sabato, 08 novembre 2008,23:28
"Rihel! Indietro, cazzo! INDIETRO!"

La voce di Keltron giunse ovattata alle orecchie di Rihel, che si era isolata inconsciamente da ogni rumore che la circondasse. Le esplosioni, gli spari, i proiettili che fischiavano. Non udiva nulla di tutto cio', pensava solo a correre verso il ragazzo che, ferito, si trascinava arrancando verso la trincea. Davanti a lei non piu' il campo di battaglia, non piu' le macerie, non piu' quel soffocante cielo tossico. Solo tantissime immagini.

La mano di Keltron si poso' sulla sua spalla, mentre lei, incapace di rialzarsi, continuava a singhiozzare e a versare lacrime. Le parole di lui furono decise e serie, ma non mancarono di una gentilezza che avrebbe indotto a rispondere chiunque.

"Perche' fai questo...? Dimmelo, perche' non hai abbandonato questo dolore anni fa, quando ancora avresti potuto?"

"... Perche' io ... "


Corse affianco al ragazzo, superandolo di un paio di passi, ed impugno' saldamente la coppia di pistole laser. Davanti a lei quattro mostruosi e colossali androidi avanzavano producendo un clangore metallico che portava con se lo stesso suono delle campane a morto.
Lei non li vedeva. Vedeva solo masse indistinte di colori. Cio' che vedeva era il volto di Swart, del suo Swart. L'uomo che aveva portato la luce nella sua vita avvolta dalle tenebre. L'uomo che l'aveva tenuta in vita anche quando era gia' morta. Morta dentro.

Incrocio' le pistole per darsi stabilita', ed apri' il fuoco. Bagliori di luce rossa guizzarono nell'oscurita' del giorno morente, colpendo il solido acciaio degli androidi ed aprendo dei piccoli e precisi fori all'interno dei loro corpi cibernetici, ma a nulla valsero i suoi sforzi. Non smisero di correre.

Swart, il suo amore. Joseph, il leader che aveva guidato i suoi passi nel buio di un'epoca troppo crudele. Keltron, il suo colossale amico dal cuore d'oro, colui che aveva sempre avuto per lei una parola gentile, per confortarla nei momenti peggiori.

Rihel ricomincio' ad udire i rumori, quando nell'aria risuono' il suono familiare delle canne di un cannone Minigun che cominciano a ruotare fischiando.

"Perche' io ho un sogno Keltron. Sogno di assistere alla fine di questo massacro. Sogno che giungano i giorni in cui tornera' l'amore, sogno di vedere la luce del sole, di esserne baciata e riscaldata."

I proiettili del Minigun esplosero, ed investirono Rihel in pieno petto, aprendovi un numero impressionante di rossi fori zampillanti sangue. Smise di sparare e lascio' ricadere le braccia lungo i fianchi, mentre la sua vista si annebbiava e il suo equilibrio cominciava a venire meno. Eppure rimase in piedi, un fiotto di sangue che colava oltre la sua bocca.

"Sogno i giorni che verranno... I giorni meravigliosi in cui potremo essere felici, senza essere ossessionati da quella sirena, da quella voce registrata che annienta la nostra umanita'. Sogno un futuro senza UAE, sogno un futuro in cui posso avere un figlio insieme al mio Swart, il giorno in cui potro' bere una birra senza domandarmi se sara' l'ultima che avro' il piacere di bere..."

Finale Under Construction
by Razka | commenti | commenti (popup)
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domenica, 05 ottobre 2008,22:55
Le ferite mi fanno male, ma prima o poi il sangue si fermera' da solo. Di certo ho la fortuna di non essere prossimo alla morte. Ed e' una fortuna che un paio di persone non possono dire di avere. Ma sono scusati, non ne hanno certo idea.

Sono fuggito da quella grande citta' senza nome gia' da qualche ora, hanno rinunciato a inseguirmi. Hanno creduto che le mie ferite sarebbero state mortali, e hanno semplicemente atteso di vedere il mio cadavere finire nel loro fossato, trasportato dal fiume. Tuttavia temo che l'unico cadavere sara' quello della graziosa ragazzina di quella citta'. Il mio non possono averlo, non ancora.

Sorrido, mentre continuo a cavalcare senza nemmeno fermarmi per mangiare e dormire, come un golem animato da energie oscure avanzo implacabile verso il villaggio piu' vicino. Secondo la mappa sono solo due giorni di cavallo. Schifosamente distante, mi dico. Se fosse stato piu' vicino non mi sarei annoiato cosi' tanto, e non sarei stato bruciato dall'impazienza. Non ho tempo per mangiare e dormire. Ho delle cose da fare. Cose urgentissime. E a dirla tutta, non sono nemmeno stanco.

Non so cosa sia successo al mio corpo. Ogni fibra di esso, da qualche mese ad oggi, e' scosso da violenti fremiti che lo tengono vivo ed energico. Posso privarmi del sonno per intere settimane, non ho bisogno di mangiare, ed anche il dolore arriva attenuato alle mie membra. Mi sento senza spazio e senza tempo, ovunque ed in ogni momento. Mi sento eterno, immortale, divino. Questo e' il mezzo con cui finalmente potro' liberare la mia mente da tutti i pensieri che la gravano. Non ci sara' piu' spazio per niente, quando avro' finito di prendermi cura dei miei affari lasciati in sospeso. Quando avro' pulito il mondo, si. Ho tutto il tempo che voglio.

In quella citta' mi sono preso l'onore e l'onere di liberare queste terre da una presenza sporca e impura. Era una ragazza dai capelli corti, giovane, a malapena una donna, vestita in modo molto modesto. Ma tutto il suo corpo ben proporzionato era un'offesa ai miei occhi, che possono vedere la corruzione che si annida in ogni essere vivente. Come faccia a saperlo e' molto semplice, dal momento che sono stato investito da una benedizione divina che mi ha reso un superiore essere al servizio dell'ideale piu' condiviso in un mondo marcio come questo.
E il suo viso. Quel suo viso cosi' dolce, cosi' bello, cosi' simile a quello di tutti gli altri. Quelle labbra che si muovevano pronunciando parole cariche di falsita', quel suo sorriso cosi' ambiguo, cosi' intrigante, cosi' viscido e miserabile. Era la mia vittima perfetta.

L'ho intercettata mentre, sola nei campi, si apprestava a tornare a casa. Si e' spaventata, ha urlato. Le ho distrutto la mascella assestandole un pugno in pieno volto, con il guanto d'arme. Non ha piu' urlato. Le ho spezzato tutti e quattro gli arti, riempiendola di schiaffi ogni volta che sveniva. L'ho calciata nell'addome fino a farle rigettare fiotti di vomito misti al suo sangue. L'ho sollevata per il collo con entrambe le mani e l'ho alzata da terra, tenendola sospesa e guardandole bene il volto segnato dalla sofferenza e dall'agonia. Certo, e' cosi' che dev'essere, pensavo. E' cio' che ti meriti per essere quello che sei, pensavo, mentre le mie mani si stringevano attorno al suo collo con una forza disumana, fino a che l'aria del tramonto non si riempi' con il sordo schiocco del suo osso del collo che si frantumava in piu' punti. Non ho nemmeno usato la spada per te, dissi a bassa voce all'ormai cadavere che tenevo tra le mani. Non meriti che io sporchi la mia lama, proseguii.

Sono fuggito prima di essere sopraffatto dalle guardie che mi hanno scoperto, ma faro' ritorno prima o poi. Li c'e' ancora cosi' tanto a cui pensare. Fortunatamente il villaggio e' in vista.

Arrivo mentre il sole sta tramontando. E' niente di meno che un'accozzaglia di case in mezzo ai campi, un delizioso villaggio rurale immerso nella calma e nella pace. Meglio, mi dico, vorra' dire che il mio intervento non sara' mai dimenticato.

Comincio a cercare morbosamente senza scendere nemmeno da cavallo. Mi aggiro spettrale per le vie deserte, il respiro della bestia condensato in grandi nuvole di fumo a causa del freddo, accompagnato dal sordo rumore degli zoccoli, un suono molto simile a una cadenza funebre. Non c'e' nessuno, ma io li sento. Sento i loro occhi puntati su di me da dietro le imposte semichiuse delle finestre illuminate, sento il profumo del loro terrore mentre mi guardano. Inspiro a fondo, inebriandomene, e continuando a far saettare lo sguardo a destra e a sinistra, cercando le tracce dell'impurita' che sono certo trovero'.

Eccola, la casa che volevo. Anonima, ma piena di disgustosa e vomitevole ipocrisia. Mi porto davanti alla porta, e scendo da cavallo senza nemmeno prendermi il disturbo di legarlo. Li sento. Sento il loro respiro affannoso e spaventato quando mi vedono fermo davanti alla loro abitazione. Li sento affrettarsi su per le scale. Mi viene da ridere, mentre la mia vista comincia a farsi sfuocata, e mentre il mio corpo comincia lentamente e inesorabilmente a sfuggire al controllo della mia mente.

La porta e' cosi' fragile. Esce fuori dai suoi cardini con un semplice calcio, proiettandosi diversi metri indietro sul pavimento, provocando un fragore insopportabile, che alle mie orecchie suona come dolce musica. Canticchio avviandomi con decisione su per le scale, so bene che si nascondono di sopra. Nella mano destra gia' compare con un baluginio la corta lama del mio pugnale.

Un'altra porta fastidiosa in cima alle scale. Canticchio ancora, stavolta piu' forte, mentre assieme al volume della mia voce cresce l'eccitazione che mi pervade, quella gelida morsa che mi attanaglia il cuore e che trasmette una forza illimitata alle mie membra, perdendo progressivamente la vista. I miei occhi vedono ora il mondo che si sta squagliando come se fosse tutto una gigantesca candela, e le mie orecchie sentono ogni singolo rumore, ogni battito del mio cuore risuona nella mia testa amplificato in modo tale da portarmi sull'orlo della pazzia.

Essa viene giu' con un colpo. L'interno rivela una camera da letto modesta, illuminata da una semplice lanterna appoggiata sul tavolino, che proietta la sua luce flebile su una giovane donna e il suo uomo, abbracciati e impauriti mentre guardano terrorizzati verso di me. Smetto di canticchiare, mentre li guardo, immobile, con un sorrisetto minaccioso. Sono impuri. Impuri.

"Buh." Gli dico, come per spaventarli. E rido ancora, avvicinandomi di qualche passo a loro. Tremano. Li vedo, assieme ai loro volti come liquefatti. Non credevo fossero cosi' impressionabili, ma non ha importanza. Un altro passo, e un altro ancora.

L'uomo apre la bocca. "... Chi sei ... Cos..."

Mi lancio su di lui con uno scatto frenetico e furioso, separandolo dalla donna con il braccio sinistro e mettendomi prepotentemente in mezzo a loro. Rido piu' forte. Si agita, si dimena, anche quando lo afferro per i capelli e lascio che la mia lama scivoli lentamente nella sua bocca.

"Sssh... Sssh... Sssh..." Gli dico, puntando i miei occhi sui suoi, paralizzandolo con uno sguardo che reca una silenziosa promessa di morte.

 Quello non si ferma. Continua a dimenarsi, e fa per urlare di nuovo, ma non ce la fara'. Una piccola insignificante rotazione della lama. Ed il secondo successivo quello salta in piedi con la bocca spalancata, senza riuscire a produrre un singolo suono. La sua lingua mozzata cade a terra con un tonfo, assieme ad una cascata di sangue. Si guarda da solo, il corrotto, come se non si stesse capacitando di quel che gli ho fatto. La sua donna urla, ma puo' urlare quanto le pare. Afferro l'uomo per il bavero e lo scaravento di nuovo sul letto, che subito lorda del suo sangue. Ora non si muove piu', preda del dolore e dello stordimento causato dall'emorragia. Si, la sua punizione. Si, il suo dolore.

Scaglio la lama insanguinata ai piedi della donna, con disprezzo e un'espressione di folle e insano divertimento. "Sventralo" le intimo. Lei piange, fa segno di no con la testa, senza riuscire a parlare. "Faccio io?" aggiungo con sadismo, rincarando la dose. "Guarda che se lo faccio io lui soffre e noi ci sporchiamo tutti."

Raccoglie con mani tremanti il pugnale. La guardo a braccia incrociate, aspettando con macabra soddisfazione. L'arma trema nelle sue piccole mani fragili. Ma prima di cominciare mi guarda, gli occhi lucidi di lacrime. "Perche'...?" mormora appena, la voce rotta dalla disperazione. "Perche' no?" le rispondo io, trovandomi molto divertente e ridendo a crepapelle. Soffrire, devono soffrire tutti. Io sono stato la prima vittima, ma non voglio essere anche l'unica.

Lei piange ancora, singhiozza. Sfodero la spada per minacciarla e per dirle di sbrigarsi. Lei compie la macabra opera. Apre lo stomaco del suo uomo, lentamente, con un taglio poco piu' che superficiale. Ed a me va bene cosi', fino a che non vedo lui che le sorride con aria comprensiva, con amore cieco. Cieco, come me una volta accortomi di questo. Con violenza afferro il polso della donna, e lo spingo in profondita' nel ventre dell'uomo, avanti e indietro, in alto e in basso, massacrandolo in ogni direzione possibile. Lei non oppone alcuna resistenza, e' troppo debole per farlo. Ma urla, urla che coprono i gemiti soffocati e agonizzanti di atroce dolore del suo uomo. "Ti sorride! Guarda come ti ama!" commento sarcastico, lasciandole poi andare la mano ed infilando la mia nelle interiora di quell'uomo, estraendone trionfante una manciata di intestini, ridendo, e scagliandole con disprezzo sul suo stesso viso. Egli morira' dopo qualche secondo, tra le braccia e le lacrime della sua donna che si gettera' su di lui mormorando il suo nome tra i singhiozzi.

Che visione repellente. La separo da quel caldo cadavere tirandola per i capelli e facendola finire per terra ai miei piedi. La guardo dall'alto, godendo del suo orrore come se fosse la migliore delle amanti, dominandola sotto ogni aspetto. Lei solleva la testa. "Perche'...?" mi chiede ancora. La mia risposta e' identica a quella di prima. Perche' no? Sono forse io l'unico destinato a soffrire? O forse anche gli impuri meritano il mio stesso destino?

Si. Lo meritano. Per un momento sono tentato di possederla, ma e' un desiderio che reprimo subito in quanto troppo vile e meschino. Sono preso dall'indecisione. Non so se potrei farla soffrire piu' di cosi', e' quasi impossibile concludo. "Alzati in piedi e vattene via. Su su, veloce, veloce!" Le dico, tentando di metterle fretta, ma quella non si muove, continua a singhiozzare e a tremare in preda a un folle terrore. Mi chino a prenderla per un braccio, tirandola su e facendole male. E' leggera come un fuscello. "Muoviti tesoro, o fai una brutta fine. Approfittane, vai a chiamare aiuto!"

La strattono e la lascio andare. Lei muove qualche passo insicuro cercando di aggirarmi, ed io non faccio proprio nulla per ostacolarla. Mi tiene sott'occhio mentre si appropincua alle scale, si asciuga le lacrime, e si volta solo appena arriva. Non fa in tempo a poggiare il piede nudo sul primo gradino che gia' le sono corso alle spalle, la spada sguainata. Con un solo semplice fendente che si abbatte sul suo collo, le tronco la testa di netto. Il suo corpo collassa rumorosamente a terra spruzzando sangue ovunque, mentre la testa rotola macabra di sotto. Fischietto, calpestando il cadavere per scavalcarlo e scendo al piano di sotto, fermandomi davanti alla sua testa, gli occhi ancora aperti, le gote rigate dalle lacrime. La afferro per i capelli, leggera, e la tiro su tenendola sospesa davanti al mio viso. La guardo con un sorriso triste e amaro, le orecchie piene del rumore assordante delle gocce di sangue che gocciolano a terra.

"Sei proprio come lei." Commento con nostalgia.

La avvicino al mio viso, e bacio le sue labbra ancora calde. Sorrido un'ultima volta, mi getto la testa alle spalle ed esco fuori, respirando l'aria fredda della sera e lasciandomi alle spalle tutta quella morte.

Ma la lista e' ancora lunga. Nessuno sara' piu' felice. Mai piu'.
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sabato, 04 ottobre 2008,02:56
"... Sembrava che quel giorno il cuore pompasse il sangue direttamente al cervello, ottenebrandolo con una maniacale furia sanguinari. Anche per questo amo la guerra. Il modo in cui si perdono i freni inibitori riesce a trasformarti in una macchina di morte molto efficace. Uccidi, il sangue del tuo nemico spruzza nei tuoi occhi e ti acceca, velando la tua vista di rossa eccitazione. Senti urla di dolore e di agonia miste ad urla di guerra, senti l'odore della carne e il tocco confortevole della tua arma, tua unica alleata nel grande gioco della guerra.
E non pensi piu' a nulla, non pensi a tutti coloro che vogliono la tua disgrazia, coloro che ostacolano il tuo cammino, coloro che vogliono sconvolgere la tua mente e gettarla in un profondo abisso di dubbio e di incertezza. Non pensarci piu'. Sfoga la tua ira, ridi delle sofferenze del tuo nemico, urla fuori tutta la tua frustrazione, e spera che tutto questo duri a lungo. Perche' e' solo in guerra che puoi essere libero da qualsiasi legame terreno, solo in guerra puoi rasentare la purezza di spirito di un dio.

.
.
.

Gioisci della tua liberazione! Ridi quando tu solo sarai rimasto in piedi su un letto di cadaveri, poiche' tutti meritano dolore e morte piu' di te! Tu solo hai il diritto di vivere! Dimentica chi pronuncia parole d'amore, poiche' esse sono foriere di bugia e menzogna! La liberazione e' tua, figlio delle tenebre! Uccidi! Uccidi! UCCIDI!"
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martedì, 23 settembre 2008,19:05
Non so che giorno sia, ma fa molto freddo. E' buio, e tante persone stanno facendo ritorno nelle loro case, al caldo, dopo una dura giornata di lavoro. Dev'essere inverno. Le luci dei negozi rifulgono allegre sul marciapiede, esponendo idee regalo ed articoli natalizi. C'e' anche un panciuto Babbo Natale che canta Silent Night. Una volta mi piaceva l'atmosfera natalizia. Mi piaceva il vento gelido sferzante sul mio viso, mi piacevano le luci della citta' nell'oscurita' che veloce avanza in inverno. Mi facevano sorridere tutti i colori degli alberi, ed il modo in cui tutti fossero piu' rilassati.

Ma ora non ho piu' voglia di ascoltare i suoni della citta'. Nei miei auricolari, in questo momento, suonano i Dream Theater. Non ho mai amato particolarmente i Dream Theater, li ho sempre considerati solo un gruppo come tanti altri, e non ho cambiato idea. Eppure c'e' qualcosa nell'aria, stasera, per cui sono certo che non c'e' nulla di piu' adeguato di Scenes From a Memory. Canticchio a bassa voce, tra me e me, le poche parole che ricordo.

"Where did we come from? Why are we here?"

Nessuno fa caso a me. Sono in pochi quelli che vanno a piedi in una sera fredda come questa, e quei pochi, soli, non mi degnano di uno sguardo. Io invece indugio sui loro volti, senza animosita', nonostante io sia stato sempre un attaccabrighe. Li osservo per quel breve di lasso di tempo in cui ci incrociamo, come se fosse veramente importante, come se credessi per chissa' quale ragione di riconoscere in loro un volto noto. So perfettamente che sono persone che non ho mai visto prima, ma mi piace immaginare le loro vite, le loro famiglie, basandomi solo sul loro aspetto. In un certo senso e' una dimostrazione di empatia che mi fa sentire piu' umano.

Continuo a camminare. La strada e' ancora lunga, ma non sono stanco. Piu' mi allontano dal centro cittadino e piu' i miei incontri si fanno sporadici. Ed e' un peccato, perche' la mia mente e' libera da ogni tipo di pensiero, e le mie fugaci osservazioni sono l'unica cosa che riesce a distrarmi dal mio lieve canto e dalla musica che riempie ogni fibra del mio corpo.

"They say, life is too short,
The here and the now
And you're only given one shot"

Sorrido. Mi vanto di aver sempre avuto un animo sensibile e artistico, e rimpiango di non aver avuto il dono per poter essere un buon musicista.

Di tanto in tanto scrivevo, mettendo a nudo la mia vera essenza e la mia passione, ma ho sempre sostenuto che la potenza espressiva di una serie di note vale piu' di pagine e pagine di prosa. Non c'e' nemmeno bisogno di immaginazione, poiche' e' la musica stessa a raccontare delle storie meravigliose.

Non c'e' piu' nessuno. La gente e' sparita dalla strada, e persino i lampioni che proiettano la loro luce sul marciapiede si fanno piu' radi, quasi come se la periferia non valesse la pena di illuminarla. Ed avanzo, aspettando che le auto si fermino per farmi attraversare la strada. Ma non si fermano, mi ignorano bellamente. Non ci rimango male, tuttavia. No, continuo a canticchiare ed attendo che siano passate tutte, per poi attraversare e continuare a camminare fino alla fine della citta'.

Eccola, deserta, un intrico di strade e di autostrade che portano in tutte le direzioni possibili. A malapena un paio di auto sono li, ora, sotto quel cartello immenso che, se guardato dal verso giusto, recita il nome della citta', con trionfo e una punta di sgradevole orgoglio. Forse hanno tardato, ed ora si affrettano per tornare alle loro case come hanno fatto tutti prima di loro.

"I used to be frightened of dying
I used to think death was the end
But that was before
Im not scared anymore
I know that my soul will transcend"

Percorro la strada verso est. E' deserta, ma mi tengo scrupolosamente sulla destra, sulla linea, piu' per abitudine che per reale preoccupazione. Ed avanzo, fino a che non riconosco bene il luogo. Attorno a me il vento comincia a fischiare piu' forte, facendo dondolare il grano nel campo che sorge a sinistra della strada, ma non e' di la che devo andare. E' a destra.

Passo in mezzo ai campi, ma sono deserti anch'essi. Il gelo invernale e' spietato, e quella che ho sotto gli stivali e solo terra quasi congelata, coperta da uno strato di brina e di umidita'. Non che abbia molta importanza, dopotutto. Gia' si intravedono in lontananza le fronde di un piccolo boschetto di aceri. Curioso che le loro foglie rosse non si rassegnino a morire ma che, al contrario, svettino caparbiamente in cima ad essi, agitate dall'implacabile vento che spazza la campagna. Curioso, ma non impossibile. In fondo esistono un sacco di cose strane, non c'e' da sorprendersi per cosi' poco.

Entrato, e' come essere in un altro mondo. Il soffio del vento giunge attutito sul mio viso, e la luce lunare filtra a tratti attraverso le fronde, prendendo una suggestiva sfumatura rossa che rende il luogo magico e bello da mozzare il fiato. Mi ci addentro, sicuro di dove sto andando, finche' non posso dirmi finalmente arrivato.

"I may never prove
What I know to be true
But I know that I still have to try"

Nel boschetto si apre una radura. Ed al suo interno risplendono, stupendi, dal colore verde acceso, dei quadrifogli. Tantissimi quadrifogli che sembrano essere li da tempo immemore, senza che mai il piede umano gli abbia recato disturbo. Immobili nonostante il vento, colorati nonostante il buio. Vivi, eterni. Cammino come un intruso fino al centro della radura, ed i quadrifogli nemmeno si piegano al mio passaggio. Mi siedo incrociando le gambe al centro di essa, e prendo un profondo respiro, chiudendo gli occhi come ad entrare in una perfetta comunione spirituale con la natura che mi circonda. E proprio allora la mia mente si affolla di tutti i pensieri di cui si e' privata fino a quel momento.

Una grande lama affilata.
Un cuore.
E tanto rosso.

"Move on, be brave
Dont weep at my grave
Because I am no longer here
But please never let
Your memory of me disappear"

Accarezzo con la mano la nuda terra sulla quale sono seduto. Ripercorro mentalmente ogni tappa, ogni secondo, ogni respiro che ho esalato prima di morire in questo luogo. Non sono pentito, non mi era rimasto piu' nulla. Eppure sembra cosi' triste, ora.

Riapro gli occhi, sdraiandomi e rannicchiandomi laddove, tempo prima, il mio corpo esanime e' ritornato a fare parte del ciclo naturale di vita, morte e rinascita. E chiudendo di nuovo gli occhi, attendo che l'alba faccia svanire anche me, anima errante dispersa in un mondo che non gli appartiene piu'.

"If I die tomorrow
Id be allright
Because I believe
That after were gone
The spirit carries on."
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domenica, 15 giugno 2008,01:44
Il raggiungimento di una vita eterna o quasi non e' esclusiva di pochi eletti o di chi dedica anima e corpo alla sua ricerca. E' sufficiente incontrare le persone giuste.

La mia storia comincia circa 140 anni fa, quando nella casa in cui vivevo con i miei genitori giunse un uomo.

Ricordo molto bene sia lui sia coloro che mi diedero alla luce. L'uomo era un umano alto e dal fisico atletico, vestito da una lunga tunica bianca, i miei genitori invece si assomigliavano molto: gli stessi lunghi capelli biondi lisci, tipici degli arial, gli occhi grigi, grandi ali piumate candide e pure... Caratteristiche che ho ampiamente ereditato. Ma era la loro anima ad essere incredibilmente pura: ricordo sempre con gioia quanto squisita era la loro gentilezza, la loro disponibilita' ad aiutare gli altri, il loro amore per la vita. Possa il Sommo Giudice avere cura di loro per sempre.

Quel lontano giorno, in quello che fu il mio piccolo villaggio, il sole era oscurato da una coltre di nubi promettenti pioggia. L'umano si chiamava Shoira, e fu salutato con rispetto dai miei genitori, che sembrarono riconoscere in lui un volto noto, al contrario di quanto feci io. Parlarono a lungo mentre io badavo discretamente ai fatti miei, disegnando qualcosa su alcuni rotoli di pergamena. E quando la loro conversazione volse al termine, fui avvicinato da Shoira. Con estrema naturalezza. mi domando' se fossi stato interessato a diventare un portatore di giustizia nel mondo... E fu allora che in lui riconobbi un rappresentante dell' ordine della Sacra Inquisizione di Lordayreon.

Spiazzato e intimorito a causa della scoperta appena fatta, non seppi subito che cosa rispondere; in fondo ero giovane, e l'ordine, pur essendo nato solo qualche decina di anni prima, si era gia' affermato come organo ufficiale di giustizia.

Shoira mi disse di presentarmi al Tribunale se e quando avessi deciso, e con un sorriso rivolto a me e una benedizione rivolta a noi tutti, si allontano'. Mi unii ai miei genitori per salutare l'Inquisitore, e, ricordo, dopo qualche minuto scoppio' un violento temporale, come se esso rispecchiasse il mio stato d'animo.

Anche se si potrebbe pensare che decidere mi porto' via molto tempo, non fu affatto cosi'. Mi basto' parlare brevemente con i miei genitori, che mi dissero che avrei dovuto seguire il mio cuore, e che quella strada era sicuramente una delle piu' lodevoli che un essere umano avesse potuto percorrere, e aspettare che la notte mi portasse consiglio.

L'indomani decisi semplicemente di lasciare la mia abitazione e di non tornare piu' indietro. Ero sicuro di cio' che stavo facendo.

Mio padre e mia madre sembrarono capire la mia scelta, e si limitarono ad abbracciarmi e a salutarmi dicendomi che mi volevano bene. Con un velo di tristezza camminai quindi verso il Tribunale, che non era molto distante. Raggiuntolo, potei vederlo da vicino e al suo interno: L'avevo sempre e solo osservato con ammirazione, li immobile e abbarbicato su quel colle... Era ancora piu' maestoso, magistralmente costruito con pietre dal colore grigio chiarissimo che sembravano quasi essere immortali. Non feci in tempo a contemplare l'interno, una volta varcati i grandi cancelli, perche' Shoira mi accolse quasi subito, distraendo la mia attenzione da quella magnifica struttura. Sorrise, e mi guido' per gli intricati corridoi del Tribunale senza dire molto in una stanza che era, apparentemente, uno studio. Senza tanti giri di parole mi fece accomodare su una confortevole poltrona, e mi disse che avrebbe sondato la mia mente. Mi ispirava fiducia, pertanto non mi opposi in alcun modo. Appoggio' la punta degli indici e dei medi sulle mie tempie e mormoro' qualcosa di incomprensibile con voce possente. Rispetto a cio' che mi aspettavo, sentire solamente un calore superficiale che si spandeva dentro di me mi sorprese.

Dopo circa due minuti egli tolse le dita dalle mie tempie e mi sorrise con aria soddisfatta. Cominciammo quindi a parlare in modo tranquillo e amichevole... Shoira mi porgeva delle domande vaghe, che nulla avevano a vedere con l'Inquisizione, ma che gli permisero di verificare la mia idoneita' a ricevere gli insegnamenti. Egli mi annuncio' infine che sarebbe stato il mio maestro. Accolsi la notizia con timida gioia, ma senza paura o timore. Potevo gia' percepire Lordayreon come una rassicurante presenza protettiva, e me ne stupii.

I giorni passarono, e io imparavo rapidamente le leggi, la storia, la teologia e, in secondo luogo, la demonologia, la sacra lingua degli Inquisitori, e le invocazioni agli Dei. Tutto questo processo di insegnamento duro' circa cinque anni, durante i quali visitai i miei genitori, dicendogli che avevo fatto la scelta che aveva dato una svolta positiva alla mia vita, fino a quando la tragedia della malattia scese su di loro. Mia madre si ammalo' gravemente del morbo di cristallo. Mori' inesorabilmente, senza che nessuno potesse aiutarla a causa della rarita' della malattia. Mio padre si uccise, non potendo vivere senza di lei. Ancora una volta, Lordayreon vegli su di loro, stelle splendenti in un cielo senza luna.

Questo incidente non mi fermo', anzi, mi motivo'. Cominciai a seguire il mio maestro durante l'assoluzione dei suoi doveri. Osservavo attentamente lo svolgersi dei processi, con meraviglia gli esorcismi, e con cinismo le torture degli impuri, mentre la mia mente sembrava non saziarsi mai di tutta la conoscenza assimilata, e mentre mi rendevo conto che l'Inquisizione aveva un secondo volto, sanguinario, misterioso ed oscuro.

Avrei potuto continuare ad essere un semplice Inquisitore fino alla fine dei miei giorni, se non avessi mai incontrato Rheshad.

Avevo circa 20 anni, ed avevo cominciato ad agire solertemente per conto mio, portando giustizia ai bisognosi e castigo agli infedeli. Piu' facevo cio', piu' mi rendevo conto che ero straordinariamente idoneo a farlo.

Un imprecisato giorno di circa 120 anni fa, mi ero recato in un covo di esseri corrotti, che inneggiavano ad una qualche divinita' blasfema. Esso si trovava nascosto una decina di metri sotto terra, come avevo scoperto grazie alla fitta rete di informazioni dell'Inquisizione, che seguiva quel gruppetto da qualche tempo, e anche grazie all'estorsione di uno di quegli infedeli, che era stato denunciato per atti violenti. Era come l'imboccatura di una caverna, celata da un frondoso albero. Entrai senza nessuna paura, potevo sentire la forza del mio Dio che riempiva e proteggeva il mio cuore. Visti quegli eretici mormorare dei rituali impuri di fronte ad un altare, che sorreggeva due candele e una strana effigie, gli intimai di smettere, o la loro anima sarebbe stata scagliata dell'oblio della sofferenza dal Sommo Giudice. Cinque di essi, circa la meta', vestiti di pochi stracci, si voltarono e si avvicinarono a me sfoderando un coltello e senza proferire parola. Prima che la situazione divenisse insostenibile decisi di agire, invocando intorno a me una luminosa aura protettiva. Con un tono di voce crescente continuai a pregare il mio Signore, sfruttando il bagliore che aveva fatto indietreggiare e confondere i miei assalitori, che cominciarono a balbettare e a esitare.

La loro esitazione costo' la vita a due di essi. Alla fine della mia invocazione aprii i palmi distendendoli verso di loro, dal basso, ed essi vennero investiti da due geyser di fiamme. Ringraziai mentalmente il Sommo Lordayreon, e in un secondo momento anche il mio maestro. E mentre i due feriti gemevano e si rotolavano cercando di estinguere il fuoco che li consumava, tutti gli altri, armati e disarmati, si scagliarono rabbiosamente su di me urlando preda di una cieca furia.

Con una terribile freddezza mi impegnai a fronteggiarli cercando di non ucciderli, altrimenti non avrei potuto purgarli. La tortura mi lasciava indifferente. Non provavo una gioia morbosa nel praticarla, come succedeva ad alcuni dei miei compagni, tuttavia lo trovavo divertente, oltre che utile per le anime sporche, esattamente come quelle che avevo di fronte.

Ma non ebbi tempo per perdermi in tanti pensieri. Fui fortunato: coloro che non avevano armi non riuscirono nemmeno a sfiorare la mia barriera, nonostante i loro sforzi. Un pugnale mi raggiunse al fianco, ma ignorai il dolore e colui che mi aveva colpito, concentrandomi solo sulla prossima invocazione. Solo poche parole strozzate, l'immagine mentale di una runa di guarigione rovesciata, e un tocco con la punta delle dita su uno di quegli uomini. E una sofferenza insostenibile pervase l'ennesimo incauto che osava sfidare una delle personificazioni del Sommo Giudice. L'uomo cadde in ginocchio con un grido. Nello stesso momento afferrai il mio mazzafrusto, che calai con violenza sul viso di un altro infedele che avevo vicino. Fini' per terra, come sottomesso alla flagellazione dell' arma. Mi resi conto che essi erano degli uomini deboli, contadini e artigiani, non abituati a combattere, perche' altrimenti non sarebbe stato cosi' semplice sopraffarli. Ma questo non basto' a fermare loro, e neanche a fermare me.

Altre due coltellate oltrepassarono il mio celestiale scudo, accompagnate da due gemiti di autoincitamento. Una di esse manco' di un soffio il mio viso, ma l'altra mi squarcio' un braccio. Strinsi i denti e contenni il dolore, guardandomi vagamente attorno.

La caverna sembrava ora un girone infernale: persone urlanti, odore di carne bruciata, uomini isterici assediarmi, altri ancora cercando spaventati una via di fuga. Ignorando, per quanto possibile, le mie ferite, calai imperiosamente il mazzafrusto sull'ultimo uomo che ancora stava cercando di colpirmi, ed egli cadde per terra accanto agli altri, che ancora gemevano.

I quattro eretici che rimanevano si diedero alla fuga, avendo visto soccombere inesorabilmente tutti i loro compagni. Non cercai di fermarli.

Cicatrizzai subito le mie ferite, mormorando una elaborata preghiera, poi andai ad assicurarmi che i miscredenti fossero ancora vivi. Solo tre di loro lo erano, e si stavano gia' rialzando in piedi. Furono pero' troppo scossi e spaventati per fare qualsiasi cosa non fosse implorare la mia pieta', non avendo piu' neanche il vantaggio di essere in molti.

Fu in quel momento che lei apparve.

Era un'arial dalle ampie ali nere, vestita con un intrigante vestito di tessuto scuro, con un inquietante sorriso sul volto. Era circondata da una specie di aura nera, che scese nella caverna e che si ritrasse lasciando intravedere la sua perfetta figura.

Fin dal principioriconobbi la sua natura, anche per il forte senso di disagio che si fece strada nel mio corpo e, a giudicare dalle loro reazioni, anche in quelli dei tre infedeli.

Fu orribilmente spettacolare: Essi si gettarono a terra, contorcendosi come preda di un folle dolore, tenendosi la testa e lo stomaco tra le mani. Dopo qualche interminabile secondo li vidi raccattare i propri coltelli e, con il terrore dipinto sul volto, se li piantarono in gola, morendo lentamente e con un ultimo gorgoglio  che gli usciva dalle labbra.

Scioccato, ma freddamente calmo, osservai quella bellissima demone, che aveva sul viso un espressione molto compiaciuta per quanto era appena successo, che era chiaramente opera sua.

Ricordando gli insegnamenti del mio maestro Shoira, credetti che si trattasse di un demone intelligente, in grado di comunicare con gli umani. Ed avevo ragione. Prima che potessi parlarle, come intendevo fare, esdsa mi precedette esordendo con una frase tanto criptica quanto ammaliante: "Il tempo dei sacrifici e' giunto, e l'ora della progenie oscura sta risuonando per i continenti".

Fece una breve pausa, poi mi guardo' con fare tentatore, sorridendo.

"Inquisitore... quali desideri si celano dietro quegli occhi determinati? E quali sentimenti dentro quel puro corpo?"

Detto cio', la mia mente reagi' tempestivamente ad un tentativo di controllo e di possessione, provocandomi una vertigine. Risposi poco dopo: "Gli esseri umani vanno al di la' della tua comprensione. Che cosa vuoi demonio?"

"Sbagli. Conosco gli umani meglio di quanto tu creda..."

E proprio mentre cosi' facendo dimostrava la sua vera natura, con tanta calma che sembrava che non temesse niente da me, un turbine di luci scure la avvolse, svanendo dopo qualche attimo, e rivelando la figura di una bellissima donna dai folti e lunghi capelli rossi, completamente nuda, che mi fissava con una lascivia indescrivibile.

Non so dire con certezza se il fatto che mi avvicinai a lei e mi lasciai abbracciare come un amante fosse dovuto al suo aspetto o al maleficio che stava perpetrando. Fatto sta che la ragione mi abbandono', e mi scosse da quella sorta di torpore solo un momento prima che le sue labbra voluttuose sfiorassero le mie. La spinsi lontano da me, sempre piu' sconvolto nel constatare che la percezione del suo potere mi impedisse di fare qualsiasi cosa. Con un sorriso e un turbinare di luci nere, riassunse il suo aspetto originale.

"Che grande forza di volonta' Inquisitore... ora, dopo aver visto questo, e dopo aver visto il tuo ego corrotto, egoista e sadico, non posso rinunciare a te. Sarai il primo della mia lunga stirpe, e, soprattutto... Tu sarai mio Inquisitore. Mio per qualsiasi capriccio, e per sempre".


La sua voce melodiosa mi pervase con le sue parole. Corrotto, egoista e sadico. Ero certo di non esserlo, e per questo raccolsi le mie forze e assunsi la posizione per invocare il sacro raggio di luce. Il mio braccio destro si protese verso di lei, quello sinistro verso il cielo, e parlai cn un tono che mi sforzai di rendere il piu' deciso possibile:

"Il maligno non prosperera' in questo mondo. Svanisci nella luce piu' pura ... Che ... "


Non potei continuare. Lei rise in un modo molto femminile e delicato, e un'ondata di estrema potenza percorse il mio cervello, oscurandolo completamente. Chiusi gli occhi, conscio di cio' che stava succedendo, ma assolutamente impotente. Quando li riaprii, davanti a me non c'era piu' Rheshad, ma una donna vestita di pochi e logori abiti, per terra, con il busto sollevato. Era splendida. Con un solo sussurro disse: "Aiutami..." ... e venne circondata da vampate di fiamme bluastre. Ormai la mia mente, quasi del tutto controllata, sembrava essersi assuefatta ad illusioni cosi' pazzesche, al punto tale da farmi lanciare tra il fuoco, che scoprii non scottare, verso la donna, seppur con la piena consapevolezza di stare correndo incontro alla dannazione.

La aiutai a tirarsi in piedi, e lei getto' le braccia attorno al mio collo. Immediatamente riprese le sue sembianze, e con un fare decisamente dolce sorrise, mi accarezzo' lentamente tra i capelli e attese qualche secondo. Le fiamme si strinsero attorno a noi. Ero terrorizzato, ma inconsciamente ero felice.

Poi la tragedia si compi'. Avvicino' le sue labbra, e comincio' a baciarmi con passione ma in un modo dolce. Un' ondata di piacere mi pervase, e dentro di me esplose l'oscurita'. Sentivo benissimo quello che stava succedendo al mio spirito e al mio corpo, ma non me ne importava nulla. Ero abbracciato dalle sue splendide ali, come se fossi stato protetto da tutto... e se fosse dipeso da me, sarei rimasto per l'eternita' tra quelle braccia e a sentire il dolce sapore di quelle labbra.

Non so quanto duro' il tutto. Ma quando lei si decise a lasciarmi andare, senza dire nulla e limitandosi a fissarmi con un sorriso soddisfatto e malizioso, potei percepire appieno che cosa ero diventato.

Dopo aver rivolto a Rheshad uno sguardo caldo, lasciai che il puro potere infernale scorresse nelle mie vene provando una gioia smisurata nel pensare a quanta potenza avrei potuto sprigionare con un solo gesto della mano.

Ma era la mutazione del mio corpo ad essere piu' straordinaria di qualsiasi altra cosa: L'occhio destro era cresciut, fuoriuscendo dalla propria orbita, e si era innaturalmente iniettato di sangue. La mia mano destra invece si era ingrandita, e recava ora degli enormi artigli sulla punta delle dita e sulle nocche. I capelli erano cresciuti avviluppandosi sul collo e sul viso, guadagnando un colore piu' scuro. Anche le ali cambiarono... avevano assunto una sfumatura nera, che lasciando le ali bianche al centro, ma nere come la notte all'esterno, mi conferiva un aspetto davvero tenebroso.

Eppure in un primo momento non fui disgustato dal mio fisico quanto dalla mia mente: Era diventata sporca, corrotta e perversa, ma continuavo a sentirmi ancora me stesso.

"Ora sei mio Inquisitore... Ho risparmiato la tua personalita', la tua coscienza e il tuo libero arbitrio, sei troppo affascinante per ridurti ad uno squallido burattino... Ti lascero' scoprire le tue nuove potenzialita', poi tornero' a cercarti. Hai capito, Triarchigos?"

Sorrise in una maniera cosi' accattivante che capii che non avrei mai potuto tradirla. Non feci in tempo a rispondere che subito si dissolse in una nube di tenebra.

Da quel giorno segui' un lungo periodo in cui abusavo del mio potere da Inquisitore. Condannavo delle persone per il puro gusto di farlo, andavo insieme a Rheshad a cercare sempre nuovi esseri da assoggettare al suo volere, mentre la sua terribile progenie si espandeva, e sperimentavo durante il mio tempo libero degli incantesimi richiamati dall'oscurita' che covavo nel cuore. Imparai, in particolare., a richiamare le anime e ad evocare fuoco e fiamme direttamente dal piano infernale, in moltissimi modi diversi.

Ma tutto questo ebbe il suo prezzo. Lordayreon mi disprezzo', abbandonandomi e rendendomi incapace di appellarmi ai suoi poteri. Non mi interessava neppure questo, a quel tempo.

Fu una fortuna che, un giorno come un altro, Rheshad scomparve. Non ne scoprii mai la ragione. Trascorsi un breve periodo durante il quale mi disperavo per la sua scomparsa, al punto di scoppiare in lacrime amare in qualsiasi momento del giorno e della notte. Agivo in sua vece come avevamo sempre fatto, come se fossi stato spinto da una invisibile forza di inerzia, e a lei dedicavo oscure preghiere e invocazioni aspettando il suo ritorno.

I giorni passarono, e mi resi conto che mi stavo liberando dalla sua influenza malvagia. Lentamente, molto lentamente, ricominciai a pregare assiduamente il Sommo Giudice e smisi di commettere azioni oscure e di utilizzare quei poteri demoniaci, molto gradualmente. Ritornai quello di un tempo nel giro di un paio di settimane, piu' fedele che mai al mio Signore, e disprezzai Rheshad per quel che mi aveva fatto... Aveva contaminato per sempre la mia anima, e deformato per sempre il mio corpo. Giurai silenziosamente che avrei liberato il mondo da quell'essere maligno, nonostante il suo potere.

Ma... Lei ritornera', e sara' estremamente potente. Questo pensiero mi accompagna da un centinaio di anni.
So gia' che quel giorno sara' la fine per me e per tutti coloro che amo. Prego Lordayreon che cio' non accada mai.
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