volta non gli dissi niente, forse per la paura, e mi limitai a seguirlo in silenzio, giu’ in quel tunnel, come una simbolica e per nulla promettente discesa negli inferi.

Non so per quanto tempo camminammo, ma fu una discesa che parve interminabile. L’aria era soffocante, ma non perche’ fosse umida come era lecito aspettarsi. Al contrario, ad ogni nostro passo zaffate di aria calda e secca ci sferzavano il viso, proprio come se sotto di noi si trovasse una fornace. Fortunatamente il tunnel non era angusto e, a parte il torpore che continuava a pervaderci sempre piu’ intensamente, il cammino non presento’ problemi, e ne approfittai per prendere a mia volta una torcia. Essi emersero solo quando fummo giunti a destinazione.

Lastre della stessa pietra con la quale erano composte le colonne del livello superiore coprivano la sabbia sottostante, ed altrettante erano disposte sui muri, tenute insieme con chissa’ quale miracolosa tecnica architettonica. La stanza era a pianta rettangolare, lunga almeno venti metri, ed anch’essa quasi totalmente vuota. Era un sepolcro, e non c’era spazio per diverse interpretazioni. Al centro spiccava una bara sorretta da quattro catafalchi, anch’essi ritorti alla stessa maniera delle colonne della sala principale, al livello superiore. Essa era sormontata da una costruzione orrenda: dal centro della bara si protendeva uno spunzone in pietra che si univa al soffitto, e dallo spunzone stesso si diramavano altre sottili strisce che andavano a sorreggere le altre lastre sopra le nostre teste, dando l’idea di una sorta di macabra ragnatela. Ma lo spettacolo piu’ osceno era quello che aveva luogo all’interno di questo strano reticolo in pietra. Cadaveri semiputrefatti e scheletri erano aggrappati agli spunzoni di pietra, ed altri ancora ne erano stati completamente perforati. Erano come tante orribili decorazioni sospese su quella… Bara, o qualunque cosa essa fosse.  Avvicinandoci timorosi e trattenendo il vomito che minacciava di uscire prepotente dalle nostre labbra, ci accorgemmo che non era realmente una bara, dato che la sua superficie era assolutamente liscia, cosa che lasciava presupporre che non si potesse aprire o chiudere. Ma battendovi le nocche sopra, scoprimmo che il suono prodotto rimbombava notevolmente, rivelando quindi che quel grosso blocco di pietra a forma di bara era a tutti gli effetti un contenitore. La cosa ci piaceva sempre meno. Ci allontanammo da quella sorta di monumento funebre e perlustrammo il resto della stanza, evitando istintivamente di posare lo sguardo su quello spettacolo lugubre. Stavo studiando gli affreschi alle pareti, quando mi venne in mente che era assolutamente impossibile che dei corpi si trovassero in quel luogo. Come ci erano finiti li…? Come si erano conservati per tutto questo tempo…? E perche’ non avevano quello sgradevole odore di decomposizione…? Domande che minacciavano di spazzare via quanto era rimasto della mia razionalita’, che subi’ un ulteriore colpo critico non appena mi resi conto di essere in grado di decifrare alcune delle parole affrescate in rosso sulle lastre di pietra. Due sole parole, fiocamente illuminate dal cerchio proiettato dalla mia torcia, che si ripetevano in modo ossessivo, sempre uguali, e che davano inizio ad ogni frase presente su quella parete. Due sole parole. I fiumi di sangue.

“Ho trovato un altro tunnel” Mi disse Hallen con la voce bassa, tanto che feci fatica a udirlo, ma almeno non rimbombava piu’. Gli annuii, e lo raggiunsi lasciandomi alle spalle quelle scritte cosi’ inquietanti, e mi mostro’ una lastra di pietra alle spalle del sarcofago scostata di qualche centimetro dal resto del muro, e che poteva essere spostata di lato. La smuovemmo insieme e rivelammo un passaggio in tutto e per tutto simile a quello che avevamo appena percorso, eccetto alcuni particolari. Il calore che proveniva dal fondo del tunnel era decisamente piu’ intenso, ed il tunnel stesso era piu’ breve. Se ne poteva scorgere la fine. Essa era illuminata, e non dalle nostre torce. Fummo assaliti da un groppo alla gola, le viscere strette in una morsa di terrore, ma ancora quelle mani invisibili ci spingevano in quella direzione, anche se i nostri cervelli urlavano aiuto e tentavano di indurci alla fuga. Ma non avevano successo. Calamitati da una forza sconosciuta, cominciammo la nostra discesa anche nel secondo tunnel. E fu in quel momento che la nostra integrita’ mentale ci abbandono’.

La lastra di pietra si richiuse scivolando violentemente alle nostre spalle. Non sussultammo neanche, ci voltammo appena per individuare la fonte dell’improvviso rumore, ed una volta scoperta, con assoluta indifferenza proseguimmo. Un passo dopo l’altro, verso la luce in fondo al tunnel, venivamo investiti da lievi soffi di aria cosi’ calda da bruciare i nostri occhi. Un passo dopo l’altro, verso la luce in fondo al tunnel, le nostre menti venivano assalite da immagini che non riuscivamo a mettere a fuoco, da voci che non riuscivamo a distinguere. Un passo dopo l’altro, scendevamo sempre di piu’ verso la perdizione. Ed una volta giunti, sapemmo che la nostra perdizione era finalmente arrivata.

Davanti a noi si apriva un cratere largo piu’ di dieci metri, sui cui bordi erano situate delle fiaccole di metallo lucido, nel cui piatto alla sommita’ ardevano delle potentissime fiammate violacee. Ci avvicinammo al cratere e guardammo in fondo. A dispetto delle apparenze era profondo non piu’ di quattro metri, ma alla sola vista di cio’ che c’era laggiu’, la morsa del terrore ci paralizzo’ in un istante. Sul fondo del cratere scorreva un fiume rosso. Un fiume ribollente, schiumoso, agitato, che si infrangeva contro i bordi del cratere macchiandoli, e lasciando delle inquietanti scie rossastre sulla pietra mentre il liquido colava di nuovo verso il centro. E dalla sua superficie, nonostante il suo potente scorrere, si vedevano chiaramente emergere le sagome di volti umani. Decine, centinaia di volti emersero da quel torrente ripugnante, come se avessero percepito la nostra presenza. Fu tutto cio’ che fummo in grado di vedere. Udimmo un urlo straziante, e quei volti si staccarono, eterei, dalla superficie del fiume, volando verso di noi ed investendoci in pieno, sbalzandoci indietro e gettandoci a terra.

Ed ecco che la cacofonia e quelle immagini confuse che avevamo sentito prima acquisirono forma e chiarezza, anche se ne avremmo volentieri fatto a meno. La vita di centinaia di uomini e donne mi passo’ davanti, nel tempo di un secondo o di qualche ora, non saprei dire. Il tempo non aveva piu’ importanza, esistevano solo quelle anime dannate che desideravano comunicare con me. Quante, quelle immagini. Un bizzarro incrocio tra un uomo e un felino con il torace trafitto dalle sue stesse spade. Un individuo nero dai capelli argentei, abbracciato ad una donna dalle vesti rosse. Un cavaliere nero e la sua marcia per dominare l’umanita’. Quante, quelle voci.

“Elhune, perdonami.”

“Damaera, aspettami. Sto tornando da te.”

“Ethin, ti ho amata con ogni fibra che la mia anima corrotta mi consentisse.”

La nostra mente si stava rifiutando palesemente di comprendere. E se io avevo cercato di sopravvivere all’ assalto continuo di queste anime dannate, con la semplice remissivita’ e una bruciante speranza che prima o poi avrebbero smesso, Hallen non fu cosi’ fortunato. Si rialzo’ in piedi e vacillo’ diverse volte prima di ritrovare la stabilita’. Mugolava, preda di un tormento e di un dolore atroci. Come lo comprendevo. Si graffio’ gli occhi, tento’ di strapparseli dalle orbite, si colpi’ le orecchie con i pugni, ma era tutto inutile. Urlo’ in preda alla disperazione, mentre si aggirava spettrale senza sapere cosa fare. La mia voce usci’ roca, spezzata, quasi come se quelle mani invisibili che ci avevano guidato fin li’ volessero impormi il silenzio per poter continuare il loro supplizio.

“Hallen… Ti prego… Ti prego… Calmati… Vedrai… Finira’…”

Lui scosse la testa, preda di una violenta follia che ormai aveva divorato ogni brandello della sua comprensione. Urlo’ ancora, e ancora. E mi rivolse il suo ultimo sguardo, gli occhi macchiati di sangue, ma dai quali le lacrime sgorgavano copiose.

“Hallen… No… NO…!”

Era troppo tardi. Il mio amico corse a perdifiato verso il cratere e si getto’ all’interno dei fiumi di sangue. Con una forza che non sapevo di avere mi alzai e strisciai velocemente fino al bordo, spaventato a morte. Le urla di Hallen divennero disumane. Cadde nel fiume senza sollevare nemmeno una goccia, come se fosse caduto nel fango quasi solido. Le sue carni cominciarono a bruciare, divorate dai ribollenti fiumi di sangue, dal quale scorsi chiaramente diverse braccia che a lui si avvinghiavano per cercare di trascinarlo giu’ e di annegarlo. Ed insieme ad esse, vidi le forme spettrali di coloro che mi erano apparsi in quella visione che ancora non aveva sosta. Nel giro di venti secondi, di Hallen non restava traccia. Piansi lacrime amare per la sua perdita, incapace di contenermi, e mi ributtai a terra, distrutto, dilaniato da tutte quelle visioni, e pregavo che finalmente avrebbero avuto termine. Com’era lontano, il mio tormento, dallo scomparire.

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… Trascorse un tempo che stimo tra le 24 e le 72 ore prima che potessi di nuovo chiamarmi padrone di me stesso. Ma era una ben magra consolazione, poiche’ di quello che ero un tempo non c’era piu’ traccia.

*Conferma formato messaggio: VTM (Virtual Terminal Message)*

Tutto era stato spazzato via come la sabbia del deserto dopo un’esplosione. Sono riuscito a fare ritorno a casa per miracolo, ma non e’ stato un dono divino. Ci sono riuscito solo perche’ qualcuno lo voleva, ed ora lo so bene.

*Conferma destinatario messaggio: Globale*

Ora so cosa sono i fiumi di sangue. Sono una speranza. Sono un rifugio. Sono il luogo in cui le anime rifiutano il loro oblio.

*Conferma invio VTM su scala Globale*

*Invio in corso…*

*Invio effettuato*

I fiumi di sangue sono le anime che noi riportiamo alla vita. Sono coloro che hanno ancora una storia da raccontare. Sono la nostra unica salvezza.

E noi… Noi siamo coloro che le faranno vivere per sempre.

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Scioccante suicidio nel settore 46!

Questa mattina il corpo del famoso ricercatore Tyler Iranth e’ stato trovato senza vita ai piedi del suo grattacielo. Sembra che il signor Iranth si sia gettato dalla finestra del suo studio al settantasettesimo piano, ma che prima di farlo abbia inoltrato un VTM su scala globale. Gli esperti sono gia’ al lavoro per decifrare il suo ultimo messaggio, e pertanto, le cause del suo suicidio restano sconosciute.

by Razka | commenti (2) | commenti (2)(popup)
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lunedì, 11 agosto 2008,22:19

Gli uomini a difesa dell’edificio erano ormai meno di una ventina. Proiettili provenienti dalle forze speciali d’assedio fischiavano sinistramente infrangendo periodicamente i vetri ancora integri del palazzo. I sordi tonfi dei lanciagranate precedevano a cadenza regolare il tintinnare dei letali esplosivi sul pavimento, seguiti da conflagrazioni e, il piu’ delle volte, da urla agonizzanti di uomini mutilati.

La resistenza residua era composta da: quattro tiratori scelti sorprendente calmi che mietevano una vittima per volta facendo fuoco dal loro fucile di precisione, rimanendo al sicuro dietro alle pareti del terzo piano. Cinque scienziati che si erano chiusi dentro la stanza blindata di ricerca. Sette unita’ di fanteria leggera d’assalto, a guardia del portone principale del primo piano, che sparavano senza sosta con fucili mitragliatori modello M4A1 attraverso le fessure dei muri adiacenti il portone. Due unita’ di artiglieri d’assalto, i cui razzi anticarro riducevano a brandelli di lamiera fumante qualsiasi veicolo abbastanza vicino da poter sparare. E Tom, seduto a terra con la schiena poggiata contro una colonna portante, un registratore in una mano, un’arma di aspetto futuristico nell’altra. Tutti gli altri membri della UAE, piu’ di trecento, erano gia’ caduti sotto l’inarrestabile fuoco nemico.

“Non lasciateli avvicinare! Crivellate quei figli di puttana, non avanzeranno di un solo passo!”

Registrazione del Capitano Tom Kazansky, ufficiale in seconda del quarto squadrone della UAE – Unione Armi a Energia – in data 2 maggio anno 2019, sesto settore dei territori della Confederazione, coordinate 614/1024. Ultime volonta’.

Da quando sono tornato dall’ultima spedizione per conto della UAE nel tempio perduto, stimato essere di epoca Mesopotamica, la mia vita non e’ stata piu’ la stessa. Per un intero mese, fino ad oggi, sono stato il simulacro dell’uomo che ero un tempo, ossessionato da un individuo particolare. Non so chi sia, ma conosco ogni particolare della sua storia, della sua esistenza, e delle sue imprese.

Il suo nome e’ Razka, il guardiano del tempio, il conquistatore dei continenti, il dominatore dei popoli, il pugno di Jekrom, la spada delle tenebre, il corrotto. Venne alla luce in un piccolo villaggio senza nome, arroccato sui monti Khytor, la cui unica colpa era trovarsi pericolosamente vicino ai territori sotterranei degli elfi oscuri. I drow, un’ etnia che viveva di razzie ed incursioni, per procurarsi in modo violento cibo, legna, ed ogni altra cosa che scarseggiava nel sottosuolo. Quella notte fu la volta di quel piccolo villaggio. Venne completamente depredato da una squadra di venti razziatori drow, che uccisero i maschi e violentarono le donne prima di ritornare sottoterra. Le donne non furono uccise e, superato a fatica lo shock, tentarono di lasciarsi alle spalle quello che ormai non era piu’ un villaggio ma un cumulo di macerie fumanti e di cadaveri. Alcune rimasero li a piangere i loro cari fino alla morte. Altre ancora morirono nel tentativo di attraversare i Khytor. Ma qualcuna riusci’ a salvarsi e a giungere a Zakro. Non era un posto sicuro, ma in qualche modo si poteva riuscire a sopravvivere.

Trascorsero nove mesi, e la madre di Razka lo partori’. Quel neonato aveva un volto innocente, ma la sola vista delle orecchie appuntite e di quegli orribili occhi rossi era qualcosa che la madre non pote’ sopportare. Avrebbe voluto ucciderlo, ma non lo fece. In fondo, si disse, non era colpa di quel bambino. Ma non ebbe nemmeno la forza di tenerlo, quindi decise di affidarlo a qualcuno a cui non sarebbe importato del suo aspetto tenebroso, dei suoi occhi rossi e delle sue orecchie a punta. Lo porto’ in un tempio di Temadus, sui Khytor, i cui sacerdoti accettarono di buon grado il dono, piu’ per interesse che per reale compassione.

Per trenta lunghi anni Razka venne introdotto ai segreti di Temadus. Quei sacerdoti gli insegnarono, fin dalla tenera eta’, la teologia, la storia, e la magia divina. Ma piu’ importante di qualsiasi altra cosa, gli insegnarono a combattere. Incessantemente. Razka aveva solo dodici anni quando gli fu messa in mano una spada per la prima volta, ed i sacerdoti decisero che l’avevano nutrito fin troppo tempo, e che fosse ora che cominciasse a rendersi utile. Scoprirono, con loro sorpresa, che a Razka piaceva combattere. Ossessionava i suoi maestri di addestrarlo sempre di piu’, pareva non essere mai soddisfatto di tutto cio’ che imparava. E loro lo assecondavano il piu’ delle volte, compiaciuti dei loro progressi nel trasformare quel piccolo mezzo drow in una macchina per combattere e uccidere nel nome del Signore dei Violenti.

Quel tempio era costantemente in conflitto con altri gruppi armati di culti della luce. Temadus era la divinita’ oscura dalla mentalita’ piu’ estrema, e cosi’ lo erano i loro sacerdoti e i loro seguaci, spesso massacratori sistematici e senza alcun criterio, senza rispetto per la vita, privi di qualsiasi valore e onore che, seppur deprecabili, potevano essere riscontrati nei devoti del Signore delle Tenebre. Per questa ragione gli attacchi di gruppi di paladini e chierici di Syriel e di Levhian erano cosi’ frequenti: il culto di Temadus era quello che doveva scomparire per primo, a causa della pericolosita’ degli individui che lo formavano.

Fu questa la ragione per cui Razka, all’eta’ di trent’anni, fu insignito del titolo di Guardiano del tempio. Avrebbe dovuto essere l’incrollabile baluardo del credo di Temadus, ricacciando gli invasori. In questo modo avrebbe potuto affinare ulteriormente le sue capacita’ combattive, prima di avventurarsi in terre piu’ lontane a compiere il volere del Dio. E se lui dapprima fu deluso della decisione dei suoi mentori, con il passare degli anni si rese conto che non era stata una scelta cosi’ infelice. I combattimenti avvenivano spesso, ed ogni volta sfogava la sua sete di sangue con freddezza e cinico divertimento, seminando devastazione tra le linee nemiche molto piu’ di quanto potessero fare i suoi maestri. Erano abili, ma erano solo dei chierici, e, soprattutto, erano per lo piu’ degli uomini. Durante quelle faide, Razka si rese conto che il suo sangue elfico era un dono incredibilmente prezioso. Garantiva lui una maggiore agilita’ innata rispetto agli umani, ed aveva una naturale predisposizione per l’apprendimento della stregoneria. Ma soprattutto gli garantiva una lunga, lunghissima vita, che avrebbe trascorso diventando ogni giorno piu’ forte, e, quando cio’ sarebbe avvenuto, avrebbe reclamato posizioni piu’ adatte che non un semplice guardiano.

Questi erano i suoi piani, fino al giorno in cui gli venne, dopo altri vent’anni di conflitti, affidata la prima vera missione.

Lo squassante rumore del muro forato fu immediatamente coperto dall’urlo agonizzante del tiratore scelto che ora giaceva riverso in una pozza del suo stesso sangue.

“Rihel!” “Cazzo!!!” “Andate a soccorrerlo!”

Kazansky fissava con angosciante indifferenza il corpo del tiratore scelto accasciato sul pavimento. Un colpo ben piazzato di Railgun aveva perforato prima il muro, e poi il suo polmone, facendoglielo praticamente esplodere. La voce di uno dei due anticarri sovrasto’ per un momento quella baraonda infernale, mentre scavalcava il corpo del suo compagno e si affacciava alla finestra dalla quale Rihel stava sparando. Si abbasso’ il visore sugli occhi, e in un paio di secondi individuo’ la postazione del cannone a rotaia che aveva fatto fuoco, montata su una torretta e manovrata da tre artiglieri.

“Fottuti bastardi! Mangiate questo!”

L’esplosione di un proiettile originariamente pensato per penetrare le robuste strutture dei veicoli corazzati e per farli poi successivamente saltare in aria e’ tanto pericolosa quanto immenso e’ il suo potenziale distruttivo. Sparare un proiettile anticarro in mezzo a un dispiegamento di fanteria e’ qualcosa che supera ogni immaginazione. Brandelli di carne e ossa umane volarono in ogni direzione, seminando il panico tra le linee nemiche. L’artigliere non si concesse nemmeno un secondo per sorridere, che gia’ si era staccato dal muro ed accovacciato, infilando un altro razzo in canna. Il suo trasmettitore gracchio’ brevemente, prima che da esso provenisse una voce roca ma vagamente divertita.

“Bel colpo vecchio. La situazione quaggiu’ al portone e’ stabile, anche se sono indietreggiati troppo per essere in gittata. Controlla se gli scienziati hanno ancora qualche prototipo di fucile laser, quest’attesa ci sta massacrando. Chiudo.”

Kazansky  accarezzava imperterrito la propria arma, disegnandone i contorni con la punta delle dita, ma distrattamente, con lo sguardo vacuo. L’impugnatura si trovava accanto alla rotonda bocca di fuoco, e la faceva aderire bene all’avambraccio per una maggiore stabilita’. Le sagome dell’arma ricordavano quelle di un’arma da corpo a corpo, ma lo scopo di quelle barre di acciaio temprato era di proteggere i delicati cavi elettrici che confluivano all’interno della camera di reazione, in vetro chimicamente trattato per resistere alle alte temperature. Non c’erano pulsanti o grilletti, solo una leva orientata verso colui che la impugnava, che serviva a regolare la potenza di fuoco.

Tom richiuse gli occhi, e ricomincio’ a parlare nel registratore.

Era qualcosa di relativamente semplice. Sarebbe dovuto andare per l’Ardesya, a cominciare da Zakro, a sondare il terreno approfittando di un momento di apparente calma, per quanto riguardava gli attacchi subiti. Cio’ che desideravano i sacerdoti di quel tempio era la diffusione capillare del culto del signore dei Violenti, e per scoprire il modo piu’ efficace con cui avrebbero dovuto radicarlo, occorreva uno studio approfondito delle abitudini e dei governi degli Ardesyani. Razka non attese che il giorno seguente, per partire e giungere senza difficolta’ a Zakro. Una volta arrivato, si mise immediatamente all’opera, sia nello studio dei culti presenti, che nella ricerca di un’occupazione che gli permettesse di procurarsi il cibo durante tutto il tempo necessario, e in questo la fortuna gli arrise.

La sua strada si incrocio’ con quella di Hesperax, una drow tanto affascinante quanto misteriosa. Una sacerdotessa del dio del Caos. Il loro primo incontro non fu propriamente amichevole: Lui non nutriva una particolare fiducia nei drow, e lei non vedeva in Razka nient’altro che uno scandaloso sangue di elfo oscuro mischiato a sangue umano. Era praticamente un umano, dalla carnagione chiara e dai mossi capelli biondo cenere. Tutta l’eredita’ del suo sangue elfico era nelle sue orecchie appuntite e nei suoi occhi rossi. Eppure dopo pochi minuti, durante i quali si scambiarono poche ed essenziali parole, entrambi compresero che restare uniti sarebbe stata la soluzione migliore per entrambi, specialmente in un luogo che pullulava di ladri, assassini, e la peggior feccia dell’umanita’. Non ultimo, entrambi erano estremamente attraenti, e non fecero mai nulla per nascondere il loro reciproco desiderio, che fin dai primi momenti era palesato da sguardi e movenze fin troppo espliciti. Ebbe cosi’ inizio la loro lunghissima relazione, costellata di verita’ nascoste, sesso, enormi incomprensioni e mosse sbagliate. Ma fatta anche di reciproca collaborazione, ognuno dei due consapevole di essere uno strumento indispensabile nelle mani dell’altro.

Da allora i due vagarono insieme per Zakro, per diversi mesi, durante i quali Razka ebbe occasione di conoscere diverse persone, la cui apparizione sarebbe stata sporadica e ricorrente durante tutto il resto della sua vita. Conobbe dapprima un uomo di Mallia, per quanto si potesse capire fissando il suo volto coperto da una maschera, che rispondeva al nome di Hayato. Egli sarebbe stato uno degli uomini piu’ preziosi e che piu’ avrebbe guadagnato la stima del mezzodrow. Era impassibile come una roccia, aveva una forza straordinaria che si guardava bene dall’ostentare, sapeva muoversi in modo eccellente e silenzioso, e, soprattutto, era al servizio del denaro, indipendentemente da chi fosse colui che gliene dava. Era una miniera di utili informazioni perfetta, forse un po’ troppo costosa, ma su un individuo simile si poteva di certo far affidamento. Non ci volle molto, a Razka, per capire quanto fosse conveniente averlo dalla sua. Non aveva ancora molti nemici, ma gli piaceva giocare d’anticipo. Ma, piu’ importante ancora, non si fidava dei suoi alleati piu’ dei suoi nemici dichiarati. E cosi’ il primo incarico di Hayato sarebbe stato quello di sorvegliare le mosse proprio della bella sacerdotessa drow. Piu’ Razka le restava vicino, e piu’ lo ossessionava una possibile idea di tradimento nei suoi confronti. Era qualcosa che lui non tollerava, e al solo pensiero montava in lui una brama inaudita di violenza. Che assecondava solo saltuariamente, in omaggio al suo divino signore. In piu’, scopri’ che Hayato era unito in matrimonio con una eccentrica donna di nome Lyen. Sebbene dal principio non la considerasse nulla piu’ che un oggetto sessuale, indipendentemente dai suoi legami con colui che lavorava per lui, Razka si ritrovo’ in futuro, in piu’ di un’occasione, a parlare con lei. Ella era una potente incantatrice, ed una ricercatrice. Razka, in futuro, si sarebbe scoperto disposto a tutto, anche a sopportare il suo bizzarro comportamento, per mettere le mani sulle affascinanti ricerche della donna, che raccontavano sogni di illimitato potere, di immortalita’, di oggetti magici perduti, di antiche civilta’. Ma questo sarebbe stato solamente il futuro. Che, ad ogni modo, non sarebbe stato cosi’ semplice per quanto riguardava Lyen, contrariamente a quello con Hayato che si manteneva cosi’ come Razka desiderava, basato unicamente sul denaro e sui servigi del Malliano. Il loro rapporto sarebbe cambiato di frequente, in base alle decisioni che avrebbero condotto Razka a diventare come ora e’ ricordato. Come “Il Corrotto”.

Le giornate trascorsero lente, noiose e ripetitive. Razka approfondiva le sue conoscenze sui culti maggiori di Zakro e dei suoi dintorni, ma non sempre Hesperax era con lui. Al contrario, la maggior parte delle volte restava da sola in un luogo, come fosse in attesa di qualcosa o qualcuno. E puntualmente riusciva ad attirarsi l’odio e la frustrazione dei molti che denigrava. Il motivo della loro frustrazione era la presenza di quella guardia dall’aria truce, con indosso quella corazza dalle sagome acuminate. Quasi tutti normalmente lasciavano perdere e si rassegnavano a mandare giu’ il boccone amaro, ma era evidente che non sarebbe sempre potuta andare cosi’. Fu una donna mezzelfa la prima a decidere di ribellarsi a quella drow indisponente, e per farlo si rivolse proprio a Razka, approfittando di un momento in cui era da solo. Quella mezzelfa rappresento’ allo stesso tempo una fonte di gioia inspiegabile e smisurata, ed un continuo turbamento che sarebbe ricorso piu’ e piu’ volte, negli anni che seguirono. Era Earithil, ed era una donna davvero unica, dalla personalita’ cosi’ forte e trascinante, che quando domando’ a Razka di punire Hesperax per il rancore che provava nei confronti di lei, il mezzodrow non ebbe nemmeno la prontezza di rifiutare. Disse che ci avrebbe pensato. Ma piu’ della sua richiesta insolita, era lei a turbarlo. Non vide solo un oggetto sessuale in lei, vide di piu’. Forse quello di Razka fu amore, ma dopo cio’ che gli accadde, anche il suo amore viene raccontato come fosse una leggenda. Quel che era fuor di dubbio, erano i sentimenti di Earithil. Per motivi imperscrutabili, gli stessi che spingono l’insetto ad avvicinarsi al fuoco, lei si avvicinava al fuoco interiore di Razka, che divampava feroce ma silenzioso nella sua anima, arrivando a dichiarare lui il suo amore. Fu un momento magico, avvenne sulla riva di un lago, nel quale entrambi avevano nuotato, lasciandosi finalmente alle spalle ogni pensiero che gravava sulla loro mente. E il mezzodrow non avrebbe mai dimenticato il sapore di verita’, e la calda sensazione che si prova nell’udire due parole cosi’ semplici. Le custodi’ gelosamente, per sempre, poiche’ non le udi’ mai piu’. Razka si affeziono’ cosi’ tanto a quella mezzelfa, che dopo altri incontri, durante i quali il vero motivo del loro rapporto sembrava svanire come polvere nel vento, fu colui che la conobbe meglio di chiunque altro in tutta la vita. Compresa la terribile maledizione, lo scherzo del dio della follia che infestava la sua mente cosi’ lineare, ma allo stesso tempo cosi’ complessa. Una maledizione che la condizionava totalmente, facendole assumere, in modo del tutto casuale, atteggiamenti e comportamenti assolutamente opposti. Una volta era la donna di sempre, affascinante, dalla mente lucida e a tratti diabolica, e dopo pochi minuti era una donna pazza, incosciente, e totalmente inconsapevole di cio’ che gli stava attorno. Fortunatamente cio’ non fu mai una vera ragione, per i due, di grandi problemi. Quelli arrivarono solo piu’ tardi, quando Hesperax scopri’ la verita’ su Earithil.

E se c’e’ qualcosa che noi tutti impariamo dalla vita, e’ che la fortuna e’ volatile come il vapore. Dura appena il tempo di accorgersi che esiste, e poi scompare. Fu dopo due anni che gli Dei dissiparono il vapore che avvolgeva Razka, giocandogli uno scherzo del destino che gli sarebbe costato caro.

“Vecchio, qui Rokhar. Situazione sotto controllo qui sotto. Sopra?”

Il trasmettitore dell’artigliere emise il suo breve ed acuto rumore di ricezione. “Stabile, per ora. Sono almeno dieci minuti che restano fuori tiro senza muoversi. Non riusciamo a capire cosa stanno architettando, ma di qualsiasi cosa si tratti state pronti a vomitargli contro tutti i proiettili che avete in canna.”

“Jawohl comandante!”

“Rokhar.”

“Mh?”

“Se riesci a sopravvivere a questa merda ti strangolo con le mie mani.”

Una risata spensierata, che strideva particolarmente con la tragica situazione in cui tutti loro si trovavano, precedette la risposta di Rokhar. “Siediti comodo e mettiti in fila. E manda giu’ quegli omini in camice coi prototipi, qui rasentiamo l’inutilita’.”

“Gia’ fatto, dovrebbero essere da voi a momenti. Restate in attesa di nuove istruzioni. Chiudo.”

Hesperax scopri’, in qualche maniera, i piani di Earithil. Incurante del fatto che Razka aveva comunque rifiutato quell’incarico, decise di prendere l’iniziativa ed infliggere alla mezzelfa una punizione esemplare per aver anche solo pensato di sbarazzarsi di lei, e che al tempo stesso l’avrebbe dissuasa dal pensarci una seconda volta. Con il passare degli anni il suo essere drow l’aveva spinta a circondarsi di alleati e di sottoposti, ed a questi ultimi diede l’ordine di rapire Earithil, per avere la soddisfazione di torturarla di persona. E fu esattamente quello che successe. Razka rimase all’oscuro di tutto, fino a che non incontro’ quasi per caso la sua amata, massacrata dalle ripetute sevizie, uno sguardo reso folle dal dolore e dalle atrocita’ che era stata costretta a sopportare.

A fronte di questo osceno spettacolo, l’odio e la sete di vendetta di Razka montarono in lui con una rapidita’ impressionante. Trascorse giorni, settimane e mesi a cercare Hesperax, con il solo fine di troncarle la testa con un unico colpo di spada, ma non importava quanto la cercasse, poiche’ non riusciva a trovarla. La sua ossessione di annientare Hesperax gli fece persino dimenticare di Earithil, che, suo malgrado, si trovo’ costretto ad abbandonare per mettersi sulle tracce della sua carnefice.

Durante il suo viaggio Razka ebbe modo di riflettere a lungo, e quando fece ritorno a Zakro lo fece con tutt’altro spirito. Il tempo gli aveva permesso di mettere da parte la sua ira, sebbene serbasse ancora rancore nei confronti della sacerdotessa. E, ben piu’ importante, era approdato in un continente lontano dall’Impero Ardesyano, pensando che Hesperax potesse essersi rifugiata li. Non la trovo’. Quel che trovo’ furono pacifiche popolazioni dalla civilta’ arretrata, con ettari ed ettari di terre libere ed apparentemente ospitali. Non gli ci volle molto per cominciare a desiderare ardentemente di poter, infine, diventare qualcosa di piu’ del semplice guardiano che era. Ed in quelle terre, comunemente chiamate “Reami”, aveva infine visto una strada semplice e sicura per poter soddisfare la sua ambizione, ed indubbiamente la sacerdotessa avrebbe potuto essergli d’aiuto. Tutto sommato avrebbe trovato il modo di farsi perdonare, pensava. Tutto cio’ che rimaneva da fare, prima di mettersi in marcia, era mettere insieme un gruppo di uomini che avrebbero massacrato chiunque avesse cercato di opporsi a lui. Ma prima ancora era necessario fare ritorno al suo tempio, e comunicare che da quel momento in poi non avrebbero piu’ avuto il suo aiuto.

Il mezzodrow trascorse tutto il tempo del viaggio fino al tempio ad alimentare la freddezza e il cinismo con cui avrebbe dato ai suoi mentori la notizia, sperando segretamente di non essere costretto ad imporre con la forza la sua decisione. Ma tutto cio’ su cui aveva meditato svani’ come la polvere nel vento, quando assistette allo spettacolo che gli si presento’ quando giunse davanti alle porte del tempio di Temadus.

Il colonnato antistante il portone era imbrattato di sangue secco e disseminato di carcasse, rimaste per troppo tempo in balia degli animali e degli agenti atmosferici. Razka era raggelato, ma cio’ nonostante si fece coraggio e, temendo quello che lo attendeva, scavalco’ i cadaveri ormai ridotti a scheletri, ed attraverso’ il porticato per poi spalancare il portone.

Il fetore nauseabondo della decomposizione lo investi’ con violenza, costringendolo istantaneamente ad indietreggiare e, attanagliato dal disgusto, svuoto’ lo stomaco di tutto cio’ che conteneva. Solo dopo aver tossito diverse volte chiuse gli occhi e si puli’ le labbra, preparandosi mentalmente ad addentrarsi in quella che ormai era diventata una fetida catacomba. Quello che aveva scoperto era gia’ abbastanza per fargli intuire cosa fosse accaduto, ma si disse che doveva necessariamente vedere con i suoi occhi attraverso la fitta oscurita’ che avvolgeva il luogo. E cosi’ si costrinse a rientrare, lentamente, abituandosi a quel penetrante odore di morte. Il silenzio era cosi’ glaciale da essere distintamente percettibile, e c’erano grandi macchie di sangue ovunque. Non fu sorpreso da quel che scorse nella semioscurita’, ma ne fu ugualmente scioccato. Il grande e maestoso salone del tempio, le sue possenti arcate e le gigantesche finestre scure, le panche per i fedeli, i mosaici che componevano il pavimento, l’altare in fondo alla sala sormontato da una maestoso quadro raffigurante il Signore della Violenza… Non c’era piu’ nulla di tutto questo. I ricordi di Razka inerenti a quel luogo vennero spazzati via dall’immagine del caos, dei cadaveri semidecomposti dei suoi mentori riversi sulle panche, sul pavimento, sull’altare. Si aggiro’ come uno spettro in quel luogo, quasi si sentisse un estraneo, l’unico vivo tra i morti, soffermandosi sui volti inespressivi dei sacerdoti. Pronuncio’ a voce alta i loro nomi, mentre immagini della sua infanzia trascorsa con coloro che ora giacevano ai suoi piedi divorati dai vermi attraversavano veloci la sua mente. Trascorse moltissimo tempo in quel luogo, camminando da una parte all’altra, apatico. Solo la sua mano destra stretta a pugno, che tremava visibilmente dalla rabbia, mostrava che non fosse affatto apatico, ma che un odio lacerante lo stesse inebriando.

Ci vollero molti minuti prima che Razka potesse riconquistare la sua razionalita’ e il suo sangue freddo. Non pianse i suoi maestri, sebbene fossero la sua unica famiglia, ma chiuse gli occhi e inspiro’ profondamente, come a volersi nutrire perversamente di tutto il loro rancore per l’essere stati massacrati.  Riapertisi, i suoi occhi si fissarono su un punto ben preciso della grande sala, l’unico illuminato dalla luce proveniente dal portone spalancato. Il grande quadro di Temadus, su cui era stata disegnata un’effige dorata, il simbolo dei Paladini di Knesya e Anthais. Sorrise in modo macabro mentre camminava lentamente in direzione del dipinto, lo spadone gia’ fuori dal fodero. Cercava un colpevole, e ne aveva trovati due. I paladini, che in nome di un ideale avevano massacrato decine e decine di uomini, proprio come avrebbe fatto lui. E Temadus, la divinita’ che aveva abbandonato i suoi seguaci piu’ fedeli godendo del massacro compiuto nella sua dimora. E mentre faceva furiosamente a brandelli quel quadro, si ripeteva ossessivamente che l’avrebbero pagata.

Una granata a frammentazione detono’ al centro dell’assembramento della fanteria. Urla di dolore coprivano gli spari dei proiettili ed i ronzii degli sperimentali fucili laser, ed il trasmettitore di Rokhar dovette gracchiare piu’ di una volta prima di poter essere udito.

“Rokhar! Merda, rispondete! Rokhar!”

Il fante si allontano’ dallo spiraglio del portone lasciandosi cadere con la spalla contro il muro. Poso’ a terra il fucile laser ed impugno’ il trasmettitore. Lo scoppio della granata gli aveva massacrato il braccio destro, riducendolo ad una poltiglia indistinguibile. Parlo’ con voce rotta dalla sofferenza.

“Qui Rokhar. Quattro uomini a terra, sei feriti.”

Dal trasmettitore sgorgo’ un fiume in piena di bestemmie e di imprecazioni. Rokhar prosegui’ imperterrito, gli occhi chiusi.

“E’ strano… Con il loro armamentario potrebbero facilmente radere al suolo questo posto. Invece stanno tentando di ucciderci tutti con i minimi danni possibili.”

Cio’ che rimaneva della fanteria proseguiva ordinatamente a mietere vittime con i fucili laser, sfruttando la loro gittata superiore e la sua capacita’ di penetrare le armature. Molti degli assedianti morirono, prima di riuscire ad indietreggiare e ad allestire un grezzo scudo fatto con mezzi pesanti. I feriti tra gli assedianti gemevano sommessamente, senza poter ricevere cure. Non gli sarebbero servite, e tutti lo sapevano. Era solo questione di tempo prima che morissero dissanguati.

“Vogliono il prototipo. Sai che ti dico, non lo avranno. Non smettete di sparare, ci porteremo all’inferno tutti quei bastardi.”

Quando Razka fece ritorno a Zakro, inizio’ senza indugi la sua campagna di reclutamento per marciare sui Reami. Non fu difficile trovare in quel ricettacolo di malvagita’ un gruppo di guerrieri, appartenenti alla cosiddetta “Guardia di Zakro”, pronti a vendersi per qualche manciata di monete, un po’ di divertimento e, ben piu’ importante, la promessa di una nuova vita. Dopo alcuni mesi, durante i quali la piccola ma ragguardevole armata di Razka contava una trentina di cavalieri neri, venti amazzoni reiette, una manciata di spie ed assassini, ed Hayato, anche Hesperax fece nuovamente la sua comparsa. Il mezzodrow non le chiese dove fosse stata, ne la interrogo’ su Earithil, ma le chiese di seguirlo nella sua impresa. Lei accetto’. Tutto fu limitato ad un breve scambio di battute; era palese che lui non si fidasse piu’ di lei, ma ne aveva ancora bisogno, e strinse i denti cercando di sopportare i probabili doppi giochi della drow.

Partirono dopo alcuni giorni, ed impiegarono diversi mesi per spingersi sino ai Reami, e precisamente sino al borgo su cui Razka aveva messo gli occhi. E sebbene quel che videro una volta arrivati fosse piuttosto strano, nessuno ne fu particolarmente stupefatto. Il fatto che Razka avesse sparso la voce della sua marcia sui reami al fine di reclutare uomini per la conquista, aveva messo in allarme piu’ persone di quante immaginasse. Ora la cittadina era difesa sommariamente da una cinta muraria, da uno squadrone di paladini di Anthais capitanati da un elfo alto, da alcuni volontari che con tutta probabilita’ venivano da Knesya e Mallia, e da tutti i miliziani del borgo che, contrariamente alla prima visita di Razka, ora stringevano delle lance mantenendo una ordinata formazione. Altri ancora prendevano posto sui bastioni, con degli archi in pugno. Approssimativamente, gli assedianti li soverchiavano in numero di tre a uno, oltre ad essere indubbiamente piu’ esperti di semplici miliziani.

Razka prese con se Hayato, e si diresse, cinico, con un sorrisetto perverso stampato sulle labbra, verso il portone delle mura, dove ad attenderlo c’era l’elfo. Le loro trattative furono estremamente brevi. Razka promise che se si fossero immediatamente arresi, sarebbero stati risparmiati. Il paladino rifiuto’, e senza aggiungere altro fece ritorno all’interno del villaggio. Anche Razka cammino’ verso i suoi uomini, ai quali imparti’ semplici istruzioni. Le amazzoni e i cavalieri neri avrebbero dovuto ridurre a brandelli chiunque si opponesse a loro, e che spie ed assassini avrebbero approfittato della battaglia e della confusione per colpire di sorpresa i paladini. Aggiunse, con un tono che era piu’ che una promessa, che chiunque avesse trucidato la popolazione civile che avrebbe dovuto governare, sarebbe stato fatto a pezzi da lui in persona. Infine, una volta ultimati i preparativi, caricarono.

La battaglia fu breve e intensa. Gli assedianti subirono alcune perdite mentre cercavano di abbattere il portone, ma, una volta distrutto, si riversarono per le strade come un fiume in piena, e i combattimenti ebbero inizio. Fu un massacro. La resistenza fu facilmente spazzata via dagli attacchi combinati di cavalieri neri, amazzoni ed assassini, ma Razka estrasse il mastodontico spadone solo quando il suo sguardo incrocio’ quello dell’elfo. Non ebbero bisogno di dirsi nulla. Si corsero incontro e le loro spade si scontrarono. Infine, il duello aveva avuto inizio.

Fu un combattimento logorante e senza esclusione di colpi. Laddove Razka aveva una potenza di attacco devastante, il paladino aveva una difesa impenetrabile. Laddove Razka faceva uso delle arti oscure, il paladino faceva appello alle sue energie sacre. Fu una parita’ perfetta per moltissimo tempo, e tutti e due erano cosi’ concentrati che non si accorsero nemmeno che, attorno a loro, la battaglia era finita e che tutti gli uomini di Razka li avevano accerchiati come fosse un’improvvisata arena, incitando a gran voce il loro comandante. Ma nonostante la loro situazione di parita’ fu Razka a spuntarla, tentando il tutto per tutto e compiendo un pericolosissimo rituale che faceva appello, per un breve istante, a tutta la potenza degli dei del male. Ebbe successo. Spettrali catene di tenebra incatenarono il corpo del paladino che, nonostante avesse la certezza che il suo momento fosse giunto, continuava a fissare il mezzodrow con aria di sfida, fino all’ultimo secondo prima che lo spadone si abbattesse sul suo collo staccandogli la testa e facendogliela schizzare diversi metri di lato.

Razka crollo’ immediatamente su un ginocchio, esausto e ricoperto di ferite, l’armatura riempita di crepe, mentre i suoi uomini esplodevano in un boato vittorioso. Dopo alcuni minuti Razka si fece forza e si alzo’ dando ordine che tutti i sopravvissuti, anche coloro che si erano arresi, fossero condotti in sua presenza. Quindici miliziani erano ancora vivi, e furono disposti in riga. Razka ne giustizio’ istantaneamente sette, ne salvo’ uno, ne giustizio’ altri sei, e salvo’ l’ultimo, di modo che i due sopravvissuti avrebbero potuto ricordare per sempre, e raccontare a tutti, della fine che avrebbe fatto chiunque avesse cercato di opporsi a lui. Al resto della popolazione parlo’. Disse loro che sarebbe stato il loro imperatore, ma che non dovevano avere paura, poiche’ sotto la sua guida avrebbero finalmente conosciuto la ricchezza, la fama, ed uno splendore che da soli non avrebbero mai potuto nemmeno immaginare. E sebbene tutti gli fossero dapprima ostili per aver portato la guerra nel loro lido incontaminato, gli ci volle poco tempo per decidersi a dare lui l'occasione che stava aspettando.

Finalmente, Razka aveva compiuto il suo primo passo verso la sua vendetta, e verso la sua smodata ambizione e sete di potere.

Kazansky fissava apatico davanti a se, continuando a sfiorare, come in trance, l’arma che aveva tra le mani. Gli spari non davano segno di voler cessare. Raffiche di mitragliatore alternate a violenti scoppi di granate.

Il nome di Razka e i racconti sulla sua impresa si sparsero in fretta per l’Ardesya, tuttavia l’imperatore di Knesya scelse di restare a guardare, lavandosi le mani di cio’ che accadeva fuori dal suo prezioso continente. Tienitelo stretto finche’ puoi, pensava il mezzodrow mentre la capitale del suo impero prendeva lentamente forma, perche’ il giorno in cui vi rimettero’ piede sara’ il giorno in cui lo radero’ al suolo.

Passarono le settimane, i mesi, e gli anni. I sopravvissuti alla battaglia di Kragen, cosi’ battezzata a causa del nome che Razka diede alla citta’, erano rimasti fedeli all’imperatore, allettati dal potere che avevano potuto osservare con i loro occhi. Cio’ che riusci’ a compiere Razka, fomentando la sua gente, ha dell’incredibile se si pensa al tempo esiguo che impiego’. Kragen era diventata una metropoli, nuove strade, abitazioni e templi erano stati costruiti, cosi’ come il suo palazzo imperiale, proprio al centro della citta’, a segno dell’onnipresenza dell’imperatore. Mura imponenti erano sorte a protezione di Kragen, sulle quali venivano atrocemente appesi per il collo a marcire i criminali e qualsiasi altra feccia di cui l’impero non avesse bisogno. La quasi totalita’ dei civili era stata sottoposta a rigidi addestramenti militari, e furono proprio loro ad espandersi per i Reami a macchia d’olio, di villaggio in villaggio, senza incontrare alcuna resistenza, facendo cosi’ aumentare vertiginosamente gli uomini al servizio di Razka, che venivano a loro volta addestrati ed utilizzati per espandersi ulteriormente ed intensificare la produzione di cibo e di armi. Tutti coloro che servivano bene il mezzodrow venivano premiati. Le amazzoni rimaste al suo servizio ottennero il privilegio di costituire la guardia personale dell’imperatore, i temuti “Angeli Oscuri”, i guerrieri piu’ feroci ed efferati vennero elevati al rango di “Cavalieri dell’Oblio”. Era un’epoca prospera, come mai ve ne erano state nel continente dei Reami, e i loro abitanti lo sapevano bene, per questo fecero buon viso a cattivo gioco e scelsero di seguire ciecamente il loro Dominatore, questo fu il titolo che Razka scelse per se stesso. Era chiaro a tutti quali fossero i propositi di Razka, ed era proprio per questo che durissimi allenamenti venivano portati avanti quotidianamente, per trasformare i suoi sudditi in valorosi combattenti, e tuttavia, nonostante la severita’ dell’imperatore, i cittadini non poterono mai negare di sentirsi protetti e graziati da Razka, colui che aveva donato loro uno scopo, la ricchezza, e la promessa di una gloria imperitura.

Era per Razka che le cose non erano semplici. Essersi messo in una posizione di assoluto potere, lo rendeva ancora piu’ violento e furibondo. Non aveva fiducia in nessuno, nemmeno in Hesperax, alla quale era stato affidato il potere spirituale che avrebbe dovuto utilizzare per celebrare la grandiosita’ del Signore dell’Odio Jekrom e di suo figlio Kaileb, il dio del Caos. Al contrario, era a dir poco ossessionato dai movimenti sospetti di chiunque, specialmente della sacerdotessa. E cosi’ passava giornate intere a interrogarsi sul come avrebbe potuto fare a diventare insensibile a tutto questo, a smettere di preoccuparsi che qualcuno potesse tramare ai suoi danni. Ebbe fortuna… O sfortuna, a seconda di come la si veda.

Un giorno come tanti altri, una delle messaggere di Razka gli riferi’ che le truppe ai confini dell’impero, durante la loro opera di espansione di villaggio in villaggio, avevano scoperto uno strano edificio. Alla richiesta di spiegazioni piu’ precise, la messaggera rispose desolata che nessuno degli uomini si era avvicinato a quel luogo sostenendo che “Il male alberga in quella cattedrale dimenticata”. Razka vi si reco’ personalmente, seccato, ma incuriosito da questa superstizione. Lui di certo non era spaventato dal “Male”.

Dopo pochi giorni trascorsi a cavalcare, Razka, accompagnato da due Angeli Oscuri, giunse infine in quello spettrale luogo. Era una cattedrale, o almeno cosi’ sembrava. Le sue forme erano orribilmente contorte, e delle piattaforme sospese a mezz’aria si sviluppavano su piu’ livelli, collegate tra di loro mediante dei ponti di pietra investiti da raffiche di vento. Era cosi’ imponente da dare l’impressione di essere davvero sacro. O blasfemo. Razka non si fece intimorire, e fece il suo ingresso seguito dalle due glaciali guardie del corpo. Esplorarono il piano terra, e trovarono segni di qualcuno che poteva aver vissuto li, degli abiti cosi’ logori che potevano stare svolazzando lungo il chiostro da interi millenni. Non trovarono nient’altro di utile, e salirono. Fino a che, smarriti, non giunsero alla sommita’, una mastodontica piattaforma esattamente al centro della costruzione. Su di essa prendeva posto un altare come Razka non ne aveva mai visti, dorato, con degli spunzoni che si protendevano dagli angoli  quasi fossero vivi. Tutto attorno c’era una fila di colonne che sorreggeva una cupola, sebbene tutta la costruzione restasse all’aperto esposta alle intemperie. Intemperie che, per qualche straordinaria ragione, non avevano scalfito nemmeno una minima parte della pietra con cui l’edificio era composto. Razka tuttavia ignoro’ le colonne e si diresse subito verso l’altare, mentre le due guardie ispezionavano il luogo. Al mezzodrow basto’ un primo esame per capire che quello non era un comune altare. Non seppe spiegarsi la ragione, ma ne era irresistibilmente attratto. Poteva vederlo. Poteva vedere il segreto che celava, un segreto terribile, che ancora non riusciva a comprendere appieno. Poso’ entrambe le mani su una scalanatura che contornava tutto il bordo superiore dell’altare, e lo sollevo’ spostandolo poi di lato, come fosse il coperchio di una macabra bara. Le amazzoni si avvicinarono.

L’interno dell’altare era cavo. Dentro c’era un teschio umano, perfettamente conservato, sul cui cranio era disegnato un simbolo inconfondibile per uno che, come Razka, aveva studiato a fondo la teologia. Era l’immonda effige del Dio della morte, del Signore dell’abisso. Di Akaymas. Razka, quasi come si muovesse contro la sua volonta’, sgrano’ gli occhi e protese la mano ad afferrare il teschio. Una volta stretto nel pugno ed estratto da quell’altare, la sua vita sarebbe cambiata per sempre.

Il cielo si oscuro’ come per magia, ma Razka continuava a tenere lo sguardo fisso sul teschio, senza riuscire a distoglierlo. Un fulmine esplose in lontananza, mentre sul viso del mezzodrow si dipingeva la grottesca parodia di un sorriso crudele. L’aria si riempi’ di mormorii provenienti da ogni lato, mormorii che in pochi istanti diventarono urla insopportabili di dolore e di agonia. A Razka e ai due Angeli, che subito, nonostante il terrore, si erano portate accanto all’imperatore a sua protezione, apparve per un istante la visione di un’anima incatenata e urlante. Razka perse completamente la ragione.

Ripose il teschio all’interno dell’altare, estrasse lo spadone, e, cogliendole del tutto impreparate, trucido’ brutalmente le due guardie spargendo il loro sangue ovunque e macchiando le colonne e l’altare. Le guardo’ agonizzare, fuori di se, godendo degli sguardi stupefatti e impauriti delle due. Dopo essersi gustato il loro tormento, le decapito’. Prese per i capelli la testa mozzata di una delle due, e la alzo’ tenendola dritta davanti al suo viso. La sua espressione si contrasse in una di finto dispiacere, mentre avvicinava le sue labbra a quelle ancora calde dell’amazzone morta, e la baciava. Poi la sposto’ sospesa sopra l’altare, dove lascio’ gocciolare il sangue di lei. Il sangue si raccolse lungo dei minuscoli canali invisibili a occhio nudo, fino a formare sulla sua sommita’ un simbolo blasfemo che Razka riconobbe come un marchio demoniaco. Un altro fulmine cadde, molto piu’ vicino, e poi un terzo, colpendo in pieno l’altare dorato, che cambio’ istantaneamente colore assumendo quello dell’ossidiana.

Per alcuni lunghi secondi la vista di Razka si annebbio’, e cio’ che vide fu solo fitta oscurita’. Ma quando pote’ vedere nuovamente, il momento in cui recupero’ il controllo sul suo corpo, davanti a lui c’era una persona. Aveva l’aspetto di un drow, ma il suo sguardo sembrava essere senza tempo. Era palese che dietro quegli occhi ci fosse ben piu’ che un semplice guscio vuoto.

La creatura si osservo’ con calma i palmi, apri’ e chiuse i pugni come a verificare che funzionassero, e sorride tra se e se. Quel sorriso raggelo’ completamente Razka, che, non sapendo cosa fare, rimase immobile a fissarlo in attesa di spiegazioni, o di vedere che cosa fosse successo. Ebbe delle spiegazioni.

La creatura parlava la sua lingua fluentemente, e si presento’ come “Eryandel”. Razka era allibito. Quel drow aveva un aspetto innocuo, ma il suo sesto senso gli urlava di non fare nemmeno un passo falso. Comincio’ quindi a parlargli con molta accortezza, scegliendo bene le parole da usare. Lui parve annoiato dalla formalita’, e fu molto piu’ conciso nello spiegarsi. Disse, candidamente, di essere un messo di Akaymas. Disse che poteva vedere chiaramente i desideri di Razka. Si compiacque con lui per le due ribelli anime che aveva appena mietuto per evocarlo.

Razka non sapeva piu’ cosa pensare. Era mortalmente intrigato da Eryandel, e piu’ lo sentiva parlare, piu’ udiva chiari accenni al fatto che lui sapesse quel che desiderava. E di conseguenza, capi’ molto in fretta che Eryandel era una strada molto piu’ breve rispetto a quelle tradizionali, per raggiungere i suoi scopi. Ormai non era piu’ spaventato. Se davvero quel demone poteva mantenere le promesse che gli aveva fatto intuire, avrebbe volentieri mandato in malora tutte le sue remore, e messo a tacere l’istinto che gli ordinava di scappare piu’ in fretta possibile.

Anche Eryandel dal canto suo era molto interessato al mezzodrow. Aveva un cuore contaminato dal male, e propositi molto chiari di portare morte per tutta l’ardesya, mandando una quantita’ di anime spropositata al suo signore. Per questo i due raggiunsero in fretta un accordo. Eryandel sentenzio’ che avrebbe concesso a Razka tutto il tempo che desiderava per meditare al prezzo che fosse disposto a pagare in cambio di tutto cio’ che aveva sempre sognato. Perche’ egli sapeva meglio di chiunque altro che Razka l’avrebbe invocato nuovamente. La sua brama di potere era troppo forte per resistere ad un richiamo cosi’ invitante. In cosi’ poco tempo, conosceva il mezzodrow meglio di quanto facesse lui stesso. Ghigno’, e senza aspettare alcuna risposta scomparve avvolto da una fetida nebbia fredda, lasciando Razka da solo, impietrito, con i suoi interrogativi.

Razka fece ritorno al suo palazzo da solo, e passo’ una settimana senza vedere nessuno, meditando sulla ormai esplicita offerta di Eryandel. Ripenso’ alla sua debolezza, al suo timore del tradimento, al doppiogioco di Hesperax. Alla sua umanita’, e alla sua mortalita’ che prima o poi avrebbero disintegrato ogni suo progetto. Non lo voleva. Sull’orlo delle lacrime a causa dell’odio che lo sopraffava – un odio feroce e dilaniante, rivolto a tutti coloro che lo circondavano, ed in primo luogo a se stesso - , prese la sua decisione. Esasperato si reco’ in cima al colle che sormontava la capitale, Kragen, tutto cio’ che aveva costruito con le sue mani, ed allargo’ le braccia urlando a pieni polmoni la sua furia. Incise a fondo le proprie carni con il taglio dello spadone, e lascio’ gocciolare il sangue in terra, dandogli la forma del sigillo demoniaco che aveva visto una settimana prima. I suoi occhi fissavano la ferita autoinflitta, con una certa macabra soddisfazione, mentre tremava scosso da una rabbia violenta, ed esprimendo sommessamente il desiderio di essere come lui. Come Eryandel.

E lui apparve, con il fragore di un fulmine e circondato dall’inconfondibile suono delle anime urlanti. La sua espressione era oltremodo compiaciuta, e fissava il tormento del mezzosangue come se volesse nutrirsene. Aveva visto giusto. La brama di Razka aveva avuto la meglio su di lui, ed ora sarebbe stato pronto a pagare qualsiasi prezzo. Quest’ultimo lo fisso’ come implorante, dicendo che era pronto a dargli qualsiasi cosa avesse chiesto, in cambio del tanto anelato potere. Ed Eryandel non se lo fece ripetere due volte. Gli disse che la condizione era quella di erigere un tempio in nome di Akaymas e consacrarlo a lui con un rito particolare, di modo che tutte le anime che sarebbero state mietute durante la marcia sull’ardesya sarebbero confluite li. Ed in quel luogo lui le avrebbe consumate diventando infinitamente piu’ potente di quanto gia’ fosse. Ma a Razka tutto questo non importava piu’. Gli importava solo di se stesso, ed acconsenti’ immediatamente. E appena promise, Eryandel gli impose di inginocchiarsi. Lui obbedi’ e, trepidante, chiuse gli occhi fremente di diventare cio’ che aveva sempre desiderato. Una violenta scarica di pura energia parti’ dalla sua testa e si diramo’ lungo tutto il suo corpo, scosso da forti spasmi. La vista gli si oscuro’, e non pote’ piu’ percepire il suo corpo. Solo dopo un lasso di tempo indistinguibile, che poteva andare dai pochi secondi ad intere ore, riusci’ nuovamente a vedere. La visione avrebbe devastato i nervi di qualsiasi essere vivente, ma Razka la accolse con un ghigno prima, e con una isterica e sadica risata poi. Era circondato da decine e decine di demoni minori, mentre tutto attorno a lui si estendeva un infuocato abisso senza fine, permeato dall’odore di zolfo condensato in nubi tossiche, all’interno delle quali facevano la loro fugace apparizione stormi di anime urlanti, i volti visibili contratti in espressioni di pura sofferenza. Rise ancora ed estrasse lo spadone, e, senza aspettare ulteriormente, si scaglio’ sul gruppo di demoni piu’ vicini, mulinando la terribile arma e falcidiandone a grappoli. Ogni fendente andato a segno lo riempiva di icore verdastro che schizzava dai fragili corpi di quegli esseri demoniaci, ma la cosa parve esaltarlo ulteriormente. Rideva, preda della follia, mentre continuava a massacrarli con gusto, cosi’ tanto che a vederlo si sarebbe detto che non se ne sarebbe mai stancato. Combatte’ per minuti interi contro decine di demoni alla volta, riportando niente piu’ che ferite superficiali alle quali non diede peso. Infine, spettacolarmente, un arco della lama porto’ via meta’ cranio a due bestie contemporaneamente, facendo schizzare la loro materia cerebrale in faccia agli altri. Trionfante allargo’ le braccia e si rimise in posizione di guardia, urlando e puntando i piedi saldamente a terra, lo sguardo fisso sul gruppo di demoni, come ad aspettarli. Essi fuggirono. Corsero lontano, nascondendosi… Proprio come se avessero capito di aver scatenato la furia di un loro simile.

Egli gli urlo’ dietro, schernendoli, e urlando il nome di Eryandel, domandandogli sornione se fosse tutto qui il potere degli abitanti dell’abisso. Nel cielo purpureo comparvero gli enormi occhi del demone, mentre la sua voce risuono’ nell’aria proveniente da chissa’ dove. Disse che era giunto per lui il momento di ritornare nel suo mondo, in qualita’ di un superiore essere immortale e senza alcun rivale tra i viventi. Il corpo di Razka si sollevo’ da terra, mentre veniva pervaso come prima da quella strana energia dolorosa. L’ultima cosa che udi’ prima di perdere i sensi fu la minaccia di Eryandel di rispettare gli accordi presi, o le conseguenze sarebbero state terribili.

E nulla piu’ rimase dell’uomo che era nel momento in cui riprese conoscenza.

I suoi occhi erano diventati completamente neri, ridotti a due pupille immerse nel bianco. Erano diventati lo specchio del marcio che ora risiedeva in lui al posto della sua anima. La sua personalita’ invece non cambio’. Al contrario, venne amplificata oltre ogni limite, rendendolo un essere spietato, lascivo, mosso da un odio e un desiderio di violenza impossibili da soffocare, e la sua ambizione era diventata ormai tanto forte da seppellire qualsiasi dubbio lo tormentasse quand’era ancora un debole essere umano. Accanto a lui giaceva un’arma, al posto della propria. Di dimensioni colossali, cosi’ tanto che nessun comune essere umano avrebbe potuto brandirla. Pulsante, coperta di vene e nervature che irroravano la parte di carne al centro della lama, la quale grondava un acido verdastro. E l’occhio. Un macabro occhio si apriva proprio sopra l’elsa, muovendosi e fissando ovunque nei dintorni. Era Korzhas, la lama dell’Abisso, la spada del Dominatore, il dono ultimo di Eryandel, il luogo dove ora l’anima di Razka giaceva imprigionata tra i tormenti. E da quel giorno il suo Impero rinacque insieme a lui.

Tutti si accorsero del suo radicale cambiamento. Gli angeli oscuri, i Cavalieri dell’oblio, i soldati, persino i cittadini. Ma osservando gli scatti d’ira dell’Imperatore nei confronti di chi chiedeva troppo, che ogni volta si concludevano con l’efferato omicidio del curioso, tutti furono persuasi a non dare mai piu’ voce a qualsiasi loro perplessita’. Dopotutto, egli continuava a governare come prima. Piu’ severamente forse, ma con il vivo interesse di preservare il suo popolo, poiche’ sarebbe stata l’arma assoluta per la marcia sull’Ardesya.

La prima cosa di cui si occupo’ fu della sacerdotessa. La fece chiamare, e senza un preciso motivo si scaglio’ contro di lei, percuotendola a sangue e riducendola in fin di vita con le sue sole mani nude, urlando forsennatamente tutta la frustrazione di cui lei era stata causa. Un gruppo di Angeli Oscuri assistette alla scena senza intervenire e senza credere ai propri occhi. Non era mai capitato loro di vedere Razka sfogare tanta ira, ed erano assolutamente certe che intromettersi avrebbe significato anche la loro, di morte. Ed avevano ragione. Hesperax fu afferrata per il collo dall’Imperatore, che le sibilo’ in modo minaccioso le nuove regole che vigevano a Kragen. Le disse che non ci sarebbero stati piu’ giochetti, o che l’avrebbe spedita sottoterra con un solo unico fendente. Lei ebbe appena la forza di annuire con la testa, prima di essere lasciata cadere a terra e di vedere Razka allontanarsi, Korzhas legata alla schiena, il suo occhio irrorato di capillari puntato verso di lei.

In secondo luogo, Razka accelero’ esponenzialmente tutte le procedure che erano in atto prima della sua depravazione. Gran parte delle energie imperiali fu impiegata per sottomettere tutto il resto del continente ed erigere delle fortificazioni laddove il territorio era ricco di risorse. La restante parte dei cittadini veniva addestrata incessantemente all’arte della guerra, mentre fabbri e contadini lavoravano senza sosta per la produzione di armi e di cibo. Non c’erano abbastanza minerali sui Reami per forgiare armi e armature necessari ad una guerra di scala mondiale, pertanto Razka dovette ripiegare sulla razzia dei carichi ardesyani. Gran parte delle rotte commerciali fu studiata da alcuni inflitrati Krageniti, e numerosi attacchi venivano messi a segno per sottrarre agli ardesyani il ferro necessario. Inoltre, sebbene reclutante, Razka si avvalse dell’aiuto degli Zakriani, stabilendo con loro un fruttuoso commercio, dal momento che Zakro stessa, eretta ai piedi di un vulcano, abbondava di minerali e scarseggiava di risorse primarie come la legna, che al contrario abbondavano nei Reami. Razka dovette quindi ricredersi sull’utilita’ dei commerci. In questo modo ebbe anche l’opportunita’ di far conoscere il suo nuovo nome, ed era quello che lui voleva. Avrebbe instillato la paura negli ardesyani, ed allo stesso tempo trovato nuovi contatti disposti ad unirsi alla sua crociata. E fu cosi’ che un giorno giunsero al suo cospetto due singolari personaggi, che avrebbero avuto un ruolo fondamentale nel proseguimento della vicenda.

Altri colpi di Railgun fischiavano nell’aria, polverizzando intere porzioni di muro nel vano tentativo di colpire i restanti tiratori scelti, che rispondevano al fuoco con molta fatica, dal momento che ovunque si fossero fermati avrebbero fatto la fine di Rihel. I nervi degli assediati erano ormai a pezzi, tanto che uno dei cecchini perse completamente la calma. In un gesto dettato dalla disperazione ricarico’ il fucile di precisione, imposto’ la modalita’ di fuoco su semiautomatica, e rinunciando ad ogni copertura, si mise davanti ad una finestra a sparare quasi alla cieca, ripetutamente, in mezzo alle armate nemiche. Ebbe il tempo di esaurire il suo caricatore da dodici proiettili, prima che il sibilante proiettile di Railgun lo raggiungesse in piena testa, facendogliela esplodere e scaraventando la sua carcassa indietro di diversi metri.

L’artigliere emise un urlo di rabbia e di frustrazione. “Kazansky! Stiamo morendo uno dopo l’altro cazzo! Cosa facciamo ora?”

L’ufficiale, continuando a rimanere seduto in terra, smise di parlare dentro al registratore e volse lo sguardo verso l’artigliere. Uno sguardo vacuo e di completo disinteresse, unito al semplice gesto di dare un colpetto all’arma che stringeva nel pugno. Infine torno’ a fissare il vuoto, e riprese a parlare nel registratore, senza piu’ curarsi dell’artigliere, che aveva velocemente compreso il piano.

Praetorius. Uno strano uomo di Mallia marchiato dal Dio dei folli, proprio come Earithil. E cio’ si evinceva da ogni sua parola, da ogni suo movimento, dal suo temperamento lunatico e fortemente instabile. I tratti del suo volto rivelavano la sua giovinezza e l’insanita’ che animava la sua mente, mentre la corporatura esile ma dalla muscolatura ben evidente parlava della sua abilita’ nell’uccidere.

Ethin. Una giovane ragazza Zakriana dalla bellezza sorprendente, capelli rossi come il fuoco e occhi azzurri cosi’ chiari da sembrare trasparenti, con un aderente vestito rosso completo di stivali, una corta gonna ed uno stretto corpetto che metteva in risalto le sue forme, il simbolo della sua giovane eta’. Era in fuga da un gruppo di paladini Knesyani con i quali aveva avuto grossi problemi, ed anche lei era una devota al Signore dell’Odio, nei confronti del quale nutriva una fede cieca, e dopo aver sentito di Kragen come una citta’ consacrata proprio al dio Jekrom, decise che era il posto giusto dove recarsi.

Entrambi giunsero insieme al cospetto di Razka, il quale comprese immediatamente parecchie cose che a molti sarebbero sfuggite. Il fatto che fossero giunti insieme indicava che Ethin si stava servendo del suo accompagnatore solamente per i suoi scopi, anche se fingeva molto bene di esserne innamorata. All’Imperatore, comunque, non importo’. Dal momento in cui il suo sguardo si poso’ su quello di Ethin, egli decise che l’avrebbe avuta. Ed era fin troppo abituato a prendersi cio’ che voleva per farsi frenare da un semplice uomo di Mallia.

Comprese inoltre che, con tutta probabilita’, Ethin era convinta di poter giocare con lui allo stesso gioco con cui stava giocando con Praetorius. Razka sorrise truce, fissandoli, mentre pensava a come sarebbe stata grande la sorpresa di lei, quando si sarebbe accorta che la cosa non avrebbe funzionato per nulla come si aspettava.

Chiese loro quali fossero le loro abilita’ e come avrebbe potuto impiegarle. Apprese che Praetorius era un monaco reietto, che aveva utilizzato le sue conoscenze per affinare la sua tecnica di omicidio, e che Ethin era un’incantatrice specializzata nello studio della magia della morte. Senz’altro tutte e due le loro abilita’ sarebbero state di grande aiuto nella esponenziale crescita di Kragen, ma quella di Ethin, secondo il piano che si formo’ in un solo istante nella mente di Razka, era assolutamente indispensabile. Un motivo in piu’ per tenermela stretta, si disse.

Praetorius fu congedato, mentre Ethin fu trattenuta ulteriormente al cospetto di Razka per discutere in modo piu’ approfondito delle ragioni che l’avessero spinta da lui. Praetorius dovette allontanarsi riluttante, volendo esprimere il suo disappunto ma sapendo bene di non potere, non davanti a Razka il Dominatore.

Ethin fu condotta negli alloggi personali di Razka. Fu servita loro la cena, che consumarono lentamente studiandosi come due predatori, e scambiando alcune parole mascherate da finta cortesia. Ethin era silenziosamente affascinata dall’Imperatore, dalla sua personalita’ ardente come il fuoco, dai suoi occhi neri, cosi’ magnetici, cosi’ impietosi. Eppure continuo’ a pensare di poterlo manipolare a suo piacimento come faceva con l’inconsapevole Praetorius.

Razka non era tipo da farsi manipolare. E sebbene anche lui fosse stato impressionato dall’ambizione di una donna giovane, abile e bellissima, non era disposto a scendere a patti. Lui era colui che domina gli uomini, e come tanto avrebbe avuto cio’ che voleva, che a lei piacesse o no.

Le piacque. Quella stessa notte, mentre Praetorius aspettava il suo ritorno in una locanda, Razka ed Ethin furono un solo corpo, appassionatamente, senza alcun bisogno di nascondere il loro reciproco desiderio. E da allora le cose cambiarono sensibilmente e con altrettanta lentezza.

Ad Ethin fu offerta la possibilita’ di collaborare direttamente con il nucleo organizzativo di Kragen. Le fu concessa la massima fiducia e la massima liberta’ d’azione, e le fu affidato l’incarico di portare avanti i suoi studi di necromanzia, di spingerli ai massimi livelli, per avere cosi’ gli strumenti necessari per erigere una vera e propria armata non morta. Un progetto cosi’ ambizioso che Ethin non pote’ che accettarlo. Inoltre la sua intimita’ con l’Imperatore cresceva esponenzialmente con il passare del tempo, fino a diventarne assolutamente calamitata. Pendeva dalle sue labbra ogni qual volta che lui le parlava della volonta’ di Jekrom, del suo sogno di comandare ogni forma di vita sull’ardesya, del suo passato oscuro. Smaniava per concedersi a lui e per compiacerlo ogni volta che potesse, con il suo corpo, con le sue ricerche, con i suoi esperimenti. Ed il compiacimento non mancava a Razka. Era lieto di aver trovato un talento come quello di Ethin per la necromanzia, e lo era altrettanto ogni volta che poteva possederla. Non ebbe mai ragione per nasconderglielo, rendendosi conto che il suo compiacimento era per lei una ragione per fare sempre meglio. Non ci volle molto tempo prima che lei accantonasse qualsiasi tentativo di manipolare per i suoi scopi l’Imperatore, prima che dimenticasse la futile fuga che era il motivo per cui era giunta a Kragen, prima che dimenticasse di essere accompagnata da un fastidioso Praetorius che non sembrava avere intenzione di accettare pacificamente quello che gia’ sospettava.

Il Malliano fu convocato diverse volte al cospetto di Razka, il quale non mancava di affidargli degli incarichi retribuiti in modo eccellente, ma con la particolarita’ di essere oltremodo pericolosi. Questo fu dovuto alla mente diabolica di Razka, che era certo che in caso di un successo dell’uomo avrebbe comunque ottenuto dei grandi vantaggi, quali l’impiego di rarissima Adamantite e di altrettanto raro Orialco per rinforzare armi e armature. In caso di fallimento, sarebbe stata una seccatura in meno. Con grande sorpresa di Razka, Praetorius, quale che fosse la difficolta’ della missione a lui affidata, riusciva a tornare sempre ed in qualsiasi caso, tanto che Razka rimase sempre segretamente ammirato dalla sua perseveranza. Doveva di certo avere dei nobili ideali che lo sostenessero, ma nel caso si trattasse di Ethin, avrebbe dovuto prepararsi ad una brutta sorpresa. Era giunto al momento in cui non aveva nemmeno piu’ bisogno di esercitare del potere per tenere Ethin con se, visto che era cio’ che lei per prima desiderava piu’ di ogni altra cosa.

Gli anni trascorsero, e il dominio di Razka si estendeva ormai per tutto il continente e per buona parte del mare. Nonostante l’ardesya fosse ben al corrente della sua esponenziale crescita militare, rimase codardemente senza muovere un dito, in attesa del destino. E come Razka stesso amava ripetere quando illustrava ai suoi generali i suoi gloriosi piani di conquista, si disse che non c’era speranza nell’opporsi all’inevitabile.

Molte cose cambiarono, e molte rimasero uguali. Il sistema di conquista cesso’ definitivamente quando anche l’ultimo ettaro di terreno non fu sotto il controllo Imperiale, e lascio’ il posto ad una fitta rete di insediamenti governati da reggenti, che avevano il compito di far arrivare ovunque la volonta’ dell’Imperatore. Essa consisteva prevalentemente nella forgia di nuove armi e armature per tutti i nuovi guerrieri che venivano incessantemente addestrati in ogni angolo dei Reami. Erano cresciuti in numero, ed erano supportati dal lavoro dei fabbri che, oltre alle armi, furono incaricati di costruire un numero spropositato di macchine da assedio. Molta forza lavoro fu inoltre impiegata per fortificare sempre di piu’ le numerose citta’ chiave di tutto l’Impero, oltre alla sfiancante costruzione di porti e navi da trasporto e navi da guerra. Era un lavoro lungo e faticoso, ma necessario. Nessun errore doveva essere commesso, quando il momento sarebbe stato propizio.

Ethin seppe come mettersi in ottima luce a Kragen. Le sue ricerche proseguivano senza sosta, senza che le sembrasse vero di poter sperimentare ogni cosa che riguardasse la necromanzia ed avere le spalle sempre coperte, dal momento che non solo era autorizzata, ma addirittura incoraggiata a farlo. E piu’ aumentavano le sue scoperte, piu’ cresceva il suo potere magico, che gioco’ un ruolo importantissimo nella sua scalata gerarchica. Dapprima in modo discreto, poi sempre piu’ plateale, faceva uso della sua magia della morte per imporre il suo volere e le sue decisioni a Kragen, forte anche della protezione di Razka, che ebbe modo di osservarla con attenzione. Scopri’ che le ambizioni della sua Ethin la guidavano nella direzione giusta. Aveva attitudine al comando e all’organizzazione, ed era riuscito ad instillarle in testa le giuste motivazioni per cui avrebbe dovuto combattere in nome di Jekrom. Per questa ragione l’Imperatore non si limito’ ad offrirle un posto privilegiato al suo fianco, ma fece molto, molto di piu’. La nomino’ reggente di Gaargod, un nucleo Imperiale conquistato da poco, e che quindi necessitava di tutta l’abilita’ della donna per essere gestito, ma che era fondamentale diventasse una delle principali fortificazioni dell’Impero. In questo modo avrebbe potuto continuare ad esercitare le sue arti li, e studiare nuovi modi d’impiego del potere della non-morte in battaglia ed anche nella vita quotidiana. La sua idea geniale, infatti, sarebbe stata impiegare cadaveri rianimati per la costruzione delle mura cittadine, e lasciare la popolazione all’addestramento militare, proposta che Razka accolse con entusiasmo, ricevendo l’ulteriore prova che aveva visto giusto a dare fiducia ad Ethin. Inoltre, sebbene non fosse nulla di ufficiale, Ethin divenne la donna dell’Imperatore. Non era un’Imperatrice, dal momento che per Razka detenere il potere assoluto era la cosa di maggiore importanza, tuttavia il suo volto ed il suo nome furono presto associati, tra l’Impero, ad una personalita’ da rispettare ed onorare.

Praetorius scomparve dalla circolazione, improvvisamente, e senza rendersi mai piu’ rintracciabile. Con tutta probabilita’ aveva scoperto che per lui la gloria sarebbe stata decisamente minore, o forse aveva saputo dell’intreccio di Ethin con Razka. A quest’ultimo non diede nessuna preoccupazione, anzi, fu compiaciuto di essersi liberato da una seccatura come quella. Fino a che non comincio’ ad avere dei seri intoppi durante le sue opere di “rifornimento” dall’ardesya. Pochi sfortunati sopravvissuti riferirono a Razka di aver visto Praetorius combattere insieme a dei soldati Knesyani… Era evidente che il Malliano, dopo aver conosciuto bene tutte le strategie di Razka di assalto alle carovane di trasporto, aveva cambiato bandiera e cominciato a mettere i bastoni tra le ruote all’Imperatore. Che rise, e rise ancora, in modo sadico e squilibrato, mentre giustiziava in preda a un’ira feroce e insensata tutti i sopravvissuti portatori di cattive notizie, nutrendo la demoniaca Korzhas del loro sangue. E rise ancora, pensando al fatto che Praetorius avesse organizzato tutta questa messinscena solo per rancori personali. Povero Praetorius, penso’.

Razka, da parte sua, sottopose ad intensivo addestramento le sue guardie del corpo, gli Angeli Oscuri, che divennero ancora piu’ temibili di prima, garanti’ pieni poteri all’Inquisizione ed indi’ una vera e propria caccia all’eresia, e riorganizzo’ i suoi cavalieri dell’oblio in vista di una prossima conquista. Li divise in cinque distaccamenti con un massimo di cinquanta elementi ciascuno, ed a ciascuno dei cinque assegno’ dei compiti differenti, in modo che la sinergia che si creasse tra tutti sarebbe stata assolutamente perfetta. Un distaccamento per sterminare, uno per razziare, uno per demolire, uno per presidiare, ed uno per educare. Razka aveva dato origine all’ennesima perfetta macchina di morte. Elevo’ al rango di comandanti i cinque elementi migliori di ciascun distaccamento. I loro nomi erano Xtar, Caedes, Wolken, Larkoal, Karnak, ed erano la massima autorita’ in fatto di grado e potenza fisica e magica all’interno dell’armata imperiale. Non occorse molto tempo prima che essere parte dei cavalieri dell’oblio diventasse un desiderio comune tra i cavalieri neri di Kragen e non solo. Furono a centinaia coloro che tentarono la scalata al potere. I deboli furono uccisi come punizione per il loro fallimento. I potenti si aprirono la loro strada a forza, tra la carne e il sangue di coloro che rimpiazzavano, ed entravano a far parte del meccanismo che reggeva i cavalieri dell’oblio. Meccanismo che era di vitale importanza per mantenerli sempre e costantemente competitivi, e di conseguenza piu’ potenti. Razka addestrava personalmente i distaccamenti, di modo che potesse farli diventare davvero l’elite e il cuore dell’Impero di Kragen, e soprattutto perche’ potesse avere qualcuno con cui poter combattere. Razka era infatti piuttosto annoiato, ed i suoi scontri armati si erano ridotti drasticamente all’osso. Una sola volta in tutta la vita di Razka, dopo la sua depravazione, fu sfidato con arroganza da uno dei cavalieri dell’oblio, che sosteneva che l’Imperatore non fosse poi cosi’ potente da poter comandare tutti loro. Venne allora invitato dall’Imperatore in persona a battersi con lui davanti a tutti i Krageniti, di modo che tutti ricordassero di quel giorno. Ed infatti mai piu’ nessuno se ne dimentico’. Il combattimento duro’ il tempo di una carica, prima che il cavaliere dell’oblio venisse tranciato in due, insieme a tutta l’armatura, dalla mastodontica Korzhas. I suoi brandelli seguirono l’arco del fendente, menato in orizzontale, e volarono per diversi metri fino ai piedi degli inorriditi spettatori. Razka rise macabro e calcio’ la faccia della meta’ superiore dell’uomo non ancora morto, ripetutamente, mentre urlava a pieni polmoni alla sua gente che era per questo che era lui a comandarli, che era lui l’unico ad avere la forza di proteggerli e di portarli alla vittoria, e che non aveva nemmeno avuto bisogno di utilizzare il suo potere oscuro. Ed era certamente una dimostrazione molto convincente. E dopo che Razka ebbe consumato i resti del cavaliere facendoli avvampare in un fuoco magico creato da un suo semplice gesto della mano, tutti si dileguarono piu’ in fretta che poterono, terrorizzati, ma al tempo stesso rassicurati, dalla potenza illimitata di Razka. Purtroppo fu costretto, da quel giorno, ad addestrare i suoi uomini senza ucciderli, ma se lo fece bastare. Piu’ lunga l’attesa, piu’ dolce il momento in cui potro’ fare sul serio, si ripeteva in continuazione.

Il tempo trascorreva e tutto pareva andare secondo i piani. La popolazione era entusiasta e condivideva la brama di intraprendere la loro crociata, l’esercito era piu’ potente che mai, le tecniche di rianimazione di Ethin erano state ultimate e garantivano un perfetto asso nella manica quando si fosse reso necessario, alcuni infiltrati Imperiali nell’ardesya riferivano che una massiccia resistenza si era gia’ mobilitata nella roccaforte degli angeli di Anthais, notizia che Razka accolse con inaspettata allegria, dal momento che avrebbe profondamente detestato trovare sul campo di battaglia una resistenza che non rendesse giustizia alla potenza della sua armata. Le fortificazioni di Gaargod erano state ultimate, e molte altre citta’ erano state rese virtualmente impenetrabili, e persino i porti e la flotta navale aveva raggiunto dimensioni ragguardevoli, seppur inferiori a quelle della marina Knesyana. L’unica ad essere ancora assalita dei dubbi era Ethin. Esattamente come Razka, era ormai dilaniata dagli stessi pensieri che tormentarono il mezzodemone. La sua potenza che aveva ormai raggiunto il suo limite umano, la sua paura di tradimenti e di errori, la sua giovinezza destinata a svanire insieme alla sua bellezza, la morte come termine della vita e perdita di tutto cio’ che aveva costruito. Anche la Signora di Gaargod, la Signora della Morte, l’Esecutrice di Anime, fu ossessionata dalla sua umanita’. E fu discutendo con Razka a questo proposito che le venne in mente la soluzione definitiva a questo problema.

Approfondi’ quindi la questione, scoprendo cose molto interessanti. Erano registrati nella storia sporadici casi di necromanti riusciti a sfuggire alla morte, rifugiandosi nella non-morte che ormai avevano imparato a padroneggiare a livelli estremi. Quasi tutti coloro che avevano tentato questa strada avevano fallito miseramente, il loro corpo ridotto a una pozzanghera putrescente e la loro anima per sempre dispersa in un limbo di dolore e di rimorso. Ma coloro la cui volonta’ si dimostrava incrollabile, riuscivano a vincere la morte e ad ottenere un corpo invulnerabile, eternamente giovane, e sovraccarico di magia allo stato puro, pronta ad essere sprigionata con un semplice battito di palpebre. Il rovescio della medaglia era il dover rinunciare spontaneamente alla propria anima, e rinchiuderla in un oggetto noto come “filatterio”, che avrebbe dovuto contenere lo spirito del necromante e fungere da sua fonte di immortalita’. Queste spaventose creature avevano il nome di Lich, un nome che sarebbe stato marchiato a fuoco nella mente di Ethin, che non indugio’ oltre e concentro’ tutte le sue energie in ricerche ed esperimenti sempre piu’ complessi e pericolosi, sacrificando un numero esorbitante di vite umane.

Tento’ gradualmente, infondendo la propria magia della morte nei propri arti, ma fallendo miseramente ogni volta. Per lei era imperativo conservare anche il suo aspetto umano, e a giudicare dalle mutazioni delle sue cavie, il semplice potere oscuro non era sufficiente. Impiego’ prima giorni, poi settimane, e poi interi mesi cercando di superare questo ostacolo, animata da una forza di volonta’ che era nuova persino agli occhi di Razka. Per questa ragione lui non si preoccupo’ della sua sorte, nutrendo in lei piena fiducia e sapendo con certezza che avrebbe avuto successo, alla fine.

La scoperta di Ethin avvenne dopo quattro mesi, giungendo autonomamente alla conclusione che aveva bisogno di un catalizzatore per spargere l’energia della non-morte all’interno del proprio corpo in maniera uniforme. E non esisteva catalizzatore migliore, per la necromanzia, che la morte stessa. Il suo errore era sempre stato quello di utilizzare la propria necromanzia per mutarsi, quando in realta’ avrebbe dovuto sfruttare la morte di altri, essendo essa una sorta di potere ben piu’ puro di quello della semplice necromanzia. L’energia liberatasi contemporaneamente dalla morte di approssimativamente un centinaio di persone era di quantita’ mostruosa, e se l’avesse fatta confluire all’interno del proprio filatterio per conservarla il tempo necessario a trasferirla dentro di se, tutto avrebbe funzionato. Anche i suoi esperimenti, seppur in scala ridotta, le diedero ragione. Trepidante, avanzava senza timore di un altro passo verso il suo eterno potere.

Dopo altri tre mesi di ininterrotti esperimenti, fu finalmente pronta. Spiego’ a Razka cio’ che avrebbe fatto, e lui ghigno’ con aria di approvazione, dicendole che sarebbe rimasto con lei ad assistere e che poteva considerare le sue vittime sacrificali gia’ pronte. Entrambi si recarono a Gaargod, nello studio di Ethin, una gigantesca sala delle torture permeata di magia e di odore di morte, stipata con piu’ di cento tra uomini donne e bambini incatenati alle pareti, urlando pieta’. Razka entro’ senza fare caso a loro, e si mise a braccia incrociate con la schiena appoggiata alla porta, di modo che nessuno potesse entrare, pronto a godersi lo spettacolo senza la minima traccia di tensione sul volto. La Zakriana, senza nemmeno un momento di esitazione, cammino’ al centro della stanza, dove sorgeva dal pavimento un piedistallo di ossidiana cosparso di rune di necromanzia. Si tolse dal collo il proprio medaglione, recante il simbolo Imperiale di Kragen, e ve lo adagio’ sopra. Fece un passo indietro e comincio’ a trarre dei lunghi respiri, compiendo ampi gesti ripetitivi con le braccia, e cominciando a salmodiare delle invocazioni a Jekrom, ad Akaymas, e le parole magiche vere e proprie. Impiego’ diversi minuti prima che giungesse alla concentrazione necessaria, ad occhi chiusi, la fronte imperlata dal sudore causato dallo sforzo. Quando li riapri’, essi erano completamente bianchi, oscurati da una patina di energia rilucente, presente anche su entrambe le sue mani, mentre risplendeva di un’ovattata luce lattiginosa. Volse il capo verso Razka e gli rivolse un significativo sorriso, come a trasmettergli per l’ultima volta i suoi sentimenti umani. L’amore e la devozione che provava per lui, la paura per cio’ che stava per compiere… Tutto cio’ che avrebbe perso a breve. E nel momento in cui lui ricambio’ il sorriso, annuendole con un leggerissimo cenno del capo, incurante delle urla terrorizzate di tutta quella gente che, intuendo cio’ che stava per accadere, cercava di strapparsi le catene di dosso, Ethin rilascio’ il suo potere.

Fu uno spettacolo atroce. L’aura lattiginosa che circondava la donna si stacco’ da lei ed assunse la consistenza della nebbia ed il colore del fumo, e comincio’ a spargersi lungo tutte le pareti, avviluppando tra le sue spire eteree tutti gli incatenati. Nel giro di una decina di secondi, le vittime erano tutte quante avvolte da quella nebbia mortale. Ethin richiuse gli occhi, e mormoro’ una sola secca parola di potere. L’istante successivo, piu’ di cento esseri umani urlavano spruzzando sangue da ogni loro orifizio, mentre la nebbia si chiudeva attorno a loro frantumando le loro ossa e spappolando i loro organi interni, donando loro una morte corollata da un dolore al di la’ della comprensione mortale.

Ethin non perse la concentrazione, al contrario. Era imperativo che non la perdesse, mentre la nebbia si ritirava di nuovo verso di lei, piu’ densa di prima, ed i morti si accasiavano con un ultimo clangore di catene. Diresse la nebbia verso di se, richiamandola, e facendola confluire con lentezza esasperante all’interno del medaglione, mentre le rune che cospargevano il piedistallo cominciavano a brillare ad intermittenza di una luce rosso sangue. Lei comincio’ a soffrire, mentre il potere magico che stava mantenendo attivo la corrodeva dall’interno. Ma era necessario, si disse. Era indispensabile. Non era ancora niente.

Impiego’ circa quindici minuti per trasferire ogni singola anima trasportata dalla nebbiolina all’interno del medaglione. Era sul punto di svenire, ma non poteva mollare proprio adesso. Le bastava un’ultimo sforzo, le bastava mantenere l’incantesimo attivo fino a che non avesse indossato il medaglione. Lo fece, e solo allora allento’ la sua concentrazione spezzando l’incantesimo di controllo.

Fu pervasa da un dolore che la sopraffece nel giro di un istante. Ogni fibra del suo corpo era scossa dal potere della morte, e lei non poteva sopportare. Sentiva il cuore straziarsi e dilaniarsi, come tutti i suoi organi, e sentiva quella terribile e potentissima energia diffondersi ovunque dentro di se. Era proprio cio’ che voleva. Allargo’ le braccia come ad abbandonarsi al dolore, che ebbe la meglio su di lei, uccidendola nel giro di due secondi. Ma ne lei ne Razka ebbero il tempo di accorgersene. Trascorsero appena dieci secondi, prima che gli occhi di lei si riaprissero, Razka piegato su di lei su di un ginocchio, reggendole la testa. Ed entrambi seppero che avevano compiuto l’impossibile. Il suo corpo ed il suo fisico erano rimasti sorprendentemente simili a quelli di una persona viva, contrariamente a quanto accadeva nei non morti comuni, che portavano su di se i segni della decomposizione. Gli occhi erano divenuti ulteriormente terribili, accentuando il loro colore gia’ inquietante. La sua pelle era bianca e cadaverica, ma integra al contrario di quella di ogni non morto. Ed era fredda al tocco, proprio come se fosse morta. Ma non lo era. Sentiva la magia scorrere senza limiti dentro di se, si sentiva potente, rinata, immortale, eterna. Ora, finalmente, avrebbe potuto sedere al fianco di Razka fino alla fine dei giorni del mondo. Ora erano le due meta’ complementari di un meraviglioso essere spietato. Erano Razka il mezzodemone, ardente come le fiamme, ed Ethin la Regina Lich, gelida come la morte. Ed insieme avrebbero devastato tutto cio’ che fosse vivo.

Il tempo scorreva inesorabile, e se nei Reami era giunto il giorno di radunare tutte le forze del continente e muovere finalmente guerra, la situazione nell’ardesya era critica. Li tutti sapevano bene cio’ che stava per piombargli addosso come la sferzata mossa dalla mano di un Dio, ma stupidamente, crogiolandosi nella convinzione che avrebbero ancora avuto tempo per prepararsi e che gli Dei della luce li avrebbero protetti, non mossero un dito lasciando tutta l’iniziativa a Razka. Solo Praetorius rappresentava l’unico barlume di resistenza, con le sue azioni di disturbo agli scambi commerciali tra Zakro e Kragen, ma tutta la sua fatica era servita solo a ritardare l’inevitabile. Una guerra di proporzioni epiche che mai fu vista e mai si sarebbe ripetuta stava per scoppiare con violenza, e nessuno fu disposto a credere a lui, maledetto dalla follia, che diceva di conoscere i segreti di Razka, le sue intenzioni di utilizzare la necromanzia, l’impiego di mithril, adamantite e orialco per la forgiatura di armi e armature indistruttibili, e tutto cio’ che aveva appreso durante la sua permanenza a Kragen. Ma gli ardesyani, troppo stupidi per salvare la loro pelle, non gli diedero retta e continuarono a prepararsi a modo loro, facendo affidamento unicamente sulla citta’ degli angeli, pur indebolita dal lungo periodo di pace. Praetorius dovette quindi rassegnarsi, e tento’ di costruire la sua propria resistenza racimolando tutta la feccia con cui era in contatto, assieme ai pochi amici che gli erano rimasti e che avevano seguito le sue orme nel monastero. Non gli importava nulla dell’ardesya, e detestava profondamente gli stupidi knesyani che non gli avevano creduto e che per questo meritavano di morire, ma il suo deviato senso dell’onore esigeva un tributo per cio’ che gli era stato fatto, un tributo nel sangue di Razka ed Ethin. E giuro’ che l’avrebbe avuto ad ogni costo.

“Vecchio…?”

La voce di Rokhar usci’ devastata dal dolore dall’apparecchio dell’artigliere, che rispose lentamente e con un tono di voce piatto.

“Rokhar? Sei tu?”

“Si. Sono rimasto da solo al piano terra. I feriti sono gia’ morti, e gli altri sono stati abbattuti a colpi di Railgun. Non c’e’ modo per interrompere il loro fuoco continuo.”

“Lo so. Hanno massacrato tutti i tiratori di sopra… Anch’io sono rimasto l’unico in vita.”

“Kazansky?”

“Vivo anche lui. Sembra che siamo rimasti in tre, eccetto i signori in camice.”

“Heh… A quanto pare dovrai rimandare il piano di ammazzarmi con le tue mani.”

E sorprendentemente entrambi, dopo dieci secondi di silenzio sepolcrale, scoppiarono a ridere. Non era una risata nervosa o isterica, era una risata di sincero divertimento, e di rassegnazione ad attendere la morte. Tanto valeva farlo con il sorriso sulle labbra.

“E sai la novita’ vecchio? La batteria ATA del laser e’ scarica, ed anche le munizioni ordinarie sono finite. Esiste un piano B o siamo davvero alla frutta?”

L’artigliere riprese un certo contegno. “A quanto pare esiste. Ma credo proprio che tu ti possa anche mettere comodo. Avra’ inizio solo quando si decideranno a entrare. Non credo avremo piu’ bisogno di tenerci in contatto. Ormai e’ questione di minuti. E’ stato bello conoscerti Rokhar. Sei la persona piu’ irritante dell’universo, ma sei stato un buon amico.”

“Cinque minuti di pausa allora…?”

“Cinque minuti di pausa.”

“Jawohl comandante.”

E sebbene l’artigliere non potesse vederlo, sapeva che stava sorridendo. Spense il comunicatore e lo getto’ lontano, facendo cadere in terra le proprie armi ed andandosi a sedere al fianco di Kazansky senza una parola. Lui, imperterrito, continuava a registrare, e Rokhar, al piano di sotto, lascio’ cadere a sua volta il fucile e si sdraio’ per terra in mezzo ai cadaveri, proprio davanti al portone, e con l’unico braccio rimastogli si accese una sigaretta, aspirandone il fumo avidamente. “Oggi smetto, parola mia”, disse tra se e se, per poi ridacchiare sommessamente.

Era una mattina luminosa. L’inverno era ormai al suo termine, e gia’ spuntavano timidamente gemme e boccioli, in un silenzioso benvenuto alla primavera.

Quella mattina, il pacifico villaggio costiero di Foyash ebbe un pessimo risveglio. I loro abitanti videro stagliarsi all’orizzonte centinaia di navi da guerra in avvicinamento, ciascuna recante ben visibile la bandiera con il simbolo Imperiale di Kragen. Ebbero il tempo di fuggire lontano, ma il villaggio venne saccheggiato e successivamente raso al suolo dalle armate di Razka, che si radunarono in fretta e subito cominciarono a marciare verso la ben piu’ grande citta’ di Yener, a meno di una settimana di marcia. Quella mattina, l’invasione era cominciata.

In tutto il continente si scateno’ il panico. A Yener cominciarono subito ad allestire delle difese, ma nella loro posizione sapevano bene che rinforzi da parte di Anthais non sarebbero potuti giungere prima di almeno due settimane. Dovevano augurarsi di resistere per almeno una settimana. A Knesya, Mallia, e nella stessa Anthais, i preparativi alla battaglia furono accelerati in modo febbrile, mentre gli strateghi, ora che sapevano dove si trovavano le imponenti armate di Kragen, tentavano di tracciare il percorso dell’esercito di modo da poter essere un passo avanti a loro e difendersi di conseguenza. A Zakro scoppio’ una rivolta anarchica molto al di sopra delle efferatezze che gia’ normalmente vi avevano luogo. In molti, frementi dall’osservare la giustizia di Jekrom in azione, come presi da un’insensata brama sanguinaria scatenata dall’imminente scontro, impugnarono le armi e si diressero verso le armate di Razka con la ferma intenzione di infoltire le sue fila. Ed i civili, esattamente come Razka desiderava, erano ormai ridotti a dei bambini impauriti e tremanti in un angolo. Ormai non era rimasto piu’ nessuno a cui potessero invocare pieta’.

L’inarrestabile esercito di Razka giunse a Yener anche troppo presto per gli ardesyani. Non erano preparati alla guerra militarmente, e non lo erano psicologicamente. Per questa ragione gli esiti furono devastanti. Nessuna trattativa fu accettata da Razka, che rimando’ indietro l’ambasciatore ardesyano privato di entrambi gli arti superiori, lasciando un unico messaggio, quello che non avrebbe preso prigionieri.  L’assedio fu feroce, e Razka non perse tempo a bombardare la citta’ con le catapulte. I Krageniti utilizzarono gli arieti per sfondare i cancelli con facilita’, e si riversarono all’interno delle mura soverchiando numericamente e per abilita’ ogni singolo soldato ardesyano. L’Imperatore stesso, accompagnato da Ethin e da un cospicuo numero di Angeli Oscuri, scese sul campo di battaglia portando tra le file nemiche morte e distruzione. La conquista di Yener si concluse nel giorno stesso dell’attacco, con minime perdite da parte dell’armata Imperiale, ed un congruo numero di civili sopravvissuti. Annoiato dalla facile preda, Razka concesse alle truppe il tempo necessario per ritemprarsi, rifornirsi di cibo e acqua, e nell’arco di due giorni si mosse nuovamente verso altri obbiettivi, lasciando appena un pugno di soldati a presidio di Yener.

Il morale dei Krageniti era eccezionalmente alto, man mano che, metodicamente, provvedevano a devastare villaggi e citta’ piu’ importanti riportando sempre un numero minimo di perdite rispetto a quelle degli ardesyani. E anche nei casi in cui Anthais riusciva a fornire il supporto necessario alle citta’ sotto assedio, non era mai sufficiente al punto tale da portarli alla vittoria. Cio’ che ottenevano era solo un ritardo nel compirsi dell’inevitabile, ed un numero maggiore di vittime trucidate. Il volere di Jekrom si compiva.

La strategia di Razka era decisamente atipica, seppur molto semplice. Marciava seguendo un percorso ondulato, in modo da conquistare ogni singolo nucleo urbano che avesse a portata di mano, come un parassita che si trasferisse nell’organismo piu’ vicino. Era soddisfatto, ma annoiato, e cosi’ lo era Ethin, la cui magia sembrava esploderle in corpo tanto era il suo desiderio di poterla sprigionare senza remore. Ma entrambi furono pazienti ed attesero, non c’era bisogno di sprecare energie contro i pesci piccoli, ne tanto meno c’era quello di affrettarsi verso le piu’ ghiotte prede di Anthais e Knesya. Cosi’ avrebbero avuto tempo per tremare dal terrore, penso’ sadicamente l’Imperatore.

Due mesi trascorsero, ed i Krageniti avevano conquistato la quasi totalita’ della zona costiera, subendo pochissime perdite ed infliggendo danni enormi agli ardesyani. Questi ultimi compresero in tempo che non c’era modo di difendere ogni singola citta’ su cui Razka posava gli occhi, e decisero di mettere insieme un grosso esercito radunando guerrieri da ogni parte per scagliarlo contro Razka, sperando di riuscire a mietere abbastanza vittime, almeno per ricacciarlo indietro nei Reami.

I due eserciti si incontrarono dopo un altro mese di rispettiva marcia, nella grande pianura conosciuta come “I campi del Bagliore”, a causa della sorprendente luminosita’ della vegetazione. Si trovavano alle estremita’ opposte. Mentre Razka si dirigeva in groppa al suo nero cavallo da guerra, accompagnato da Ethin, al centro della piana, in attesa del condottiero di Anthais, ebbe modo di scrutare i suoi nemici. Un cospicuo numero, ma in leggera inferiorita’ numerica rispetto ai Krageniti. Tra essi figuravano anche dei Paladini, che stavano accompagnando il condottiero dell’armata, un individuo robusto e completamente corazzato,i cui capelli rossi fuoriuscivano dall’elmo ricandendogli sulla schiena. Le trattative furono brevi e concise. Razka disse che se avessero deposto le armi senza combattere avrebbe risparmiato la vita alla meta’ dei presenti sul campo di battaglia. Il paladino rifiuto’, e ciascuno torno’ al proprio schieramento preparandosi all’attacco. Razka squadro’ ancora i nemici, e rise. Dopo aver dato poche brevi disposizioni, si avvio’ nuovamente verso il centro della piana, Korzhas pulsante nelle mani, alla testa di circa meta’ della sua fanteria, dei cavalieri dell’oblio e di uno squadrone di Angeli Oscuri. Tutti, eccetto i fanti, erano a cavallo. Ethin seguiva tutti gli altri. Ora erano le armate di Kragen ad essere superate in numero, ed anche l’esercito dell’ardesya dovette accorgersene, considerandola una grande offesa alle loro capacita’. Razka rise ancora, e, impaziente e con una palese sete di sangue negli occhi, da quando le sue mani si erano chiuse sull’elsa della diabolica spada, emise un agghiacciante urlo ordinando di caricare.

Il primo impatto fu devastante. Era come se un’indistinta massa nera avesse strisciato fino ad un’altrettanto indistinta massa metallica, e, all’incontro delle due masse, si fosse sprigionata un’energia spaventosamente immensa. Dopo appena pochi secondi di battaglia, gia’ decine di cadaveri giacevano immersi nel loro sangue. L’Imperatore scese da cavallo con un balzo e, a piedi, si apri’ la strada in mezzo alle linee nemiche mulinando con abilita’ impressionante Korzhas, e lanciando urla strazianti che nulla avevano di umano. Agli occhi dei piu’ sarebbe sembrato impazzito, ma non era cosi’. Voleva solamente raggiungere la sua preda, sperando che avesse un duello divertente da offrirgli. Gli ardesyani erano totalmente disorientati. In molti si distrassero per attaccare l’Imperatore, ma vennero trucidati dai cavalieri dell’oblio e dalle amazzoni che seguivano Razka dappresso, tranciando arti e teste con le enormi falci. In molti sciamarono sul mezzodemone cercando freneticamente di colpirlo, ma egli non si preoccupava nemmeno di difendersi. La sua armatura sembrava immune a tutto, e i pochi colpi che lo raggiungevano gli aprivano delle ferite, le quali pero’ non sembravano procurargli il benche’ minimo dolore. E mentre l’inarrestabile ondata dei cavalieri dell’oblio e della fanteria che li aveva raggiunti avanzava, Razka faceva volare per il campo di battaglia frammenti di armature e di ossa, lordandosi di sangue in maniera oscena. Un’ascia calo’ all’improvviso su di lui, diretta verso il suo capo scoperto, e vi si pianto’ in profondita’ facendogli sgorgare copioso sangue sugli occhi. Ghigno’, se la strappo’ dal cranio, la lascio’ cadere per terra, e poso’ il palmo sinistro sul torace del suo aggressore, pronunciando una secca parola di potere, per rilasciare la magia nera in forma selvaggia. Il soldato cadde per terra perdendo sangue dalle orecchie, scosso da violenti brividi, gli occhi sbarrati dal dolore. Grande fu la sua soddisfazione nel vedere quel cadavere assumere un’espressione di assoluta piattezza, e di rialzarsi con un mugugno e due occhi completamente bianchi che indicavano senza errore la loro appartenenza al regno della morte, e che nonostante questo erano ancora li. Si volto’ e vide che tutti i cadaveri che la sua gloriosa armata aveva mietuto, ed anche le proprie stesse vittime, si stavano rialzando in piedi. Guardo’ ancora piu’ indietro, e scorse Ethin che, senza alcuna difficolta’ e senza sforzo, stava incessantemente pronunciando incantesimi in lingua oscura per la rianimazione dei morti. Con successo. Una folle paura si sparse tra i ranghi degli ardesyani, che mantennero i loro posti incitati dal loro condottiero. Il condottiero, era lui che Razka voleva. Doveva averlo.

Corse verso la voce, tranciando in due chiunque si parasse davanti a lui, sordo alla frenesia della mischia, concentrato solo sul suo obbiettivo, sebbene intorno a lui infuriasse il caos nella sua forma piu’ splendida. E finalmente lo raggiunse. Il condottiero lo noto’, e, come in una silenziosa intesa, smise di combattere contro i fanti e si scaglio’urlando con rabbia contro l’Imperatore. Attorno ai due duellanti gli ardesyani stavano gradualmente perdendo terreno, schiacciati dalla potenza non morta dei loro stessi compagni rianimati e che ora li stavano ferocemente attaccando. Ethin manteneva costante la concentrazione ed il dominio sulle sue creature non morte, comandandole a proprio piacimento, le vesti scosse sensualmente da un invisibile vento di natura magica che rivelava la sua pelle ancora perfetta nonostante il suo abbandono della vita. E Razka, inebriato dalla battaglia, l’armatura lorda di sangue scintillante alla luce del sole, che brandiva senza troppo impegno il colossale spadone contro il condottiero ardesyano. Era un combattente molto sopra la media, probabilmente sarebbe stato all’altezza di uno dei suoi generali, ma contro di lui non aveva la minima speranza. Non contro di lui, a cui era stato promesso di non avere piu’ rivali tra i mortali, non a lui che aveva sangue demoniaco nelle vene. Cosi’, quando fu stufo di battersi, pianto’ Korzhas nel terreno davanti a se e, forte della sua invulnerabilita’, comincio’ a fare appello al suo potere piu’ terrificante, sputando dalle labbra le parole di potere con odio, mentre plasmava la sua magia oscura secondo la propria volonta’. Il cavaliere lo colpi’ diverse volte, una serie di colpi che sarebbero risultati letali per chiunque, ma non per Razka. Termino’ di recitare l’incantesimo e punto’ minacciosamente l’indice contro il suo avversario. Invisibili catene nere, di pura oscurita’, emersero dal terreno e si avvolsero come se fossero vive attorno al malcapitato, che nel giro di pochi istanti fu completamente immobile. Razka recupero’ Korzhas, e godette della sofferenza del paladino, gioi’ silenziosamente del suo respiro strozzato a causa di una catena che stringeva il suo collo. Infine, dopo essersi deliziato, calo’ con violenza Korzhas su di lui, dall’alto, colpendolo all’altezza della spalla. Il corpo del condottiero si spacco’ in due, quando la demoniaca arma termino’ la sua caduta all’altezza del suo inguine. Mori’ senza nemmeno poter urlare, e le nere catene svanirono ritraendosi nel terreno come fossero dei tentacoli vivi. Quello fu il momento in cui gli ardesyani non poterono piu’ resistere.

Alcune urla terrorizzate risuonarono al di sopra della cacofonia della battaglia. Il loro capo era morto. Tutto era perduto. Dovevano ritirarsi. Si diedero ad una fuga precipitosa, che non ebbe successo. Vennero presto raggiunti dai cavalli dei cavalieri dell’oblio, che li finirono tutti, uno dopo l’altro. Ma proprio mentre gli ardesyani si ritiravano, accadde qualcosa di estremamente spiacevole.

Un centinaio di uomini sbucarono dal nulla alle spalle delle truppe di Razka che non erano scese in battaglia, e nel tempo di un batter di ciglia cominciarono a massacrarle sfruttando l’effetto sorpresa. Ci vollero diversi secondi perche’ i soldati realizzassero cosa stava accadendo e prendessero le armi preparandosi a fronteggiare gli aggressori, che si ritirarono piu’ velocemente possibile prima di venire ingaggiati in corpo a corpo. Si ritirarono nella foresta ai confini dei Campi del Bagliore, sparendovi senza lasciare tracce. Quasi duecento uomini erano stati assassinati nel giro di pochi istanti, e tutti gli assalitori erano fuggiti senza conseguenze, eccetto tre di loro. Due erano stati uccisi dai soldati con piu’ prontezza di riflessi, e ad un terzo erano state troncate entrambe le gambe da un colpo di spadone. Ma era ancora vivo. Razka, ribollente di furia, ma in un certo senso divertito, fece ritorno dai suoi guerrieri diretto verso il ferito, mentre l’inseguimento degli ardesyani proseguiva imperterrito.

Tutti i Krageniti si fecero da parte lasciando all’Imperatore fin troppo spazio per passare, non volevano rischiare di incappare nella sua ira che ormai conoscevano bene, e non solo di fama. Esso gli poso’ un massiccio stivale lordo di sangue e di terra sul cranio, e l’assassino gemette con forza dal dolore. Razka mormoro’ con voce sadica che non era carino rovinare cosi’ un cosi’ bel giorno come quello di una vittoria militare, e pretese di sapere chi l’aveva mandato. Non appena dalle labbra dell’assassino scaturi’ il nome biascicato di Praetorius, l’Imperatore ghigno’ ed aumento’ la pressione del suo stivale sulla testa del giovane moribondo, le cui ossa del cranio si spezzarono come fossero di creta, fino a che non ebbe piu’ un’anatomia distinguibile. Persino i suoi stessi uomini rabbrividirono ed inorridirono davanti a una manifestazione di tanta crudelta’. Razka batte’ poi lo stivale per terra lasciandovi una netta impronta di sangue, e scruto’ i volti dei suoi sottoposti con un sorrisetto malsano stampato il volto. E mentre Ethin lo raggiungeva, chiudendogli le braccia attorno ai fianchi e sfregando sinuosamente il volto sul suo collo, Razka risollevo’ il morale delle truppe urlando loro che si erano ricoperti di gloria e che avevano ottenuto una grande vittoria. Disse che era fiero di loro, del fatto che le vittime fossero state quasi nulle, e disse che nemmeno Praetorius sarebbe stato in grado di fermarli. Jekrom era con loro. E la loro risposta arrivo’ tempestiva, mentre urlavano il nome dell’Imperatore e le sue lodi all’unisono, come una sola persona.

Marciarono in direzione della citta’ piu’ vicina fino al tramonto, dove si accamparono. Tutto l’esercito festeggio’ la loro schiacciante vittoria, ubriacandosi e brindando alla gloria di cui si stavano coprendo, e seppero che avevano avuto ragione nel riporre la loro fiducia nel loro Imperatore. Stava mantenendo la parola data, ed il loro morale era alle stelle. Anche Razka ed Ethin festeggiarono, ed accesero la notte con la bruciante passione che li consumava, amandosi ed inebriandosi l’uno dell’altro.

Giorno dopo giorno, l’inarrestabile marcia dell’impero di Kragen proseguiva. Citta’ dopo citta’, l’indistruttibile armata avanzava, avvicinandosi a Knesya sempre di piu’. Non incontrarono problemi di alcun genere durante tutti i mesi di conquiste e di schiaccianti vittorie accumulate. Il cibo abbondava, e le scorte venivano costantemente rifornite depredando tutto cio’ che trovavano sulla loro strada. Il fastidio maggiore era procurato da Praetorius, che sferro’ diversi attacchi di sorpresa agli uomini di Razka, mietendo sempre piu’ vittime, poco alla volta. Ma con il passare del tempo gli stessi uomini si fecero piu’ vigili, e gli assalti di Praetorius si fecero piu’ rari e meno efficaci, fino a che non scomparvero del tutto. Il suo piccolo contingente era stato ormai decimato, ridotto ad una ventina di elementi. Aveva fatto un buon lavoro, aveva ucciso un numero straordinario di guerrieri, ma non era servito a nulla. L’armata di Razka non dava segni di cedimento, nonostante le perdite e gli uomini lasciati in presidio nelle citta’ conquistate. Non furono nemmeno piu’ attaccati dagli ardesyani, e Razka si auguro’ sinceramente di trovarli tutti trincerati a Knesya, di modo che la sua noia fosse ripagata.

Cosi’ fu. La loro crociata, dopo quasi un intero anno di conquiste, stava per volgere al termine: Knesya ed Anthais erano visibili all’orizzonte. Il rapporto di due scout di Kragen fu accolto con un’esplosione di entusiasmo da tutto il resto dell’esercito. Anthais era stata completamente evacuata e tutti i suoi abitanti si trovavano al riparo delle alte mura Knesyane. Bene, si disse, avrebbe avuto una resistenza degna di questo nome. Si accampo’ davanti alle mura, avendo cura di tenersi fuori dalla portata di eventuali archi, ed attese. Attese l’intera giornata, fino al tramonto, che i codardi ardesyani uscissero a combattere e a morire come uomini. E la sua ira esplose quando, non vedendo alcun movimento, comprese che avrebbero preferito fare la fine dei topi in trappola. Frustrato dal non poter combattere immediatamente contro l’elite ardesyana, ordino’ alle truppe un bombardamento con le macchine d’assedio costante. Cosi’ si sarebbe visto chi avrebbe ceduto prima.

Le catapulte scattavano con regolarita’, una ogni trenta minuti circa, e lo fecero per un’intera settimana. Poi per due settimane. Poi per un mese. Ed addirittura per due mesi, ma ancora i Knesyani non sembravano decidersi a venire fuori dalla loro tana dorata. Razka era esasperato dalla codardia degli ardesyani, dilaniato dal desiderio di scrivere una volta per tutte la parola “fine” nella storia dell’ardesya. La sua anima inquieta ardeva, e Korzhas urlava la sua sete di sangue. Fu Ethin che, con fredda malignita’, propose con fare sensuale e perverso di alleviare la pena del suo amato e di accelerare quella che secondo lei era solo una formalita’. Razka acconsenti’ con entusiasmo e le diede carta bianca. Lei non perse tempo. Davanti alle mura in piena notte, ma sempre fuori dalla portata delle armi a distanza, comincio’ a disegnare con alcune particolari polveri delle rune malefiche, riempiendo metri e metri di terreno con quegli arcani simboli. Impiego’ diverse ore, ma alla fine termino’, e, fissando il proprio operato con soddisfazione, la glaciale regina dei lich libero’ il suo immenso potere magico, salmodiando macabre invocazioni al potere della morte. Dopo circa dieci minuti, le polveri che aveva sparso cominciarono a rilucere della caratteristica aura lattiginosa, impercettibilmente, ma perfettamente visibile nell’oscurita’. Dopo altri minuti, una debole brezza comincio’ a spirare. Recava con se odore di decomposizione, e portava alle orecchie lamenti strazianti e litanie inquiete. Ed infine, dopo un tempo che parve interminabile, le polveri si sollevarono, trasportate dal vento, e si sparsero su Knesya attraverso le mura, mentre lei terminava le sue invocazioni con un’unica parola di potere pronunciata in un sussurro. Ethin fece ritorno da Razka, carezzo’ sensualmente il suo torace, e gli disse che poteva smettere di preoccuparsi, prima di spingerlo con la schiena sul letto e di coricarsi sopra di lui, baciandolo con foga.

Fu un mistero per i rifugiati a Knesya il motivo per cui le armate di Razka avessero interrotto il bombardamento, senza aver inflitto danni pesanti per di piu’. Il motivo fu tragicamente chiaro a tutti nel giro di un paio di giorni. I primi sintomi che manifestarono tanto i soldati quanto i civili, erano nausea e vomito incontrollati. Il terrore comincio’ a spargersi all’interno delle mura cittadine, ma i soldati riuscirono a tenerlo a bada. Dopo altri tre giorni comparvero sui corpi dei contagiati i primi segni dell’epidemia vera e propria, in forma di chiazze verdastre sulle parti molli del corpo, come la bocca e i genitali. E quando dopo ulteriori cinque giorni i primi decessi cominciarono ad avere luogo, il panico esplose come un tronco incenerito da un fulmine.

I sacerdoti della luce di Knesya, nonostante la loro grande sapienza, non poterono fare nulla per arrestare il contagio. Il potere di Ethin era molto aldila’ delle loro capacita’ di guarigione, senza contare che erano troppo pochi per potersi occupare di tutta la gente presente in citta’. I civili cominciarono stupidamente a desiderare la fuga. La paura che si era impossessata delle loro menti era di gran lunga superiore a quella dell’armata di Kragen, poiche’ dall’epidemia non c’era piu’ alcun modo di difendersi, e lo dimostravano i decessi che continuavano ad aumentare vertiginosamente con il passare dei giorni. Centinaia e centinaia di civili, resi pazzi dall’aspettativa di morire lentamente, pretesero che venisse loro abbassato il ponte levatoio per cercare rifugio altrove, come se potessero sfuggire alla contaminazione che stava divorando il loro corpo. Ad un secco rifiuto dei soldati, i civili divennero violenti e cominciarono ad aggredirli. Alle guardie non rimase che difendere le loro vite e per farlo furono costretti a trucidare tutti quegli innocenti cittadini. Maledissero a gran voce il nome di Razka, giurando di fargliela pagare per tutta la sofferenza che aveva causato.

Intanto il corso della malattia mostrava il suo lato piu’ disgustosamente pittoresco. I malati marcivano. Le chiazze verdi che colpivano le parti molli del corpo si estendevano agli organi interni, causando la loro decomposizione prematura che avveniva in modo lento e causando un dolore inimmaginabile. Una decisione doveva essere presa alla svelta, o nessuno di loro avrebbe avuto scampo. Fu il supremo comandante dell’unito esercito di Knesya ed Anthais a prenderla. Non c’era piu’ modo di evitare la battaglia, avrebbero dovuto gettarcisi finche’ avessero avuto le forze necessarie per combattere. Sarebbero morti comunque, ma cadere per dare una speranza alla gente di Mallia e delle citta’ che ancora non erano cadute sotto il giogo di Razka era un modo ben piu’ nobile di farlo. Nessuno fu particolarmente entusiasta, nonostante il comandante fosse stato convincente, ma sapevano di non avere scelta. Forse fu proprio la forza della disperazione che li spinse, il giorno successivo, ad abbassare il ponte levatoio e a schierarsi ordinatamente davanti alle mura.

Razka era gia’ li. La sua dolce Ethin aveva previsto esattamente quando le condizioni degli ardesyani sarebbero diventate intollerabili, e Razka aveva preparato l’esercito di conseguenza. Meglio cosi’ si disse, non avrebbe perso altro tempo. La sua impazienza era diventata eccessiva, addirittura pericolosa. Tanto era l’odio che gli bruciava in corpo, tanta la voglia di uccidere, che aveva cominciato a sfogare la sua frustrazione sui messaggeri e sugli scout che arrivavano da lui a comunicargli le novita’. Ma nulla di tutto questo aveva piu’ importanza ora. Si lecco’ le labbra mentre gia’ stringeva Korzhas tra le mani, con aria assatanata, e mentre osservava attentamente i suoi nemici. Erano indeboliti, ma non abbastanza da negargli il divertimento che si meritava. Si accorse con sorpresa che gli avversari li superavano in numero. Non sarebbe stato un problema in ogni caso… Aveva gia’ dimostrato di poter vincere anche in inferiorita’ numerica. Accanto a lui prendevano posto un centinaio di Angeli Oscuri. Al loro fianco erano schierati i cinque distaccamenti di cavalieri dell’oblio, che non avevano subito nemmeno una perdita durante tutta la crociata. Infine la fanteria era stata divisa in due, posta alle estremita’ del campo di battaglia sinistra e destra. Avrebbe attaccato sui fianchi, mentre le truppe piu’ potenti avrebbero caricato frontalmente. Ed Ethin a qualche passo di distanza, piu’ indietro rispetto alla linea dell’esercito, gelida come solo lei sapeva essere, osservava senza interesse il flusso magico attorno alle sue braccia in forma di un fumo rilucente. Aveva in serbo qualcosa di molto speciale per gli ardesyani. Razka cavalco’ fino al centro della piana in cima al colle sulla quale si trovavano, imitato dal comandante nemico. Quando furono ad appena un metro di distanza, soli, si squadrarono con puro odio in una silenziosa e reciproca promessa di morte. Razka disse che se si fossero arresi avrebbero ricevuto una morte rapida. Il paladino rifiuto’, ed entrambi ritornarono ai loro schieramenti. Le trattative, specialmente durante una crociata come quella di Razka, erano solo una sciocca formalita’, ma alla quale nessuno sarebbe mai stato disposto a rinunciare. Dava l’idea di una guerra, e non di un massacro indiscriminato come quello che stava per avere luogo da li a un minuto.

Razka ordino’ la carica, e lo stesso fece il paladino. Durante la carica ciascuna singola anima degli ardesyani anelava a qualcosa, come volessero imprimersi nella mente una precisa immagine prima di morire. Una prima salva di frecce scoccate da un cospicuo contingente di arcieri elfici abbatte’ un centinaio di uomini, decimando gli Angeli Oscuri ma lasciando illesi i cavalieri dell’oblio, corazzati dalla testa ai piedi. Quasi tutti pensarono alla loro famiglia, mentre correvano incontro a quelle bestie di Kragen come se il tempo scorresse lentamente. La seconda salva fu diretta verso le due ondate di fanteria che si avvicinava pericolosamente, e ne abbatterono diverse centinaia. La terza salva colpi’ di nuovo i fanti, trucidandone un numero esorbitante. Erano quasi un migliaio le perdite di Kragen ancora prima che la battaglia cominciasse. I Krageniti no.  Essi pensavano solo ad uccidere.

L’impatto fu violentissimo. I cavalieri e tutte le truppe di assalto frontale cozzarono con una potenza inaudita contro le forze ardesyane, che, seppur ben armate, non potevano reggere il confronto con le inarrestabili macchine di morte che erano i cavalieri dell’oblio. Razka era fuori di se dalla gioia. Scese immediatamente da cavallo, lasciando che fossero i cavalieri ad occuparsi della cavalleria, e si getto’ tra i fanti nemici, squartandoli e facendoli a brandelli con il gigantesco spadone. Rideva cosi’ forte da poter essere udito chiaramente, mentre urlava ogni volta che un suo fendente andava a segno, mutilando brutalmente decine e decine di soldati per volta. Fece immediatamente appello ai suoi poteri oscuri, totalmente accecato dalla brama di uccidere, e, reggendo Korzhas in una mano, con l’altra traccio’ a mezz’aria una complessa runa demoniaca. Pronuncio’ una parola di potere, e la runa prese una forma eterea ma ben visibile. Pronuncio’ una seconda parola di potere, e dalla runa si sprigiono’ un fascio di fiamme violacee che consumo’ i nemici in linea retta davanti a se, consumandoli in un frenetico olocausto. Rideva ancora, visibilmente piu’ demonio che uomo, cosi’ tanto che in molti pensarono di fuggire via da lui, se non avessero avuto le gambe paralizzate dalla paura. Ma Razka smise di ridere presto, quando all’altezza del suo collo senti’ qualcosa di freddo e di metallico lacerargli la carne e uscire dalla gola. Si volto’ di scatto, furioso, ma la sua ira svani’ nel tempo che gli occorse per accorgersi che quello che l’aveva inutilmente pugnalato a tradimento era Praetorius, i cui uomini rimasti si erano uniti alla battaglia contro le forze dell’oscurita. Razka smise di massacrare inutili soldati, e rivolse tutta la sua attenzione al Malliano. Gli domando’ come mai fosse cosi’ ansioso di morire, e lui, sinceramente turbato dal pensiero che Razka fosse un essere immortale, non rispose niente, limitandosi ad assumere una posizione di guardia. L’Imperatore ghigno’ divertito e sadico al tempo stesso, dicendogli che avrebbe giocato con lui prima di cercare lo stupido paladino.

Il campo era un lago di sangue. Urla di guerra, di paura e di agonia risuonavano miste ad ordini ed incoraggiamenti, e i cadaveri di entrambe le fazioni giacevano ovunque. Ma non tutti erano destinati a farlo a lungo. Ethin stava recitando un lungo e complicato incantesimo, uno dei piu’ estremi segreti della necromanzia. Alcuni cadaveri si rialzavano in piedi, ma non combattevano come sarebbe stato lecito aspettarsi. Invece erano scossi da innaturali brividi, che lentamente facevano a brandelli i loro corpi, facevano cadere i loro arti, ed infine facevano esplodere loro il torace. Quel che rimaneva collassava nuovamente al suolo, mentre dalle loro bocche spalancate a causa di visioni terrificanti del mondo della morte, venivano esalati degli ultimi respiri, che si condensavano in forma di anime invisibili. Erano appena una decina, a causa della potenza che racchiudevano in loro, ma avevano la possibilita’ di annientare eserciti interi. Fluttuando lentamente sul campo di battaglia, comandate da Ethin stessa, sfioravano con la punta delle dita i soldati ardesyani, il cui cuore si fermava in un solo istante uccidendoli sul colpo.

Anche i paladini di Anthais tuttavia fecero ricorso alle loro ben note arti magiche, appellandosi al potere della luce. I loro colpi erano intrisi della forza degli Dei luminosi, ed erano in grado di spezzare i corpi e gli spiriti degli individui votati alle tenebre, in modo particolare i cavalieri dell’oblio. Le loro capacita’ erano identiche, e sebbene si scambiassero i loro colpi piu’ potenti lo stallo si risolse in un massacro. Sia i paladini di Anthais sia i cavalieri dell’oblio caddero uno dopo l’altro, tentando di prevalere anche a costo della loro vita, fino a che non un singolo cavaliere dell’oblio rimase in vita. Solo i generali restavano in vita, e solo unendo le loro forze riuscirono a sconfiggere i paladini rimanenti. Essi erano dotati di poteri straordinari, ma non seppero sopravvivere all’assalto combinato di cinque tra i piu’ potenti individui di tutti i continenti. Eppure, nonostante l’unione delle loro forze, Xtar e Caedes caddero in battaglia, e solo a costo della loro vita la minaccia dei paladini fu estinta.

I combattimenti continuavano a infuriare. Gli angeli oscuri stavano decimando la fanteria ardesyana, mentre i soldati krageniti erano stati ingaggiati dagli arcieri, che si erano armati con delle lunghe lame di foggia elfica che maneggiavano con maestria. I paladini erano ormai stati annientati, restava solo il comandante dell’esercito della luce, ma se ne sarebbe occupato Razka. Prima, pero’, doveva sbarazzarsi una volta per tutte di Praetorius. I due stavano duellando senza sosta da minuti interi. Razka mulinava divertito la colossale Korzhas, ma Praetorius riusciva agilmente a schivarla. Tuttavia i suoi contrattacchi erano troppo deboli perche’ potessero oltrepassare la corazza dell’Imperatore. Lo stallo fu quasi immediato, sebbene entrambi fossero molto concentrati. Lo scambio di colpi sembrava non avere mai termine, e Praetorius mostrava un’abilita’ straordinaria, cosi’ tanto che Razka riusci’ finalmente a comprendere la ragione per la quale riusciva sempre a portare a termine missioni impossibili. Che peccato, sarebbe stato uno dei migliori dell’impero, si disse mentre cercava di abbatterlo con un fendente mostruoso, rapidamente seguito da uno scatto proteso a toccarlo con la mano libera, fremente di potere oscuro. Lui riusci’ con maestria a scansare sia il fendente sia la mano protesa, si acquatto’ mentre si portava in avanti fuori dal raggio del mortale spadone e colpiva l’Imperatore al volto con una potente gomitata. Sangue usci’ copioso dal labbro spaccato di Razka, che rise mentre indietreggiava e riprendeva ad attaccare come se nulla fosse.

Nello stesso momento, Ethin fu disturbata. Senti’ le fredde lame di tre pugnali conficcarsi nella sua carne, e perse la concentrazione. Il suo controllo spirituale sulle anime dei defunti venne spezzato, ed esse svanirono, senza piu’ alcun legame terreno, e ritornarono per sempre nell’abisso. Non si prese nemmeno il disturbo di girarsi. La magia della morte flui’ dentro al suo corpo, ed i pugnali divennero cosi’ gelidi da non poter essere tenuti in mano. Gli uomini indietreggiarono spaventati, ed attesero per un lunghissimo istante che Ethin si voltasse. Sul suo viso cosi’ bello e cosi’ perfetto c’era l’ombra della morte, ed in quei glaciali occhi era scritta una silenziosa promessa di vendetta. Le sue vesti cominciarono a muoversi agitate da un vento impalpabile, mentre sollevava una mano tenuta a pugno verso i tre, inespressiva. Gli assassini esitarono. Solo uno scatto’ verso Ethin per colpirla con una lama avvelenata che aveva estratto da uno stivale. Ma non fece mai in tempo a raggiungerla. Dal pugno chiuso della lich si sprigiono’, senza nemmeno una parola di potere, un invisibile flusso magico a forma di freccia. Essa trapasso’ il torace dell’uomo senza aprirgli nemmeno una ferita. Ma dopo un secondo gli altri due lo videro tossire un grumo di sangue, accasciarsi per terra e vomitare, per poi morire ancora scosso da violenti conati. Gli altri due resistettero al soverchiante istinto di fuggire, si scambiarono un rapido cenno di intesa e si avventarono contemporaneamente su Ethin. La pugnalarono all’addome e al torace piu’ di una volta, ma lei non parve nemmeno accorgersene. Le sue ferite non sanguinavano nemmeno. E come se stesse scacciando un fastidioso insetto, allungo’ con semplicita’ la mano verso il volto di uno dei suoi due aggressori, e la chiuse sul suo volto. L’uomo urlo’, prima dalla sorpresa, e poi come se lo stessero scannando vivo. Si dibatteva freneticamente come un pesce appena pescato, mentre le dita di Ethin affondavano nel suo viso, sempre di piu’, fino a che la sua stretta non gli incrino’ le ossa del cranio. Dopo appena un istante, le dita della lich penetrarono nel cervello dell’assassino, e chiuse la mano a pugno spappolandogli il viso, per poi lasciarlo collassare a terra ad agonizzare per ancora qualche secondo prima che la morte gli portasse il suo sollievo. Per l’ultimo fu una visione troppo orrenda da sopportare e, urlando in preda al panico, si diede ad una fuga precipitosa. Non ando’ lontano. Ethin intreccio’ le dita delle mani e recito’ un breve incantesimo in lingua oscura, protese le dita verso il fuggiasco e pronuncio’ in un sussurro una tetra parola di potere. Il cuore dell’uomo esplose, e si accascio’ per terra senza un lamento, perdendo sangue da ogni suo orifizio. La crudele lich non si concesse nemmeno un sorriso, ma si volto’, si tolse i pugnali dalla schiena, e ricomincio’ a seguire la battaglia.

Praetorius era ormai allo stremo delle forze. Era coperto di ferite inflitte da Korzhas, e l’acido organico che la ricopriva aveva intaccato i suoi tessuti causando in lui delle emorragie inarrestabili. Anche Razka era stato raggiunto piu’ di una volta da svariati attacchi, ma non erano le ferite il suo problema, era la sua energia fisica e magica che cominciava a mancargli. Si sentiva stanco, e non si aspettava che proprio uno come Praetorius l’avrebbe fatto stancare. Fu un combattimento epico, senza esclusione di colpi, ma alla fine Praetorius non pote’ piu’ continuare. La vista annebbiata dalla perdita di sangue e il torpore delle membra, crollo’ sulle ginocchia davanti a Razka, tentando di respirare. L’Imperatore gli disse che il suo coraggio l’aveva reso degno di una morte onorevole e, col fiato corto, sollevo’ un’ultima volta Korzhas e la abbatte’ sul collo di Praetorius, che aveva sollevato lo sguardo e l’aveva fissato con odio, senza paura, per un’ultima volta, prima che la sua testa si staccasse dal suo corpo. Razka riprese fiato, e ghigno’. Era davvero “Il piu’ potente tra i mortali”.

La frenesia della mischia si spense progressivamente. I soldati rimasti erano pochi, per entrambe le fazioni, e quasi tutti erano esausti, al punto tale da combattere solo per forza di inerzia. Eppure ormai la sorte volgeva a favore dell’armata di Kragen, cui erano rimasti molti piu’ uomini e poteva ancora contare su truppe di straordinaria abilita’ come gli Angeli Oscuri, e su individui onnipotenti come Razka ed Ethin. Solo un piccolo contingente era rimasto agli ardesyani, comprensivo di alcuni arcieri e fanti, guidati dal loro comandante la cui fede sembrava incrollabile. Urlo’ alle armate delle tenebre di Kragen di farsi avanti, ed e’ esattamente quello che fecero dietro specifico ordine dell’Imperatore. Tutti coloro che erano rimasti si raggrupparono, e come fossero un unico uomo guidato da Razka caricarono, e soverchiarono l’ultima resistenza degli ardesyani. Il loro comandante si porto’ nella morte un numero spropositato di nemici, ma i colpi gli piovevano addosso da ogni parte, compresi quelli di Razka che aveva fatto ricorso ai poteri derivanti dal suo sangue demoniaco, per spingere il suo corpo a limiti estremi e sferrare colpi ancora piu’ devastanti. Il paladino mori’ in fretta, sopraffatto, ma non senza onore e non senza aver dato il suo massimo fino al suo ultimo respiro, massacrando decine e decine di Krageniti. Fu Razka ad infliggere lui il colpo di grazia, quando, ferito e sanguinante, cadde su un ginocchio. L’Imperatore infuse il suo potere demoniaco nel suo braccio, e colpi’ il paladino con un pugno di una violenza inaudita. Il suo guanto d’arme si piego’ a causa dell’impatto, mentre il comandante volo’ indietro per alcuni metri con le ossa del volto fracassate. Avrebbe agonizzato molto prima di morire, ma alla fine l’avrebbe fatto, e con lui sarebbero decedute anche le speranze di tutti gli ardesyani di poter vincere contro l’Imperatore Immortale e il suo invincibile esercito.

Knesya ed Anthais furono infine invase, e la loro popolazione civile fu massacrata senza pieta’, al fine di impedire che l’epidemia che aveva scatenato Ethin contagiasse anche i Krageniti. L’Imperatore scelse di accamparsi proprio a Knesya, per tutto il tempo che sarebbe stato necessario ai suoi soldati di ritemprarsi e sbrigare l’ultima formalita’ prima di mettere in ginocchio tutto il continente. Dopo due settimane l’armata di Kragen, decimata ma rimasta senza nemici degni di questo nome, si rimise in marcia dirigendosi verso Mallia. Li’ Razka trovo’ i cancelli spalancati, davanti ai quali li aspettava tutta la popolazione Malliana, disarmata, e con l’intenzione di arrendersi e di servire l’Impero fedelmente. Ma a Razka non serviva il controllo di Mallia. Ai Krageniti fu dato il semplice ordine di giustiziare ogni singolo Malliano, e di fare cio’ che preferivano e che potessero considerare come il premio per aver combattuto fedelmente al fianco dell’Imperatore. Una macabra gioia serpeggio’ tra i ranghi dei Krageniti, che mai furono piu’ felici di obbedire ad un ordine. Tutte le donne vennero violentate piu’ e piu’ volte prima di essere sgozzate, gli uomini subirono torture atroci, e le case furono saccheggiate tutte prima di essere date alle fiamme, insieme ai cadaveri orribilmente mutilati dei Malliani.

La crociata di Razka volgeva al termine. E dopo il saccheggio e la distruzione di Mallia, tramontava l’ultimo sole sulle libere terre d’ardesya, per sorgere il mattino seguente sull’Impero di Kragen, guidato da Razka, il dominatore di uomini, il conquistatore di continenti, l’Imperatore Immortale.

Ma non e’ lieto il finale di questa storia. Trascorsero diversi anni, durante i quali Razka guido’ la ricostruzione dell’ardesya devastata dai conflitti, e infoltiva nuovamente i ranghi del suo esercito per farlo tornare al suo splendore originale. I distaccamenti dei cavalieri dell’oblio, sotto l’esperta guida di Karnak, Wolken e Larkoal, divennero in breve tempo una forza schiacciante per chiunque nell’Impero. Anche Hesperax, affiancata da Quelcayra, dopo la crociata si prodigo’ per la diffusione del culto degli Dei del male e del governo delle terre ardesyane. Gli Angeli Oscuri erano rimasti in pochi, ma per Razka erano piu’ che sufficienti. Razka ed Ethin decisero di fare ritorno a Kragen, dopo aver lasciato gli stessi cavalieri dell’oblio a governare con il pugno di ferro sui territori conquistati.  Ethin fu a sua volta una guida preziosa per l’Impero, ormai diventato di dimensioni esorbitanti. Le fu assegnata una porzione di territorio da governare pari alla quasi totalita’ della superficie ardesyana. Proseguiva imperterrita i suoi studi, sembrava che la sua sete di sapere sulla necromanzia non avesse mai termine. Ma in fondo aveva tutta l’eternita’ per poterlo fare. Era di Razka il turbamento maggiore. Ed Ethin se ne rese conto quando fu troppo tardi. Si desto’, ma accanto a se non c’era la virile figura del suo imperatore. Si alzo’ dal letto, e vide che una lettera era stata conficcata con un coltello sul tavolino delle stanze imperiali. La lesse.

Mia amata e fedele Ethin…

Non posso piu’ sopportare questa situazione. Ho schiacciato sotto i miei stivali tutti i miei nemici, e sono sempre stato trionfante. Sono sempre stato cosi’ vicino ad avere in me la potenza di una Divinita’. Io sono l’araldo di Jekrom, del signore delle Tenebre, e solo un ostacolo si frappone tra me e il titolo di “Dio” che sto reclamando. Sto andando a spazzare via dalla mia strada quest’ostacolo, l’ultimo ostacolo tra me e l’assoluta onnipotenza. Sono sicuro che tu mi capirai, mia dolce Ethin. Non posso piu’ accontentarmi, non adesso. O il piu’ potente che cammina su questa terra, o nessuno.

Vincero’. E se non dovessi farcela, lascero’ tutto nelle tue mani. Il mio sogno non morira’ mai, e tu sei pronta per realizzarlo, nel nome di Jekrom. Ho fiducia in te, Ethin. Ti ho amata con ogni fibra che il mio corpo e la mia anima corrotta mi consentissero. Non dimenticarlo, ed io vivro’ in eterno.

Razka.

Quella stessa mattina, mentre il sole faceva capolino sull’impero piu’ grande che mai si e’ visto e mai si vedra’ nell’intero mondo, due demoni assetati di sangue si combattevano con una potenza che avrebbe ridotto in polvere qualsiasi essere umano. In cima a quella strana costruzione che sembrava provenire da un altro piano d’esistenza, dove era stato per la prima volta evocato, Eryandel si difendeva dagli attacchi feroci di Razka, e vi rispondeva scatenando la sua magia piu’ terrificante. Si batterono per intere ore, senza sentire la stanchezza, senza risparmiare nemmeno un colpo, senza avere nessuna pieta’ l’uno dell’altro. Su quella piattaforma sospesa nel cielo, il tempo aveva cessato di scorrere per i due demoni, che lottavano per la sopravvivenza, e per la supremazia. E proprio mentre negli occhi di Ethin si formava una singola lacrima, i dardi di tenebra scagliati dalla punta delle dita di Eryandel trafiggevano il torace di Razka trapassandogli tutti i principali organi interni. Tossi’ un grumo di sangue, ma trovo’ la forza di sollevare Korzhas ed abbatterla sul demone, troncandogli di netto il braccio con cui aveva lanciato il suo incantesimo. La lacrima di Ethin cadde sulla lettera, cosi’ come Razka crollava sulle ginocchia. Ed essa produsse un rumore che rieccheggio’ nella testa della lich all’infinito, cosi’ come all’infinito parve rieccheggiare per tutto l’impero l’urlo di agonia di Razka. Lassu’, in quel luogo dimenticato dagli Dei, moriva l’Imperatore Immortale, ed il suo corpo si dissolveva al comando di Eryandel, colui che gli aveva donato il potere, e colui che era riuscito a vincere per questa ragione.

Quando si sparse la notizia, i Krageniti impazzirono. Nessuno poteva credere a una notizia del genere, e se qualcuno avesse detto loro che il sole non sarebbe mai piu’ sorto, non sarebbero stati altrettanto sconvolti. Fu la condotta dura di Ethin a tenere tutti quanti in riga. Adesso era lei l’Imperatrice, e colei a cui tutti si sarebbero rivolti. Aveva imparato abbastanza da Razka, per sapere come farlo al meglio. Il suo Razka.

Dopo aver sistemato le cose, ed essersi accettata con metodi piu’ o meno drastici che i Krageniti non perdessero ulteriormente la testa, decise di andare nel luogo in cui il suo Razka era morto. Non nascose la sua sorpresa quando trovo’ Korzhas che giaceva abbandonata su quella piattaforma… Ed allora capi’ che cosa Razka voleva dirle nella sua lettera. Sebbene lei non ne fosse a conoscenza, Korzhas era cosi’ immensamente potente perche’ conteneva l’anima di Razka, che la rendeva viva. Non riusci’ ad impedirsi un gelido sorriso. Aveva ragione, sarebbe in ogni caso vissuto in eterno, si disse mentre rivolgeva un ultimo sguardo alla colossale arma demoniaca e si allontanava respirando malinconia. Prima o poi qualcuno l’avrebbe trovata, ed il suo amato sarebbe tornato alla vita. Ma intanto, aveva un impero da mandare avanti. Ed un fastidioso demone da annientare.

E cosi’ finisce la storia di Razka. Morto a causa della sua ambizione, dopo aver compiuto l’impossibile per chiunque altro.

Gli assedianti cominciarono a muoversi senza piu’ esitare, dirigendosi di corsa verso il portone principale.

La sua amata Ethin prese in mano il potere che aveva lasciato vacante, diventando la guida per migliaia e migliaia di esseri umani. Cosi’ ebbe inizio il dominio dell’inquietante regina dei lich.

Trenta metri.

Non si limito’ a questo. Ella, forte della sua invulnerabilita’ non morta, e del fatto che essa non dipendesse da Eryandel, diede la caccia nell’abisso a quel demone, trovandolo e battendosi con lui, in un duello in cui solo la magia sarebbe stata efficace. Un duello eterno, che non avrebbe mai visto un vincitore ne un vinto. La non morte contro l’immortalita’ demoniaca. Il gelo e il fuoco.

Dieci metri.

E Razka prima o poi sarebbe tornato. Aveva un sacco di tempo per aspettare lo sciocco che avrebbe posato gli occhi e le mani su Korzhas. Erano passati appena quindici anni, e gia’ si stava annoiando a morte.

Il portone fu sfondato producendo un fracasso indicibile.

“Kazansky. Adesso. Addio, Capitano.”

L’artigliere fece il saluto militare. Tom Kazansky premette il tasto per interrompere la registrazione, estrasse la cassetta, e la getto’ fuori da uno dei fori nelle pareti aperti a colpi di Railgun. Ed infine, chiudendo gli occhi e sorridendo con sollievo, spinse i pulsanti del prototipo, abbassando violentemente la leva. L’aria si riempi’ del rumore di energia che affluiva nella camera del prototipo in forma di plasma. Esso comincio’ a vibrare. Vibro’ per tre, cinque, dieci secondi. Ed infine, sovrastando le urla di incitamento che provenivano dai piani piu’ bassi, assieme a tantissimi passi che si avvicinavano di corsa, l’arma si sovraccarico’ del tutto, ed il plasma produsse un’esplosione di portata pari a quella di una bomba nucleare. L’artigliere, Kazansky e Rokhar, di sotto, furono inceneriti all’istante, insieme a quel migliaio di ribelli che aveva fatto irruzione, e che non ebbe nemmeno il tempo di urlare, ne quello di rendersi conto che la carne si staccava dalle loro ossa e si infiammava a mezz’aria.

Lo scheletro bruciacchiato di Kazansky era assolutamente inespressivo, e solo il teschio era riuscito a rimanere integro a seguito della distruzione e del crollo dell’edificio sperimentale della UAE. Ma se avesse potuto, persino quel teschio avrebbe esibito un sorriso liberatorio.

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venerdì, 01 agosto 2008,17:05

Ci svegliammo entrambi nello stesso istante, in piena notte, urlando con quanto fiato avevamo nei polmoni, scossi da violenti brividi di terrore. Tutto il Gorgoth attorno era il solo silenzioso spettatore, cosi’ come la zona paludosa davanti a noi, e quell’infernale tempio che incombeva. Era lontano, ma sembrava immenso, quasi a volerci far sentire piu’ piccoli e insignificanti.

Io e Hallen ci rivolgemmo uno sguardo tentando di riprendere la calma, ma nessuno dei due ancora osava parlare, ne tanto meno cercare di dormire ancora. Fu lui, dopo qualche minuto, ad esordire.

“… I nostri due scheletri divorati dalle fiamme … ?”

Lo interruppi immediatamente con un brusco gesto del braccio, come se questo potesse impedirmi di pensare al fatto che entrambi avevamo sognato la stessa cosa. “Non lo dire. Non una parola di piu’. Merda… Merda…”

Avevo nascosto il viso tra le mani, sconvolto e disperato, quando la mano di Hallen si poso’ sulla mia spalla e comincio’ a scuotermi vigorosamente. “Ehi ehi ehi! Ora non fare cosi’ per uno stupido incubo d’accordo? Non e’ normale lo so benissimo, ma in passato ci sono capitate cose ben piu’ strane e pericolose di un maledetto sogno. Non puo’ farci niente a parte guastarci un po’ il riposo. Mi hai capito?”

Silenzio. Un’altra scossa, gli occhi di Hallen puntati nei miei, fieri e determinati. “Mi hai capito?”

“… Hai ragione. Scusami… Non so cosa mi sia preso ad agitarmi cosi’. E’ solo che questo posto comincia ad essere inquietante…”

“E’ vero, ma vedrai che scopriremo tutto, anche questo. Ci basta solo entrare e… A proposito, credo che continuare a dormire sia fuori questione. Tanto vale che cominciamo ad avvicinarci, che ne dici?”

Annuii, ma senza rispondere nulla, e cominciai a mettere velocemente in ordine le mie cose e a preparare lo zaino, ed Hallen fece lo stesso. Dopo una decina di minuti eravamo in piedi, in piena notte, davanti alla palude rischiarata dalle stelle del Gorgoth. Ci guardammo, Hallen mi annui’ con un cenno di intesa e mi precedette, affondando lo stivale nel terreno paludoso, e vi sprofondo’ fino allo stinco, guardandosi attorno attentamente nell’oscurita’. Lo seguii un passo dopo l’altro, silenzioso ed immerso nei miei pensieri. Hallen invece parlava in continuazione, tentando di spezzare la tensione che si era creata con quell’orribile incubo. “Il livello del terreno paludoso si alza progressivamente vecchio mio. Di questo passo ci arrivera’ almeno ai fianchi. E non riesco a vedere nessun luogo solido dove poterci fermare, ma appena sorgera’ il sole sara’ tutto molto piu’ semplice.”

Gli annuivo meccanicamente, continuando a seguirlo senza fare domande. Piu’ mi avvicinavo a quella costruzione, piu’ crescevano l’ansia e l’inquietudine che gravavano sul mio cuore. Mi riscossi solo quando andai a sbattere contro la schiena di Hallen, che si era improvvisamente fermato. Solo allora mi resi conto che la luce dell’alba cominciava a rischiarare quella infernale distesa paludosa, che stavamo sprofondando nelle gelide sabbie mobili fino alla vita, e che ci eravamo avvicinati di parecchio al tempio. Distolsi immediatamente lo sguardo da esso, come se questo potesse evitare di farmi sentire cosi’ strano come mi sentivo da quando avevamo cominciato a vederlo. E mi accorsi, ora che ero fermo, che i muscoli delle gambe mi dolevano in modo insopportabile, dal troppo camminare in quel pantano.

“Mm” disse Hallen, mentre prendeva una siringa da un astuccio dello zaino e se la iniettava nel quadricipite “Se ho ben capito la conformazione di questo posto… Abbiamo appena attraversato una sorta di conca che si dev’essere formata al tempo del terremoto, e riempitasi di acqua sotterranea. Questo spiega perche’ prima il terreno era solido, e perche’ con tutta evidenza lo sta diventando anche piu’ avanti… Vedi laggiu’?”

Mi indico’ un punto davanti a se, che guardai senza reale interesse, mentre imitavo Hallen e mi iniettavo nel muscolo una siringa. Antidolorifici con sostanze che intensificano la produzione cellulare, dotazione standard delle forze armate. “Quei lembi di terreno piu’ scuri dovrebbero garantirci un po’ piu’ di solidita’. Possiamo accelerare la marcia, e soprattutto possiamo riposarci un po’, e vedere se riusciamo a dormire. Non ci manca piu’ molto, entro dopodomani al massimo saremo la dentro.”

E mi diede una pacca sulla spalla, per poi ricominciare a camminare di buona lena, nonostante la stanchezza, verso quei frammenti di terreno solido, cosi’ simili a briciole di pane che galleggiano nell’acqua.

Ne raggiungemmo uno dopo quasi un’altra ora di marcia. Era a malapena sufficiente perche’ noi due potessimo starci seduti, ma era rinfrancante poter rimettere piede su del terreno solido. Meno rinfrancante era che quel lembo di terra solida significava solo che ci stavamo avvicinando sempre di piu’ al tempio, nei pressi del quale il terreno tornava ad essere solido. Ad ogni modo ci ritemprammo per diverse ore, anche se nessuno di noi due aveva piu’ voglia di dormire. Hallen parlava a raffica. Mi raccontava di come andavano le cose nella sua citta’, ad Il’Zhar, delle sue sporadiche collaborazioni con il team scientifico cittadino, dei suoi agganci con le forze armate. Che, per inciso, era anche il modo in cui si procurava tutta quella roba, normalmente dotazione esclusiva dei membri dell’esercito del Tiranno. Ma io… Non riuscivo a dire piu’ una parola. Mi limitavo ad annuire, avvinto da un’angoscia che non posso spiegare, ora, come non sapevo spiegarla in quei momenti. Hallen se ne accorse, forse per questo continuava ad incalzarmi di chiacchiere, sperando di risollevare il mio umore, ma anche il suo. Tentai di chiudere gli occhi, ma non appena lo feci la mia mente venne investita da visioni inquietanti ed atroci. Nel solo tempo di un battito di ciglia, avevo visto la morte di centinaia di persone, tutte a me sconosciute.

Non potei far altro che riaprirli di scatto, scosso da brividi di terrore. Hallen chino’ il capo, come a mostrare che gettava la spugna di fronte a quel nemico cosi’ strano e imprevedibile, e si stese sul terreno senza riuscire a dormire, recuperando le forze e dandomi la schiena. Qualsiasi fosse la causa di quelle stranezze, ci stava mandando i nervi a pezzi ancora prima del previsto. Avrei voluto dire al mio amico tante cose. Cosi’ tante. Avrei voluto dirgli che gli volevo bene, che avevo bisogno di lui e del suo spirito, che gli ero infinitamente grato per i suoi tentativi di alleviare i miei mali, ma non riuscii a spiccicare parola. Avrei voluto abbracciarlo, traendo forza e conforto dal solo sentirci vivi.

Continuai a viaggiare con la mente per ore intere, senza rendermene conto. Hallen mi diede un leggero colpo sulla spalla, attirando la mia attenzione. “Abbiamo riposato abbastanza. Andiamo, sarebbe meglio raggiungere l’anello solido prima che tramonti ancora.”

Non annuii nemmeno. Come un automa mi alzai e mi misi in spalla lo zaino, seguendo Hallen nel suo cammino verso l’edificio.

Raggiungemmo la striscia di terra solida prima del tramonto, e ci accampammo in silenzio. Iniettammo nei nostri corpi i liquidi nutritivi, e ci coricammo con la testa poggiata ai nostri zaini. Quella notte non dormimmo affatto.

Il giorno seguente andammo piu’ veloci, dal momento che il pantano non costituiva piu’ un problema. Ma nessuno di noi due parlo’.  Quando il sole tramonto’ non eravamo ancora giunti, e mancavano circa altre tre ore di marcia prima di raggiungere l’ingresso del tempio, ora cosi’ vicino, cosi’ imponente, cosi’ maestoso… E cosi’ terrificante. Nemmeno quella notte dormimmo, e all’alba ci rialzammo, e ci guardammo in volto. Profonde occhiaie segnavano i nostri volti, e gli occhi erano un orrendo reticolo di rossi capillari esposti. Eppure trovammo la forza, e, dopo niente piu’ che un cenno di intesa, ci lasciammo alle spalle i chilometri che ci separavano dall’edificio. E finalmente, quasi come se ci avessimo messo appena qualche minuto, davanti a noi si erse l’enorme arco cosparso di rune che portava all’interno di quella costruzione maledetta. Non esitammo che per qualche secondo. Come fossimo una sola persona, entrammo. E ci lasciammo alle spalle tutto.

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venerdì, 25 luglio 2008,20:40

“Trovate tutto quello di cui necessitate su questo scaffale. Vi auguro una buona ricerca reverendo elfo.”

Sono passati quasi settant’anni da quando vive in mezzo agli uomini, ma ancora non riesce ad abituarsi ai loro modi di fare, al loro ingiustificati cambi di umore, alla loro societa’ e alla loro cultura. Reprimendo un moto di insofferenza lo ringrazia, e comincia a scansire lo scaffale della biblioteca con gli occhi, toccando appena le copertine con la punta del dito. Ecco, una senza titolo, c’era da aspettarselo. Di solito sono testi antichi, quelli senza titolo, e che siano pieni di idiozie o ricolmi di sapienza, val sempre la pena darci un’occhiata. La sua mano si chiude sulla copertina in pelle nera e logora del tomo, piuttosto sottile per gli standard di qualsiasi libro, e lo estrae dalla sua sede. Lo porta con se ad un tavolo isolato, ci si accomoda e comincia a sfogliarlo, immergendosi nella lettura.

 

Il mio nome e’ Teyrnon, e sono un sacerdote dell’unica vera Dea, colei che i viventi hanno dimenticato da tempo. Tu, o lettore, fa tesoro della mia storia, e non lasciare che essa si perda come la Dea nell’implacabile vortice del tempo. Leggila con mente aperta, e imparerai piu’ cose di quante tu possa immaginare.

Questa storia parla del tormento, della sofferenza, della diversita’ e dell’amore. Questa storia parla della profonda umanita’ che alberga dentro chiunque, parla del cuore di Yralesh, il canto della spada. Forse tu, lettore, hai gia’ sentito parlare di lui. E’ una leggenda dei tempi antichi, che ancora oggi continua a serpeggiare sulle labbra di tutti gli abitanti di Darkhaven.Ma lascia che ti dica, lettore, che non sai nulla. Non puoi conoscere il suo tormento, non puoi conoscere il suo dolore, il suo camminare sul filo di un rasoio per colpa di un destino che gli fu imposto. Impara, quindi.

Yralesh era un drow. Un elfo oscuro, quelli che la gente teme per la loro crudelta’, per la loro infamia… Ma che nessuno conosce davvero. Yralesh era uno di loro, nato e cresciuto nel sottosuolo, vissuto come solo un maschio drow senza alcun potere magico poteva vivere. E’ questa la ragione per cui la sua eta’ e tutta la sua storia, prima che cominciasse a camminare sulle terre di superficie, sono sconosciute. Ma da quando comparve, il suo nome divenne sempre piu’ noto per la popolazione.

Per la precisione, egli giunse a Darkhaven insieme ad una carovana di mercanti diretta verso le montagne, viaggiando in compagnia di un suo consanguineo, un incantatore di nome Nasharai, la causa principale della disgrazia che gravava sul suo cuore.

Yralesh era senz’altro un drow atipico. Viveva in mezzo agli uomini di Darkhaven, senza socializzare con loro, ma senza la consueta supponenza degli elfi oscuri nei confronti delle altre razze. Coloro che lo hanno conosciuto hanno detto che, come giustificazione, avesse addotto semplicemente che quella della superiorita’ razziale era una sciocca idea infondata del suo popolo.

Per certi versi egli sembrava piu’ un uomo introverso che realmente un drow. Passava le sue giornate in una taverna, come se stesse aspettando qualcosa o qualcuno. Studiava ogni volto, ogni persona che passava davanti a lui. Nessuno osava disturbarlo, era una figura troppo inquietante per rivolgergli la parola, a meno che non fosse una cosa seria come un’offerta per qualche lavoretto, dal momento che Yralesh visse per molti anni come mercenario. La gente ancora ricorda quegli occhi del colore del sangue, la pelle ebanica e i fluenti capelli argentei che carezzavano le sue spalle. Ancora ricorda la sua mezza armatura rossa, striata di grigio. Ricorda la sua morningstar appesa al fianco, e il suo spadone a due mani, che muoveva con letale grazia, e rendendo impossibile capire da dove arrivassero i suoi colpi. La gente ricorda il Canto della Spada, il Danzatore della Spada, la Danza della Morte. Perche’ sono tutti nomi che e’ stata quella stessa gente, a dargli.

Il crudele destino di Yralesh si rivelo’ molto presto, seppur in modo graduale. Quando era solo parlava ad alta voce con se stesso, quasi come fosse di fronte a un invisibile interlocutore. Ma non c’era nessuno davanti a lui, il suo interlocutore giaceva dentro di lui. E se prima questi monologhi venivano trattati da lui alla stregua di perdita delle proprie facolta’ mentali, con il passare del tempo, si costrinse a cambiare idea. Un momento era Yralesh, e il momento dopo era una belva assetata di sangue che, armato di morningstar, fracassava il cranio di chiunque si trovasse sulla sua strada. Cosi’ per lunghi anni il Danzatore della Spada convisse con la sua meta’ oscura, della quale non comprendeva nulla. Essa faceva accrescere a dismisura la sua frustrazione, per il non avere nessun potere di controllare cio’ che stava accadendo dentro il suo corpo. Yralesh non sopportava di non essere il padrone di se stesso, e la sua ira cresceva come un fiume in piena che minaccia di sfondare gli argini.

La sua sorte si appesanti’ ulteriormente, quando Damaera fece il suo ingresso nella sua vita. Una mezzelfa dal volto orribilmente sfregiato e coperto da una maschera, una sacerdotessa appartenente all’ordine delle vesti cremisi, dalla storia travagliata e misteriosa, e dall’indole scostante e violenta che avrebbe annientato praticamente chiunque. Ma il Danzatore della Spada non era un comune essere umano, anche lui aveva una storia misteriosa, anche lui combatteva contro una forza invisibile e immensamente potente, esattamente come Damaera.

Tutto accadde in quella taverna dove Yralesh trascorreva i momenti in cui la sua coscienza non lo abbandonava. Damaera fece il suo ingresso, ed egli la noto’ immediatamente. Era impossibile non notarla, dopotutto. Era una bellissima donna, dal corpo slanciato e coperto da una tunica color cremisi, una falce nelle mani, un corvo posato sulla sua spalla, e la maschera di metallo sul viso che la rendeva ancora piu’ truce di quanto non fosse. I due si scambiarono un solo sguardo, per un tempo interminabile, e alla fine lei gli si avvicino’. Il loro primo contatto non fu amichevole. Lei era di natura aggressiva, e il fatto che fosse davanti a un drow – lei, una mezzosangue – la rendeva ancora piu’ introversa. Non e’ mai stato chiaro a nessuno perche’ si fosse avvicinata ad Yralesh quel giorno, ma spesso l’istinto viaggia piu’ in fretta della ragione. Forse a causa del carisma magnetico del Danzatore, forse a causa del fatto che entrambi erano cosi’ tanto simili che nessuno dei due l’avrebbe mai ammesso. Lei lo scherni’, ma lui, che sapeva essere odioso come pochi, le rispose solo con un sorrisetto, e la invito’ al suo tavolo offrendole da bere.

Discussero brevemente punzecchiandosi, e si separarono senza nemmeno essersi presentati. Eppure entrambi sapevano che si sarebbero incrociati nuovamente.

Fu cosi’, in piu’ di un’occasione. Ora nella taverna, ora per le strade di Darkhaven, sembrava che un fato imperscrutabile volesse necessariamente unire i loro sentieri. Si conobbero, e scoprirono di piu’ l’uno dell’altro. Yralesh aveva ben poco da raccontare, e tenne segreta la sua personalita’ sempre piu’ preponderante, che in qualche modo Damaera riusciva a tenere a bada, senza saperlo. Ma la storia di lei si rivelo’ decisamente piu’ interessante. Era una sacerdotessa in fuga dall’ ordine delle vesti cremisi, che era sulle sue tracce, e da un passato corollato del sangue suo e di altri. Le cicatrici che deturpavano il suo volto le erano state inflitte quando era una ragazzina, da colui che fu il suo amante, che voleva perversamente che nessuno avrebbe mai potuto desiderarla. Ma commise un errore.

Yralesh si scopri’ incredibilmente attratto da lei. Non perche’ fosse piu’ bella di altre donne, ma perche’ il suo temperamento era in continua agitazione, come una fiamma, un fuoco rosso come le sue vesti che le bruciava dentro. E come l’insetto attratto dal calore del fuoco, cosi’ Yralesh, sorprendendosi, comincio’ a guardare Damaera con altri occhi. Non con quelli di scherno che erano in lui una costante, ma con occhi ammirati, rapiti.

Non riusci’ ad ammetterlo per molto – troppo tempo. E lo stesso valse per lei. Entrambi troppo ostinati e orgogliosi per mostrare qualsiasi genere di sentimento, sfiorarono lo scontro fisico piu’ di una volta. Ed ogni volta si separavano in tempo, andando ciascuno per la sua strada, mentre Yralesh poteva finalmente far esplodere la voce che gli suggeriva di uccidere, di sfogare la sua ira, di far cantare la sua spada fino a che non fosse stato coperto del sangue dei suoi nemici. E poi, a distanza di giorni, entrambi si rincontravano per caso, e tuttavia senza sorprendersene affatto.

Fu una di quelle volte, che accadde l’inaspettato. I due si incrociarono al piano superiore della taverna, lungo il corridoio che portava alle stanze. Si fissarono a lungo, per un intero minuto, guardandosi in modo ostile. Poi, senza dire una parola, Damaera si tolse la maschera e la getto’ a terra assieme alla falce, e si lancio’ tra le braccia di Yralesh, che la accolse traendola a se. Il viso di Damaera era davvero orrendo, ma a lui non importava affatto. In quel momento entrambi lo sapevano, erano preda dei loro istinti, che avevano infranto qualsiasi barriera. Le loro labbra si toccarono audaci, scambiandosi caldi e morbidi baci passionali, mentre le loro mani andavano ad esplorare il corpo dell’altro. Si desideravano follemente, ed entrambi lo sapevano perfettamente. Quella sera, per tutta la notte, si amarono animati da una foga che sembrava inesauribile, e si completarono, essendo un solo corpo e una sola anima.

Ma il loro idillio era ben lontano dall’essere realizzato. Il giorno seguente, tutto torno’ come era prima. Si provocavano, sfioravano lo scontro, e si separavano. Il Danzatore della Spada accumulava cosi’ tanta rabbia, cosi’ tanta violenza, da essere costretto a gesti estremi: feriva da solo il suo corpo, lacrime sgorgavano ininterrottamente dai suoi occhi, incapace di controllare le sue reazioni che sembravano in certi momenti dominarlo del tutto, ed incapace di rivolgere il suo pensiero lontano da Damaera. Piu’ di una volta provo’ l’intimo desiderio di trafiggere quel suo cuore, gravato prima dalla presenza sconosciuta dentro di lui, e poi anche da quella sacerdotessa mezzelfa che lo aveva completamente sconvolto. Ma in quei momenti tornava subito padrone di se, e partiva per villaggi vicini, ad uccidere.

Quello che cambio’ tutto avvene un giorno d’autunno come tanti altri. Yralesh era seduto a quello che ormai era diventato il suo tavolo alla locanda, davanti a se un numero imprecisato di boccali di birra, alcuni vuoti e alcuni pieni. Damaera fece il suo ingresso, e si diresse subito da lui. Non spreco’ nemmeno una parola di saluto. Gli disse che stava per partire, che non sarebbe mai piu’ tornata, e che voleva lasciarsi alle spalle tutto, lui compreso. Yralesh ascolto’ tutto il suo discorso senza parlare, il suo cuore pareva sul punto di esplodere. L’unica cosa che riusciva a fare, era trangugiare altro alcol, come se questo avesse potuto lenire i sentimenti che minacciavano di dilaniarlo. Si riscosse solo quando udi’ Damaera chiedergli un bacio. Si alzo’ e si baciarono teneramente, come mai era accaduto prima, abbandonati l’uno tra le braccia dell’altro. Il loro magico momento duro’ appena una manciata di secondi, ed infine Damaera si volto’, nascondendo gli occhi lucidi rimettendosi la maschera. Disse a Yralesh che non c’era nessuno migliore di lui, e queste parole furono il colpo decisivo per il drow. Attese qualche minuto, come pietrificato, seduto davanti ai boccali, poi si alzo’ di scatto e si lancio’ a cercare colei che amava. Lei doveva saperlo, doveva. Non l’avrebbe lasciata andare via cosi’, senza nemmeno una parola.

Perse del tempo per trovare un cavallo, e comincio’ a cercare la sua amata freneticamente. Non era una persona che passava inosservata, e molti abitanti di Darkhaven diedero le giuste indicazioni ad Yralesh. Uno disse anche che due misteriosi tizi vestiti di rosso, e con un cappuccio sulla testa, stavano cercando la stessa donna. Il Danzatore della spada sprono’ il cavallo a tutta velocita’, dirigendosi fuori da Darkhaven, e raggiungendo dopo alcune ore, all’imbrunire, il bosco ad ovest della citta’. Scese da cavallo febbrilmente e nemmeno lo lego’, si mise a correre a perdifiato all’interno della foresta finche’ non ci si fu addentrato del tutto. Li sfodero’ la spada e l’aria si riempi’ del suo sibilo sinistro. Chiuse gli occhi, ascoltando. Il vento muoveva le foglie con cadenza quasi regolare, e tutto era reso surreale dalla lattiginosa luce  rossastra del tramonto. Ma quelli non erano gli unici rumori. Yralesh si concentro’ ulteriormente, lo spadone stretto nel pugno, fino a che non giunsero alle sue orecchie delle voci maschili, ed una voce femminile, quella di Damaera. Restando al riparo tra gli alberi si mosse rapidamente verso le voci, e raggiunse dopo alcuni minuti una piccola radura, quasi completamente oscura. Meglio cosi’, si disse, lui avrebbe potuto vedere bene anche nell’oscurita’ piu’ fitta.

Erano in quattro, con indosso gli stessi vestiti di Damaera. L’avevano accerchiata, ed avevano le armi in pugno, sebbene stessero ancora parlando. Yralesh tento’ di ascoltare la loro conversazione, ma sebbene sentisse distintamente le loro voci da dietro l’albero che fungeva da suo riparo, non riusciva a concentrarsi nemmeno per un istante. Il suo cuore pompava incessantemente sangue al suo cervello, facendogli pulsare le tempie, gli occhi sgranati e i muscoli tesi allo spasmo, pronto a scattare al primo segno di pericolo. Nessuno fece caso a lui, e questa fu la causa della loro morte.

Dopo appena qualche minuto, le falci dei quattro sacerdoti delle vesti cremisi si sollevarono, pronte ad abbattersi su Damaera che aveva assunto una posizione di guardia. Yralesh scivolo’ velocemente verso i due che le stavano alle spalle, senza preoccuparsi di essere silenzioso. Lo udirono, ma era troppo tardi. La sua spada aveva cominciato a cantare, e non avrebbe smesso fino all’annientamento dei suoi nemici.

Appena fu uscito dagli alberi si lancio’ contro il primo sacerdote, chinandosi su un ginocchio non appena gli fu a un metro di distanza. Quello fece appena in tempo a voltarsi, prima che lo spadone del drow gli troncasse entrambi gli arti inferiori con una spazzata bassa. Collasso’ per terra urlando di dolore e spruzzando sangue ovunque sulla radura, mentre gli altri tre emisero un grido allarmato. Damaera ne approfitto’, e comincio’ a battersi con i due che aveva di fronte. Il terzo calo’ la falce su Yralesh. Ma il suo colpo ando’ a vuoto, conficcandosi nel terreno. Yralesh, sfruttando la sua posizione, si era dato una leggera spinta ed era rotolato lateralmente, schivando il colpo. Si raddrizzo’, restando inginocchiato, mentre il suo avversario aveva estratto la falce dal terreno e tentava un violento fendente verso il drow. Questo gli getto’ lo spadone alle spalle facendolo strisciare tra l’erba, mentre al tempo stesso scattava in avanti con una specie di tuffo, portandosi prima fuori dall’arco mortale della falce e dopo dietro al sacerdote. Esso tento’ di voltarsi, ma era troppo tardi. Yralesh aveva gia’ recuperato lo spadone mentre ancora strisciava per terra, e l’aveva abbattuto verticalmente sulla spalla del sacerdote, mentre si rialzava. Un getto di sangue lo raggiunse in viso, mentre i lamenti agonizzanti del secondo caduto riempivano le orecchie dei sopravvissuti. Ora era in piedi, e si volto’ verso Damaera. Stava faticando molto contro due avversari, e interveni’ nuovamente. Non lo decise realmente, e’ piu’ esatto dire che il suo corpo si mosse da solo, per salvare l’unica vita di cui gli fosse realmente importato, nei lunghi anni che aveva vissuto.

Si mise al fianco della mezzelfa e, con un’abile manovra, ingaggio’ uno dei due sacerdoti rimasti, staccandolo da Damaera. Lo incalzo’ allontanandolo ulteriormente, e, non appena ebbe abbastanza spazio, comincio’ a muoversi in modo ipnotico con dei piccoli passi disordinati ora a sinistra, ora a destra, mentre roteava lo spadone sopra la sua testa, attorno ai fianchi, orizzontalmente e verticalmente.  Ci vollero solo pochi secondi per confondere il sacerdote, che quasi non si accorse che Yralesh si era portato affianco a lui e aveva trapassato il suo torace con la lama, infilandogliela tra le costole. Lascio’ cadere la falce, e l’ultimo rumore che udi’ prima di sprofondare in una morte orribile fu il sordo schiocco delle sue costole che si spezzavano, mentre Yralesh girava l’acciaio dentro le sue carni.

Estrasse lo spadone con uno strattone dal torace dell’uomo dilaniato, e si volto’ verso Damaera appena in tempo per vederla decapitare l’ultimo sacerdote con un colpo di falce. Si diresse a passo lungo verso l’uomo a cui aveva tagliato le gambe che tentava di strisciare via sulle braccia, e gli inchiodo’ il cranio con lo spadone al suolo, perforandoglielo. Si dibatte’ in modo spasmodico un paio di volte, poi rimase immobile. E la sua spada smise di cantare. La rinfodero’, e non fece in tempo a dire nulla che gia’ Damaera, che versava lacrime di gioia, gli aveva gettato le braccia al collo, stringendolo a se in modo febbrile, come a non volersene separare mai piu’. Ora tutti e due sapevano. Tutti e due espressero, in quell’abbraccio e nel lungo bacio che si scambiarono in quella radura, cio’ che con le parole non avrebbero mai potuto fare. E tornarono verso Darkhaven, silenziosi, consapevoli di cio’ che erano e cio’ che sarebbero sempre stati.

Ma il tormento che agitava il cuore di Yralesh era ancora lungi dallo sparire…

A minacciare una calma interiore cosi’ faticosamente conquistata, giunse dal sotto suolo una delle sue sorelle, la primogenita, una sacerdotessa. Il suo nome era Aneyrin, ed Yralesh non seppe mai cos’era venuta a fare, in superficie. Se era venuta a riportarlo indietro, non aveva mai dato segno di volerlo fare, e se era venuta per ucciderlo, nemmeno di questo aveva dato segno. Apparentemente, aveva incontrato Yralesh per puro caso, e l’aveva schernito. I due si detestavano profondamente, e il Danzatore della Spada, oltre a dover sopportare la presenza di lei, non sapeva nemmeno attribuirvi una causa, e cio’ contribuiva a fomentare la sua rabbia e il suo odio verso di lei, che, in qualche modo, riusciva sempre ad essere ancora piu’ odiosa di lui. Yralesh sfogava i suoi sentimenti e la sua violenza ferendo il suo corpo, profondamente. Ormai tutto il suo torace era stato aperto almeno una volta.

Alla fine, dopo interminabili incontri piu’ o meno casuali con Aneyrin, la quale sembrava sapere piu’ cose di quanto era lecito aspettarsi al riguardo di Yralesh, quest’ultimo si convinse che doveva essere giunta in superficie per conto della matrona, a compiere chissa’ quali grandi opere di conversione e di sottomissione. In questo modo riusci’ a placarsi prima che la sua anima rovesciasse completamente il suo corpo, ma la sorella aveva dato in via ad un processo di depravazione molto pericoloso. La sua stessa presenza sembrava scuotere le stesse fondamenta del suo corpo, e il suo odio andava a nutrire quell’ospite invisibile e niente affatto silenzioso.

Le manifestazioni della presenza che infestava il suo corpo cominciavano a farsi sempre piu’ frequenti, e sempre piu’ difficilmente controllabili. Fu quasi per caso che un giorno ad Yralesh torno’ in mente Nasharai, e le invocazioni a chissa’ quale oscura potenza che salmodiava nel bel mezzo della notte con voce sommessa. Ci riflette’ brevemente: Nasharai era un incantatore praticante di magia nera, e prima di viaggiare insieme a lui non aveva mai avuto alcun problema simile… Si disse che doveva necessariamente essere vittima di una qualche diavoleria magica o di un maleficio, e cosi’ senza avvisare ne’ Damaera, ne’ tanto meno Aneyrin che da qualche giorno era scomparsa, si mise in viaggio.

Era diretto verso il villaggio in cui avevano sostato prima di separarsi. L’ultima notte che avevano trascorso insieme. Nasharai si era staccato dalla carovana e si era diretto verso nord. Con un po’ di fortuna, pensava il drow, l’avrebbe ritrovato ancora li.

Ebbe buona memoria, e localizzo’ quel piccolo villaggio senza finire fuori rotta dopo una settimana di viaggio a cavallo, da Darkhaven. Li si diresse nella locanda, per delle informazioni e per un pasto caldo, e fu compiaciuto nell’accorgersi che il taverniere di cosi’ tanti anni prima non era ancora morto. Soddisfatto, ebbe il tempo di fare con lui una lunga chiacchierata, scoprendo che Nasharai viveva ancora arroccato sulle montagne, come un eremita, e che lo si vedeva solamente ogni mese o due, quando tornava per comprare cibo e altri materiali che, evidentemente, servivano lui per studi di magia. Il drow ceno’, si fece spiegare la strada dal vecchio, e si allontano’ nella notte, mentre la pioggia batteva incessantemente sulla sua corazza.

Il sentiero che portava al rifugio di Nasharai era ripido e impervio, e con la pioggia era assolutamente fuori questione riuscire a salire con il cavallo. Cosi’, un piede dopo l’altro, Yralesh comincio’ la sua ascesa verso il suo passato, il suo presente, e forse anche il suo futuro, lacerato da quell’anima all’interno della sua, che lo straziava come se volesse farsi strada con gli artigli fuori dal suo corpo.

Giunse sull’altopiano dove prendeva posto la capanna di Nasharai solo dopo diverse ore. E ce lo trovo’ li, davanti alla porta a braccia incrociate, come se lo stesse aspettando. Non era invecchiato di un solo giorno. Senza troppi preamboli i due entrarono, Yralesh si tolse la sua roba fradicia e Nasharai gli forni’ degli abiti asciutti. Cominciarono a discutere, e Nasharai spiego’ con calma, e con un barlume di insanita’ negli occhi, cosa era successo. Soddisfo’ ogni curiosita’ di Yralesh, rivelandogli che mentre avevano viaggiato insieme, aveva trasmigrato l’anima di un potente lich, Zharak, defunto 2500 anni prima, all’interno del suo corpo in modo che si rigenerasse e che avesse potuto finalmente tornare tra i vivi. Sorprendentemente il Danzatore della Spada non si infurio’. Accolse la notizia freddamente, pensando a cio’ che poteva fare. Nasharai non mentiva, se ne sarebbe accorto facilmente. Ma non poteva nemmeno perdonarlo cosi’ facilmente per aver usato il suo corpo in questo modo. E d’altronde, l’aveva allettato con la promessa di un potere al di la’ di ogni immaginazione…

Le sue meditazioni furono interrotte dalla voce pacata, ma impaziente, di Nasharai, il quale gli disse che il rituale per risvegliare Zharak si sarebbe tenuto la notte successiva, per una favorevole posizione della luna. Cosi’ alla fine Yralesh, ben dopo l’alba, finalmente si corico’ sperando che il sonno gli avrebbe portato consiglio, ma fu nulla piu’ che un riposo tranquillo e, sorprendentemente, senza sogni.

Si desto’ che il sole era gia’ tramontato, e una luna rosso sangue splendeva inquietantemente nel cielo nero come la pece. Raggiunse Nasharai, che gli chiese se aveva deciso. Yralesh rispose che avrebbe accettato qualsiasi cosa, pur di togliersi quel dannato da dentro al corpo. Nasharai rise, annui’ soddisfatto, e spiego’ cosa avrebbe dovuto fare per portare a termine il rito. E in quel momento, il Canto della Spada comincio’ a danzare. La richiesta di Nasharai era quella di sacrificare la vita di Damaera. Yralesh non aveva atteso nemmeno un istante, prima di sfoderare lo spadone e di gettarsi silenziosamente sull’incantatore. Il duello fu lungo ed aspro, entrambi avevano la massima padronanza delle loro rispettive abilita’, ma alla fine fu Yralesh ad avere la meglio.

Nasharai scelse infine di sacrificare la propria vita al fine di trasmigrare Zharak di nuovo tra i viventi, e si getto’ dall’altopiano, urlando. Yralesh, gia’ abbastanza sconcertato, dovette deglutire piu’ e piu’ volte quando, dopo aver sentito un dolore straziante nel petto ed essersi piegato in due dalla sofferenza, si vide davanti l’immagine non morta, ma praticamente identica alla propria, di Zharak.

Fu un duello impari, senza esclusione di colpi, entrato ormai nella leggenda e cantato ancora oggi dai bardi. Si narra che duro’ un intero giorno, ma e’ falso. Alla fine di quella orrenda notte, Yralesh restava da solo su quell’altopiano fuori dal mondo, vincitore, libero dal controllo di quell’abominio. E finalmente, ferito, con la corazza ridotta a brandelli, perdendo sangue, ma con il cuore ora piu’ leggero, fece ritorno dalla sua amata Damaera. Ricongiuntisi, i due partirono, andarono via da Darkhaven, forse ad annientare l’ordine delle vesti cremisi, e non fecero mai piu’ ritorno. Anche Aneyrin, evidentemente non a caso, spari’ dalla citta’ e non torno’ piu’.  Nessuno senti’ mai piu’ parlare ne’ di Damaera, ne’ del Canto della Spada. Resta solamente il ricordo, di lui, e del suo cuore, forse il vero protagonista della sua vita.

Ora va, lettore. Il mio compito e’ terminato, insieme alla mia esistenza. Non hai piu’ nulla da imparare, da queste pagine. Non dimenticare mai che cosa contengono. Contengono una vita, che vivra’ in eterno. Non dimenticare.

Del sangue imbratta completamente il resto della pagina, e quella affianco. Tutte le altre, sono inesorabilmente bianche.

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venerdì, 04 luglio 2008,22:43

Non si poteva chiamare aeroporto. Cio’ in cui ci trovammo appena scesi dall’aereo, dopo averlo cambiato ben tre volte, era nulla piu’ che una singola pista di atterraggio piazzata per chissa’ quali imperscrutabili ragioni in mezzo al Gorgoth. Non c’erano edifici, non c’erano negozi, non c’era una torre di controllo. Dalla pista di atterraggio non si vedeva altro che uno sterminato deserto, e qualche villaggio nella parte piu’ esterna di esso. Ma verso il suo interno, la desolazione la faceva da padrona.

Allontanandoci dalla pista io e Hallen fummo subito presi di mira da diversi gruppetti di abitatori del deserto, principalmente beduini, ansiosi di darci un passaggio nelle loro jeep a prezzi esorbitanti. Ne io ne lui ne fummo sorpresi, erano scene fin troppo comuni nei luoghi piu’ arretrati del mondo, come quello in cui avevamo appena messo piede.

Fu Hallen a parlare per entrambi, e a tirare sul prezzo gesticolando in modo frenetico, ora con uno ora con l’altro. Era meglio cosi’, in fondo lui era gia’ stato qui e sapeva dove andare e come agire. Furono venti atroci minuti di trattative sotto il sole, durante i quali l’aereo era ripartito assordandoci e sollevando una quantita’ imrpobabile di sabbia. Di certo il viaggio non iniziava nel migliore dei modi, anche se queste prime difficolta’ ammetto che mi abbiano fatto rivivere i tempi passati, in cui ogni mese, se non ogni settimana, io e Hallen ci trovavamo sperduti in qualche angolo del mondo, stanchi sporchi ed affamati. Ma a noi piaceva cosi’.

Fu Hallen a riscuotermi dal mio tuffo nel passato, dandomi un colpo alla spalla con il dorso della mano. “Sudmahel qui dice che si puo’ fare per quaranta crediti! E a occhio e croce la sua jeep e’ quella messa meglio delle altre… Ed in piu’ sembra che sappia esattamente dove deve portarci, il che ci fa risparmiare molto tempo! Al villaggio di Ahkl… Ashkl… Non lo so, lo sa lui.”

Mi voltai verso di lui, e vidi il suo sorriso splendente a trentadue denti, che spiccavano decisamente con la pelle nerissima del suo viso. “Hallen…”

“Mmmmh??”

“Lui non si chiama affatto Sudmahel, vero…?”

“Ma che ti frega come si chiama, monta in macchina su! Non sto piu’ nella pelle!”

Non mi rimase altro da fare che scuotere lentamente il capo e seguire Hallen e la nostra nuova guida fino alla jeep. E sebbene mostrassi, come avevo sempre fatto, un certo disappunto per il modo di fare troppo esuberante di Hallen, gli ero silenziosamente grato per com’era, e non l’avrei cambiato per nulla al mondo. Siamo stati da sempre cosi’ complementari, che ho spesso pensato che sia questa la ragione della nostra cosi’ lunga e fruttuosa collaborazione. Lui e’… Era istintivo e incosciente dovunque io fossi ragionato e prudente, e viceversa.

La jeep era pochi metri piu’ indietro. Una di quelle auto di tipo militare che si usavano fino a vent’anni fa, senza tettuccio. Ma sarebbe andata bene comunque, a patto che funzionasse certo. Salimmo, e il nero si mise alla guida, cominciando a parlarci nella sua lingua nativa che noi naturalmente non capivamo. E nonostante tutto Hallen gli annuiva con estrema convinzione. Quello apri’ il cassetto portaoggetti della jeep e ne tiro’ fuori un paio di occhiali che assomigliavano vagamente a quelli in uso dagli aviatori, mettendoseli in viso. Ne getto’ un paio anche a noi due, ingiungendo qualcosa ad alta voce, come se non lo sentissimo perfettamente, e continuo’ a imprecare finche’ non ci decidemmo a metterceli. Ficco’ una mano sotto il sedile e ne estrasse un cappellaccio verdastro a tesa larga, calcandoselo bene in testa. Giro’ la chiave.  E mentre il motore rombava prepotentemente sotto di noi, sfrecciammo in pieno deserto lasciandoci alle spalle l’unica ancora che avevamo per fare ritorno nel “nostro mondo”.

Il calore era insopportabile fin dai primi minuti, e la sete ebbe presto ragione di noi, sebbene il nero sembrasse non risentirne affatto. La sabbia sollevata dalla jeep sferzava imperiosamente il nostro viso, e l’aria era irrespirabile. Ma non era certo il primo deserto che affrontavamo. Dopo alcune ore di viaggio, sia io che Hallen frugammo nel nostro zaino e ne estraemmo una siringa ciascuno, contenente un liquido della consistenza del mercurio di colore bluastro. Era la geniale invenzione del 2030: nutrimento e sopravvivenza in una sola siringa. Un’iniezione poteva idratare il corpo come se si fossero ingeriti litri d’acqua, e saziarlo per 24 ore. Hallen domando’ al nero di fermarsi per un minuto, il tempo che potessimo iniettarci nelle vene il liquido, e poi gli disse – gli gesticolo’ – di ripartire.

Quando scese la notte, ed il freddo con essa, Sudmahel, o qualunque fosse il suo vero nome, fermo’ la jeep proprio in mezzo al Gorgoth a ridosso di una duna, e scese dalla macchina urlandoci dietro nella sua lingua natia, scendendo dall’auto e andando ad aprire il bagagliaio posteriore, estraendone un telo immenso. Gli servi’ parecchio tempo per riuscire a stenderlo uniformemente fino a coprire tutta la superficie della jeep, assicurandolo tramite dei ganci e delle borchie. Bofonchio’ ancora qualcosa, tiro’ indietro il suo sedile e, dopo essersi levato gli occhiali, ma curiosamente non il cappello, chiuse gli occhi e si mise a riposare. Io e Hallen ci guardammo con aria di intesa, e dopo poco lo imitammo, trovandoci una posizione comoda in quello spazio angusto.

Procedemmo cosi’ per tre giorni, senza intoppi e senza incrociare alcuna forma di vita, il che era decisamente impressionante. Ma infine giungemmo. Era un piccolo villaggio fatto di tende attorno a un’oasi, senza strade o altro. Assomigliava piu’ ad un accampamento che a un nucleo urbano vero e proprio… Ma ad ogni modo, a giudicare dall’entusiasmo di Hallen, era il posto giusto. Scendemmo, e mentre Hallen pagava e ringraziava il nero, lasciandogli anche qualche credito in piu’, io osservavo tutti i volti curiosi che avevano fatto capolino dalle tende per guardarci. Li salutai distrattamente, ma in modo amichevole, attendendo il mio compagno per prendere il primo contatto. Quando Sudmahel si fu dileguato Hallen mi raggiunse, e mi prese per un braccio conducendomi con sicurezza verso una delle tende. “Eccoci qua, questo e’ il ‘villaggio’ dal nome impronunciabile! Lascia perdere tutti quanti che o non sanno o non parlano, andiamo direttamente da quello che l’ultima volta mi ha fornito piu’ informazioni. Mi riconoscera’ vedrai.”

Sollevo’ un lembo della tenda davanti alla quale mi aveva portato, e biascico’ qualcosa guardando all’interno. Pochi secondi e ne usci’ un vecchio dinoccolato, dai lunghi capelli grigi e una barba altrettanto lunga, ma nera. Gli occhi curiosi saettarono su di me, poi si fermarono su Hallen e le sue labbra si piegarono in un sorriso. Hallen gesticolo’ e biascico’ qualcosa senza nessun senso, un misto improbabile del loro linguaggio misto al nostro, ma conosceva una parola ben precisa della loro lingua, e nel sentirla il vecchio si irrigidi’ stringendo gli occhi e mormorando qualcosa, forse uno scongiuro.

Hallen fu imperterrito nelle sue richieste, per quanto confusionarie. Prese una delle sue mappe e la spalanco’ davanti al vecchio, facendogli cenno di indicargli la strada. Il vecchio esito’ a lungo, prima di puntare un dito ossuto su, apparentemente, un luogo qualsiasi sperduto del Gorgoth. Hallen si affretto’ a segnare quel punto con una croce, impugnando un pennarello che estrasse dalla tasca. Tento’ di chiedergli ancora qualcosa, ma per tutta risposta il vecchio gli poso’ la mano sulla testa con fare paterno, e mormoro’ alcune secche parole come fossero una benedizione. Ma la sua voce era tutto fuorche’ incoraggiante… Piu’ che una benedizione, la sua aveva il tono di un’estrema unzione. Fummo sgomenti e inorriditi nel sentirlo, improvvisamente, parlare la nostra lingua mentre rientrava nella tenda, senza guardarci. “Addio stranieri. Gli Dei abbiano pieta’ della vostra anima.”

Persino Hallen mi sembro’ abbastanza scosso, mentre fissava la schiena del vecchio scomparire dietro la tenda. Si riavvicino’ a me, ed entrambi rimanemmo silenziosi per alcuni secondi, lui ancora con la mappa in mano, segnata nel punto esatto dove avremmo dovuto recarci. E fu lui, ovviamente, a spezzare il silenzio. “Hahah, te l’avevo detto vecchio mio che non ne parlano volentieri! Ehi, lo so a cosa stai pensando eh, la tua famiglia e tutto il resto. Ma andiamo, non e’ la prima volta che ci sentiamo rispondere cosi’ da qualcuno di troppo superstizioso. C’e’ Hallen che ti protegge.”

Mi strappo’ un sorriso. “Ora si che mi sento sollevato. Dai andiamo, temo che ci sara’ molto da camminare.”

La nostra marcia nel Gorgoth non fu come mi aspettavo. Camminare in quell’inferno di sabbia, che ad ogni colpo di vento arido ci accecava, sotto il sole cocente senza cibo e senz’acqua fu massacrante, ma non pericoloso. Di giorno ci nutrivamo con le siringhe, che fortunatamente potevano bastarci per un mese, di notte dormivamo avvolti nei nostri sacchi a pelo. Non parlammo molto, Hallen era totalmente concentrato sul percorso da seguire. Sapeva bene che orientarsi era fondamentale, se volevamo sopravvivere, e lo sapevo anch’io, per questo non lo disturbai. Quando ci fermavamo ne approfittavamo per ricordare le nostre avventure passate, io gli raccontai della mia famiglia e dell’amore per mia moglie. Gli dissi quanto gia’ mi mancavano, e poi, non riesco a ricordare come, finimmo a parlare della nostra societa’, dell’ascesa del Tiranno, e di come la vita fosse cambiata da allora. Cio’ si ripete’ per i successivi sei giorni di cammino, fino a che, al tramontare del sesto, intravedemmo in lontananza l’inquietante sagoma del tempio che stavamo cercando, inquietantemente illuminato dagli ultimi raggi di sole ormai prossimi a svanire. Era una costruzione imponente, mastodontica e squadrata. Non assomigliava a nulla che avessimo mai visto, aveva una strana forma piramidale, ma troppo squadrata per essere una piramide. Si sviluppava su piu’ livelli, e ciascun livello era collegato agli altri tramite degli archi di pietra, che davano quasi l’idea che tutta la struttura fosse avviluppata da massicce corde. Era… un terribile incrocio tra una piramide, uno zigurrat e un mausoleo.

Ma prima di raggiungerla avremmo dovuto attraversare quell’infernale massa ribollente di sabbie paludose. In quel momento avrei voluto essere eccitato come lo era Hallen, ma tutto cio’ che provavo era una sensazione terribile che gravava sul mio cuore e sulla mia stessa anima, un oscuro presagio di sventura… Ma alla fine, il sonno ebbe la meglio anche su di me, e ci addormentammo in silenzio.

by Razka | commenti | commenti (popup)
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lunedì, 30 giugno 2008,01:40

Il mezzelfo entro’ nella taverna, e gli parve di aver messo piede nell’Abisso. Schiamazzi, urla e imprecazioni la facevano da padrone, uniti alla lascivia di alcune cameriere fin troppo facili, alla luce fioca proveniente dal solo caminetto posto in fondo alla sala comune. La gia’ scarsa illuminazione era smorzata dalle fitte volute di fumo delle pipe di molti avventori, fumo che entrava nelle narici del mezzelfo causandogli un fastidio non indifferente.

Egli rimase comunque inespressivo davanti a tutto cio’. Si limito’ a camminare verso il grande tavolo posto al centro della stanza, attorno al quale erano seduti almeno una trentina di uomini e donne che consumavano birra, finita in gran parte sul legno del tavolo. Il mezzelfo si fece strada fino al tavolone, ed appoggio’ un piede fasciato da uno stivale nero riccamente decorato in oro su una delle panche, si tolse dalla spalla il suo fodero, e ne estrasse una lira di medie dimensioni, prima di salire in piedi sul tavolo. Incurante degli sguardi a lui rivolti, delle facce interrogative dei presenti, di alcuni altri che commentavano i suoi vestiti neri decorati in oro, sovrastando il caos che lentamente si andava affievolendo, il mezzelfo pizzico’ le corde della lira e comincio’ a suonare una breve melodia ammaliante, che in breve catturo’ l’attenzione di quasi tutta la taverna. Solo dopo alcuni secondi comincio’ a parlare, la voce dal timbro basso e magnetico, eppure piatta e totalmente priva di qualsiasi emozione.

“Questa storia parla di liberta’ signori. Parla di liberta’, di amore, di disperazione. Parla di una vita oscura, vissuta nella carne e nel sangue dei suoi nemici. Questa storia parla di Koryu il felar, lo Spirito Libero.”

Fece una breve pausa, durante la quale la sua melodia di lira si fece piu’ bassa e piu’ lenta. Riprese la sua narrazione senza attendere oltre.

“Rapito assieme ai suoi fratelli quand’era nulla piu’ che un ragazzino da appena tre stregoni, assistette impotente alla distruzione della sua piccola casa, in un anonima foresta, dispersa nel mezzo del nulla, alla distruzione della sua intima felicita’. Assistette impotente al massacro indiscriminato dei suoi creatori, prima di essere portato via senza avere il tempo di versare nemmeno una lacrima per tutto cio’ che aveva perduto nell’arco di un minuto. Perse i sensi, a causa dell’ennesimo maleficio dei suoi torturatori, e il suo risveglio segno’ l’inizio della sua nuova esistenza.”

“L’antro in cui si trovava era oscuro, nel quale non vedeva a un palmo dal suo naso, ed era stretto. Gli unici suoni che lo circondavano erano i singhiozzi disperati dei suoi fratelli, accanto a lui nella sua stessa gabbia. Tento’ piu’ di una volta di tendere una mano verso di loro, di aprire la bocca per cercare di dargli conforto, sebbene lui non fosse meno disperato, ma ogni suo tentativo veniva bloccato da qualcuno che, con una sbarra di ferro arroventato, gli straziava le carni ad ogni suo movimento. Subi’ urlando ogni sevizia, fino a che non svenne di nuovo.”

“Due giorni dopo il ripetersi ininterrotto di questa tortura, durante la quale ai quattro felar rinchiusi non era concesso nemmeno addormentarsi, mangiare o bere, il primo di loro mori’ dagli stenti. Cinque giorni dopo, mori’ anche il secondo. Il settimo giorno, i due felar sopravvissuti vennero destati dalle torce dei loro carnefici, che illuminarono la terribile stanza di pietra in cui si trovavano. Era una sala delle torture, piena di ferri di ogni foggia e dimensione, di catene, e di mucchi di ossa. Almeno una decina di stregoni, tutti umani, era attorno all’angusta prigione dei felar, ammorbata dal puzzo della decomposizione in lento progresso dei due deceduti. Non videro molto altro, i loro occhi quasi si carbonizzarono per colpa della forte luce, dopo il lungo periodo di digiuno e di oscurita’. Erano in condizioni terribili, erano sporchi, deperiti, prossimi alla morte. Uno degli stregoni approfitto’ del loro stordimento causato dalla luce, e fece scivolare all’interno della gabbia, senza parlare, due pugnali. I due felar li videro dopo qualche secondo, poi si fissarono. Uno dei due si limito’ a fissare compassionevolmente il fratello, senza dirgli niente, sorridendogli e dimostrando il suo affetto nel lasciare li il pugnale. Koryu volle vivere. Koryu prese il pugnale, e si avvento’ furibondo sul fratello squarciandogli la gola senza colpo ferire. Attacco’ le labbra alla ferita che aveva appena inflitto, e comincio’ a dissetarsi senza alcun disgusto per l’azione abominevole che aveva compiuto. Il fratello gorgoglio’ ancora per alcuni istanti, e ingloriosamente mori’. Koryu non attese… Ed una volta che ebbe compiuto la sua macabra opera, dilanio’ le carni del fratello con i denti appuntiti, strappandogliele crude dalle ossa e mangiando. Egli in quel momento moriva, per tornare alla vita con il suo primo sangue versato.”

Alcuni dei presenti uscirono per vomitare. Il mezzelfo suonava imperterrito, a capo chino, senza fissare nessuno in volto. Raccontava la sua storia non come se si rivolgesse a qualcuno in particolare, bensi’ come se lo stesse facendo solo ed unicamente per se stesso, per una propria macabra gratificazione personale. Era totalmente inespressivo, ma i suoi sentimenti erano espressi fin troppo bene da ogni singola nota della sua lira.

“L’incubo di Koryu era appena cominciato. I suoi carnefici, non contenti dello spettacolo di cannibalismo a cui avevano assistito, passarono gli anni successivi a lasciarlo morire di fame, di sete e di sonno, svegliandolo bruscamente con delle atroci sevizie, al solo scopo di aumentare la sua cattiveria e di risvegliare i suoi istinti animaleschi, gia’ naturalmente presenti in lui. Frustarono ogni giorno il suo torace e la sua schiena, strapparono i suoi dotti lacrimali provocandogli una cecita’ quasi completa, ed i suoi occhi si irrorarono di sangue. Erano occhi che, di giorno in giorno, diventavano sempre piu’ perfidi e vendicativi.”

La melodia cambio’, e divenne piu’ intensa.

“La liberta’ del felar giunse solo dopo molti anni, durante i quali era diventato irriconoscibile. Il suo pelo nero striato di rosso era completamente intriso di sangue rappreso, aveva cicatrici ovunque, il torace devastato dalle frustate, il volto ridotto ad un inguardabile grumo di sporcizia e di altro sangue, i muscoli che non rispondevano ai suoi comandi. Fu trascinato con la forza via, alla luce del sole alla quale non era piu’ abituato, con delle catene ai polsi. Fece per voltarsi, e intravide per appena un secondo la minacciosa torre nella quale era stato tenuto prigioniero per tutti quegli anni. Una torre che si sviluppava sottoterra, e della quale emergevano appena due o tre metri, che restavano comunque nascosti alla vista dagli alberi circostanti. Il solo fatto di trovarsi in una foresta diede al felar un po’ di coraggio, prima che venisse raggiunto al volto da una bastonata e costretto a continuare a camminare.”

“Camminarono a lungo, e Koryu ne approfitto’ per studiare bene i suoi torturatori, covando un odio profondo e la tentazione di distruggerli che pareva incontenibile. Maghi incappucciati, vestiti tutti quanti con delle tuniche grigie. Tre, piu’ altri due alle sue spalle. Il felar incespicava parecchio, e ogni volta che cio’ accadeva veniva raggiunto da una bastonata, a seguito della quale non gli era nemmeno permesso di urlare. Ma dopo ogni passo, recuperava la mobilita’. E quando vide che stavano per addentrarsi in una parte di foresta piu’ fitta, sebbene non capisse assolutamente dove si trovasse, Koryu decise che era tempo di agire. Scatto’ in avanti, rischiando di cadere, diretto verso i tre carnefici dei quali poteva vedere solo le schiene, e ne trafisse uno con il lunghi artigli, i polsi affiancati a causa delle catene. Lo stregone ebbe appena il tempo di realizzare che la sua bocca si era riempita di sangue, prima di accasciarsi a terra con un gorgoglio. Fu un attimo. I due dietro al felar lanciarono un grido sorpreso ed allarmato, prima di cominciare a salmodiare una formula magica in una lingua sconosciuta. Gli altri due scattarono di lato spaventati, mentre la corsa a rotta di collo del felar cominciava. Non fece in tempo a lasciarsi il cadavere alle spalle di alcuni metri, che due frecce magiche trafissero la carne della sua schiena, quasi nello stesso punto. Emise un animalesco e disumano urlo, il simbolo del dolore e della frustrazione che aveva soffocato in cosi’ tanti anni, ma non poteva fermarsi. Doveva correre, correre sempre di piu’, e fu cio’ che fece. Corse finche’ le imprecazioni degli stregoni alle sue spalle non furono rimpiazzate dal silenzio della foresta, rotto solo dal suo ansimare e dai battiti del suo cuore. Corse finche’ ogni muscolo del suo corpo non si mise a dolergli. Corse finche’, privo di fiato, di energia e di sangue, che colava copioso dalle sue ferite, non crollo’ rumorosamente sul tappeto di foglie che coprivano il fitto del bosco.”

Il bardo pizzico’ ancora le sue corde producendo una melodia ora piu’ calma ma carica di tensione, mentre sollevava il capo e guardava con indifferenza le facce attorno a se, visibilmente rapite dalla sua narrazione e curiose di sentirne la continuazione. Beh, si disse lui, l’avrebbero sentita la continuazione.

“Si risveglio’ di soprassalto, assalito da incubi infernali. Si guardo’ attorno, aspettandosi di vedere i suoi carnefici attorno a se, immersi nella semioscurita’ e pronti a punirlo per essersi addormentato, ma tutto cio’ che vide fu una comune stanza di una capanna. Un caminetto scoppiettante in fondo, sul quale ribolliva un pentolone dal quale spiravano volutte che portavano alle sue narici un profumo delizioso, ed un uomo di mezza eta’ seduto accanto ad esso, intento a rammendare dei vestiti, fischiettando un motivetto allegro. Koryu spalanco’ gli occhi in preda al terrore, e tento’ di tirarsi a sedere sul letto di scatto, per poi ricadere disteso con un urlo di dolore. L’uomo si volto’ verso di lui senza mostrare il minimo timore, e gli disse: ‘Non dovrai piu’ preoccuparti, ora. Mi chiamo Jorn, e voglio solo aiutarti. Riposati, ti prego… Le tue ferite sono davvero gravi, e ci vorra’ del tempo perche’ guariscano.’”

“E Koryu rimase a fissarlo guardingo, anche quando si fu nuovamente voltato e si fu rimesso a rammendare. Gli unici pensieri che attraversarono la sua mente prima che venisse di nuovo avvolta dal torpore del sonno, di cui era stato privato per cosi’ tanto tempo, furono i modi per uccidere il suo salvatore.”

“Passarono giorni prima che Koryu decidesse di lasciarsi avvicinare da Jorn, e quando cio’ accadde, si tratto di un contatto breve e silenzioso. I morsi della fame si stavano facendo intollerabili per il felar, costretto a letto a causa delle ferite, ed alla fine accetto’ la ciotola di minestra che l’uomo stava tentando di offrirgli gentilmente da quando l’aveva preso con se in casa. Vuoto’ la ciotola di minestra avidamente, tenendola stretta come se temesse che qualcuno potesse portargliela via, e solo quand’ebbe leccato anche la piu’ insignificante goccia rimasta nel piatto pote’ riporlo e coricarsi nuovamente, senza nemmeno una parola di ringraziamento.”

“Dopo quell’avvenimento, il lavoro di Jorn di comunicare con Koryu fu sempre piu’ semplice. Gli spiego’ che aveva spezzato le catene che legavano i due bracciali ma che non era riuscito a rimuovergli dai polsi. Gli disse che l’aveva trovato gravemente ferito nel fitto della foresta, e che l’aveva portato nella sua capanna per curarlo. Gli chiese se sapesse parlare, o se sapesse almeno dire il suo nome. Il felar non sapeva parlare, ma aveva sentito come lo chiamavano gli stregoni della torre. Sibilo’ il nome di Koryu, mentre non distoglieva mai lo sguardo da quell’uomo in apparenza cosi’ gentile, senza riuscire a fidarsi di lui. Lo stava studiando, stava cercando un modo di ucciderlo. Ma in cuor suo il felar sapeva di non volerlo fare cosi’ disperatamente, e tutte le volte si riaddormentava, debole.”

Il bardo sollevo’ nuovamente il capo, constatando freddamente che tutti gli astanti pendevano dalle sue labbra, anche quelli che prima lo stavano prendendo in giro, ma ne sembro’ totalmente insensibile. Continuo’ a suonare e a narrare la sua storia, in modo fin troppo concentrato.

“Passarono anche gli anni, durante i quali Koryu e Jorn divennero quasi amici. L’uomo insegnava all’animale a parlare, ed egli, nonostante si dimostrasse restio ad imparare, faceva buoni progressi. Il felar, inoltre, imparo’ i segreti che Jorn gradualmente gli svelava: come accendere dei fuochi da campo all’aperto, come trovare dei ripari naturali, come procurarsi il cibo, come seguire delle tracce. Andarono spesso a cacciare insieme. Koryu era molto insistente in questo, non tanto perche’ gli piacesse, quanto perche’ lo stare all’aria aperta riempiva il suo cuore di pace e tranquillita’, sentimenti che da tanto tempo credeva alieni.”

“Ma tutto questo non poteva durare a lungo. Dopo diversi anni, la vita di Koryu venne nuovamente sconvolta. Tornando a quella che aveva cominciato a chiamare casa, dopo un’intera giornata passata in esplorazione da solo, un brivido, un pessimo presagio lo colse impreparato. E non trovo’ piu’ una casa con una figura della quale aveva cominciato a fidarsi, ma solo un mucchio di macerie fumanti, sormontato dal cadavere del suo salvatore. La scena era resa ancora piu’ spettrale dai deboli raggi di luce rossa del tramonto, che filtravano attraverso il fogliame e colpivano quell’ammasso indistinguibile di legna, cenere e carne. Koryu non pote’ impedirsi di crollare sulle ginocchia, preda della tetra consapevolezza che non si sarebbe mai tolto da quella situazione. Che la sua intera vita sarebbe stata votata al preservare la sua liberta’, seguendo una strada segnata dal sangue di nemici e amici. Si rialzo’ in piedi e cerco’ in mezzo alle macerie. Avrebbe volentieri pianto, ma non poteva. Non poteva. Trovo’ finalmente, dopo ore di ricerca, l’arco di Jorn. Egli lo chiamava Zroeo… Doveva significare qualcosa in una delle tante lingue del mondo, ma non aveva realmente importanza. Lo mise a tracolla, e fisso’ istintivamente le proprie mani e i propri polsi, ancora chiusi dai bracciali di metallo con i due frammenti di catena spezzata. Koryu non se li tolse mai, per tutta la vita. Essi rappresentavano la sua vittoria contro la sua schiavitu’. Si volto’, lasciandosi alle spalle quello spettacolo di sangue e morte, e con il sangue che gli ribolliva nelle vene, se ne ando’, e da allora comincio’ a vagare per le foreste, senza meta, vivendo come capitava ed unicamente di cio’ che la natura poteva offrirgli. Desiderava ardentemente stare da solo, non vedere nessuno. Nessuno, o l’avrebbe ucciso senza pensarci due volte.”

“Cosi’ fu. Dopo altri anni, se non decenni, la vita di Koryu si era evoluta come lui aveva previsto, nel sangue degli altri dal quale lui traeva la sua sopravvivenza. Assassinava con rapidita’ e in silenzio qualsiasi sciocco si avventurasse per boschi, lo depredava di ogni suo bene e cio’ che non gli serviva veniva semplicemente gettato via. Cio’ che indubbiamente egli non si aspettava era il suo giungere, dopo tanto girovagare, nei pressi di una metropoli. Non aveva mai visto una metropoli, prima di allora, ed incuriosito si avvicino’. Persone, c’erano tantissime persone, tutte indaffarate in chissa’ quali doveri o faccende da sbrigare. Come un predatore che studia una potenziale preda, si avvicino’ cauto ad uno dei cancelli che portava nel cuore della citta’, ma non fece in tempo ad arrivare ad alcuni metri da esso, che subito due uomini armati urlarono sorpresi e spaventati delle imprecazioni verso di lui, e gli corsero incontro con fare minaccioso. Koryu tento’ di difendersi, ma si accorse che non poteva farcela. Perche’ lo stavano attaccando? Cosa gli aveva fatto? Era tanto spaventoso il suo aspetto? Trovo’ risposta solamente all’ultimo dei suoi interrogativi, mentre fuggiva, e la risposta era affermativa. Scappo’ di nuovo, lontano, deluso ancora una volta dagli esseri umani e dalla loro stupidita’. Giuro’ a se stesso che li avrebbe uccisi tutti, tutti nel modo piu’ truce possibile. Piu’ passava il tempo e piu’ l’odio represso di Koryu si ingigantiva. Sarebbe occorso un miracolo per renderlo la leggenda che e’ ora, ed inaspettatamente non ne avvenne uno, bensi’ due.”

“I loro nomi erano Obril e Mantis. Il primo era un gigante della tribu’ del fuoco, colossale e dotato di poteri sciamanici e divini. Il secondo un elfo oscuro, incappucciato e dagli occhi totalmente bianchi, che possedeva una quantita’ innaturale di magia. I due, che gia’ si conoscevano, sorprendentemente andarono alla ricerca di Koryu, avendolo notato da dentro la citta’, e lo trovarono poco distante, seduto con la schiena contro un tronco sozzo del sangue che stava perdendo a causa della scaramuccia con le guardie. Alzo’ lo sguardo, e la sua mente fu tempestata da centinaia di pensieri: Chi sono questi due? Cosa vogliono da me? Perche’ quello piccolo assomiglia cosi’ tanto ai miei carnefici? Ora li ammazzo… Li ammazzo… Li… Fece per alzarsi, ma non ottenne altro risultato di spruzzare sangue ovunque dalle sue ferite. Ricadde a terra con un frustrato grido feroce, fissando con odio i due nuovi arrivati, che ancora non avevano pronunciato una sola parola. Obril si chino’ su di un ginocchio accanto al felar, ed invoco’ su quest’ultimo la potenza del suo Dio, che ando’ a lenire le sue ferite. Koryu strabuzzo’ gli occhi fissando il gigante con sospetto che gia’ si era rialzato, e sorrideva. Sorrideva a Koryu, e non era un sorriso ironico, ma sincero. Anche Mantis sorrideva, anche lui in modo sincero.”

“Koryu si alzo’, e tento’ di parlare ai due nuovi arrivati con evidente sforzo… Dopotutto erano anni che non rivolgeva parola a nessuno. Di nuovo i due sconosciuti gli vennero incontro. Si presentarono, e Koryu fece lo stesso. Fu l’inizio, per tutti e tre, di un legame di amicizia piu’ forte della morte. Tutti e tre seguivano strade diverse, tutti e tre avevano il loro passato a tormentarli in qualche modo, tutti e tre avevano degli obbiettivi e metodi diversi per raggiungerli, ma la loro unione mai ebbe termine! MAI!”

Il bardo si rese conto di aver alzato la voce, preso da una forte emozione, l’unica che avesse mostrato dall’inizio del suo racconto. Tossicchio’ lievemente, senza smettere di suonare, e riprese immediatamente a parlare, come se fosse stata una necessita’ impellente.

“La sintonia tra tutti e tre non era solo il frutto di simili pensieri, particolarmente cinici e misantropi, ma anche di una compensazione reciproca che nessuno di loro sarebbe mai stato disposto ad ammettere. Obril possedeva poteri divini e una forza fisica sovrumana, Mantis padroneggiava le energie arcane, e Koryu aveva dalla sua la furtivita’ e spiccate capacita’ di esplorazione. Inoltre tutti cercavano di mediare incomprensioni che nascevano nel gruppo, ad esempio Koryu che non vedeva particolarmente di buon occhio la magia di Mantis. Ma ad ogni modo i loro nomi si sparsero in breve tempo tra la gente nei dintorni della metropoli ed anche oltre. Vivevano di razzie, omicidi e saccheggi di antichi templi e di rovine, cosa che li rese ulteriormente temibili, giorno dopo giorno. Insieme, quei tre erano la piu’ inarrestabile forza che avesse mai calcato quelle terre. In tutto questo, ciascuno di loro perseguiva i suoi scopi. Obril ambiva a portare il caos nelle lande, rovesciando l’ordine che dominava le citta’. Mantis era ossessionato dal potere e dalla conoscenza, mentre Koryu… Lui non lo sapeva, in realta’. Il suo obbiettivo primario era quello della sopravvivenza.  Ma lo seppe quando Mantis e Obril lo accompagnarono in citta’ nonostante il suo disgusto. Una voce di qua, una di la, finalmente udi’ qualcosa che attiro’ la sua attenzione. La conversazione apparentemente senza importanza di due ubriaconi, che parlavano di “Signori delle ombre”, di “Maestri dell’omicidio” e chiamandoli con tanti altri nomi, riferendosi a loro come ad una leggenda alla quale era impossibile credere. Koryu invece ci credette. Per mesi e mesi cerco’ notizie di questi signori delle ombre, chiese informazioni ovunque andasse ma non ne ricavo’ niente. Lascio’ dei messaggi dappertutto, poche criptiche parole, scelte tra il suo scarso vocabolario. Ed erano poco piu’ che richieste imploranti, rivolte da qualcuno che aveva un disperato bisogno di qualcuno con cui collaborare per uno scopo comune. E finalmente, dopo altri mesi di attesa, le sue richieste vennero ascoltate, e fece la sua comparsa colui che avrebbe successivamente guidato i passi del felar in quel territorio a lui sconosciuto. Il suo nome era Krisaore, ed anche lui era uno stregone drow. Nonostante il fatto che fosse anche lui cosi’ dannatamente simile ai suoi torturatori, Koryu ammiro’ la sua esperienza e la sua saggezza, e decise di metterla a frutto. Compi’ le piu’ disparate missioni per conto di Krisaore, per mostrare le sue doti furtive, il suo cuore di pietra e la crudelta’ che minacciava di erompere dal suo petto. Dopo altri mesi di interminabili prove, alle quali Koryu si dedicava anima e corpo solo per poter finalmente trovare un posto ben definito nel mondo, finalmente fu ammesso al cospetto dei signori delle ombre, i Conquistatori. Davanti a loro giuro’ di mantenere il segreto piu’ assoluto sulla loro identita’, e di anteporre gli interessi della cabala dinnanzi a quelli personali. La pena per il tradimento era la morte, ma il felar non ne era spaventato, e giuro’.”

“Koryu divenne un’ ombra. I Conquistatori gli avevano insegnato i loro segreti gelosamente custoditi, spiegandogli in che modo avrebbe dovuto usarli, e lui lo fece. Per lo piu’ osservava. Dopo averne saputo di piu’ sulle cabale da anni in guerra tra di loro, si limito’ ad osservare, per coglierne ogni punto debole, o per offrire il suo aiuto ad una fazione piuttosto che a un'altra, con il solo scopo di colpire alle spalle la vincitrice uscita indebolita dallo scontro. Questa era la via dell’ombra, la via dei Conquistatori. Piu’ restava con loro, e piu’ cresceva in lui la consapevolezza che non avrebbe mai potuto compiere una scelta migliore.”

Il bardo si interruppe per alcuni secondi, lo sguardo vacuo e fisso su un punto a caso davanti a se, ed il silenzio piu’ totale avvolse la locanda.  Chiuse le palpebre, e di nuovo un’espressione afflitta deturpo’ il suo volto. Era una sofferenza assolutamente innaturale, che gli astanti non seppero spiegarsi; essi si limitarono semplicemente ad attribuire lo stato d’animo del gelido bardo ad alcuni ricordi riaffiorati sul momento, percio’ attesero pazientemente. Il mezzelfo riapri’ gli occhi, e continuando a fissare il vuoto riprese la sua narrazione, la voce palesemente incrinata dalla frustrazione.

“Nonostante tutti i suoi sforzi per sentirsi piu’ accettato dal mondo, abilmente nascosti da un pesante strato di perfidia e di freddezza, Koryu si sentiva solo. La sua solitudine durava da cosi’ tanto tempo che si accorse di esserne dilaniato. Non gli bastava piu’ la collaborazione con i Conquistatori o l’amicizia di Obril e Mantis, voleva qualcosa di diverso. Forse fu proprio a causa di questa ossessione, del desiderare l’amore ad ogni costo, che conobbe una felar dal cuore puro e che non si oppose a lei, quando cercava di avvicinarlo. Al contrario, egli ne era segretamente contento. Tento’ di illudersi e di convincere se stesso che quello che provava per la felar fosse amore, ma non ci riusci’, e semplicemente continuo’ ad accettare passivamente ogni gesto d’affetto della felar. Koryu vi giacque insieme, la protesse quando ella si ritrovo’ invischiata in un pericoloso scontro di cabale e la tiro’ fuori dalla situazione prima che fosse troppo tardi. I due ebbero anche una figlia, ed anche in quell’occasione Koryu cerco’ di convincersi che stava facendo la cosa giusta, ma non ce la fece. Non era felice, ed il suo tentativo fallito di essere piu’ umano non fece altro che alimentare la fiamma della frustrazione che lo consumava. Questa situazione prosegui’ per circa quattro anni, al termine dei quali il felar cadeva nel piu’ puro terrore ogni volta che doveva vedere la felar e sua figlia. Era terrorizzato da loro, dal fatto che i loro sentimenti fossero cosi’ intensi e che i suoi fossero nulli. Per questa ragione egli si dedicava anima e corpo, per piu’ tempo possibile, all’assoluzione dei suoi doveri da Conquistatore.”

“Durante questi anni, contemporaneamente alle vicende emotive di Koryu, cresceva grazie a Krisaore l’impero di Khyr’ Nash. Era una vasta porzione di territorio nella parte orientale del continente, ma dotata di un’organizzazione alquanto scarsa. Krisaore, con prolungati sotterfugi, assassini, e qualsiasi altro mezzo potesse addirsi al capo dei Conquistatori, ruolo che lui ricopriva, si guadagno’ con calma una posizione elevata, fino a che non fu in condizione di sterminare grazie all’aiuto dei suoi compagni di cabala qualsiasi ostacolo si trovasse lungo la strada tra lui e la posizione di massimo potere del regno. Fu cosi’, l’abilita’ dei Conquistatori nell’omicidio e nel sotterfugio non aveva rivali, ed ora erano anche provvisti dell’immensa forza di un intero impero, nonostante il loro nome fosse ancora avvolto nel piu’ fitto mistero.”

“Una volta portati a termine tutti i compiti che urgevano a Khyr’ Nash, Koryu pote’ ritirarsi nella foresta di Haon Dor, da solo a meditare. Non voleva essere disturbato da nessuno e per nessun motivo, ma l’arrivo di colei che sconvolse la sua vita, per l’ennesima volta, deluse le sue aspettative. Era una donna e giunse in una notte di primavera, silenziosamente, ma non abbastanza silenziosamente per Koryu, che di una foresta percepiva ogni piu’ insignificante dettaglio. Sembrava di gran fretta, e pareva non essersi accorta del felar, ma a lui non importo’ affatto. Ora era fin troppo incuriosito per lasciarla andare, e muovendosi di soppiatto la segui’ per un poco, osservandola e studiando ogni suo movimento. Si muoveva aggraziatamente, ed i suoi capelli neri ondeggiavano ad ogni suo passo, sfiorandole le nude braccia fin troppo candide. Era una donna molto bella, seppur caratterizzata da un pallore atipico e da uno sguardo intenso. Koryu fu sopraffatto dalla curiosita’ e la fermo’, chiamandola e minacciandola con il tono tetro che riservava solo alle vittime dei suoi appostamenti, sebbene non intendesse ancora farle del male. Lei si volto’ spaventata, ed i due si fissarono a lungo, senza dire nulla. Poi cominciarono a parlare, dapprima con sospetto, poi pian piano in modo piu’ disinvolto, mentre si avvicinavano e si presentavano vicendevolmente. Lei aveva superato lo spavento, e se Koryu una volta avrebbe avuto difficolta’ non indifferenti nello stabilire un contatto pacifico con qualcuno, gli anni e l’esperienza lo avevano temprato ed in questa occasione non trovo’ alcun problema nel parlare. Solo la bellezza della donna lo lasciava talvolta interdetto. Solo le sue movenze aggraziate, lo sguardo magnetico ed i bianchi denti dai canini acuminati, le sue forme provocanti e il suo vestito seducente ed intrigante.”

“Nessuno sa se il loro fu amore. Cio’ che si sa e’ che Koryu spezzo’ il cuore e l’animo della felar e di sua figlia, e lo fece senza il minimo rimorso. Egli avrebbe sterminato intere popolazioni, se cio’ fosse servito ad avvicinarlo alla misteriosa donna. Per questo abbandonare la felar e la sua figlia gli sembro’ un’azione che valeva la pena compiere, nonostante fosse qualcosa di atroce. Lo fece, e fu per un numero imprecisato di anni di sola proprieta’ esclusiva di quella bellezza eterea, propria della donna che frequento’ assiduamente, ed alla quale concesse tutto di se. Lei accetto’, e si prese il suo corpo, il suo sangue e il suo cuore senza nessuno scrupolo. Era un diavolo, una bestia lussuriosa, ma a Koryu andava bene cosi’ fintanto che poteva  vederla, accarezzarla, e giacere con lei, preda di una passione che ancora non sapeva di avere. Finalmente il felar era felice, dopo cosi’ tanto tempo passato alla ricerca di quella sensazione. Non rivide mai piu’ la felar e sua figlia. Mai piu’.”

“Fu la guerra a dividere i due amanti. La situazione a Khyr’ Nash in quegli anni era migliorata sotto molti punti di vista, ma gravemente peggiorata sotto altri. Infatti, nonostante Krisaore avesse egregiamente tenuta segreta la sua identita’ di Conquistatore, si attiro’ l’odio di molti, in qualita’ di re dell’impero che aveva soggiogato. Precisamente, la causa del conflitto che investi’ Khyr’ Nash, avvenne quando, durante un incontro tra Krisaore in persona e Furion, necromante e noto membro della cabala degli Shalafi, i signori della magia, il Conquistatore, stanco delle trattative e del tono fin troppo arrogante dello Shalafi, lancio’ contro di lui un potente incantesimo di compulsione e di ammaliamento mentale. Lo costrinse, annientando la sua volonta’, a mettersi in ridicolo di fronte a tutti, e Furion se la lego’ al dito. Torno’ dopo un mese esatto a Khyr’ Nash, seguito da quasi tutti i signori della magia. Anche Mantis lo era, ma ovviamente non fu presente quel giorno per rispetto del suo amico. Tutti i conquistatori furono convocati a difesa delle strade cittadine della capitale. La battaglia fu violentissima. I signori della magia si sbarazzavano di ogni guardia tentasse di sbarrare loro la strada, lanciando devastanti incantesimi combinati ed evocando creature da altri piani di esistenza. La loro marcia sembrava inarrestabile, ma nonostante questo i Conquistatori non si perdettero d’animo e, come erano soliti fare, li studiarono, e attesero fino a che non fossero divisi. Rimasero astutamente sempre a coppie di due, di modo che fossero meno vulnerabili agli omicidi silenziosi che erano la firma dei signori delle ombre. I combattimenti si protrassero per ore e ore, durante le quali i Conquistatori tentavano di uccidere i signori della magia senza mai ingaggiarli direttamente, e loro al contrario tentavano disperatamente di stanarli. Dopo altre ore di scontri, il bilancio era tragico. I Conquistatori riuscivano con successo ad assassinare gli Shalafi, ma dal momento che questi ultimi giravano in coppia, colui che sopravviveva era abbastanza svelto da investire il Conquistatore con la sua arcana magia prima che potesse di nuovo trovare rifugio tra le ombre. E gli Shalafi erano molti di piu’. La stessa sorte tocco’ anche a Koryu che, tra gli ultimi Conquistatori superstiti, tento’ un disperato attacco a Furion stesso, cercando di dilaniare i suoi reni con un doppio attacco che avrebbe dovuto non lasciargli speranza. Fu questione di un attimo. Lui che usciva dal suo nascondiglio, le sue lame che si conficcavano nelle carni del necromante. Un urlo di dolore, e le braccia di Koryu si paralizzarono preda di chissa’ quale diavoleria magica. Koryu ebbe appena il tempo di imprecare mentalmente contro gli stregoni e la loro magia che in vita gli aveva portato solo disgrazie, prima di venire raggiunto da una palla di fuoco che lo sbalzo’ violentemente indietro di parecchi metri spezzandogli alcune costole, e che ustiono’ profondamente le sue carni. I due Shalafi non infierirono su di lui, e lo lasciarono agonizzante, senza nemmeno la forza di lamentarsi per l’atroce dolore, mentre continuavano in modo sistematico la loro opera punitiva. Koryu scopri’ in seguito che era stata una disfatta, e che i Conquistatori ne erano usciti sconfitti nonostante avessero spedito all’inferno parecchi di quegli incantatori. Ma in quel momento, perse semplicemente i sensi.”

Il bardo si interruppe, e guardo’ il tavolo attorno a se. Senza dire una parola si chino’ e afferro’ un boccale di birra mezzo vuoto appartenente ad uno dei presenti, e ne tracanno’ il contenuto dissetandosi, per poi rimetterlo via. Il proprietario non fece una piega, e si limito’ come tutti ad attendere trepidante che il bardo continuasse a narrare. Ed egli riprese.

“La disgrazia di Koryu era appena cominciata. Si risveglio’ in piena notte in preda a dolori disumani, e si lascio’ andare ad un gemito che esprimeva si la sua sofferenza, ma anche e soprattutto la sua rabbia. Si sforzo’ per rimettersi in piedi, e cammino’ lentamente ed incespicando spesso fuori dalla citta’, nel bosco. Li’ pote’ curare almeno le ustioni in modo molto sommario, applicandovi degli unguenti che bruciavano in modo insopportabile, mentre stoicamente sopportava il dolore delle fratture, sospinto solo dal desiderio di ritornare dalla sua amata dalla pelle candida e dai lunghi capelli neri. Il resto non gli importava.”

“Ebbe una sorpresa molto amara quando al suo ritorno non la trovo’. Subito venne assalito dal panico, dimenticando addirittura di cercare Obril perche’ gli mettesse a posto le costole, e diede inizio ad una frenetica ricerca della donna. Non si trovava da nessuna parte, e nessuno sembrava averla vista. Koryu si privo’ del sonno per giorni e giorni, mentre la disperazione di aver perduto colei alla quale aveva dato tutto se stesso si faceva rapidamente strada in lui. Dov’era andata? E perche’ l’aveva fatto? Sarebbe tornata? Quando? A nessuna di queste domande Koryu seppe mai trovare risposta, perche’ la sua amata non fece mai piu’ ritorno. Si dice che il suo grido di furia, di dolore e di sofferenza risuono’ per tutta Haon Dor, riempiendo di terrore i cuori di coloro che si trovavano in quel luogo. Da quel momento, Koryu tornava ad essere l’ombra assassina, spietata e senza cuore che in fondo era sempre stata. L’essere stato abbandonato cosi’ gli dava una inarrestabile furia omicida, che sfogava ogni volta che gli era possibile, sia per conto dei Conquistatori che stavano meditando la loro vendetta nei confronti degli Shalafi, sia per conto proprio, in nome solamente di una macabra soddisfazione personale. Nemmeno Mantis ed Obril furono in grado di placare il suo animo turbolento, che lo accompagno’ per tutti gli anni a venire. Fu l’ombra di se stesso, prima che gli si presentasse la sua ultima possibilita’ per tornare alla vita.”

“La sua possibilita’ si chiamava Elhune. Una donna giovane, se possibile ancora piu’ bella di colei che era scomparsa misteriosamente, dalla carnagione chiara e dai fluenti capelli corvini. Il suo corpo era esile all’apparenza, ma le sue forme erano morbide e ben pronunciate, e nel complesso era di un fascino magnetico avvolto da mistero e malizia.”

“Il loro primo incontro fu freddo e sbrigativo. Era notte e la luna splendeva alta nel cielo, filtrando attraverso la spettrale nebbiolina di un cimitero. Lei le disse che aveva alcune persone scomode di cui voleva sbarazzarsi, e diede a Koryu una lista di nomi scritta su una pergamena arrotolata, aggiungendo alla fine quale sarebbe stato il compenso per un lavoro ben svolto. Era una cifra esorbitante, ma a Koryu non importava. Avrebbe accettato anche solo per il gusto di poter uccidere ancora, ed infatti accetto’. Si diedero appuntamento in quello stesso luogo, ogni volta che ci fossero stati degli aggiornamenti lui sarebbe dovuto tornare. Lei inoltre aggiunse, con un sorrisetto malizioso e terribilmente intrigante, che non si sarebbe mossa da li.”

Il bardo divenne visibilmente nervoso. La sua fronte era imperlata di sudore, e le sue mani tremavano leggermente pizzicando la lira. Si umetto’ le secche labbra piu’ volte, prima di riuscire a riprendere la narrazione.

“Koryu tornava dopo ogni efferato omicidio da Elhune. Ed ogni volta, i due avevano occasione di parlare, di conoscersi. Lei era attratta dalla natura selvaggia e sanguinaria del felar, mentre lui, da parte sua, era inspiegabilmente affascinato da quella donna cosi’ misteriosa, al punto tale che quando si trovava con lei la sua mente si sgombrava da ogni pensiero. Viveva per i suoi occhi, per le sue labbra e per la sua pelle.”

“La situazione duro’ alcuni mesi, quando alla fine il felar ritorno’ nel cimitero riconsegnando ad Elhune la pergamena. Come richiesto, li aveva massacrati tutti. Lei lo fisso’ suadente, mentre mormorava le sue parole soddisfatte in un sussurro che sembrava strappare via l’anima di Koryu. Si volto’, e gli fece cenno di seguirlo mentre, vestita solo di impalpabili veli, si dirigeva a piedi scalzi in una cripta. Lui la segui’ senza nemmeno pensarci, giu’ per dei freddi scalini di pietra e attraverso una fitta rete di corridoi, finche’ entrambi non giunsero in una stanza che assomigliava ad un mattatoio. Non c’era nulla al suo interno, se non una gigantesca vasca circolare piena di sangue, al cui centro spiccava inquietante la mastodontica statua di un drago. Appesi al soffitto per i polsi, uomini e donne di ogni eta’, senza la parte inferiore del loro corpo, gocciolavano il rosso fluido dentro la vasca, producendo un sordo rumore snervante. Koryu non ricordava piu’ da quanto tempo non si sentisse in quel modo, ma in quel momento seppe di essere terrorizzato. Terrore che svani’ lasciando il posto ad una brama e un desiderio smodati, quando egli vide Elhune lasciar ricadere a terra i propri veli con un gesto aggraziato e pieno di sensualita’. Lei non attese e si immerse nella vasca piena di sangue, voltandosi poi verso Koryu ed emettendo un basso e sensuale mugolio soddisfatto, fissandolo in un silenzioso invito a raggiungerla. Ed anche il felar, con dei gesti quasi automatici, si spoglio’ e raggiunse la donna nella vasca, mentre lei continuava a sorridergli intrigandolo, e passandosi le dita bagnate di sangue sulle labbra, senza smettere di fissarlo.”

“In quel luogo oscuro consacrato agli Dei del male, e a tutto cio’ che di piu’ perverso esista, i due si unirono, e, in un turbine di passione travolgente, essi furono un’ unica anima e un unico corpo. Di nuovo, Koryu aveva ritrovato se stesso.”

“Dopo quella sera, Koryu non fu mai piu’ rivisto. Tante sono le leggende che ruotano attorno alla sua scomparsa, ma io questa notte, signori” disse il mezzelfo fissando gli astanti rapiti, rivolgendosi direttamente a loro per la prima volta “io questa notte vi porto la verita’. Koryu ed Elhune si amarono durante tutti quei lunghi anni, entrambi sperando che il loro idillio non sarebbe mai finito. Vissero nella cripta, in un modo osceno, perverso e depravato, ma a loro andava bene cosi’. Koryu usciva a procacciare cibo e sangue ogni giorno, ognuno uguale all’altro, ma ciascuno di essi per lui cosi’ bello e cosi’ indimenticabile. Ma proprio durante uno di questi giorni apparentemente normali, Koryu fece ritorno per trovare con suo sommo orrore la sua amata, o meglio, i suoi residui quasi totalmente carbonizzati, trafitta da un palo di legno all’altezza del cuore. Koryu non pianse, non poteva farlo. Ma la sua ira gli esplose in corpo con una tale violenza da esserne dilaniato. Sapeva che cosa doveva fare. Fu ritrovato alcuni giorni dopo la sua morte, circondato da decine e decine di cadaveri degli appartenenti a quella setta di cui la bella Elhune le aveva parlato, di quella setta che lui stesso, anni prima, aveva cercato di eliminare senza sapere di chi si trattasse. Il suo corpo era martoriato, ed aveva le sue due spade conficcate con forza nel petto, le sue stesse mani ancora strette sulle else. Troppo per lui era continuare a vivere recando con se il fardello dell’ennesima perdita, di una vita che contro di lui aveva complottato fin da quando era al mondo. Non fu piu’ abbastanza forte per sopportare questa sofferenza, al confronto della quale tutte le sevizie che aveva subito da parte dei suoi carnefici stregoni sembravano solo una lieve carezza.”

“E finalmente, perseguendo lo scopo che inseguiva da tutta la vita, egli fu libero, e sulle ali della liberta’ la sua anima spicco’ il volo verso il terribile abisso, ma che era certo un luogo migliore di quell’inferno in terra.”

Il bardo pizzico’ ancora le corde della lira, per qualche secondo, lasciando sfumare delicatamente il suono fino a che esso non scomparve serpeggiando tra gli attoniti e gli ammutoliti avventori. Non diede loro il tempo di fare nulla. Getto’ via la lira sul pavimento, non con rabbia, ma quasi con fretta, e febbrilmente le sue mani corsero all’elsa della propria arma assicurata alla cinta. La impugno’, e se la pianto’ dritta in profondita’ nel cuore, mentre il sangue macchiava i suoi vestiti. Si accascio’ sul tavolo, e, mentre le grida stupefatte dei presenti gli giungevano alle orecchie, si concesse un sorriso, per la prima volta da quando era ritornato dal suo viaggio. Chiuse gli occhi, e si abbandono’ sorridente tra le fredde braccia della morte.

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lunedì, 23 giugno 2008,19:47

E’ il 29 settembre, anno 2038, ore 02.36. Sono passati esattamente cinquantaquattro giorni da quando Hallen mi ha trascinato assieme a lui nella “Piu’ eccitante spedizione della nostra vita.” Potrebbero chiamarci archeologi, o avventurieri, profanatori di tombe. Tutte le definizioni sono esatte, siamo ricercatori dell’antico. Ed abbiamo vissuto la piu’ eccitante spedizione della nostra vita.

 

“Hallen, dove sarebbe questo luogo di preciso?”

Egli picchetto’ freneticamente con un dito, nel mezzo di una delle sue mappe, che ingombravano tutto il tavolino di cristallo.

“Te l’ho detto sta nel bel mezzo del Gorgoth. I nativi ne parlano malvolentieri, ma sono gia’ stato li da quelle parti e sono riuscito a cavargli fuori qualche informazione. Vedi, il luogo esatto e’ questo” disse puntando col dito una croce che aveva tracciato sulla carta “E dovrebbe essere una specie di tempio sorto da sotto la sabbia. Dopo il tornado che ha investito il Gorgoth nel 2025, a quanto pare la sabbia si e’ smossa ed e’ venuta alla luce questa costruzione. Gli indigeni non ci si avvicinano, sai quanto sono superstiziose queste civilta’. Ma noi possiamo andarci, non sei curioso?” Disse sfoderando un sorriso smagliante.

“Per me non e’ un problema… Con un qualsiasi veicolo possiamo raggiungere questo posto e sbrigarcela in fretta.” Affermai io, riempiendo due bicchieri con del whisky, e porgendone uno ad Hallen.

“Eh no, non funziona cosi’. O a piedi o niente.”

“Cosa? E per qual motivo di grazia?”

Hallen sbuffo’, come se odiasse spiegarsi piu’ del necessario. In effetti, lo detestava profondamente.

“Perche’ i nativi hanno detto – o meglio, hanno gesticolato – che il tempio e’ venuto su in mezzo a una specie di pantano, delle sabbie mobili insomma. Non possiamo andarci nemmeno con degli hovercraft, la sabbia li metterebbe fuori uso in pochissimo tempo. Ci tocca camminare come nella migliore tradizione purtroppo. Ma l’accampamento” Si affretto’ a dire lui come per togliermi a forza dalla mente qualsiasi ripensamento “E’ ad appena una settimana di cammino dal nostro obbiettivo, dovremmo farcela senza troppi problemi.”

Sospirai, desiderando ardentemente di essere ansioso di mettermi in viaggio quanto lo era lui. Sorseggiammo il whisky senza parlare per alcuni secondi, poi spezzai il silenzio:

“Sai che voglio ritirarmi vero Hallen? Sai che mi ero promesso che non mi sarei mai piu’ buttato a capofitto in avventure del genere? Ho una moglie e una bambina bellissima ora, e devo pensare a loro, prima che a me.”

“Lo so lo so. Ma andiamo, mi negheresti mai l’ultima avventura? Dopo vent’anni che andiamo insieme, spalla a spalla, a svelare i misteri nel mondo?”

Ridacchiai. “Sei un gran bastardo a far leva sul mio sentimentalismo.”

“Non dirmi cosi’, lo faccio anche per tenerti in forma, vecchio amico mio.” Disse Hallen ridendo a sua volta.

“Dai, posso concederti l’ultima avventura in fondo.” Scolai il bicchiere di whisky in un solo sorso, e diedi un rapido sguardo alle carte che aveva portato Hallen. “Ma promettimi che poi non ti vedro’ mai piu’ se non per il Kor ‘e Mal, per la Festa del Tiranno e per il tuo matrimonio. Intesi?”

Si mise a ridere allegramente, e mi gratifico’ di una vigorosa e goliardica pacca sulla spalla. “Promesso. Adesso pero’ fila a farti lo zaino e a dare bacino alla famiglia, e dille che tanto tornerai presto, te lo garantisco.”

“Vado. Aspettami qui, una mezz’ora e sono pronto a partire.”

 

Ed infatti, dopo mezz’ora discesi da lui con il mio zaino, contenente tutto cio’ che sapevo sarebbe tornato utile alla sopravvivenza. Salutai mia moglie e mia figlia, e cosi’ fece Hallen amichevolmente, dopo aver recuperato con cura tutte le sue mappe. Uscimmo di casa, e prendemmo il primo hovercraft verso l’aeroporto, mentre davamo il via alla spedizione piu’ incredibile della nostra vita.

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