giovedì, 11 giugno 2009,17:54
L'urto fu violentissimo ed inevitabile. A causa delle ferite, Kelerion non ebbe la prontezza di riflessi di schivare il colpo di Rail, e si raccolse le braccia al petto per difendersi. Il pugno del Dio della Terra scaravento' indietro il suo avversario di parecchi metri, facendolo volare per terra mentre un sordo schiocco di carne accompagnava la sua caduta.
Non appena il signore del Fulmine ebbe toccato il suolo con la schiena, Rail si chino' su di un ginocchio ed invoco' il potere della terra poggiandovi i palmi sopra. Un'impressionante fila di stalagmiti squarcio' l'asfalto lungo una linea retta, sfrecciando veloce verso Kelerion nell'intento di impalarlo. Ma lui non era piu' li'. Rail fece appena in tempo a rialzarsi in piedi, prima che il Dio del Fulmine si materializzasse in un bagliore al suo fianco, e lo colpisse al volto con una potente gomitata, subito seguita da un colpo al torace a palmo aperto.
Rail incasso' il colpo voltando di scatto la testa, prima che il suo corpo venisse invaso dall'energia elettrica sprigionata da Kelerion. Fremette ma non cadde, e nemmeno diede l'impressione di sentire il minimo dolore, nonostante scariche di pura energia si rincorressero lungo la sua pelle e dentro le sue carni. Come se nulla fosse riprese la postura di combattimento e mosse il braccio circolarmente, a colpire Kelerion con il dorso del pugno e toglierselo di dosso, ma anche questa volta il Dio del Fulmine non era piu' al suo posto. Scomparendo in un bagliore di luci, percorso da saette sprigionate dalla sua stessa essenza, riapparve fluttuando ad alcuni metri da terra, distante una ventina di passi da Rail.
"Non sei mai diventato un granche'" Lo scherni' Kelerion, incurante dei buchi che aveva in corpo "Sei sempre stato un grosso animale che sa sopportare bene le ferite. Ma con i tuoi patetici movimenti non mi colpirai mai."
Distese le braccia tenendole lungo i fianchi, ma poco staccate dal corpo, mentre due globi elettrici sfrigolavano formandosi nei palmi delle sue mani.
"Nemmeno tu sei cambiato. Continui a commettere sempre gli stessi errori. Ad esempio considerarmi l'unico individuo pericoloso qui."
E con una risata sommessa venne ingoiato da un turbinare di sabbia che nel giro di pochi istanti lo avvolse completamente come un guscio. All'istante Kelerion sposto' lo sguardo di scatto verso Ekaras che, nonostante stesse mantenendo la concentrazione per padroneggiare il suo elemento, rivolse al Signore del Fulmine un sorriso beffardo. "Non stupirti, Dio del Fulmine. Non avremo il carisma del nostro Signore Elementale, e non avremo nemmeno voglia di parlare con un bastardo come te, ma... Ti suggerisco di non sottovalutare nessuno di noi."
"Ti preferivo quando stavi zitto. Ora ti aiuto io."
Con un gesto di puro odio Kelerion scaglio' le due masse globulari di fulmini verso Ekaras, che gli si avvicinarono ad una velocita' invisibile all'occhio nudo. L'avrebbero sicuramente colpito, ma fu Kendall a giungere in soccorso del compagno. Parte del suo corpo assunse rapidamente la rivoltante consistenza di un liquame, che, depositatosi ai suoi piedi, striscio' in direzione dell'uomo e si ersero davanti a lui a sua protezione, come una disgustosa barriera di fango.
La mossa si rivelo' efficace. Le due sfere elettriche si infransero contro la poltiglia, facendone schizzare ovunque, ma disperdendo la loro energia all'interno della massa senza riuscire a perforarla. Allo stesso tempo, tuttavia, Rail aveva compiuto un balzo verso Kelerion, e gli era gia' praticamente addosso, ancora rivestito da quel guscio di sabbia. Il Dio del Fulmine, d'istinto, si smaterializzo' ancora per poi riapparire a terra, deciso a fare a pezzi i due fastidiosi compagni di Rail. Ma proprio mentre si stava scagliando contro Kendall con il pugno chiuso, deciso a massacrarlo con un unico potente colpo, venne distratto da un sordo rumore alle sue spalle, come una soffocata esplosione. Fece appena in tempo a puntare i bianchi occhi corruschi di energia verso Rail, per notare con sorpresa che il suo guscio era scoppiato, dando origine a delle falci sabbiose che si sparsero tutto attorno, sibilando e fendendo minacciosamente l'aria, parte di esse dirette verso di lui.
Anche stavolta dovette rinunciare ad attaccare per salvarsi. Si smaterializzo' nuovamente con un bagliore, ricomparendo a poca distanza non solo per non sprecare troppa energia, ma anche per non negarsi la possibilita' di attaccare di nuovo. Le mezzelune di sabbia si piantarono nell'asfalto come delle vere lame, lasciandovi dei profondi solchi prima di scomporsi e ritornare turbinando verso Ekaras. E mentre Rail ricadeva pesantemente a terra, voltandosi verso Kelerion, quest'ultimo riapparse al fianco di Kendall, dita distese e pronte a folgorarlo. Ma ancora una volta, era un passo indietro rispetto ai suoi aggressori.
Il pantano ai piedi di Kendall si allargo', divorando la superficie attorno a lui e consumandola per ridurla a una sorta di palude, nella quale Kelerion si ritrovo' immerso fino al ginocchio, senza riuscire a muoversi agevolmente. Non riusci' a smaterializzarsi in tempo. E mentre tre tentacoli emergevano da quel liquido putrido, andandosi ad avviluppare strettamente attorno ai due polsi e alla vita di Kelerion, Rail sopraggiunse alle sue spalle. Lo aggiro' e chiuse entrambe le mani attorno al suo collo in una morsa atroce e soffocante, sentendo sotto le dita il rumore poco rassicurante della spina dorsale che scricchiolava.
E mentre il corpo indebolito del Dio del Fulmine rilasciava potenti scariche elettriche per fulminare tutto cio' che aveva a contatto, senza che potessero avere effetto sui corpi di terra dei suoi nemici, i suoi occhi completamente bianchi vennero celati dalle palpebre che, pesanti, calarono su di loro come un sipario cala sulla tragica fine di un'opera.
...
"Deficiente. Imbecille di un Kelerion, lui e quella mocciosa."
Nel bar della 'Stella del Mattino' Aima sedeva da sola a un tavolino, imprecando tra i denti quando le sue labbra non erano occupate a sorseggiare un cocktail a base di vodka. Non l'avrebbe mai ammesso, ma il fatto che fosse stata rimpiazzata da Jenell le stava facendo scoppiare il fegato dall'ira. Ira che tuttavia conteneva in un impassabile feretro di ghiaccio, rendendola forse addirittura piu' inquietante di chi all'ira da libero sfogo.
E beveva, assorta nelle immagini mentali di lei che congelava fino alle ossa il corpicino fragile di Jenell e lo riduceva in frantumi con uno schiocco di dita. Assorta al punto tale che non si avvide dell'ingresso nel bar di un individuo dall'aria assolutamente bizzarra, fino a che non si sedette al suo stesso tavolino senza nemmeno chiedere il permesso. Aveva il viso diviso verticalmente in due da una striscia di vernice blu, ed indossava una bianca camicia tenuta aperta. Alle gambe dei pantaloni in stoffa rossa.
"Aima, presumo? Non ci conosciamo, pertanto spero che perdonerete la mia invadenza, dovuta a null'altro che una semplice concitazione. Mi chiamo Last."
Lei lo guardo' meglio, con un vago fastidio che trapelava dal suo sguardo. Nonostante non lo conoscesse, ne' si fosse mostrato sgarbato, non gli piaceva affatto. E gli piacque ancora meno quando, mentre accennava a rispondergli, noto' che in una mano stringeva la spada di Kel. Socchiuse gli occhi e distolse la mano dal bicchiere del suo cocktail, avvolgendola da spire di denso fumo bianco, il cui gelo poteva essere avvertito anche a distanza.
Last lo percepi' perfettamente, ma resto' all'apparenza calmo, ed anzi emise una breve risatina. "Non c'e' bisogno di essere aggressivi, milady Aima. Sono un Titano ed ho in mano la spada del Dio del Fulmine, ma le apparenze ingannano."
"Che vuoi? Parla chiaramente e in fretta, altrimenti sai meglio di chiunque altro cosa ti succedera'."
"Solo invitarvi a seguirmi nel luogo dove Kelerion sta combattendo da solo contro il Dio della Terra e due dei suoi piu' validi figli."
"... Cosa?"
Last emise un sospiro, ma dalle sue labbra non si cancellava quel perenne sorrisetto ambiguo ed indecifrabile. "Gli hanno teso un agguato. Sarei andato subito a soccorrerlo, ma stiamo comunque parlando del Dio della Terra, non proprio una piccola minaccia. Ecco perche' sono prima passato da voi. Cosa mi dite, milady Aima?"
Aima non sapeva esattamente cosa rispondere. Nel giro di un istante la sua mente si riempi' di pensieri, ma sorprendentemente la situazione le permise di decidere alla svelta. Considerando la caccia spietata che gli Dei avevano allestito per stanare Kelerion, le probabilita' che il Titano stesse mentendo erano davvero basse. E spiegava inoltre il motivo per cui le era stato chiesto di non venire assieme a Kel.
"Cosa mi dite, milady Aima?" Incalzo' Last.
" ... Deficiente. Imbecille di un Kelerion, lui e quella mocciosa."
E si alzo', imprecando tra i denti e lasciando li' il suo cocktail, rivolgendo al Titano lo sbrigativo cenno di fare strada.
"Sbrighiamoci." Aggiunse infine.
E Last non se lo fece ripetere. Con un sorrisetto piu' simile a un ghigno soddisfatto, si alzava in piedi voltando le spalle ad Aima, cominciando a camminare via a passo spedito.
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Era una splendida giornata di sole, e sull'altopiano spirava una gentile brezza che rinfrescava i corpi di coloro che vi si trovavano. C'era un bambino che giocava allegro rincorrendo un cagnolino bianco che non si lasciava acciuffare per nessuna ragione. Quando il bambino si fermava, il cane scodinzolava ed abbaiava nella sua direzione, si riavvicinava al bambino e non appena questo tentava di acciuffarlo, scappava di nuovo.
Poco distante, sedevano nell'erba soffice un uomo e una donna, mano nella mano, il braccio di lui attorno alle spalle di lei, un gesto protettivo e affettuoso.
"Questo posto diventa sempre piu' bello ogni volta che ci torniamo." Disse lei sfiorando il dorso della mano dell'uomo, il quale annui' di rimando.
"Quando siamo qui" prosegui' lei, tono di voce basso e soave "Dimentico tutte le difficolta' che abbiamo superato insieme, e che dobbiamo ancora superare."
"E le supereremo, amore mio. Ti prometto che finche' avro' vita, nessuno si frapporra' tra noi due. Saremo per sempre noi, fuori da tutta questa situazione, un giorno non lontano. Vedrai."
Lei ridacchio' piano, e volse il capo per posare un lieve bacio sulle labbra dell'uomo. "Non ho mai smesso di crederci. E so che non dovremo aspettare ancora molto, prima di stare finalmente in pace."
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Le iridi bianche di Kelerion apparvero di scatto quando spalanco' le palpebre. Il suo intero corpo crepitava come se fosse un'indistinta massa di energia elettrica, mentre la sua essenza elementale invocava disperatamente di uscire allo scoperto in tutta la sua potenza. Appoggio' le mani sulle possenti braccia di Rail, vincendo la resistenza che opponevano i melmosi tentacoli avviluppati ai suoi polsi, che ancora lo stava soffocando, ed un palpabile globo giallastro li avvolse crepitando. Kelerion sogghigno' istericamente mentre sentiva piu' forte sul suo collo la stretta del Dio della Terra, dal momento che ormai aveva terminato. Era stato un gesto dettato unicamente dall'istinto, e per questo risulto' efficace.
Una quantita' incredibile di esplosioni elettriche si sussegui' all'interno del globo, inondandolo di volta in volta di fulmini che si scaricavano con una deflagrante potenza sulle due divinita' all'interno di quella sorta di sfera. Il rumore era atroce, e riempiva l'aria con quel crepitante rumore di un pannello elettrico che esplode dopo un cortocircuito. Per diversi interminabili secondi le conflagrazioni si susseguirono, una dopo l'altra, finche' tutto il globo non comincio' a risplendere e collasso' all'interno, implodendo.
I risultati furono devastanti. Un numero imprecisato di fulmini scaturi' dall'implosione, volando a una velocita' terrificante verso Ekaras e Kendall. I due furono investiti in pieno dalle mortali scariche, incapaci di difendersi a causa della concentrazione che stavano adoperando per tenere fermo Kelerion. Vennero sbalzati via di parecchi metri e caddero a terra, contorcendosi oscenamente e tentando di scaricare il flusso elettrico che li stava divorando dall'interno, cacciando lancinanti urla di agonia. Solo il potere elementale della Terra permise loro di sopravvivere a un simile colpo.
Per Rail la questione fu differente. Nonostante ebbe mollato la presa sul collo di Kelerion non appena percepito il pericolo imminente, non fece in tempo a proteggersi in modo adeguato. L'implosione lo investi' con tutta la sua potenza, strappandogli brandelli di carne dal corpo che si vaporizzarono a mezz'aria e consumandolo con una violenza disumana. Le sue urla sovrastarono anche l'assordante rumore elettrico che si era propagato ovunque, e nello stesso momento il suo corpo si irrigidiva assumendo la stessa consistenza della roccia. La sua agonia duro' ancora alcuni istanti, prima di divenire completamente immobile come un masso millenario, ed ottenendo cosi' un corpo invulnerabile che gli permise di sfuggire a una morte praticamente certa. Dopo una decina di secondi sciolse la sua forma di pietra, e barcollo' nel tentativo di riprendere l'equilibrio. Non era nemmeno caduto, e nei suoi occhi non si leggeva piu' alcuna traccia del dolore appena provato, nonostante avesse delle grosse ferite su tutta la parte superiore del corpo.
Torreggio' davanti a Kelerion, caduto a terra devastato dallo sforzo, disteso di lato ed ansimante nel tentativo di riprendere fiato, le mani sul collo, a massaggiarselo, come se potesse alleviare il dolore provocato dalla stretta di Rail. Torreggio' ancora, per alcuni istanti, il Dio della Terra sul Dio del Fulmine, nutrendo per lui un aperto ed infinito disprezzo, poi gli sferro' un violento calcio nelle costole, lanciando un urlo frustrato e furioso. Il sordo schiocco di una costola spezzata riempi' per un momento l'aria, subito seguito da un violento colpo di tosse di Kelerion, che stava sputando sangue sull'asfalto in maniera ripugnante. Il pantano in cui erano immersi si era ritirato non appena il Dio del Fango era stato steso, e lo stesso valeva per il Dio della Sabbia. Divinita' che, ad ogni buon conto, si stavano gia' rimettendo in piedi. Erano feriti in modo non indifferente, ma manifestavano ancora la volonta' e la capacita' per portare a termine quella faccenda.
"Immobilizzate questo rinnegato e tenetelo in piedi. Credo che ne avremo per un po'." Sentenzio' Rail lapidario, mentre si schioccava le dita delle mani.
Ekaras e Kendall si tirarono su, ma quest'ultimo espresse la sua perplessita' anche a voce, oltre che con uno sguardo poco convinto. "Forse non dovremmo perdere tempo cosi'. Facciamolo fuori, Rail, e andiamocene a casa."
Si volto' come se avesse udito un terribile insulto, occhi ribollenti di odio per essere stato contraddetto, la voce alta ed imperiosa, a reazione esagerata per cio' che aveva ascoltato.
"HO DETTO" urlo' "TENETELO IN PIEDI E IMMOBILIZZATELO. NON LO RIPETERO'."
Le due divinita' minori indietreggiarono di un passo, intimorite, ma non replicarono piu'. E chiudendosi nel silenzio ricominciarono a sprigionare il loro potere. Delle sorte di calappi di sabbia si avvolsero attorno a Kelerion, tirandolo su, e si ancorarono al pantano che di nuovo si era creato ai suoi piedi, tenendolo immobile in posizione eretta, con la testa reclinata contro il proprio torace come se stesse dormendo.
Il Dio della Terra gli afferro' la mascella e gli sollevo' il capo, fissando quel volto spento per alcuni istanti, prima di assestargli un violento pugno. Uno schizzo di sangue volo' fuori dalle labbra spaccate di Kelerion infrangendosi nella melmosa palude con un umido rumore rivoltante.
"Hai esagerato. Oh come hai esagerato, caro Signore del Fulmine. Come ci si sente ad essere dalla parte della vittima?"
Kelerion alzo' la testa, tenendola su a fatica, occhi socchiusi dai quali ora solo saltuariamente fuoriuscivano alcune deboli scariche elettriche, che inutilmente si infrangevano sul torace di Rail. La voce con cui si espresse era spezzata dal dolore.
"Come mi sono sempre sentito. Ma non mi aspetto che una stupida bestia come te capisca... La mia ambizione e il mio scopo, troppo nobili per una Divinita' inferiore come te."
"Mi farai morire dal ridere" lo scherni' Rail "Stai per conoscere il tuo annientamento, e ti ostini a fare lo spaccone e a provocarmi. A tuo modo conosci la dignita', Signore del Fulmine. Se mi avessi implorato di risparmiarti, non avresti avuto nemmeno una briciola del mio rispetto."
"Col tuo rispetto, Rail, posso anche pulirmici il culo." Rantolo'.
E il Dio della Terra ridacchio' nuovamente. "Fortunatamente le tue volgarita' smetteranno tra poco di infestare questo mondo. Quelle, e la tua pazzia dilagante. Finalmente scriveremo la parola fine in tutta questa faccenda. Che giornata epica e' questa."
Un altro pugno, ancora piu' violento del precedente, raggiunse Kelerion in pieno volto. Il sangue che perdeva dal naso gli scivolava sulle labbra in un grottesco rivolo, e cio' nonostante non mostrava alcuna paura, alcuna soggezione, alcuna rassegnazione. Era palese che volesse rispondere, ma dalla sua bocca usciva solo un suono sconnesso e biascicato.
"Sssht basta parlare" disse Rail fintamente preoccupato, mentre dal suo braccio destro cominciavano a spuntare dei terrificanti rostri di pietra nera, squarciando la pelle che lo rivestiva "ti ricorderemo cosi', con l'ultima frase che hai pronunciato. E' molto piu' d'effetto."
Lo sguardo del Dio della Terra era assolutamente inebriato dalla dominazione totale che stava esercitando su Kelerion, che per l'ennesima volta tento' di colpire il suo avversario con una scarica elettrica, senza ottenere alcun effetto. Tento' di muoversi, ma troppo forte era la stretta di Ekaras e Kendall. Rail sollevo' il braccio coperto di rostri, che avevano ora invaso anche la sua mano, in posizione per sferrare un pugno.
"Crepa, Kelerion. La tua leggenda di Signore del Fulmine termina oggi."
Scese in quella piazza un silenzio atroce, lungo appena qualche secondo, prima di venire spezzato dalle atroci urla di dolore delle due divinita' minori. Rail si volto' di scatto, allarmato, e cio' che vide non poteva in alcun modo aspettarselo.
Ekaras era intrappolato fino alle ginocchia in un grosso pezzo di ghiaccio che emergeva dal terreno. Due lance trasparenti gli spuntavano dal torace, emettendo un vapore che si intuiva essere gelido solo guardandolo. Kendall era disteso sul suolo, la testa rivolta verso il cielo, scosso da lievi e sporadici spasmi. Sangue fluiva copioso dalle sue orecchie, mentre dagli occhi sbarrati non si intuiva nemmeno se fosse ancora vivo.
Rail apri' la bocca, incredulo, come a voler parlare, ma non fece in tempo. Alle sue spalle una pozza nera aveva increspato l'asfalto, e da essa era emerso un colossale individuo con la faccia quasi completamente tatuata e tempestata da piercing di ogni genere. Con gli occhi sgranati, aveva sollevato un braccio, avviluppato da una sinistra aura nera con delle screziature metalliche, e l'aveva abbattuto sul fianco del Dio della Terra, sprigionando, al momento del colpo, un'onda d'urto simile allo spostamento d'aria che si ha dopo un'esplosione.
L'impatto sbalzo' Rail di lato di diversi metri, facendolo barcollare, ma tuttavia non cadde. Si tenne la parte colpita con entrambe le mani, imprecando sottovoce e provando un dolore non indifferente. Il colpo che aveva sferrato il Titano era di una potenza distruttiva spaventosa, e solo la corporatura naturalmente massiccia e resistente di Rail l'aveva salvato. Kelerion, libero dalla stretta di Ekaras e Kendall, collasso' a terra proprio mentre il Dio della Terra alzava lo sguardo a fissare con odio gli sgraditi ospiti non invitati.
"Ma guarda guarda, sono arrivati gli eroi. Due Titani e una puttana traditrice della nostra stirpe. Come eroi fate davvero pena, anche se siete piu' che adatti a salvare della feccia come quella che mi sta rantolando alle spalle."
Sorprendentemente, nonostante fosse accasciato a terra facendo fatica con il solo respirare, dalle labbra di Kelerion fuoriusci' una bassa risata sommessa, che tuttavia venne ignorata da tutti i presenti.
"Kendall! Ekaras! State bene? Riuscite ad alzarvi?"
Last scosse la testa e si rivolse a Rail con il suo consueto tono di voce fin troppo pacato e cortese.
"Signor Rail, credo che farebbe bene a preoccuparsi di Lei stesso, prima dei suoi sottoposti. Fatta questa premessa, permettete che ci presentiamo in un modo piu' cordiale di quello con cui si e' riferito a noi. Mi chiamo Last, Titano della Mente. E il mio compagno e' P-Chord, Titano della Forza. Per quanto riguarda milady Aima, credo che vi conosciate gia'."
"Oh certo che ci conosciamo. Ho sospettato di te fin dall'inizio. Essere stata la puttana di Kelerion ti ha completamente fottuto il cervello, Aima? Anche tu sei giunta al punto di uccidere la mia e la tua gente, alleandoti con i nostri nemici ancestrali, solo per... Per questa feccia?"
Lei scosse lentamente la testa, mostrando una calma assolutamente raggelante, come la risposta che diede a Rail, del tutto fuori luogo e volutamente provocatoria, dal momento che non rispondeva a nessuna delle domande poste dal Dio.
"Non preoccuparti, quei due non sono ancora morti. Ma dubito che saranno di qualche utilita', in quelle condizioni. Portali via e sparite immediatamente, solo cosi' potete vivere."
La risata di Rail fu dapprima molto bassa, ma crebbe d'intensita' fino a diventare sguaiata, risata che accompagno' con un ampio gesto delle braccia, che allargo' verso l'esterno.
"Ora ti faccio una domanda, stupida puttana. E la faccio anche a voi due, schifosi vermi. Secondo voi, secondo la vostra assolutamente discutibile opinione... Voi siete davvero in grado... Di dare... A me... Ordini... ?"
La voce di Rail era oscenamente fuori di se'. Ricordava per molti versi Kelerion durante i suoi deliri di onnipotenza. E, in una tanto curiosa quanto pericolosa analogia, nemmeno lui attese la risposta. Dopo aver raccolto le braccia al petto scatto' in avanti verso i tre individui, che non ebbero il tempo di prepararsi adeguatamente a causa della sorpresa. Rail si fermo' ad appena un paio di metri da loro, e spalanco' le braccia verso l'esterno con un gesto violento.
Un numero impressionante di lunghi spunzoni di pietra fuoriusci' direttamente dal torace di Rail, investendo ad una velocita' incredibile tutti e tre i suoi avversari con una tempesta di aculei, che rimasero comunque attaccati al suo corpo. P-Chord ne fu investito in pieno, a causa della sua scarsa agilita'. Riusci' appena a voltarsi sul fianco, a proteggere gli organi interni, prima di finire impalato orribilmente da quel nugolo di rocce cosi' simili a delle stalattiti. Last e Aima riuscirono a togliersi dalla traiettoria con un movimento agile, riportando appena qualche graffio. Ma proprio quando pensavano di essere al sicuro, Rail sollevo' anche le braccia, ed anche da esse si diramarono decine e decine di piccli aculei come fossero aghi di pietra. Entrambi vennero colpiti, trovandosi con dei grossi fori nel torace, vicino alla spalla. E solo allora il Dio della Terra ritrasse tutti gli spunzoni lordi di sangue, l'espressione trionfante sul volto.
"IDIOTI! Con chi credete di avere a che fare... Eh? Io sono Rail, il Dio della Terra. E voi... Senza Kelerion non siete che insetti. Egli ha una potenza che voi non potrete mai raggiungere, ma sfortunatamente si trova agonizzante laggiu'. Cio' significa che l'unico che rappresentava un pericolo per me, non e' in condizione di battermi. Venendo qui avete deciso il giorno della vostra morte, maledetti vermi. Prima vi schiaccero', poi portero' a casa Kendall ed Ekaras. Ecco come andra'."
D'improvviso, i tre mostrarono molta meno spavalderia. Avevano decisamente sottovalutato il Dio della Terra, ed avevano bisogno di pensare a qualcosa di efficace, prima che le sue parole si concretizzassero in tragedia. Anche senza l'aiuto dei due Dei ormai privi di sensi, la minaccia di Rail restava immensa.
<<< Aima. P-Chord. Dovete attaccarlo insieme, mentre io andro' da Kelerion. Se riuscira' a mettere le mani sulla sua spada, sono certo trovera' la forza per combattere ancora. Ce la faremo.>>>
I due annuirono alla voce di Last nella loro testa. Le ferite del Titano della Forza erano molto gravi, ma la sua persona rendeva giustizia a cio' che incarnava, sostenuto da un'energia incredibile che gli impediva di essere messo fuori gioco con cosi' poco. Non aveva aperto bocca, nemmeno un gemito gli era stato strappato da quell'attacco micidiale. E all'unisono, tutti e tre assunsero una posizione di combattimento, pronti ad agire.
Aima, P-Chord e Rail si mossero nello stesso istante. Il Titano e il Dio della Terra si scontrarono frontalmente, sprigionando una terribile onda d'urto ad ogni colpo che si scambiavano. Era una sfida basata sulla sola potenza fisica: laddove P-Chord attaccava con una forza straordinaria, Rail incassava e contrattaccava con un vigore stupefacente. Aima si porto' lentamente alle sue spalle, evitando di essere coinvolta in uno scontro diretto dal quale sarebbe uscita disintegrata in pochi istanti. Muovendo solamente le dita di entrambe le mani in modo ammaliante, comincio' a perpetrare il suo attacco. Dalla mano sinistra si sprigiono' una condensa gelida che si ammasso' nell'aria, concentrandosi a pochi metri sopra i due mostruosi individui in lotta, come un macabro sudario che li rivestisse. Dalla sua mano destra invece si protesero lungo le dita alcuni cristalli di ghiaccio che assunsero in breve una forma appuntita. La stessa cosa fece rapidamente con la mano sinistra, ora libera.
Last raggiunse Kelerion indisturbato, lo volto' gentilmente sulla schiena e controllo' velocemente le sue ferite. Erano piuttosto gravi, e da esse scaturiva la sua essenza elementale, come del vapore che fuoriesce da un tubo incrinato. E tuttavia gli poso' il manico della spada sul palmo, mentre le sue enigmatiche parole raggiungevano la sua mente.
"So che puoi alzarti, Signore del Fulmine. Non lasciare che questa diventi la nostra battaglia. Questa e' la tua battaglia. Lo e' sempre stata, da millenni. Adesso hai nella tua mano lo strumento che ti permettera' di essere il vincitore. Trova le energie e da fondo a tutte le tue risorse, rialzati, e fallo a pezzi come merita. E il tuo nome risuonera' ancora piu' forte tra i celesti. Avanti, Kelerion del Fulmine. Fallo."
...
P-Chord venne raggiunto da una violentissima ginocchiata che gli spezzo' diverse costole e lo fece collassare a terra, denti serrati dal dolore. Gia' Rail si era chinato su di un ginocchio, a voler impalare brutalmente il Titano come aveva gia' cercato di fare con Kelerion, ma nemmeno questa volta ebbe successo. Appena prima che il suo palmo toccasse il suolo, una rosa di cinque frecce di ghiaccio volava rapidamente verso la schiena di lui, lasciandosi dietro un alone di gelo.
Un massiccio muro di terra mista a frammenti di asfalto squarcio' il suolo e si erse a protezione della divinita'. Le glaciali frecce si infransero contro la barriera, riducendosi in minuscoli frammenti che tuttavia non accennavano a sciogliersi. Lo sguardo che Rail rivolse ad Aima, voltando solo il capo senza muovere nemmeno un muscolo, fu atroce. La Dea, tuttavia, non ne sembro' affatto turbata, e prima che Rail potesse alzarsi lascio' partire gli aculei dall'altra mano, con un ampio e sinuoso gesto del braccio.
"La tua mira ha bisogno di una sistemata, Signora dei Ghiacci" Sentenzio' lugubre Rail nell'osservare le frecce disperdersi ben al di sopra di lui, nella nube che Aima aveva creato precedentemente.
"Ti assicuro di no." Rispose lei lapidaria ed inespressiva, prima di sollevare la mano col palmo rivolto verso l'alto e di stringerla a pugno dopo pochi istanti.
Delle grandi nuvole nere si ammassarono in alto nel cielo, scontrandosi ed originando diverse scariche elettriche che le pervasero.
Una tempesta di lance di ghiaccio cadde dalla nube di vapori gelidi, producendo un distinto rumore cristallino, investendo in pieno il Dio della Terra. L'attacco non duro' che un secondo, ma fu ugualmente devastante a giudicare dalle ferite che riporto' Rail, incapace di schivare a causa della sorpresa, in grado solo di proteggersi la testa con le mani.
Piu' veniva ferito, e piu' rapidamente sembrava perdere la ragione, come se il dolore che sembrava sopportare senza limite lo trasformasse in una sorta di macchina inarrestabile dai tratti grotteschi. Ondeggiava, ormai prossimo a perdere le energie, muovendo con fatica quelle colossali spoglie umane, completamente massacrate: non solo gli mancavano brandelli di pelle e carne strappati dal globo elettrico di Kelerion, e non solo aveva il volto e il corpo tumefatti da chiazze nere piuttosto estese a causa dei potenti colpi di P-Chord. Ora aveva anche non meno di una ventina di frecce di ghiaccio piantate nelle carni, dalle quali sporgevano sprigionando un vapore artico innaturale. I lembi dei fori erano parzialmente congelati, e facevano fuoriuscire pigramente rivoli di sangue che imbrattavano del tutto le sue braccia, il suo torace e le sue cosce. Stava traendo profondi ed esagerati respiri rumorosi, le narici dilatate, e ad ogni respiro un rivoletto di sangue andava ad ingrandire quello precedentemente fuoriuscito dal suo corpo.
Grosse gocce di pioggia cominciarono a cadere sul campo di battaglia, infradiciando in breve tutti i presenti che si trovavano in quel luogo.
" ... Maledetti vermi ... Smettetela di provarci ... Io sono ... Invulnerabile."
E cosi' dicendo sollevo' una gamba, abbattendo al suolo il suo massiccio stivale come in un potente calpestio.
Un anello di stalagmiti comparse dal nulla squarciando l'asfalto, disperdendosi verso l'esterno come le increspature di un sasso gettato nell'acqua si allargano fino a scomparire. Aima fece appena in tempo ad indietreggiare velocemente gelando, con un sensuale mormorio, il terreno ai suoi piedi ed impedendo cosi' che le mortali stalagmiti potessero fuoriuscire, mentre P-Chord incespicava nel rialzarsi e veniva ferito nuovamente dalle stalagmiti che perforavano la sua gamba e il suo braccio destri. Anche questa volta, non un singolo gemito fuoriusci' dalle sue labbra.
Last, poco distante ma anche lui minacciato da quell'attacco ad ampio raggio, chiuse gli occhi allargando di scatto le braccia, senza perdere quel sorrisetto indecifrabile che campeggiava costantemente sul suo volto. Il suo corpo divenne evanescente, rilucente di un'inquietante aura viola, e rimase semplicemente fermo li' dov'era mentre le stalagmiti di roccia gli passavano attraverso senza arrecargli danno.
I quattro si ricordarono di Kelerion solo quando sentirono la sua risata sommessa e assolutamente insana sovrastare i rumori del temporale che infuriava. Alzarono la testa, e contemporaneamente lo videro.
Stava cadendo dall'alto, la spada sollevata sopra la testa stretta in entrambe le mani, proprio addosso a Rail. Il tempo sembro' congelarsi per gli istanti successivi.
Il colpo di Kelerion era lento, a causa delle gravi ferite riportate, ma per la stessa ragione erano lenti anche i riflessi di Rail. E proprio mentre un fulmine esplodeva a terra vicino a loro, illuminandoli per una frazione di secondo, l'attacco venne sferrato.
Uno squarcio rosso si apri' diagonalmente lungo tutto il torso del Dio della Terra, che prese a sanguinare in modo impressionante, urlando fuori il suo dolore in modo atroce, e ringhiando come una belva selvaggia mentre fissava con odio Kelerion, ora chinato su di un ginocchio per ammortizzare la caduta. Rail aveva gia' le mani protese verso il Dio del Fulmine, ormai spinto giu' dall'orlo della pazzia a causa del dolore.
"... TI ... MASSACRO ... BAST ... ARDO ..."
"Mettiti in fila, figlio di puttana."
E rialzandosi Kelerion impresse una rotazione al suo corpo, brandendo la spada in un implacabile fendente circolare all'altezza delle gambe. E quando si fu rialzato completamente, termino' la rotazione con un secondo fendente al torace di Rail. Entrambi i colpi andarono a segno.
Il Dio della Terra perse l'equilibrio quando le sue possenti gambe furono squarciate, ed oscillo' brevemente, prima che anche il secondo fendente lo raggiungesse, aprendo le sue carni disegnando una grottesca croce rossa sul suo torace.
Il rumore del Dio della Terra che cadeva crollando distrutto al suolo sembro' riempire le orecchie e i cuori di tutti coloro che poterono udirlo. E rimase cosi', disteso sull'asfalto sulla schiena, occhi roteati all'indietro, il respiro pesante e il sangue pigramente lavato via dalla pioggia, racconto in una rossa pozza che si allargava sotto di lui. Ma non vi rimase per molto.
Kelerion lo incalzo', e rimase a torreggiare su di lui senza dargli tregua. Sollevo' la spada tenendola con una mano sola, e la pianto' nel torace di Rail, sfondandogli le costole e strappandogli le carni. Distese completamente il braccio libero verso il cielo, uno sguardo rivolto verso l'alto che esprimeva esclusivamente onnipotenza e sete di dominio, ed attese appena una manciata di istanti. Un fulmine eruppe dalle nuvole sopra la sua testa, ed impatto' contro il palmo della sua mano, investendo Kelerion di pura energia elettrica. Le sue labbra si distesero in un sorrisetto, mentre abbassava di scatto il braccio, portandosi il pugno accanto al fianco.
La mostruosa energia elettrica che scorreva nel corpo del Dio del Fulmine si riverso' come un fiume in piena all'interno della spada, esplodendo nel corpo di Rail. Quest'ultimo ebbe un solo sussulto, durante il quale tutti i muscoli del suo corpo si contrassero, contorcendosi orrendamente, e la sua bocca si spalanco' in un silenzioso urlo di agonia. Quando l'energia si fu completamente scaricata, Kelerion sfilo' la spada dalle calde carni, e il Dio della Terra comincio' a sanguinare copiosamente non solo dalle ferite nelle sue carni, ma anche dalle narici e dalla bocca. Kelerion si lascio' ricadere a terra, chinandosi dapprima sulle ginocchia e poi crollando di lato, esausto, respirando con fatica e cercando di inspirare quanta piu' aria potesse.
Aima, Last e P-Chord assistettero meravigliati alla scena, e si avvicinarono in fretta, seppur continuando ad essere guardinghi, a Kelerion e Rail, constatando con stupore che quest'ultimo riusciva ancora a muoversi. Aveva infatti sollevato il braccio destro, la mano serrata a pugno, la voce spezzata dal dolore ed esageratamente bassa.
" ... Siete ... Fortunati. Potete vivere ... Ancora un po'."
Aima e Last aprirono la bocca per replicare, ma non fecero in tempo. Il pugno di Rail si abbatte' senza troppa forza sull'asfalto, che venne squassato con un rombo, mentre si apriva in una fessura che inghiottiva, sotto gli occhi attoniti dei tre, il Dio della Terra, per poi richiudersi con la stessa velocita' con la quale si era aperta, senza che di Rail restasse piu' alcuna traccia.
martedì, 19 maggio 2009,17:55
Ripercorsero all'inverso il labirintico interno della piramide, entrambi silenziosi, entrambi con la testa affollata da pensieri di ogni genere. Solo quando furono usciti, lasciandosi alle spalle la grande e imponente Dahshur, Alexander, e tutto cio' che laggiu' era stato detto e che laggiu' sarebbe stato condannato a rimanere, Aima prese la parola. I suoi occhi celesti sfolgoravano alla luce del sole che cominciava a sorgere dietro la piatta linea desertica dell'orizzonte, e il suo torace si alzava e si abbassava ritmicamente, riempendosi dell'aria ancora fresca che permeava il luogo.
"Non pensi sia giunto il momento di spiegarmi cosa ti frulla per la testa?"
"Nemmeno per sogno." Fu la risposta sprezzante di Kel, seguita da una grassa risata che congelo' Aima li' dove si trovava. Lui per contro continuo' a camminare verso l'automobile, e solo dopo qualche metro la dea ricomincio' a seguirlo. Di certo si aspettava un Kelerion piu' collaborativo, a giudicare dai modi che teneva con il signore della luce fino a pochi minuti prima.
"Se perfino Alexander si e' accorto che puoi fidarti di me e tu invece sei ancora convinto di non poterlo fare, sei veramente un bestione ottuso." Sentenzio' lei con una nota di risentimento nelle parole.
"Non devo mica fare tutto quello che mi dice Alexander. Non e' mica mio padre." E rise ancora.
Se gli sguardi potessero uccidere, Kel sarebbe morto in modo atroce in quello stesso istante. Come se si sentisse osservato, volto' lo sguardo in direzione della donna, senza pero' smettere di camminare.
"Senti, non e' che non mi fidi di te. Tutt'altro. Altrimenti non ti avrei mai contattata. Ma dammi retta quando ti dico che non e' ancora il momento. Se tu sapessi tutto ora, succederebbero un sacco di cose spiacevoli. Preferisco aspettare che tu sia nella merda fino al collo, proprio come me."
"Lo sono gia' abbastanza per averti aiutato in un momento in cui chiunque ha l'ordine tassativo di annientarti."
Kel rise sommessamente, una risata di circostanza che lasciava trapelare la sua tensione, cosi' ben dissimulata. "Ringrazia che puoi ancora respirare."
Fatto il giro della piramide, raggiunsero nuovamente l'auto e Kel si mise alla guida, diretto verso il Cairo. Si ostinava a rimanere silenzioso, e tuttavia non era il silenzio dell'ostruzionismo. Era il silenzio di chi sta ragionando sul da farsi. E come se fosse in grado di leggerli nel pensiero, Aima gli rivolse nuovamente la parola, i capelli scompigliati dalla velocita' della vettura che sfrecciava sulla sabbia.
"Che faremo ora?"
"Forse ti sorprendera', ma non ne ho la benche' minima idea. Cio' che potevo fare era visitare Alexander e l'ho fatto, per il resto... Temo mi tocchera' aspettare e vedere che piega prenderanno le cose. Presumo che in ogni caso non dovremo aspettare a lungo per scoprirlo."
Nell'udire quella risposta, fu Aima a diventare riflessiva. Per tutto il resto del viaggio non apri' piu' bocca, arrovellandosi su tutto cio' che le stava capitando e che aveva bisogno di risposte, risposte che non arrivavano e che avrebbe dovuto cercare da sola, concluse. Erano praticamente allo sbando, ma la cosa non la turbo' piu' di tanto. Il vero problema, cio' che la dilaniava, era il non capire esattamente in che terribile guaio si era cacciato Kelerion e perche'. Quasi le venne da ridere al pensiero che era convintissima di poter capire, prima che il misterioso incontro con Alexander demolisse qualsiasi teoria potesse aver costruito nella propria mente.
Anche lui rimase silenzioso durante tutto il resto del tragitto, compresa la camminata fino alla "Stella del Mattino" per le vie del Cairo. Fu solo quando vide la ragazza seduta scompostamente sulle ringhiere che delimitavano il marciapiede antistante l'ingresso dell'albergo che si decise a riprendere la parola.
"Visite inaspettate a quanto pare."
Jenell volto' il capo in direzione di Kel ed Aima quando li scorse, e si tolse un auricolare mentre agitava l'altra mano in ampi cenni di saluto, invitandoli implicitamente a raggiungerli. Quando i due furono a meno di un metro da lei, scese dalla ringhiera con un gesto elegante.
"Non potete nemmeno immaginare quanto vi ho cercati." Disse sorridendo mesta, mentre spegneva il lettore MP3.
"Vi?" Sottolineo' Aima, congelandola con lo sguardo. Era evidente che tra le due non corresse buon sangue, ma la Dea dei Ghiacci non faceva il benche' minimo sforzo per nasconderlo.
"Si insomma" Spiego' Jenell "Non sapevo che ci fossi anche tu. Cercavo solo Kel, ma dal momento che ho trovato anche te ho detto cosi'." Sbuffo', manifestando il suo fastidio nello spiegarsi piu' del necessario.
"Perche' mi cercavi?" Interloqui' Kelerion inclinando il capo di lato e sogghignando, come se in realta' conoscesse benissimo la risposta in arrivo ma volesse sentirla pronunciata.
"Perche' sei scemo" rispose lei con innocenza, scuotendo il capo e facendo oscillare la nera chioma dalle ciocche bionde "ti sei ficcato nei guai e volevo assicurarmi che stessi bene. Volevo fare qualcosa per te... Anche se sembra che sia arrivata un po' tardi." Rivolse un'occhiata presuntuosa ad Aima, sorridendole con candore.
La differenza tra le due donne era cosi' evidente da risultare quasi divertente. Laddove Aima era una donna femminile, adulta, responsabile e affascinante, Jenell era poco piu' che una ragazzina allegra e a tratti ingenua.
"Sei venuta a schierarti dalla parte del tuo potente signore e a mettere la tua vita al suo servizio?" Chiese nuovamente Kel, ridacchiando senza reale divertimento.
"Non proprio" rispose lei "Te l'ho detto, non approvero' mai quello che fai mio potente signore. Ma forse posso tirarti fuori da questa merda senza che in troppi si facciano male."
"Oh ma davvero. E come vorresti fare, sentiamo?"
Jenell alzo' un dito e fece cenno di no a pochi centimetri dal viso di Kel. "Non te lo dico adesso. Sono stanca, son stata qui ad aspettarTI per ore, senza contare il tempo per rintracciarti in citta'."
Kel le rispose sollevando un sopracciglio e incrociando le braccia al petto, osservandola con una sorta di fare derisorio. "Ci hai messo anche troppo poco, considerato che se l'hai fatto tu potrebbe farlo anche un mio nemico."
"Non sono mica l'ultimo dei fessi io." Lei ammicco' a Kelerion e rivolse un breve e fintissimo sorriso ad Aima, la quale non rispose nemmeno. "Andiamo a fare due passi, dopo. Ho alcune cose da dirti proprio a riguardo dei tuoi nemici."
E si volto', facendo il suo ingresso nella grande hall dell'albergo, scomparendo alla vista. Kel volse il capo verso Aima, che aveva in volto un'espressione ancora piu' cinica e glaciale del solito, sguardo fisso sul punto in cui Jenell era scomparsa. Ridacchio', mentre parlava cercando di tranquillizzarla, seppur a suo modo.
"Non te la prendere, o ti scoppiano le vene del collo. Se sei riuscita a sopportare il mio di carattere, non dovresti avere difficolta' a sopportare il suo. E poi e' una ragazza fidata."
"E' insopportabile. Torniamo in camera prima che mi venga voglia di farne una bella statuetta."
Ed andarono insieme nella loro stanza, Kelerion che sghignazzava senza ritegno, contento, per un qualche curioso motivo che sfuggiva a chiunque.
...
Era tardo pomeriggio quando Jenell usci' dalla sua stanza, per trovare proprio fuori da essa Kel da solo, che la attendeva a braccia incrociate. Indossava una canotta nera aderente con un teschio infuocato raffigurato sopra, ed un paio di pantaloni di tessuto nero decorati con un motivo che ricordava delle chiazze di sangue. Lei aveva un corto gonnellino tutto colorato, ed una maglietta rossa a maniche lunghe, con su scritto un aforisma di Lenin. Fece un mezzo giro su se stessa, come a mostrarsi civettuola, e, senza dire nulla, si avvio' assieme ad un sogghignante Kelerion giu' per le scale.
"Meno male che non e' venuta. Sai, sono cose che in fondo non la riguardano, e che non avrei avuto piacere di spiegarle. Senza contare che volevo passare un po' di tempo con te da solo." Disse rivolgendo a Kel un sorrisetto dall'aria complice.
"La vostra competitivita' e' oltremodo noiosa" Rispose Kelerion scuotendo il capo, ed intrecciando le mani dietro la nuca mentre continuava a camminare "Oltre ad essere totalmente fuori luogo in una situazione come quella in cui ci troviamo al momento. Concentriamoci sulle cose serie, e non su questi litigi da bambini."
Usciti dall'albergo, li accolse un clima mite e asciutto, i raggi del sole morente che ancora scaldavano la pelle, al tempo stesso gratificata dallo spirare di un dolce venticello. E mentre gli parlava, Jenell condusse Kelerion lungo una delle vie principali del centro del Cairo, allontanandosene progressivamente e schivando l'onnipresente folla di turisti riversa nelle strade a qualsiasi ora del giorno.
"Hanno intenzione di persistere a cercarmi?"
"Oh si, tutta l'intenzione." Rispose Jenell con un sospiro "Specialmente Blaze. Seppur non in prima persona, aspetta con ansia il momento della resa dei conti. C'e' di buono che nessuno sa dove trovarti, e soprattutto nessuno sa neanche dove cercarti. A parte me ed Aima, non mi risulta che tu avessi altri contatti, pertanto non c'e' nemmeno una traccia da seguire. Quel che ti suggerisco e' comunque di continuare a muoverti per essere ancor meno rintracciabile."
"Non ho la minima intenzione di fuggire da quel branco di figli di puttana. Che vengano loro, Blaze, i Titani. Faranno tutti la stessa miserabile fine."
Lei ridacchio' allegra. "Blaze e' veramente incazzato. Sinceramente non credo che finira' bene, in qualsiasi modo, tutto questo. Si sta mangiando il fegato giorno dopo giorno. Ed a proposito dei Titani... Uno di loro ha annientato Torlan."
"Se e' una domanda, tesoro mio" rispose lui cinico "Non so proprio che risponderti. Non so a che gioco stiano giocando i Titani, e nemmeno mi interessa. Devono solo starmi lontani, o li massacro."
"Non te la prendere Kel" Disse lei di rimando "Ma - ed e' una cosa che potrebbe tornarti utile come tutte quelle che ti ho detto - quasi tutti pensano che tu ti sia alleato coi Titani. Blaze ha riferito che sei stato salvato proprio da uno di loro. Io ti conosco e so che e' impossibile ma gli altri..."
"Quante puttanate tutte in una volta che mi tocca sentire." Disse secco, con un violento cenno del braccio, che manifestava tutta la sua intenzione di troncare la discussione. "Che altro sai dirmi?"
"Che se non ti trovano si rivolgeranno a K'Has Toker." Rispose grave.
Sorprendentemente Kelerion scoppio' a ridere sguaiatamente, una risata isterica e terribilmente prossima alla risata di un folle. "Tipico di quegli smidollati dei Quattro. Non sono nemmeno capaci di gestire da soli una situazione simile, e gia' vanno a piagnucolare da quel testa di cazzo delle ombre."
Senza che Kel quasi se ne rendesse conto, la gente era progressivamente diminuita per le strade fino a scomparire del tutto, in quella in cui si trovavano ora. Era piuttosto larga, lo spazio necessario per due automobili, ma sia l'asfalto che i due marciapiedi, fiancheggiati da abitazioni raramente interrotte per far intersecare altre vie, erano completamente deserti. Non un'anima ne' un'automobile era in vista.
"Che dirti, la penso anch'io come te, ma spero che in qualche modo si eviti di arrivare a tanto. Quel K'Has Toker mi da i brividi."
In fondo a quel viale c'era un enorme spiazzo. Non era molto chiaro a cosa servisse, e se fosse un parcheggio o una discarica abusiva. Ma era ingombro di automobili, ed accanto alle porte delle case che sorgevano lungo la sua circonferenza si trovavano dei mucchi di detriti, senza che tuttavia ci fosse la minima traccia di un cantiere, come invece sarebbe stato lecito aspettarsi. E i due camminarono verso il centro, una sorta di piazza nella piazza, all'interno del quale sorgeva una fontana di discutibile gusto estetico, scolpita nella pietra.
"Quel qualche modo sarebbe solo se cominciassero a smettere di darmi fastidio."
"Oppure se tu morissi prima."
Kelerion smise di camminare, ma Jenell fece ancora un paio di passi in avanti prima di accorgersene e fermarsi a sua volta, senza girarsi indietro.
"Come hai detto scusa?"
"Mi dispiace Kel. Ma non posso piu' restare a guardare mentre fai questo. Ti prego di perdonarmi."
Non si volto'. E proprio mentre Kel stava per replicare, avvenne cio' che lui mai si sarebbe aspettato in quel frangente. Una frattura orizzontale squasso' l'asfalto dietro il Signore del Fulmine, e da esso emersero due stalagmiti che gli trafissero l'addome, colpendolo alla schiena, e squarciandolo con un disgustoso rumore di carne lacerata. Tutto avvene cosi' velocemente che Kelerion non pote' ne' accorgersene ne' reagire. Soffoco' un gemito di dolore, mentre la sua bocca si riempiva di sangue. Sangue che sputo' per terra chinandosi su un ginocchio, quando le stalagmiti si ritrassero con un violento strattone, per lasciare il posto a tre figure torreggianti che emersero dalla spaccatura.
Quello a sinistra era un giovane ragazzo dagli sporchi capelli neri e dagli occhi di aria inquietante, quasi a dare l'idea che pupilla e iride fossero fuse insieme, vestito in maniera semplice, con degli abiti scoloriti e laceri.
Quello a destra aveva capelli ed occhi del medesimo color nocciola, ed un'aria adulta e responsabile che ben si adattava al suo vestire con dei pantaloni di pregiata fattura e una camicia bianca.
Quello in mezzo era un colossale individuo alto piu' di tre metri, dalle spalle larghe e dai muscoli cosi' gonfi e robusti che sembravano sul punto di esplodere da un momento all'altro. Indossava un solo gilet di grezzo cuoio nero non lavorato che gli lasciava scoperte le braccia e parte del possente torace. Sulla schiena il gilet recava una pezza raffigurante un pugno serrato avvolto da spire di energia, sotto il quale campeggiava la scritta in inglese "Never fall to the ground". Completava la figura un paio di jeans laceri e larghi, che nascondevano solo in parte un paio di semplici stivali.
"Guarda guarda" disse "A quanto pare il nostro sovversivo amico ha due buchi in corpo."
Kelerion rimase chino a terra, su di un ginocchio, la bocca sporca di sangue e gli occhi sbarrati. Non dal dolore delle ferite, che sanguinavano pigramente come grossi fori di proiettile. Non perche' sapesse bene, anche senza voltarsi a guardarli, che alle sue spalle c'era Rail, il Dio della Terra.
Perche' si sentiva infinitamente stupido.
Si alzo' in piedi, vacillando, dopo qualche istante che, curiosamente, i suoi aggressori gli concessero. Trasse degli ampi respiri fissando il cielo, mentre la grottesca parodia di un sorriso gli si dipingeva sulle labbra crudeli.
"Guarda guarda, a quanto pare il nostro inutile figlio di puttana ha deciso di finire a brandelli oggi. E non e' il solo."
Sentenzio' lugubre, abbassando infine lo sguardo su Jenell che stava palesemente cercando di evitare di incrociare gli occhi con quelli terrificanti del Signore dei Fulmini. E solo allora si volto' verso i tre che gli avevano teso l'imboscata, posandosi la punta della lingua su un angolo della bocca ancora imbrattato di sangue. Grottescamente comincio' a pronunciare i loro nomi con un'inquietante cadenza, simile a quella di una filastrocca.
"Kendall. Ekaras. Rail. E Jenell. Che triste epilogo per voi. Non solo traditori, ma anche vigliacchi. Cosa c'e' stronzo, avevi paura di me?"
Fu Rail a rispondere con tono rabbioso, ma pienamente sotto controllo. "Sta zitto, verme. Non osare parlare di tradimento. Ti saresti meritato molto di peggio, ma forse avro' pieta' di un pezzente come te. E risparmiami le tue spacconate, sai meglio di chiunque altro che non puoi avere la meglio su di me."
Kelerion non rispose, ma la sua mano corse veloce all'elsa della spada dietro la schiena, solo per accorgersi che non l'aveva portata con se'. Scosse la testa e flesse le ginocchia, mentre i suoi occhi e i palmi delle sue mani si riempivano di immensa energia elettrica.
Frammenti di terreno si sollevarono dalla spaccatura dalla quale i tre Dei erano usciti, e si frantumarono per raccogliersi attorno alla figura con la camicia, Ekaras, e presero a turbinare furiosamente come una contenuta tempesta di sabbia.
Gli occhi dell'altro individuo, Kendall, si dilatarono e il terreno ai suoi piedi assunse rapidamente la consistenza morbida di un pantano, nel quale si ritrovo' immerso fino ai polpacci.
Rail invece estrasse un paio di guanti da una tasca interna del gilet, e se li infilo'. Avevano le nocche rinforzate in acciaio che terminavano in dei corti spunzoni, ed erano senza dita, simili a quelli dei motociclisti. Un solo gesto della mano, ed altra terra si stacco' dalla fenditura per fluire, come un disgustoso ed innaturale serpente fatto di pietra, all'interno di entrambe le sue mani aperte. E con esse si fuse, assumendo una consistenza dura ed indistruttibile, impressione che si aveva alla sola vista dei suoi pugni dall'aria ancora piu' letale.
"Bene Jenell" disse lui con una punta di cinismo, dovuta probabilmente all'incombente battaglia contro l'individuo che, con evidenza, detestava piu' di qualsiasi altro "Ci hai dato un prezioso aiuto. Adesso vattene, non sono certo cosi' spietato da chiederti di combattere contro il tuo caro amico Kel."
Kelerion emise una risata totalmente insana e fuori controllo, gli occhi completamente bianchi e corruschi di pura energia, la testa reclinata all'indietro e le mani aperte scostate di poco dal suo corpo, palmi rivolti verso l'alto e dita piegate come se stesse stringendo un'invisibile sfera. "Vai vai Jenell! Ti hanno usata per benino, adesso non servi piu' a un cazzo!"
Nessuno la stava guardando, ma Jenell teneva il capo chino, ad alcuni metri di distanza. Ma Kelerion non sembro' soddisfatto, ed incalzo'.
"Spero tu sapessi che sarebbe successo questo, altrimenti... Diamine, ti sentiresti di certo una perfetta imbecille. Ma non preoccuparti, in quel caso. Non avrai una vita lunga abbastanza per sentirtici troppo. Dammi solo il tempo di friggere queste tre teste di cazzo, e poi passiamo al tuo trattamento speciale."
"Un po' patetico come ultimo saluto, Signore del Fulmine. Adesso pero' e' finito il tempo dei saluti, ed e' giunto quello di crepare. Spero che almeno quello lo farai con un po' di dignita'." Affermo' infine Rail.
"Piscero' sui vostri cadaveri, stronzo. E adesso venite, coraggio."
Rail scosse la testa con disappunto, e fece un cenno della mano rivolto ad Erakas e Kendall. Senza piu' una parola distese le labbra in un sorrisetto fin troppo sicuro di se', batte' i due pugni l'uno contro l'altro e si lancio' a velocita' impressionante contro Kelerion.
sabato, 07 febbraio 2009,21:19
"Sono millenni che vivo qui, eppure cazzo ancora non riesco a smettere di meravigliarmi."
Il criceto impagliato appeso al suo collo non rispose.
"Sei mesi di oscurita', il profumo del mare, la gelida brezza salata che ti passa nei capelli, un freddo penetrante. E hai notato come la gente si faccia gli affari suoi?"
Da fuori sembrava solamente un individuo sciroccato. Una camicia bianca e un paio di pantaloni rossi, un topo morto al collo e la straordinaria tendenza a parlare da solo a voce alta. Il volto martoriato da cicatrici di tagli paralleli tutti della stessa lunghezza. Un piccolo diapason nelle mani.
"Cazzo amo i Norvegesi. Loro si che hanno capito come si sta al mondo. Dicono che siano depressi a causa del buio e del freddo, ma secondo me sono solo un mucchio di stronzate."
I moli erano poco trafficati, il caos della mattina era gia' scomparso. L'odore del pesce tuttavia ancora riempiva l'aria, di cui lo strano individuo si inebriava. Svolto' a sinistra dopo essere giunto in fondo a quel settore del porto, rientrando all'interno della citta'.
"Lo sai che i Taake hanno scritto un album che si chiama Hordaland Doedskvad? Pensa te che teste di cazzo, fare un album che si chiama come una regione della Norvegia. Ma devo dire che ci vanno giu' pesante."
Si inoltro' per vicoli silenziosi, serpeggiando attraverso stradine che conosceva a menadito solo per trovarsi su un grosso corso trafficato, pieno di macchine e moto che scorrevano in maniera ordinata in entrambe le direzioni.
"Quello che non ho mai capito e' il mangiarsi le fottute balene. Cioe', non me ne frega niente, pero' come cazzo puoi mangiarti le balene dopo che le vedi giocare nei parchi acquatici. E' come se ti mettessero sotto il naso un filetto di delfino, cazzo, non puoi mangiarti il delfino, ti viene in mente il povero Flipper, o quegli altri stronzi delfini della televisione. Ti si ingarbuglia lo stomaco."
Si fermo' davanti a un portone che si apriva nel muro quasi ininterrotto di palazzi, mentre alle sue spalle ancora infuriava lo spietato traffico, che nonostante tutto era abbastanza scorrevole. Lo strano tipo spinse tutti i pulsanti dei citofoni, a caso, fino a che qualcuno, esasperato, non gli apri'. Lui entro' senza pronunciare nemmeno una parola, ma quando fu dentro riattacco'.
"Sai amo i Norvegesi ma e' gente strana, c'hanno una cultura che non lo so da dove cazzo gli viene. Son tutti sempre ben inquadrati, precisi, calmi e tranquilli, sembrano tutti dei coglioni dipendenti di una qualche azienda che schiaffa i suoi impiegati in uno stanzone diviso in cubicoli, col loro bel computerino e tutto il resto. Perfino gli scaricatori di pesce si mettono la giacca e cravatta tra un po'."
Salite le scale, si fermo' al sesto piano e percorse il corridoio su cui si aprivano diverse porte che conducevano ad altrettanti appartamenti. Lesse con cura i nomi impronunciabili sui campanelli, finche' non trovo' quello che gli interessava. Suono'.
"Pero' no, devo ammettere che sono poco giusto. Ci sono anche un sacco di metallari sfondaculi qui in Norvegia, che dicono fanculo a te, fanculo alla tua giacca e alla tua cravatta, fanculo al tuo computer, fanculo al tuo pesce. Quelli si che sono degli eroi."
La porta si apri', rivelando l'espressione incuriosita e al contempo seccata di un giovane ragazzo dagli occhi celesti e dai corti capelli biondi, tirati su con un po' di gel. L'individuo con i pantaloni rossi sferro' un calcio alla porta facendola spalancare, e sbattendola in faccia al ragazzo che volo' indietro sul pavimento perdendo sangue dal naso.
Istintivamente, il ragazzo passo' una mano di fronte come se stesse accarezzando l'aria che aveva davanti, ed una coltre di nebbia fitta scese nella stanza. Lo strano tipo entro', noncurante, e si richiuse la porta alle spalle con un colpo di tacco. Non si vedeva a un palmo dal proprio naso, ed il ragazzo era gia' sfuggito al suo campo visivo.
Il Titano fu implacabile. Pur senza vederlo, e senza che cio' lo turbasse minimamente, rimase davanti alla porta e sollevo' il diapason. Con il colpo di un dito lo fece vibrare, e in quell'istante il potere flui' fuori dal suo corpo.
Le vibrazioni del diapason crebbero in intensita' e in volume, e si propagarono in brevissimo tempo per la stanza nebbiosa. I vetri si ridussero in mille pezzi. L'intonaco cadde dalle pareti, le lampadine esplosero, e le tende presero a scuotersi furiosamente mosse da quella immensa e invisibile potenza.
La nebbia si infitti', ma l'istante successivo comincio' a diradarsi. E dopo appena pochi secondi venne completamente spazzata via, come se non fosse mai stata presente, mentre, al tempo stesso, il terribile suono di diapason si affievoliva.
Il ragazzetto era li' per terra, con pezzi di materia cerebrale che fuoriuscivano dalle sue orecchie, gli occhi e la bocca spalancati in una grottesca espressione di agonia. Un fumo giallastro usciva dalle sue labbra, per poi dissolversi a contatto con l'aria.
Il Titano volto' le spalle e si rimise a giocherellare col diapason, mentre usciva dalla stessa porta che l'aveva condotto li' dentro.
"Secondo te cosa cazzo vuol dire Doedskvad?"
martedì, 27 gennaio 2009,18:13
"Bodies lie around me, only shells left from the fight ... "
Kel freno' di colpo sterzando e facendo strisciare la jeep sulla sabbia per diversi metri, prima che si fermasse del tutto. Scese dalla vettura, priva di tetto, scavalcando la portiera con un balzo ed atterrando in piedi sul suolo desertico con un tonfo, mentre Aima scendeva perplessa dall'altro lato. Fece il giro dell'auto e raggiunse Kel, che continuava a mugugnare tra se e se fendendo con lo sguardo la notte che avvolgeva tutto il territorio circostante, la cui unica fonte luminosa era la luce proiettata dai fari della macchina ancora accesa.
"Siamo arrivati, questa e' la grande piramide di Dahshur. E' un sito che pochissimi conoscono e visitano, dal momento che, rispetto a Giza, e' piu' lontano e meno celebre... Alexander dovrebbe trov..."
Kelerion giro' l'allacciatura del fodero, spostando la spada dalla sua schiena e portandosela di fronte, per poi imbracciarla come una chitarra e cominciare a suonarla canticchiando a voce piu' alta, dando l'impressione di non stare ascoltando affatto le parole della sua compagna.
"Branded with a sign, the number of the beast ... "
Lei si interruppe stizzita guardandolo con odio feroce, cosa che sembro' divertire oltremodo l'improvvisato chitarrista. Gli volse le spalle e fisso' l'inquietante sagoma irregolare della piramide che avevano di fronte, spazzata dalla gelida brezza tipica delle notti nel deserto. "L'entrata e' su uno dei quattro lati. Dovremo addentrarci nei cunicoli della piramide. Andiamo."
E comincio' a camminare. Non fece in tempo a fare due passi che una luce accecante si propagava alle sue spalle, seguita dal possente rombo di un tuono. Giratasi di scatto, spaventata e gia' con la mano destra sollevata ed avvolta da spire di ghiaccio acuminate, perse definitivamente la pazienza.
Kelerion era chinato su un ginocchio, avvolto da alcuni fulmini che si rincorrevano lungo il suo corpo. Diede un ultimo colpo alla spada, come a concludere un'esibizione di successo, ed allargo' le braccia come fosse in autoesaltazione.
"It's HELL!!!"
Rise sguaiatamente per poi rialzarsi e strizzare l'occhio ad Aima, tanto scioccata quanto spazientita, mandandole infine un bacio posandolo sulla propria mano e soffiandovi sopra. E rise ancora.
"Vedo che sei di buon umore." Disse lei gelida, ma non irritata. Conosceva Kelerion fin troppo bene.
"Tu no? Hai visto come correva quello della jeep."
"Ed e' divertente? Gli sara' scoppiato il cuore da quanto correva."
"Ognuno si diverte come puo'. L'hai gia' sentita questa vero?"
Ed il sorrisetto folle e diabolico che si disegno' sulle labbra di Kelerion nella semioscurita' la spinse a chiudere definitivamente la questione. Gli fece cenno di seguirla, ed insieme si avviarono alla ricerca dell'entrata della piramide di Dahshur.
Solo una cancellata impediva il loro passaggio dopo che, a seguito di una quindicina di minuti di esplorazione, ebbero trovato l'ingresso. Il lucchetto che la serrava si ridusse in frantumi ghiacciati in un battito di ciglia, sgombrando loro la strada verso l'interno della piramide, un cunicolo oscuro che scendeva nelle viscere della terra.
Le due divinita' vedevano perfettamente nonostante la fitta tenebra che li avvolgeva, man mano che si inabissavano sottoterra, sovrastati da tonnellate di roccia millenaria. Alcune impronte molto vecchie erano disseminate per il suolo sabbioso, segno del passaggio di qualche turista diverso tempo prima. Lampade ad olio spente pendevano dal roccioso soffitto, mentre sulle pareti spiccavano tetre alcune raffigurazioni di antiche divinita' egizie, delle quali la piu' comune era Anubi. La progressione delle figure seguiva probabilmente una storia, storia alla quale nessuno dei due fece caso. Kel si guardava attorno indifferente, commentando acido solo ogni tanto, mentre Aima, dal canto suo, sembrava essere decisamente piu' tesa man mano che conduceva l'eccentrico dio giu' per il tunnel, come se la sua inquietudine aumentasse ad ogni passo che la avvicinava al tanto discusso Alexander.
"Che schifezza. Questa sembra piu' la magione di K'has Toker, altro che Alexander. Sei sicura che siamo nel posto giusto?"
Lei annui' senza parlare, cosa che indispose Kelerion e che lo spinse ad incrociare le braccia e a camminare a sua volta in silenzio. Giunsero dopo pochi minuti in una grande anticamera quadrata, in piano, al centro della quale sorgeva unicamente un piedistallo con un dorato globo luminescente posato su di esso. Sulle pareti si aprivano altri tre varchi che portavano in tre differenti direzioni, uno dei quali era sigillato da un altro cancello. Aima si diresse senza esitazione li, ed anche quel lucchetto si ridusse in gelidi frantumi in una frazione di secondo.
"E' di qua. I corridoi aperti sono quelli aperti al pubblico, ed Alexander non si trova di certo in una di quelle stanze."
Kel la segui' senza replicare, avvertendo il suo nervosismo senza tuttavia riuscire a capacitarsene. Certo Alexander era un individuo particolare nella gerarchia divina, ma non gli era mai sembrato capace di incutere tutto questo timore nei confronti dei suoi consanguinei. Scosse la testa, imponendosi di non pensarci piu', limitandosi a seguire la sua guida.
Avanzando il corridoio che stavano percorrendo non dava segni di cambiamento rispetto a quello che avevano appena attraversato, eccezion fatta per lo stantio ed umido odore di chiuso. Sembrava inoltre che nessuno avesse varcato quella soglia da centinaia e centinaia di anni.
Trascorsero altri minuti prima che giungessero in una piccola stanza circolare, il cui perimetro era disseminato di antichissime urne di terracotta in buono stato di conservazione, e spezzato da almeno una decina di aperture che portavano tutte in direzioni differenti, esattamente come nell'anticamera precedente. Il centro era occupato da un leggio in pietra bianchissima sul quale prendeva posto un antico papiro. Esso era vergato con nero inchiostro, e raffigurava dei geroglifici sormontanti l'illustrazione di un uomo nudo investito da fasci di luce.
"Ed ora?" Interloqui' Kel con vaga impazienza, mentre si avvicinava ad Aima china sul papiro.
"Guarda" Rispose lei "L'uomo dell'illustrazione sembra trovarsi in questa stessa stanza. Certo, ammesso che questi siano vasi e che queste siano aperture." Ed indico' le figure senza toccarle.
"Puo' avere qualche importanza il fatto che la luce del disegno si irraggi da nordest?" Chiese Kel con la supponenza tipica di chi e' gia' sicuro di aver capito.
"Direi proprio di si. Andiamo." Rispose la Dea senza tentare di celare la sua apprensione. Ed entrambi oltrepassarono la soglia che portava a nordest.
Il corridoio che stavano percorrendo odorava di marciume, e non fu raro per i due dei calpestare insetti di vario genere e residui calcificati di ossa, riducendole in briciole. Eppure, nonostante questo, e nonostante il percorso fosse reso arduo dal fatto che fosse angusto e contorto, si sentivano come se stessero per raggiungere delle grandi meraviglie. Ed infatti, dopo molti minuti di cammino lungo il serpeggiante cunicolo, videro della luce dietro l'ennesima curva. Quando l'ebbero superata, seppero di essere finalmente giunti.
La stanza in cui avevano messo piede era talmente alta che non si vedeva il soffitto, ma tuttavia non era di ampia superficie. A circa tre metri di altezza si aprivano dei fori nella roccia, equidistanti, come a dare l'impressione che formassero un cerchio. Argentei raggi lunari fuoriuscivano dai fori e convergevano tutti verso il centro della stanza, dove si trovava un sarcofago in legno antichissimo, ma perfettamente conservato.
Ed accanto ad esso, in piedi, si trovava un uomo dalla carnagione innaturalmente pallida, di media altezza e caratterizzato da una magrezza quasi rivoltante, la magrezza tipica dei malati. Il suo corpo era coperto solo da un bianco camice, ed una cascata di biondi capelli scendeva giu' lungo la sua schiena e toccava infine terra, sfiorando i piedi nudi posati sulla sabbia. E li osservava. Li osservava con occhi grandi ed espressivi, del colore dell'oro, uno sguardo che poteva incutere un reverenziale rispetto nei confronti di chiunque. La sua stessa presenza, a dispetto del suo aspetto emaciato e moribondo, era cosi' immensa che sembrava irraggiare di luce purissima tutta la stanza.
"Kelerion ed Aima. Benvenuti." Scandi' in un sussurro, seguito da un colpo di tosse. Sembrava che il solo parlare gli costasse una fatica immensa, ed al tempo stesso sembrava la voce di qualcuno che avrebbe potuto massacrare i suoi due interlocutori con uno schiocco di dita, se avesse voluto.
Aima teneva il capo chino. Voleva assolutamente evitare di incrociare lo sguardo con quello del Dio. Kelerion, dal canto suo, rispose senza alcun timore.
"Alexander. Dieci anni fa, quando ci siamo incontrati la prima volta, non eri ridotto cosi'."
"Sperimentare l'eterna sofferenza e' l'unica via per la vera illuminazione. Ma non mi stai facendo visita per accertarti delle mie condizioni, dico bene?" Interloqui' Alexander senza muoversi dalla sua posizione.
"Dici benissimo. Tu sai meglio di chiunque altro perche' sono qui. Anzi, e' piu' corretto dire che tu sia l'unico a saperlo."
"E l'unico restero'." Rispose mentre posava il suo sguardo su Aima, come se volesse riconoscerla come un'intrusa. Tuttavia nei suoi occhi non albergava ostilita', quanto una calma estremamente razionale.
Aima levo' infine lo sguardo, rimanendo pero' in silenzio, come se sapesse bene di essere di troppo, mentre Kel proseguiva la conversazione con il Dio, perdendo pero' i suoi modi di fare baldanzosi.
"Ti ringrazio, Signore della Luce. Hai trovato un sistema?"
Scosse la testa di rimando. "No. Te l'avevo gia' detto. Cio' che tu mi chiedi e' impossibile, e non esiste uomo, Titano, Divinita' o oggetto che possa portare a compimento quel che desideri."
Aima cercava disperatamente di trovare un senso allo scambio di battute che i due si rivolgevano, anche se in piu' di un'occasione si costrinse a smettere di arrovellarcisi, quasi temesse che Alexander potesse leggerle nel pensiero.
"Continui a pensare che sia un proposito destinato a fallire?"
"Non fraintendere le mie parole, Kelerion. Cio' che ti dissi e' che e' quasi impossibile. Cio' che ti dissi era che il tuo proposito e' difficilmente realizzabile, corollato da difficolta' che ti sembreranno insormontabili, comprese anche difficolta' di genere morale. Anche uno come te ha degli scrupoli."
"L'obbiettivo?"
"Chi puo' saperlo. Io non faccio parte della gerarchia divina, e mi e' proibito interferire con il mondo degli umani. Ma come ti dissi, per molti aspetti condivido il tuo pensiero al riguardo. Per questo ti ho offerto il mio aiuto."
"Ed allora aiutami, Alexander. Dimmi come posso fare."
"Non esiste il metodo breve e immediato che tu vorresti esistesse. Esiste solo quello lungo e tortuoso. Sei certo di volerlo intraprendere, Kelerion del fulmine? Sei davvero certo di volerlo fare? A cosa ti hanno portato dieci anni di riflessione?"
"Non mi hanno fatto cambiare idea." Sentenzio' Kel lapidario, un guizzo di follia omicida nello sguardo "Al contrario, mi hanno convinto che non solo e' una cosa necessaria, ma indispensabile."
"E' il tuo trionfo o la tua scomparsa dall'esistenza." Lo ammoni' Alexander, fissandolo con gli occhi dorati. Ma Kel sembrava consciamente immune a questo genere di minaccia.
"E' il mio trionfo."
La divinita' della luce chiuse gli occhi, respirando lentamente per diversi secondi, mentre sul suo viso si disegnava un sorriso dolce e felice, che pero' portava con se' una strana e curiosa tristezza. Li riapri', e si carezzo' il collo con la punta della dita.
"Sono felice di averti incontrato, Kelerion del fulmine. Sono felice di aver potuto vedere ancora una volta, in questo mondo, una tale determinazione e un simile altruismo, per quanto distorto possa essere. E pur nutrendo dei dubbi sul tuo trionfo, credo davvero che il tuo tentativo sia l'unico possibile. A dispetto delle apparenze, Kelerion, tu sai meglio di chiunque altro come funziona la nostra esistenza. Per questo meriti il mio aiuto."
L'uomo sollevo' una piccola catenina che aveva attorno al collo con la punta delle dita, facendo fuoriuscire dal bordo superiore del camice uno splendente gioiello a forma di sole. Sfilatoselo dal collo, lo porse a Kel stringendo nel pugno la catenina. "Eccolo. Insieme alla mia benedizione, e alla mia viva speranza che tu ce la possa fare."
Kel protese la mano aperta ponendola sotto il ciondolo, che Alexander lascio' cadere facendolo finire sul palmo di Kel. Quest'ultimo lo strinse nel pugno come se si trattasse di un prezioso tesoro, e sorrise di rimando al suo interlocutore. Un sorriso sincero, che Kelerion non riservava mai a nessuno, fatta eccezione per quella misteriosa divinita' con la quale sembrava intendersi alla perfezione. Ad Aima parve che il loro fosse un legame completamente diverso da quello dell'amicizia, ma che fosse, in un certo modo, molto piu' profondo e intenso.
"Indossalo e potrebbe salvare la tua vita. Non compira' miracoli, ma un giorno sarai felice di averlo avuto al collo."
"Grazie Alexander. Ti sono debitore." Mormoro' Kel mentre si metteva il gioiello al collo, con sconcertata sorpresa di Aima, che mai aveva sentito Kelerion ringraziare qualcuno in questo modo.
"Sara' un debito che ti porterai dietro per sempre, Kelerion del fulmine, perche' noi due non ci incontreremo mai piu'." Interloqui' la cadaverica presenza, un sorriso malinconico sulle labbra. "Per questo ti invito a rendere partecipe la qui presente Aima dei tuoi piani, prima che sia troppo tardi. Non potrai piu' contare su di me quando avrai "iniziato", e potresti aver bisogno di qualcuno che faccia le mie veci."
Kel non rispose. Alexander, come se sapesse benissimo che non avrebbe ottenuto risposta, prosegui'.
"E' ora per voi di andare. Sta attento, Kel, poiche' sei circondato da pericoli mortali in ogni direzione, ogni tuo passo puo' condurti su una mina e farti saltare in aria. Non essere avventato e scegli bene il percorso da intraprendere, poiche' chiunque e' un tuo potenziale nemico. Eccetto la qui presente Aima, e' ovvio." Sorrise dolcemente per l'ennesima volta.
Aima corrugo' la fronte, senza decidere se essere irritata per i termini in cui stavano parlando di lei, o se essere lusingata dal fatto che fosse stata considerata l'unica persona degna di fiducia. Pertanto decise di fare un passo indietro incrociando le braccia, continuando a seguire lo scambio di battute dei due uomini che sembrava essere molto prossimo al termine.
"Terro' presente il tuo suggerimento. Prima che vada... K'Has Toker, i Quattro e Kronos...?"
Alexander sospiro' stanco, un sospiro roco che dava come l'impressione che stesse soffrendo atrocemente. Dai suoi occhi si sprigionava, appena visibile, la sua immensa essenza elementale. "Non hai bisogno di saperlo, dammi retta quando ti dico di non essere avventato. Li troverai al momento giusto e senza neanche cercarli."
"In questo caso non ho altro da chiederti, Alexander." Soggiunse Kel, chinando il capo con grande rispetto verso l'emaciata divinita'.
"Buona fortuna, Signore del Fulmine. Addio, Signora dei Ghiacci."
Ed entrambi si voltarono, la luce che ancora splendeva debole alle loro spalle, mentre nel loro ricordo permaneva ancora la vivida immagine del sorriso dolce e comprensivo del Dio della Luce.
domenica, 18 gennaio 2009,17:23
Comparve con un crepitio di elettricita' e uno sfolgorio di luci in uno dei vicoletti del Cairo, non visto da nessuno, molto vicino ad una zona di mercato a giudicare dai rumori che ovattati giungevano alle sue orecchie.
Kel distese le braccia verso l'alto e fece scricchiolare le ossa del collo con un mugolio soddisfatto, mentre, senza neppure guardarsi attorno, si poggio' con la schiena contro una parete delle case che affiancavano il vicolo e si mise ad osservare la gente di passaggio. Alle sue narici arrivavano gli inconfondibili odori e profumi della cucina locale, odori che, a causa dell'aria calda, diedero a Kel l'impressione che essi si appiccicassero inesorabilmente alla sua pelle senza lasciarla piu' andare.
Dopo pochi minuti cammino' davanti a lui un egiziano visibilmente indaffarato, che non lo degno' di uno sguardo. Dopo alcuni altri minuti, una ragazzina egiziana dall'aria povera e affamata che lo guardo' con un misto di timore reverenziale e di curiosita'. Dopo altri minuti ancora, in un attesa che Kel stava cominciando a trovare snervante, finalmente gli sfilo' davanti un turista che parlava freneticamente al telefono, piuttosto arrabbiato.
"Cosa cazzo vuol dire che ci siamo fermati due bancarelle piu' indietro? No... No, cazzo, adesso voi andate avanti e mi aspettate alla fine del me"
Una scarica da diverse centinaia di volt gli attraverso' il corpo, facendolo crollare istantaneamente a terra privo di sensi. Kelerion raccolse il telefono che l'uomo aveva lasciato cadere, se lo porto' alle orecchie e, ridendo, disse che adesso arrivava. Poi mise giu', e compose un altro numero telefonico. Gli rispose una voce femminile, una che conosceva molto bene, chiedendo chi fosse. Ma Kelerion non rispose.
"Sono al Cairo dolcezza. Raggiungimi appena puoi. Immagino tu sappia che e' urgente. Bacini." Disse lui, ridacchiando, prima di riagganciare.
Si fece saltare il telefono nella mano, e volto' il capo verso due robusti lavoratori egiziani provenienti dal mercato e diretti nella sua direzione. Videro lui, e videro l'uomo tramortito ai suoi piedi. Videro anche il sorrisetto sadico di Kelerion, si girarono come se niente fosse e tornarono indietro proprio da dove erano venuti. Quest'ultimo continuo' a giocherellare col telefono ancora per qualche secondo, studiando il corpo esanime del turista e muovendolo con la punta dell'anfibio. Vestiva sportivamente, con una colorata maglietta a maniche corte, dei bermuda con un ridicolo motivo hawaiano, uno zaino pesante in spalla e degli occhiali da sole neri. Con un sogghigno, prima di allontanarsi finalmente dal corpo e andare in cerca di un luogo dove attendere l'arrivo della donna che aveva chiamato, Kel indosso' i suoi occhiali da sole nuovi.
Fu una ricerca lunga che si protrasse fino al tramonto, anche a causa del fatto che Kel indugio' a lungo per le strade del Cairo, curioso di vedere cosa potesse offrirgli una citta' come quella. E tuttavia non trovo' niente di utile o che comunque attirasse particolarmente la sua attenzione. Al contrario, tutta quella inutile massa indistinta di sciocchi turisti e le loro macchine fotografiche gli facevano andare il sangue al cervello, al punto tale che dovette allontanarsi ogni volta da quella folla prima che gli tornasse alla mente come lo divertiva uccidere gli umani. Fortunatamente dimostro' abbastanza autocontrollo, ricordando che dal momento in cui era bloccato li' ad attendere i comodi del suo contatto, forse avrebbe fatto meglio a passare inosservato. E gli venne quasi automatico pensare al fatto che dopo appena quindici minuti dal suo arrivo aveva gia' folgorato un turista. Rise sguaiatamente, mentre la gente sul lungo viale si scansava per farlo passare, guardandolo come se fosse un pazzo omicida con una spada agganciata sulla schiena.
Il suo albergo era "La stella del mattino". Kel ci si era fermato perche' riteneva avesse un bel nome, ed aveva pagato in anticipo per sette notti con il preciso ordine che nessuno lo disturbasse per fare le pulizie, rifare il letto o, come disse testualmente, "Qualsiasi altra stronzata simile". Il proprietario, un egiziano magro da fare impressione, aveva subito capito l'antifona e l'aveva immediatamente assecondato.
Trascorse nella sua stanza gran parte del suo tempo, in preda alla noia piu' atroce, noia che rischiava, ora dopo ora, di farlo uscire a caccia di umani come faceva nella sua citta'. Ma di nuovo dimostro' un eccellente autocontrollo, e ne approfitto' per documentarsi sul Cairo e sui dintorni dell'egitto. Sapeva che Alexander doveva trovarsi non lontano da li', ma sapeva altrettanto bene che non poteva muoversi alla cieca, altrimenti avrebbe solo corso rischi inutili e perso un mucchio di tempo.
Erano passati solo due giorni, e gia' non ne poteva piu'.
...
"Padre." Disse Last chinandosi con rispetto su di un ginocchio, al cospetto di un'entita' di dimensioni colossali, seduta immobile come una statua su un trono gigantesco d'ebano intarsiato in oro. Quell'essere non aveva una reale forma o una reale dimensione. Esisteva, era fisicamente e spiritualmente presente, ma era talmente inafferrabile che qualsiasi tentativo di descriverla sarebbe stato vano. La stanza in cui si trovavano era completamente spoglia ed avvolta nella penombra, ed era talmente grande che il buio nascondeva i contorni delle pareti. Oltre a Last, in ginocchio dietro di lui, si trovavano altri cinque titani con il capo chino.
"Figli miei" disse una voce proveniente dall'entita', neutra come fosse una voce artificiale "Parlate. Parlatemi dei vostri progressi nel nostro grande piano."
Fu sempre Last a parlare, rispondendo con tono fermo e deciso, senza che pero' perdesse quella sfumatura untuosa che lo contraddistingueva. "Kelerion e' stato salvato, secondo il Vostro desiderio. Tuttavia il suo salvataggio ha richiesto il sacrificio di K-Tharp. Dopo essersi ristabilito, ha assassinato Xeria, la divinita' dei Cristalli. In questo momento si trova al Cairo, anche se non sono ancora riuscito a stabilire per quale ragione. La sua situazione ora e' piu' complessa che mai, poiche' dovra' difendersi dai suoi stessi simili che indubbiamente gli daranno la caccia."
"Il mio cuore sanguina amaramente alla perdita del mio figlio, ma il suo sacrificio avra' un senso." Tuono' la voce meccanica. "Credi che il gesto di Kelerion sia stato compiuto per sdebitarsi?" Aggiunse poi.
"No Padre" Rispose Last come se lo sapesse con esattezza "Non lo credo. Kelerion non e' un individuo razionale, ed agisce guidato prevalentemente dall'istinto. Non conosce concetti come quelli di debito o di riconoscenza... Si limita a proseguire sulla sua strada, falcidiando chiunque gli si pari davanti."
"Una personalita' davvero incontrollabile." Interloqui' l'entita', laconicamente.
"Il nostro intento, Padre, non e' quello di controllare Kelerion, quanto di deviare la sua strada di modo che porti dove noi vogliamo. Nessuno gli si parera' davanti, e sara' il modo migliore per ottenere la sua indiretta collaborazione. Cosa che abbiamo gia' parzialmente ottenuto."
Calo' un silenzio innaturale nella stanza, che nemmeno i sommessi respiri dei sei Titani potevano rompere. E dopo aver atteso con trepidazione per alcuni minuti, essi udirono infine i nuovi ordini dell'entita'.
"Desidero che tu lasci Kelerion libero di agire, Last. Se la sua situazione e' cosi' disperata, e' solo questione di tempo prima che si renda conto che non puo' farcela da solo contro i suoi simili. Non avra' scelta. E tuttavia desidero che tu lo salvi nuovamente, se cio' si rendesse necessario. Questa sara' la tua priorita' assoluta."
L'entita' si gonfio' contorcendosi su se stessa, apparentemente nel tentativo di respirare, e prosegui'. "E desidero che voi tutti cominciate a muovere guerra agli Dei. Assassinateli coordinando le vostre azioni, e scegliete le vostre vittime in base alla vostra abilita'. Siate sicuri di non fallire. Non possiamo ancora permetterci uno scontro in campo aperto, ma non vogliamo nemmeno perdere l'occasione di infliggere pesanti danni ai nostri ancestrali nemici. Per qualsiasi altro genere di decisione, Last, mi affido alla saggezza tua e di P-Chord. Andate ora, figli miei."
"Si Padre" Dissero tutti e sei all'unisono.
...
La vista di cui si godeva dalla stanza di Kel era decisamente suggestiva. Dal piano piu' alto della "Stella del mattino" osservava il sole scomparire dietro il desertico orizzonte, illuminando Il Cairo di una luce ambrata, piu' simile a un'alba che non a un tramonto, ed irraggiando i tetti degli edifici sottostanti con essa, mentre giochi di ombre prendevano piede per le strade che si svuotavano progressivamente.
Mentre contemplava questo tramonto, Kel fu scosso da un improvviso brivido di freddo dovuto all'abbassamento della temperatura nella stanza. Resto' voltato spalle alla camera, ben sapendo cosa comportava questo fenomeno climatico, in attesa trepidante e con un ghigno stampato sulle labbra. Ed attese ancora, fino a che, come si aspettava, una sensuale voce femminile giunse alle sue orecchie, dietro di se'.
"Eccomi." Disse laconica.
"Te la sei presa comoda dolcezza." Rispose lui continuando a darle le spalle con atteggiamento strafottente, ma con il tono di voce tipico di chi non ammetterebbe mai di essere felice.
"Prova a indovinare chi ha ricevuto visita da tutti i Quattro, questa settimana. Non dovresti essere sorpreso." Aggiunse lei in un sussurro.
"Non importa" Interloqui' Kelerion "Ne ho approfittato per studiare un po' di geografia." E si volto' verso la donna.
Di rara bellezza, era di corporatura esile ma maestosa. Alta, non quanto Kel ma piu' della media, indossava un paio di stivali neri col tacco alti fino al ginocchio, una minigonna anch'essa nera, e un corpetto blu senza maniche con delle screziature bianche. Alle mani aveva dei guanti dello stesso colore del corpetto. La sua carnagione era di un bianco innaturale, un bianco che ricordava quello della neve. Aveva un viso privo di imperfezioni, impreziosito da due occhi celesti quasi trasparenti, ed incorniciato da alcune ciocche dei lunghi capelli neri, raccolti a loro volta in ciocche piu' piccole. Non indossava gioielli, fatta eccezione per un pendente rosso al collo raffigurante una croce sormontata da un cerchio, e non aveva nulla con se, eccetto una frusta arrotolata ed appesa a un fianco.
Scosse la testa, andando a sedersi sul bordo del letto che aveva ad alcuni passi di distanza, accavallando le gambe. "Avanti, raccontami cos'e' successo e cosa ti serve." Disse schiva.
"Ma come" Soggiunse Kel incrociando le braccia e camminando avanti e indietro di fronte a lei "Non mi dici che sono un bastardo, non rivanghi nel nostro passato, non mi dici che sono diventato un pazzo assassino e non cerchi di convertirmi?"
Lei sollevo' lo sguardo e rivolse a Kel un sorrisetto malizioso ed allo stesso tempo angosciante. "A cosa servirebbe mio caro Kel? Ti conosco troppo bene. Mi daresti qualche risposta stupida e rideresti da solo."
Lui si massaggio' il mento e smise di camminare fermandosi, e sghignazzando tra se' e se'. "Blaze ha tentato di farmi fuori, sono stato tratto in salvo da un Titano che mi ha proposto di dargli una mano contro di voi, ed ho annientato Xeria. Adesso ho un assoluto bisogno di trovare Alexander."
"Cosa ti fa pensare che lo sappia?" Sentenzio' lei, apparentemente senza badare ai particolari dello scontro con Blaze e dell'annientamento di Xeria.
"Il fatto che tu sia una divinita' maggiore."
"Lo sei anche tu, eppure non lo sai."
"Io sono un reietto, carne morta. Tu invece no."
"Allora cosa ti fa pensare che te lo diro'?"
"Il fatto che in caso contrario non ti saresti presa il disturbo di venire qui, dolcezza." Sorrise magneticamente, incatenando il suo sguardo a quello della dea. "Vuoi sapere l'altra ragione per la quale penso che me lo dirai, o...?"
Lei, divertita, fece un malizioso cenno con la mano come a dire che non importava. "Lascia perdere, per stavolta hai ragione."
Tra loro due scese il silenzio. Kel, immobile, la fissava mentre, seduta, creava dei vuoti disegni tracciando le dita nell'aria, lasciando dietro di se una condensa che si dissolveva dopo pochi istanti. E finalmente ottenne la sua risposta.
"Dahshur. E' li che si trova Alexander. Ma prima di andarci voglio che tu mi dica ancora qualcosa."
Kel rispose con un mugugno affermativo mentre si affrettava a cercare Dahshur sul libro di geografia che si era procurato.
"Desidero che tu mi dica perche' vuoi recarti da lui e di venire con te."
Lui sollevo' lo sguardo dal libro, ad incrociare quello della dea, che lo stava osservando con le braccia incrociate al petto ed un' espressione che non sembrava quella di chi ha voglia di accogliere un rifiuto. "Perche' vorresti venire con me?"
"Perche' so che non mi dirai il perche' vuoi andare da Alexander, quindi venendo con te lo scopriro' quando sara' il momento."
Lui scoppio' a ridere istericamente, e, tra una risata e l'altra, le rispose. "Hai proprio ragione, sembra che tu mi conosca anche troppo bene. D'accordo Aima, puoi seguirmi. Ma non saprai comunque perche' mi serve Alexander."
"Lo credi tu. Te l'ho detto che lo scopriro' quando sara' il momento, da sola. E poi non oso neanche immaginare cosa succede quando uno come te incontra uno come lui." Affermo' lei con una vaga complicita' e un mezzo sorrisetto.
Kel emise un sospiro, esitando qualche secondo prima di annuire senza aggiungere altro.
"Bene" Civetto' lei senza nascondere la soddisfazione per la sua vittoria "Vuoi che partiamo subito? Dahshur e' a una cinquantina di chilometri da qui."
"Si" Rispose laconico lui, allontanandosi per prendere la sua spada e allacciarsela dietro la schiena "Ma prima andiamo a mangiare qualcosa, come due innamorati."
"Sei veramente stronzo." Sentenzio' Aima lapidaria, ma con un sogghigno stampato sulle labbra, mentre si alzava dal letto e cominciava a camminare ancheggiando sensualmente verso la porta.
Meno di un'ora piu' tardi, entrambi sedevano all'esterno di un locale notturno per turisti, con due bicchieri e un vassoio di datteri. Quello di Kel conteneva della birra, mentre in quello di Aima c'era dell'ambrato liquore.
"E dimmi" le disse Kelerion con il suo consueto fare provocatore, continuando uno dei discorsi che stavano portando avanti da prima "Hai ancora quei gusti perversi e le tue manie di onnipotenza?"
"Ognuno si diverte come puo' tesoro mio." Rispose lei sorseggiando con malizia il suo liquore, senza distogliere gli algidi occhi dal volto del dio.
"Non potrei essere piu' d'accordo." Aggiunse lui, protendendosi in avanti leggermente verso di lei, i gomiti poggiati sul tavolino.
"Lo credo bene, visto che tu ti diverti ammazzando gli umani."
E mentre Kelerion scoppiava a ridere sguaiatamente, gettandosi contro lo schienale della sedia e sollevando il boccale di birra, un gruppo di cinque giovani turisti europei si voltarono a guardarli, straniti.
"Lo sapevo che prima o poi la predica sarebbe arrivata."
"Predica?" Disse Aima, umettandosi le labbra con la punta della lingua senza celare la sua ambiguita', e passando le dita sul bordo del bicchiere "Sbagli. Certo, per me e' stata una sorpresa scoprire in che genere di divertimenti tu indugiassi. Sei sempre stato eccentrico, folle, lunatico, ma non mi aspettavo di certo che saresti potuto diventare un assassino, un ribelle, e che avresti raggiunto un tale livello di potere da poter contrastare Blaze."
"L'hai visto?" La interruppe lui, incuriosito e con l'espressione tipica di chi aspetta di sentirsi lodato e vi si crogiola beatamente.
"L'ho visto e ci ho parlato. Era ridotto proprio male, tanto che non ci potevo credere. Pensavo fosse stato quel Titano ad infliggerli quei danni, ma lui afferma di averlo vaporizzato con un solo colpo. Afferma anche che vuole prendersi il piacere di farti a brandelli personalmente, se ti interessa."
I turisti cambiarono tavolo, mentre Kelerion scoppiava nuovamente a ridere e ingollava una copiosa quantita' di birra. "Non particolarmente, ma son contento. Dicevi?"
Aima lascio' una traccia di cristalli di ghiaccio sul bordo del bicchiere, portandoselo ancora alle labbra e bevendone un altro sorso. "Che nonostante non mi aspettassi questo cambiamento, non riesco a fare a meno di trovarlo... Intrigante."
"Lo dicevo io che sei perversa." Rispose lui con uno sguardo di finta disapprovazione.
"Ognuno si diverte come puo' tesoro mio." Ripete' lei, vuotando poi il bicchiere di liquore in un solo sorso e tergendosi le labbra con la punta di due dita. Kelerion fece lo stesso con la birra e, dopo aver preso una manciata di datteri, si alzo'.
"Gia'. Vogliamo andare?"
"Ora?" Rispose lei guardandolo con perplessita' "Dobbiamo attraversare una parte di deserto. Credi davvero di trovare qualcuno da cui affittare un'auto in piena notte?"
"Affittare?" Disse Kel con un sogghigno.
domenica, 11 gennaio 2009,03:06
Si decise infine ad alzarsi. Con un gesto secco si tolse le lenzuola che coprivano la parte inferiore del suo corpo e si mise in piedi, ergendosi in tutta la sua statura. Nudo rimase accanto al letto, guardando il proprio corpo, e cominciando a flettere i muscoli delle braccia, uno alla volta, come se ciascuno fosse un organismo a se stante. Li irroro' di puro potere, mentre l'immensa energia del fulmine crepitava sulla sua pelle producendo il caratteristico rumore di un cavo in cortocircuito. Apriva e chiudeva i pugni lentamente, ad occhi chiusi, concentrandosi su ogni singolo respiro che gonfiava i muscoli del robusto torace, carezzato dai lunghi capelli neri. E riapriva gli occhi, guardando i palmi delle proprie mani che lente sfioravano la sua pelle come fosse quella di un'amante, solo per ribollire di rabbia non appena i suoi palmi incontravano i rigonfiamenti familiari delle cicatrici che lo ricoprivano.
Cammino' con andatura lenta per la magione del Titano, aggirandovisi senza sapere bene dove andare, riscuotendosi dal suo torpore e dalla sua calma autoindotta solo quando mise piede in un lussuoso bagno. Esito' per un momento davanti all'enorme specchio che sormontava il lavandino, studiando il proprio volto, umettandosi le labbra con la punta della lingua e scostando una ciocca di capelli che gli ricadeva tra gli occhi. Distese infine le dita a toccare la superficie liscia e perfettamente pulita dello specchio, sorridendo con vaga ingenuita' quando le sue dita e quelle della sua immagine riflessa si incrociarono.
Interruppe infine quella specie di rituale che tanto gli era caro, e si diresse senza esitazione sotto la vasta doccia in cui sarebbero state comodamente sei persone. Sotto il getto di acqua tiepida rimase a lungo, assaporando ogni singolo istante della sensazione dell'acqua che prima batteva contro la pelle tonica, e poi scivolava giu' lungo il suo corpo e i suoi capelli raccogliendosi in fondo alla doccia. Non uso' il sapone, poiche' sembrava essere stato gia' lavato, probabilmente da Last, ma si tolse di dosso quel penetrante odore di unguento per le ustioni.
Solo dopo una ventina di minuti si decise ad uscire, corroborato e pieno di energia, e dopo aver indossato un accappatoio appeso ad una parete si diresse scalzo fuori dal bagno, senza una meta precisa. Il cinguettio degli uccellini era udibile praticamente ovunque nella luminosa magione, e non c'era una sola finestra che non si affacciasse su uno splendido ed affascinante panorama di foresta tropicale. Il resto della casa, invece, era lussuoso. Ma non un lusso che manifestava ostentazione di ricchezza e gusto per la pacchianita', era un lusso che rispecchiava la sincera attrazione per oggetti di indubbio buon gusto estetico. Sembrava che tutto fosse al suo posto, come una specie di ideale casa dei sogni di chiunque. Distratto, dopo che ebbe girato a vuoto per gran parte dell'abitazione, Kel si ritrovo' senza accorgersene in un grande studio. Faceva bella mostra di se una libreria alta fino al soffitto e lunga almeno sei metri, piena di libri di ogni colore e dimensione, sebbene alcuni scaffali fossero ancora vuoti. Uno scrittoio in mogano era posto proprio davanti alla libreria, ma era curiosamente sgombro di carte. Solo un candelabro con delle candele consumate fino a meta' si trovava li' sopra. Una grande finestra si apriva sulla parete sinistra dello studio, ed accanto ad essa, nell'angolo piu' vicino alla porta a doppio battente che Kel aveva varcato, si trovava una rastrelliera che ospitava una dozzina d'armi, tutte di diverso tipo. L'ultima cosa che noto' Kel fu anche quella che calamito' tutta la sua attenzione, tanto che si mosse immediatamente in quella direzione.
Una grande mappa del sudamerica era affissa sulla parete destra della stanza. Un grande cerchio con un pennarello rosso era stato tracciato attorno a Manaus, in Brasile. Kel comincio' a picchettarvi sopra col dito, come se questo lo aiutasse a concentrarsi. Mormoro' alcune parole troncate a meta' che gli morirono tra le labbra, riflettendo ad alta voce. Quasi istintivamente, il suo dito corse verso il basso, tracciando una linea immaginaria sulla cartina, una linea che andava verso sud.
Il suo dito si fermo' su Buenos Aires. Entusiasta, strinse il pugno e con esso colpi' la mappa proprio sulla citta' che aveva scelto, ridacchiando. Rinvigorito ed esaltato dalla sua nuova scoperta usci' dallo studio e si diresse nuovamente nella stanza dove si trovava il letto in cui aveva dormito. Giunto, si tolse dalle spalle l'accappatoio e lo fece scivolare per terra ai suoi piedi, per poi recuperare i suoi vestiti ed indossarli in fretta, contrariamente alla calma che aveva contraddistinto i suoi gesti fino a quel momento. Si infilo' i pantaloni e calzo' gli anfibi, rimanendo a torso nudo e sbuffando rumorosamente ricordandosi che la sua giacca l'aveva gettata via prima di cominciare a combattere con Blaze. Afferro' anche la sua spada e la porto' con se senza allacciarsela sulla schiena, e si diresse frettolosamente al piano superiore salendo per una rampa di scale in legno coperte da un tappeto rosso, in cima alle quali aveva inizio un ballatoio su cui si affacciavano diverse porte. Kel le apri' una ad una curiosando, finche' non trovo' una stanza meglio arredata delle altre. Entrato ando' subito ad aprire l'armadio in ebano e avorio, frugando senza ritegno nei vestiti che trovo' al suo interno, probabilmente indumenti di Last. Tiro' fuori una semplice e dozzinale maglietta di cotone, scosse la testa desolato e con le sue nude mani, senza esitazione, strappo' brutalmente la corta manica per poi gettarla a terra. Poi strappo' anche la seconda, ed infine apri' uno squarcio diagonale sul davanti, ed uno uguale sulla schiena. La indosso' e si guardo' nella specchiera soddisfatto, ridendo sotto i baffi come chi sa che qualcuno sara' furioso a causa sua. Si allaccio' infine le cinghie del fodero della spada adagiandosela sulla schiena, e scese nuovamente al piano di sotto, cercando di uscire.
Non trovo' l'uscita ma la cucina. Sul grande tavolo in noce per almeno una dozzina di persone, post al centro di una sala piu' grande distaccata dalla zona dei fornelli, c'era un vassoio d'argento. Kel ne fisso' il contenuto, e scoppio' a ridere istericamente.
"Che gran figlio di puttana" Bofonchio' allegro, mentre agguantava la fragrante brioche al cioccolato e se la cacciava in bocca. Tenendola tra le labbra senza masticarla si aggiro' ancora per il piano terra di quella casa labirintica, finche' non trovo' infine la porta d'ingresso, alta, maestosa e a doppio battente. La apri', e constato' con piacere che non si trovava completamente immerso nella foresta, sebbene ne fosse circondato da ogni lato. Subito fuori casa un vialetto pavimentato in pietra si districava verso sudest, probabilmente portando nel cuore di Manaus. Sul vialetto erano parcheggiate un'automobile sportiva nera con delle strisce argentate sui fianchi ed una moto anch'essa nera, ma con le decorazioni rosso sangue.
Kel, che nel frattempo aveva consumato avidamente e con gusto la brioche, afferro' i guanti che giacevano sul sellino della moto, se li infilo' alle mani, le strinse a pugno alcune volte per adattarli alle sue dimensioni, e, montato in sella, giro' la chiave gia' inserita ed accese il motore con un rombo possente. Felice anche solo per il fatto di essersi potuto sedere nuovamente su una moto, schizzo' in avanti seguendo il sentiero verso Manaus, scomparendo nella vegetazione.
...
Qualcuno stava bussando alla porta.
L'uomo dai tratti sudamericani si mosse pigramente tra le lenzuola del letto, stiracchiandosi. Si protese verso la nuda figura femminile distesa accanto a lui, e le poso' un dolce bacio sulle labbra, per poi sedersi a bordo del letto ed infilarsi un paio di pantaloni - gli stessi che indossava la notte precedente e che aveva gettato da parte in tutta fretta - con l'aria assonnata. Una piccola mano delicata cinse il suo esile braccio, ed una voce impastata dal sonno spezzo' il romantico silenzio che regnava in quella stanza da letto.
"Mm... Non andare... Resta qui con me." Un sorrisetto di finta e maliziosa innocenza.
Qualcuno stava bussando piu' insistentemente alla porta.
"Liquido questo seccatore, amore mio, e torno." Un occhio strizzato complicemente, e l'uomo si alzo' stiracchiandosi, per poi camminare a petto nudo verso l'ingresso, chiudendosi la porta della camera da letto alle spalle. La donna rimase ancora li', in dormiveglia con gli occhi chiusi, e perse la cognizione del tempo, accorgendosi pero' con piacere che non bussavano piu'.
Si sveglio' di soprassalto quando udi' la porta della stanza sbattere violentemente, lasciandosi sfuggire un urlo spaventato ed aprendo gli occhi puntandoli in direzione del rumore, e cio' che vide la spinse giu' per il baratro del terrore piu' folle e incontrollato che mai potesse provare.
Sulla soglia c'era il suo amante, in piedi, la pelle carbonizzata seguendo delle improbabili ramificazioni. Perdeva sangue da ogni orifizio del viso, comprese le orbite vuote da cui erano schizzati via gli occhi. Caccio' un urlo lancinante, ed il cadavere del suo amato si accascio' a terra rivelando dietro di lui la figura inquietante di un uomo dai capelli lunghi fino alle spalle, vestito di nero e con una spada seghettata poggiata di traverso sulla sua spalla. Ghignava con un'allegria diabolica.
Lei si rifugio' pazza di terrore nel letto, rannicchiandosi con le lenzuola tirate su fino alle narici, scossa da incontrollabili brividi e incapace di staccare lo sguardo dall'incedere di quell'assassino misterioso imbrattato da alcune goccioline di sangue che macchiavano il suo volto.
"Ciao amore" Disse quello, mimando l'accento sudamericano della sua vittima, per poi ridere istericamente trovandosi divertente.
La donna non riusciva ad aprire la bocca, e l'uomo prosegui' imperterrito ad avanzare verso di lei, parlando interrotto solo dal ritmico risuonare dei suoi anfibi.
"Lo sai chi sono, vero?" Aggiunse.
Lei annui', e chiuse gli occhi mordendosi le labbra tremanti, per poi alzare il palmo aperto in direzione dell'assassino, concentrando il suo potere.
Le gambe dell'uomo furono subito avviluppate da ramificate pietre trasparenti che corsero fino al suo ginocchio, intrappolandole come delle escrescenze minerarie intrappolano la roccia. Ma gli occhi dell'uomo, e cosi' tutto il suo corpo, furono attraversati da un baluginio elettrico che nel giro di un secondo ridusse in polvere i minerali e il tentativo di fermarlo. Non diede nemmeno evidenza di aver smesso di camminare, tanto che non scherni' nemmeno la donna per averci provato. Lei riapri' gli occhi, ora velati di lacrime. E lui rise.
"Coraggio, signora dei Cristalli, non piangere. E' solo che la nostra e' una differenza di classe non prevaricabile."
"... Kelerion ... Perche' ... "
"Per l'equilibrio, signora dei Cristalli. Per l'equilibrio. Un Titano morto, una divinita' morta." Mormoro' lui lapidario, mentre sollevava la spada sopra la testa. Un solo passo lo divideva dalla donna.
"Ti prego... Ti prego... Io non ti ho fatto n..."
La spada di lui, corrusca di energia elettrica, si abbasso' improvvisamente. Il corpo della donna fu istantaneamente inchiodato al letto dalla lama frastagliata, mentre lui la spingeva con forza nel suo petto, all'altezza del cuore, con un ghigno trionfante ed estasiato sulle labbra. La potenza del fulmine invase la signora dei Cristalli devastando i suoi organi interni e irrorando di candida luce i suoi occhi. Spalanco' la bocca come se volesse parlare, ma da essa non usci' un suono.
Kel si chino' su di un ginocchio, continuando a tenere una mano serrata attorno all'elsa della terribile lama, mentre con l'altra accarezzava tra i capelli la donna.
"Ecco. Adesso e' tutto finito." Commento' con aria vagamente sensuale, mentre il corpo della Dea sanguinava incessantemente dalla larga ferita causata dalla spada. E mentre sanguinava, dalla sua bocca fuoriusciva un fumo giallastro che svaniva nell'aria dopo alcuni istanti. La sua essenza elementale aveva abbandonato il suo corpo umano. Era stata annientata.
Solo il minuto successivo Kel si decise ad alzarsi e a divellere brutalmente la lama dal corpo della Dea, dilaniandolo ancora piu' di quanto gia' non fosse. La puli' sulle lenzuola con un paio di sbrigativi movimenti, e la rinfodero' mentre pensava al da farsi. C'era una persona che doveva assolutamente incontrare, l'unica che conoscesse veramente i suoi propositi. Alexander. Ma non poteva andare li' solo, avrebbe avuto bisogno di qualcuno, specialmente ora che si era macchiato dell'omicidio di uno dei suoi consanguinei. Quello era un gesto che non aveva precedenti in tutte le migliaia di anni in cui esistevano gli Dei, e non sarebbe mai passato inosservato. In una situazione del genere, aveva una sola persona che forse sarebbe stata dalla sua parte. E con un po' di fortuna avrebbe anche saputo indirizzarlo da Alexander.
E cosi', terribilmente calmo, e niente affatto preoccupato dalla situazione in cui si era cacciato, prese la sua decisione. Il suo corpo comincio' a risplendere, e in un battito di ciglia scomparse con la velocita' di un fulmine, lasciando a Buenos Aires, come unico segno del suo passaggio, due cadaveri ed una moto.
giovedì, 08 gennaio 2009,17:04
Quando Kel riapri' gli occhi l'unica cosa che attraverso' la sua mente fu una scarica di dolore atroce che proveniva da tutto il suo corpo. Un gemito gli mori' sulle labbra, e fu costretto a serrare immediatamente le palpebre per rifugiarsi dalla luce che lo accecava. Nell'attesa di recuperare la vista, si concentro' su cio' che aveva attorno affidandosi agli altri sensi. Giaceva in un letto dalle lenzuola morbide e profumate, e solo questo basto' a dargli la certezza che non si trovava a casa sua. Certezza che venne rafforzata anche dal cinguettio di uccellini che arrivava alle sue orecchie, ovattato, un suono che aveva quasi rimosso dai suoi ricordi. Con le dita si tocco' le braccia e il torace, lentamente, non tanto per la sua abitudine di muoversi con calma quando si destava, quanto per il dolore che provava. Scopri' che aveva delle fasciature su gran parte del corpo, di cui una particolarmente vasta sulla spalla sinistra. E proprio quando si affaccio' alla sua mente il momento in cui Blaze l'aveva quasi incenerito con il suo ultimo attacco che gli aveva fatto perdere i sensi, fu scosso e sorpreso da una voce inaspettata proveniente da alcuni metri di distanza. Una voce posata e morbida, quasi ammaliante.
"Come ti senti Kelerion...?"
Fu una voce che riconobbe subito. Si irrigidi' come se si stesse preparando a difendersi, ma le sue profonde ferite pulsanti lo costrinsero a desistere nonostante nella sua risposta fosse ben evidente il suo temperamento borioso e arrogante.
"Bastardo... Cosa ci fai qui? Dove sono...? Dov'e' Blaze...?"
"Non preoccuparti" Rispose Last senza perdere la sua inflessione tranquilla "Sei a casa mia, Blaze ha probabilmente fatto ritorno a casa sua, o dovunque viva, ed io sono qui per strapparti dalle gelide dita della morte."
Kel rimase in silenzio, sbalordito. Si sforzo' di capire come fosse finito con quel Titano, e cerco' di immaginare cosa fosse accaduto dopo che aveva perso i sensi, ma non ci riusci'. Last, come se gli avesse letto nel pensiero, soggiunse:
"Il dolore annebbia la tua capacita' di percezione, la tua cognizione del tempo, i tuoi ricordi e la tua attenzione. Sei qui da meno di un giorno, dopotutto, e non hai ancora avuto modo di guarire. Dammi retta, riposa fintanto che ne avrai bisogno, ed allora avrai un preciso e dettagliato resoconto di cio' che e' accaduto con Blaze."
Ebbe appena la forza di annuire. E sebbene non riponesse alcuna fiducia in quel Titano, Kel non pote' fare altro che obbedire alle proprie spoglie mortali ed abbandonarsi, senza altra scelta, ad un lungo sonno ristoratore.
...
Di nuovo, Kel si desto' ed apri' lentamente gli occhi, temendo di rimanere nuovamente accecato, cosa che, per sua fortuna, non si verifico'.
Il suo primo istinto fu quello di guardarsi attorno e capire dove si trovasse, ma la sua attenzione fu inevitabilmente calamitata dalla figura di Last che, seduto su una sedia ai piedi del letto e con un libro in grembo, lo osservava insistentemente e con un calmo sorriso di soddisfazione stampato sul volto. Fu una grande sorpresa per Kel scoprire che non avvertiva l'istinto di ridurre in cenere il sorridente Titano. Non ne era nemmeno particolarmente infastidito, probabilmente perche' immaginava che fosse lui il responsabile della sua guarigione.
Non gli rivolse parola, e distolse lo sguardo da lui, per osservare in primo luogo se stesso, tirandosi su a sedere senza fatica. Non era piu' fasciato, ma tutto il suo corpo profumava di un delizioso unguento dall'odore forte, simile alla menta, ed era completamente nudo. Si accarezzo' il torace e il ventre, senza trovarvi piu' cicatrici di quante non avesse prima dello scontro con Blaze, che lentamente riaffiorava nella sua memoria. Si sfioro' le braccia con le dita, guardando morbosamente ogni suo gesto come se fosse la prima volta che ammirava il suo corpo, incurante della presenza ancora silenziosa del Titano. Stava aprendo e chiudendo i pugni piu' volte, ritmicamente, quando sotto le sue dita, all'altezza della spalla sinistra, comparve qualcosa di strano. Posandovi lo sguardo, scopri' che la pelle e la carne erano completamente deturpate, recavano infatti i segni di ustioni non perfettamente risanate. Le dita con cui si accarezzava si strinsero con ferocia attorno a quel brandello di carne devastata, nel momento in cui ricordo' i due proiettili di Blaze che esplodevano proprio li', su quella spalla, consumata dalle fiamme.
"Mi dispiace" Mormoro' Last interrompendo il flusso di ricordi di Kel "Ma per quella non e' stato proprio possibile fare di meglio."
Kel non rispose, era come sordo alle parole del Titano. L'unica cosa che occupava la sua mente era l'immagine di Blaze vista come dietro a delle lenti rosso sangue opache. Il suo respiro era affannoso, lento e roco, ed i suoi denti talmente stretti da stridere in modo inquietante. Last sembro' comprendere il suo stato d'animo, ed attese pazientemente in silenzio che Kel ritrovasse la calma.
Cio' non avvenne prima di alcuni minuti, alla fine dei quali Kel si decise a guardarsi intorno. Accanto a se c'erano una poltrona su cui erano stati riposti i suoi vestiti puliti, e dall'altro lato del letto un comodino su cui si trovavano scatole e tubetti di ogni colore e dimensione, probabilmente medicinali, oltre a delle siringhe impacchettate in confezioni sterili. Le pareti della stanza, che Kel noto' non essere poi cosi' grande come sarebbe stato facile invece aspettarsi, erano pitturate di un colore azzurro molto tenue, e ad esse erano appesi alcuni quadri che raffiguravano scene di vita medievale, compresa una grezza cura di sanguisughe straordinariamente dettagliata. Alle sue spalle invece si apriva un enorme finestrone che lasciava entrare la luce, filtrata dai fitti alberi, dall'edera e dalla vegetazione che la faceva da padrone ovunque. Quello fu un particolare che disoriento' Kel, dal momento che non riusciva assolutamente a immaginare in che razza di posto fosse finito. Con una certa ostilita', piu' formale che reale, incateno' lo sguardo di Last e finalmente i due cominciarono a parlarsi.
"Dove siamo?"
"Siamo a Manaus, Kelerion. Ed a questo proposito, ti do il benvenuto nella mia umile dimora." Sorrise amichevolmente, sebbene non riuscisse a liberarsi di quell'espressione che sembrava dipingerlo come l'essere piu' falso e viscido mai esistito.
"... La mia citta'?"
Last si mise a ridacchiare, ma senza l'intenzione di essere derisorio. "Trecentotrentatre umani morti, sei edifici danneggiati di cui due completamente demoliti, centinaia di milioni di danni... Avete combinato un bel po' di casino."
"Ma com'e' possibile che tu..." Disse, lasciando in sospeso la frase. Aveva centinaia di domande che gli frullavano per la testa, ed era di conseguenza piuttosto laconico, sebbene udire delle risposte contribuisse a placare la sua indole feroce e distruttiva.
"Te l'avevamo detto che volevamo vederti vivere, Kelerion. Abbiamo, o meglio, ho fatto in modo di non perdere le tue tracce, di modo che avremmo potuto evitare di perderti in un modo alquanto spiacevole. Ed infatti come puoi ben vedere ha funzionato: appena il tuo pericolo e' stato troppo grande, siamo intervenuti noi."
"Non raccontare palle. Voi non potete aver sopraffatto Blaze, nemmeno se di Titani come te ce ne fossero stati cinque e nemmeno se fosse stato ferito il doppio di quanto non fosse."
"Infatti e' cosi', non potevamo di certo. Per questo ci siamo accontentati di portarti via una volta persi i sensi... Naturalmente al piccolo prezzo di uno di noi."
Kel strinse gli occhi fissando trucemente il Titano. "Vorresti dirmi che per portarmi al sicuro avete dato uno dei vostri in pasto a Blaze?"
"Si. E' stata una decisione sofferta, ma l'unica che potevamo prendere. Questo, Kelerion, a dimostrazione del fatto che le nostre differenze di classe sono facilmente superabili."
"Questa e' la dimostrazione che siete degli imbecilli" sputo' Kel velenoso "Avete infranto un grande equilibrio, che tocchera' a me ricostruire in fretta. Immagino dovrei ringraziarti per avermela buttata sulle spalle, questa responsabilita' che desideravo cosi' ardentemente."
Last scoppio' a ridere di gusto. "Sapevo che il tuo carattere non era dei piu' accondiscendenti, ma non ha importanza. Cosa intendi dire quando parli di equilibrio..?"
"Intendo dire che non e' un problema tuo. Ti ringrazio per cio' che hai fatto, ma la mia risposta non e' diversa da quella che hai gia' ricevuto. Non mi interessano le vostre stupide guerre tra Titani e Divinita', i miei scopi sono diversi. E te ne accorgerai anche tu... Last."
Il Titano, come se fosse esattamente quella la risposta che si aspettava, fece un noncurante cenno della mano mentre si alzava dalla sedia, stiracchiandosi con le braccia distese verso l'alto. "Lo so, lo so. E tuttavia so anche che, a dispetto di quanto tu dici, l'averti salvato la pelle non sara' un gesto che dimenticherai facilmente. Te ne ricorderai quando avrai bisogno di alleati, e ti tornera' in mente prima che tu possa muovere guerra contro di noi. Che e' anche la ragione per la quale non stai cercando di ridurmi in cenere. E poi andiamo... Chi mai dei tuoi cari consanguinei si sarebbe sacrificato per te? Tu conosci la risposta. Ed e' per questo che il mio gesto ti sembra ancora piu' eclatante."
Kel fisso' il Titano in modo atroce, con quest'ultimo che ricambiava in modo magnetico e inquietante lo sguardo. Lo sostennero entrambi per una manciata di secondi, prima che Kel scoppiasse a ridere istericamente e che Last ridacchiasse in modo composto e tranquillo. "Last, Last, Last. Sembra che tu conosca bene la mente degli altri."
"Come tu conosci i fulmini, Signore dei Fulmini. Non c'e' da stupirsi." Ammicco' il Titano in direzione di Kel.
"Ad ogni modo" Aggiunse Last prima di dare a Kel l'opportunita' di dire altro "Il mio compito e' finito. Tu sei salvo e in salute, sei a conoscenza della nostra offerta, ed io ho alcune faccende urgenti da portare a termine. Pertanto ti saluto, Kelerion. Fa come se fossi a casa tua."
"E tu ricorda che non ti devo niente, e che la prossima volta ti ammazzo. Addio Last."
Mentre il Titano veniva avvolto da eterea luce violetta diventando evanescente, fece in tempo a rivolgere un sorrisetto ammaliante a Kelerion prima di scomparire fondendosi con l'aria.
Kel, rimasto solo, continuo' ad osservare nello stesso punto in cui il Titano era scomparso, come se temesse una trappola. Ma dopo alcuni minuti constato' che non succedeva alcunche', e quindi si lascio' ricadere sdraiato sul letto con le braccia spalancate, mentre un isterico e maligno sorriso increspava le sue labbra.
martedì, 30 dicembre 2008,22:22
I proiettili attraversarono l'aria resa elettrostatica dallo spostamento fulmineo di Kel, che nuovamente si tolse dalla traiettoria dei colpi di Blaze, i quali scomparvero nell'aria, all'orizzonte, seguiti dopo pochi istanti dalle loro scie infuocate. Questa volta pero' il nero colosso fu piu' veloce a sparare, e, incrociando le braccia, segui' Kelerion con un flusso continuo di proiettili mortali, costringendo quest'ultimo a restare in movimento. Per l'esattezza fluttuava in aria a velocita' folle, girando attorno a Blaze in cerchio, avvicinandosi a lui progressivamente e cercando il momento giusto per attaccare.
Un fulmine squarcio' il cielo illuminandolo per una frazione di secondo, e quello fu il momento in cui Kel decise di attaccare. A spada sguainata si lancio' di scatto contro Blaze, credendo di sorprenderlo forte della sua superiore velocita'. E fu sinceramente sorpreso quando, mentre ancora non aveva sollevato del tutto la lama per abbatterla sul nero, si trovo' a fissare l'estremita' della canna della pistola di Blaze che puntava proprio davanti alla sua faccia.
Sgrano' gli occhi completamente bianchi, ed ebbe appena il tempo di imprecare prima di smaterializzarsi e schivare anche quel colpo, che gli passo' comunque pericolosamente vicino al volto, al punto tale che la sua scia infuocata gli provoco' una seria ustione al collo. Scatto' lontano rifugiandosi temporaneamente sul tetto di uno dei vicini condomini, bestemmiando ad alta voce dal dolore e riferendosi a Blaze con degli attributi che avrebbero fatto impallidire chiunque.
Ma il nero non sembro' sentire, e con tutta probabilita' anche se l'avesse fatto la sua espressione sarebbe rimasta immutabile. Con un semplice gesto del pollice fece scattare il meccanismo delle sue pistole e apri' le braccia rimanendo a mezz'aria, lasciando scivolare a terra i caricatori quasi vuoti di entrambe le armi. Tenendole entrambe con una mano sola, e guardandosi attorno senza eccessiva concitazione alla ricerca di Kelerion ricarico' alla cieca le due pistole, le fece roteare un paio di volte e le strinse nel pugno, continuando a guardarsi attorno. Quando lo vide era gia' troppo tardi.
Il gomito di Kel si abbatte' rapido sulla mascella di Blaze, che fece per contrattaccare con le sue armi da fuoco, bloccandosi all'ultimo istante. Vide la lama di Kel avvicinarsi veloce e letale al suo collo immediatamente dopo la gomitata, e si sposto' immediatamente qualche metro in basso, seguito dalla sua scia infuocata. Contemporaneamente sollevo' le pistole e fece fuoco, ma Kelerion era gia' scomparso quando i due proiettili attraversarono l'aria elettrostatica che si era lasciato dietro.
Tento' di comparire alle spalle di Blaze con la spada gia' sollevata, ma lui parve accorgersene e in una frazione di secondo si poggio' una pistola di traverso sulla spalla e fece fuoco, mancando Kelerion per l'ennesima volta seppur per un soffio. Si volto' e continuo' a tempestarlo di proiettili mentre lui li schiavava dimostrando una velocita' disumana anche per un Dio come lui. Ciascun proiettile che inavvertitamente colpiva gli edifici sottostanti produceva una conflagrazione devastante al pari delle prime due che Blaze aveva causato nel condominio di Kel, ma a nessuno dei due poteva importare meno. Sebbene sembrasse il contrario, tutti e due erano un fascio di nervi poiche' sapevano bene che un semplice errore significava senza dubbio l'annientamento.
Per minuti interi i due si combatterono tempestandosi di colpi e schivandone la maggior parte, per poi metterne a segno pochi ma devastanti, al punto tale da creare grossi sconvolgimenti ambientali, demolendo gli edifici circostanti, tempestando il circondario di pioggia, fulmini, fiamme ed esplosioni. Kelerion approfittava della necessita' di Blaze di ricaricare le pistole e, per quanto fosse un procedimento che sapesse svolgere nel giro di un battito di ciglia, Kel restava sempre troppo rapido per non approfittarne. D'altra parte, Blaze aveva dalla sua la lunga gittata, costringendo Kel a estenuanti schivate ed evitando il corpo a corpo.
Ma anche quando giunsero a combattere in corpo a corpo, abbandonando le armi, si trovarono in una situazione di stallo. Nessuno dei due schivava piu', attaccando furiosamente con raffiche di pugni e calci, ma ogni volta che i loro colpi andavano a segno, i loro corpi venivano feriti. Ogni volta che Blaze colpiva Kelerion causava una piccola esplosione di fiamme che ustionava quest'ultimo, ma, al contempo, il suo braccio veniva invaso dall'immensa energia elettrica che lo semiparalizzava per alcuni istanti. Ed ogni volta che Kel colpiva Blaze, liberando in lui le scariche elettriche che dominava, doveva istantaneamente ritrarsi a causa delle fiamme che cominciavano ad avviluppare le sue mani.
Infine, dopo piu' di quindici minuti complessivi di feroce battaglia, Kel diede una spazzata con la spada davanti a se, all'improvviso, approfittandone per indietreggiare di scatto. Sul torace di Blaze, che era avanzato per incalzare, si apri' un lungo taglio sanguinante che lo fece vacillare per un momento. Tacitamente si fissarono, respirando rumorosamente e a fatica e stipulando una tacita tregua.
Blaze aveva ferite di arma da taglio su tutto il corpo, unitamente alle ramificate ustioni dell'energia elettrica. Respirava a fatica ed era visibilmente dolorante, ma Kel era ridotto molto peggio. Aveva due squarci nella spalla sinistra causati dai potenti proiettili sparati dal nero, e la sua pelle era annerita e coperta di ustioni macilente, sotto le quali si vedeva la carne viva. Ogni singola goccia che cadeva su quelle ferite infliggeva a Kel tormenti che lo spingevano al delirio.
Inoltre in entrambi si erano fatti piu' evidenti i loro tratti elementali puri. I corpi degli Dei non erano altro che contenitori di essenza elementale, che fuoriusciva da essi come l'acqua gocciola da un vaso pieno di crepe. Gli occhi di Blaze erano due pozzi di lava ardente, e gran parte del suo corpo era consumato da altissime fiamme inestinguibili, che sprigionavano un calore insopportabile e letale. Gli occhi di Kelerion invece erano completamente bianchi, crepitanti di energia, e pura elettricita' avviluppava ogni fibra del suo corpo percorrendolo in ogni direzione ed incendiando l'azoto presente nell'aria attorno a lui, che sprigionava un pungente odore.
"Hey" disse Kel con il suo caratteristico tono insolente, sebbene avesse il fiato corto e la voce rotta da dolori inimmaginabili "Conosci i Metallica Blaze? C'e' una canzone che mi piace tantissimo, vuoi sentirla?"
E sollevo' entrambe le braccia, imponendole verso il cielo. I fasci elettrici che percorrevano il suo corpo confluirono massicciamente nelle sue mani, schizzando con forti crepitii da un braccio all'altro. In una manciata di secondi le scariche elettriche si erano unite, formandone una molto piu' spessa e molto piu' luminosa. Kel abbasso' le braccia tenendo i palmi vicini, e concentrando quell'enorme fulmine tra le mani, contenendone l'energia con visibile fatica a giudicare dal modo in cui tremava. E dopo aver posto le mani davanti a se, in direzione di Blaze, le tiro' indietro accanto al suo ventre, dove la scarica minaccio' di sopraffarlo.
I suoi occhi bianchi incatenarono quelli ardenti di Blaze, e si concesse un sorrisetto irriverente prima che pronunciasse le parole che seguirono, senza nemmeno rendersene conto.
"Cavalca il fulmine, figlio di puttana."
La folgore lascio' le mani di Kel volando a velocita' folle verso Blaze, ribollendo cosi' tanto di potere al punto di contorcersi ed accartocciarsi in modo innaturale. Blaze si rese perfettamente conto di cio' che stava per accadere, ma non pote' fare nulla per impedire che accadesse. Stanco, esausto e ferito, non poteva in alcun modo schivare un colpo cosi' veloce e preciso come quello, e lo incasso' in pieno petto.
Il suo corpo venne dilaniato dall'energia elettrica che non solo gli aveva perforato la carne e le ossa, ma che si era diffusa dolorosamente in tutti i suoi organi interni provocandogli una sofferenza inimmaginabile, che pote' sfogare solo accasciandosi e rannicchiandosi, tossendo sangue e urlando con quanto fiato avesse, mentre ogni sua cellula implorava pieta' e chiedeva a gran voce che la tortura finisse.
Fini', e Kel rimase annichilito nel vedere Blaze raddrizzarsi, rimanendo sempre a mezz'aria, mentre fiamme vive divampavano attorno allo squarcio che il fulmine aveva aperto nel suo corpo. I suoi occhi erano rossi come brace.
"Conosci gli Angra Kelerion...?" Disse lui con la bocca impastata di sangue che colava copioso lungo il suo mento.
Kel non ebbe materialmente il tempo di provare il terrore che avrebbe voluto provare. Ma seppe che la sua fine era giunta, quando vide il braccio di Blaze alzarsi a fatica ed essere puntato verso di lui. Il braccio divampava e ardeva di fiamme ancora piu' alte di quelle che avvolgevano il corpo del nero, e si disposero come seguendo una linea lungo l'arto disteso.
"Spargi il tuo fuoco, figlio di puttana."
Le fiamme lasciarono il braccio di Blaze e corsero veloci attraverso l'aria, seguendo una linea perfettamente retta, che trovo' alla sua fine un Kelerion impossibilitato a scansarsi. Le fiamme lo investirono, ma non lo bruciarono. Le fiamme esplosero proiettando un fuoco selvaggio ovunque nel raggio di trenta metri, che si innalzo' come se volesse consumare anche la stessa aria, prima che, senza attecchire da nessuna parte, si estinguesse continuando ad ardere viva la sua vittima.
Kel perse istantaneamente i sensi a causa del dolore insopportabile, e crollo'. Cadde a terra da piu' di trenta metri di altezza, ma fortunatamente atterro' sul tetto di un palazzo sfasciandone completamente il cemento di cui era composto, e solo allora le fiamme ebbero pieta' di lui e terminarono di straziarlo. Lascio' infine la presa sulla spada, e le nuvole si ritirarono portando via la pioggia, finche' anche i fulmini smisero di cadere.
Blaze ansimo' cercando di riprendere fiato per alcuni secondi, prima di discendere affianco a Kel lentamente, a causa delle serie ferite riportate. Lo raggiunse, solo per constatare che era ancora vivo. Ansimando ancora estrasse una delle due pistole, la carico' con gesti lenti e misurati, e la punto' contro la testa dell'esanime Kel. Ma esito' prima di fare fuoco, rimanendo a fissare a lungo il suo avversario. Non era dispiaciuto, ma non era nemmeno felice. Eliminare uno della sua stessa stirpe era un compito duro, per assolvere il quale occorreva aggirare diversi ostacoli morali. Ma Blaze faceva parte dei quattro, e non gli era concesso sbagliare. E tuttavia non ebbe piu' occasione di concretizzare i suoi propositi di morte.
Dal nulla, in cima a quel tetto spazzato dal vento, avvolto dal silenzio spezzato unicamente dalle sirene dei pompieri e delle ambulanze, che accorrevano gia' da diversi minuti nel quartiere, si materializzarono due sfere evanescenti, una viola e una rossa. Contemporaneamente quelle sfere assunsero una forma umanoide solida, fino ad assumere i tratti inconfondibili di due Titani, con i loro pantaloni rossi e le camicie bianche, e dalla caratteristica corporatura robusta e muscolosa, anche piu' di quella di Blaze, che fisso' i due nuovi venuti con freddezza, rimanendo silenzioso.
"Salve Blaze" sentenzio' quello che era comparso dalla sfera viola, un Titano con una striscia di vernice blu che divideva a meta' il suo volto "Sembra che siamo arrivati giusto in tempo. Immagino che Lei sappia gia' chi io sono, quindi mi risparmio la fatica di presentarmi, e Le comunico solo il motivo per cui sono qui. Il signor Kelerion deve vivere."
Blaze guardo' Last con odio viscerale, e, nonostante le sue ferite profonde, la sua voce soggiunse velenosa assieme ad un getto di fiamme che eruppe dalla voragine che aveva nel petto. "Sparite, o vi riduco in cenere. Non avrete un secondo avvertimento."
Last ridacchio', sicuro di se'. "Come siamo aggressivi, signor Blaze. Non si preoccupi, ce ne andiamo subito, il tempo di prendere il signor Kelerion."
"Non oserete."
"K-Tharp."
"Subito."
Tutto si svolse in una frazione di secondo. Appena Last ebbe finito di pronunciare il nome dell'altro Titano, questo brillo' di luce rossastra che ando' a velare i suoi occhi e la pelle delle sue mani, come fosse della pellicola trasparente. E in quello stesso istante Blaze constato' con orrore che il suo braccio, quello che impugnava la pistola, si muoveva da solo. Nel giro di qualche secondo, si stava puntando la pistola alla tempia.
"Maledetti bastardi" Sputo' Blaze, sul punto di esplodere "Credete davvero di sopraffarmi? Anche se sono ferito posso eliminarvi tutti e due in un battito di ciglia. Ed e' quello che ho intenzione di fare non appena ve ne andrete. Non tornerete a casa vivi."
"Ma signor Blaze" disse ancora Last, mentre, avvicinatosi a Kelerion, lo trascinava a qualche passo di distanza dal nero e lo tirava su in piedi, mettendosi una delle sue braccia attorno al collo "Le ho gia' detto che ce ne andiamo subito. Ma non si preoccupi, K-Tharp restera' a giocare con Lei."
"FERMO, BASTARDO!"
"Addio signor Blaze."
Last riassunse velocemente la forma di sfera evanescente viola, inglobando al suo interno anche il corpo prossimo alla morte di Kelerion. Fluttuo' per qualche istante nell'aria, prima di dissolversi senza lasciare alcuna traccia. Quello fu il passaporto della salvezza per Kelerion, ma una certa condanna a morte per il Titano rimasto assieme a Blaze.
Il geyser di fiamme che l'avrebbe ridotto in polvere sarebbe stato visibile a chilometri e chilometri di distanza, e sarebbe arrivato fino al cielo. Un sacrificio modesto, penso' Last, mentre, pazientemente, si occupava al sicuro del Signore dei Fulmini.
venerdì, 26 dicembre 2008,21:44
I tre giorni successivi Kelerion non usci' di casa, rimanendovi per pensare e riflettere al modo in cui avrebbe dovuto gestire la nuova situazione che si era creata. La cosa che considerava peggiore era che non fosse una situazione che lui stesso aveva causato, sebbene ora ne fosse la parte determinante e fondamentale.
Il suo telefono suono' parecchie volte, in quei tre giorni. Ma ogni volta che premeva il tasto di risposta e si metteva in ascolto, udiva sempre e solo la voce preoccupata di Jenell, alla quale decise tuttavia di non rispondere mai. A quanto pare la voce dello scontro si era sparsa decisamente in fretta, anche a causa dell'esplosione dell'auto e dei fulmini che avevano imperversato per diversi minuti nella zona residenziale della citta', esplosioni di certo non passate inosservate.
In una sola occasione venne cercato dalla ragazza che le circostanze avevano salvato, la notte dello scontro. Kel le riaggancio' il telefono in faccia, non aveva alcuna voglia di darle spiegazioni. Cosi' come non aveva voglia di darne a Jenell, sebbene in cuor suo sapesse che se le sarebbe meritate.
E cosi' Kel lasciava trascorrere pigramente le giornate, sdraiato sul letto e lasciandosi passare da una mano all'altra delle piccole scariche elettriche, come per concentrarsi meglio mentre la sua mente si affollava di interrogativi. Interrogativi sugli uomini che tanto amava eliminare, sugli Dei che detestava e dai quali era detestato, e sui Titani, sue nemesi ancestrali ma che potevano rivelarsi degli insperati alleati.
Proprio il fatto di essere cosi' conteso da tutte quante le parti l'aveva spinto a restare da solo per riflettere, senza che fosse tentato dai titani, o che fosse persuaso da Jenell a non muovere guerra alla sua stessa gente. Certo, i poveri umani erano virtualmente estranei a questo conflitto, ignari dei meccanismi che si verificavano ogni giorno e che portavano allo scontro Dei e Titani, ma dovevano servire come campo di sperimentazioni per Kel. Questo era imperativo.
Altri quattro giorni trascorsero nella tranquillita', ma era una tranquillita' innaturale, preludio di una tempesta di dimensioni epocali, e Kel lo sapeva bene. Non si aspettava di certo che l'aver ridotto in fin di vita Rikter sarebbe stata un'azione per la quale l'avrebbe potuta passare liscia. Restava solo da attendere che qualcuno dei piani alti venisse a parlargli, dissuaderlo, o dargli il benservito. E cosi' accadde.
Quel mattino Kel si trovava sull'altopiano di una zona montagnosa fuori citta'. Solo il rumore del vento che fischiava spezzava il silenzio sepolcrale che regnava in quel luogo che apparentemente mai piede mortale aveva calpestato. L'erba cresceva soffice a perdita d'occhio, un tappeto verde sulla nuda terra, intervallato da candidi fiori di montagna, sebbene ce ne fossero anche di altri colori. Cio' che pero' si notava di piu' era la grezza ed imponente croce di legno, niente piu' che due grossi rami legati assieme da robusto spago, che svettava al centro del piatto altopiano spazzato dal vento che si insinuava tra gli alti monti che si ergevano tutto attorno ad esso.
Kel era li, in piedi davanti alla croce, la giacca scossa e i capelli scompigliati dal vento, ma apparentemente affatto disturbato. E li' parlava da solo, ad alta voce, per l'ennesima volta sul baratro della follia.
"... Si, la mia ricerca sta continuando. Sai Elene, mi avete aperto gli occhi tu e Grendel. Davvero. Non e' stato cosi' privo di senso come sembrava all'inizio... Si... Ho capito molte cose. Ma ve l'ho gia' raccontato."
Ridacchio', mentre i suoi occhi si riempirono di silenziose lacrime.
"Non vedo molte persone" Prosegui' Kel con la voce solo vagamente incrinata "Solo gente che uccido, e Jenell che ogni tanto viene a trovarmi. E' una cara ragazza. Ho rivisto anche Rikter dopo tanto, ed ho incontrato due Titani che mi hanno proposto una ridicola alleanza. Sta tutto andando a rotoli, lo sapevo, l'ho sempre saputo. Elene, se solo tu fossi ancora qui. Elene."
Accarezzo' il legno della croce, sfiorandolo con la punta delle dita come se avesse davanti una persona, e non un semplice oggetto inanimato. Chiuse gli occhi, e due lacrime che velavano i suoi occhi corsero giu' per le sue guance, cadendo per terra. Rimase solo con la sua tristezza per piu' di venti minuti, in piedi davanti alla croce, gli occhi serrati che sporadicamente si lasciavano sfuggire altre lacrime. E quando li riapri', brillavano corruschi di elettricita'.
"E poi aspetto con ansia la visita di uno dei quattro, in questi giorni. Sara' meglio che mi trovino preparato ad accoglierli... Tornero' da te presto Elene. E' una promessa."
Mentre con un groppo alla gola pronunciava le ultime parole, si volto' e il suo intero corpo risplendette, prima di smaterializzarsi fulmineamente e di ricomparire a pochi isolati da casa sua. E quando dopo alcuni minuti giunse davanti all'ingresso del fatiscente condominio in cui alloggiava, non pote' fare a meno di scoppiare a ridere allegramente, nel vedere un colossale uomo di etnia africana, con indosso un paio di occhiali neri e un cappotto di lucida pelle lungo fino a terra, seduto sui gradini che portavano agli appartamenti.
Kelerion gli si avvicino' e, senza smettere di ridacchiare, gli diede irriverentemente due schiaffetti sul viso, in quello che voleva essere un cenno di saluto ma anche un vago gesto provocatorio. Lui non proferi' parola, si limito' ad alzarsi e ad ergersi in tutta la sua possente statura sovrastando Kel, che, per nulla spaventato, rincaro' la dose.
"Ma guarda se non e' il caro vecchio Blaze in persona! Stavo parlando giusto di te pochi minuti fa. Vieni a casa, ti offro una tazza di the inglese prelibato." E rise ancora, schernendolo.
"No" Sentenzio' il nero di rimando, con un curioso ed inconfondibile accento africano e senza far caso agli schiaffetti ricevuti "Questo posto e' una topaia. Non metterei mai piede nella tua fogna, Kelerion. E poi la mia non e' certo una visita di piacere."
"Oh ti prego" Disse Kel con aria insofferente "Non vorrai ripetere quella noia mortale di quello stupido vecchio di Rikter no? Credo che la mia risposta sia stata abbastanza chiara. Anzi, dato che non sono proprio dell'umore giusto per contemplare il tuo muso nero, levati di torno o vai a far compagnia al balordo."
Cosi' dicendo, i suoi occhi furono attraversati da una scarica elettrica appena percettibile ma perfettamente visibile, che diede ulteriore valore alle sue parole.
"Certo che no" Rispose il nero inespressivamente, e mostrando una calma inaspettata, probabilmente a causa del fatto che conosceva bene il modo di porsi di Kel "Proprio perche' sei stato chiarissimo non sono qui per raccontarti altre storielle."
Comincio' a camminare avanti e indietro per la strada antistante il condominio, facendo risuonare ritmicamente i suoi massicci stivali per terra, mentre ad ogni passo le catene che aveva legate agli stivali stessi tintinnavano accompagnandolo come una terribile sentenza di morte.
"Ma prima di pensare al lavoro hai diritto a qualche spiegazione sul perche' sto per fare cio' che sto per fare, non siamo di certo i tipi che si sporcano le mani a tradimento."
Kelerion aveva gia' capito come sarebbe andato a finire il loro incontro, ma decise di aspettare e di lasciar parlare Blaze fino alla fine. Nel mentre si guardo' attorno, ma le strade erano deserte, e chiunque si affacciasse su quella in cui si trovavano lui e il nero, decideva saggiamente di imboccarne un'altra. Nessuno voleva piu' problemi di quanti ne avesse gia'.
"Come gia' sai, tu non piaci a nessuno Kelerion. Non piaci a noi quattro, non piaci agli altri Dei maggiori, e non piaci nemmeno ai minori. Abbiamo atteso che tu rinsavissi, abbiamo sperato di non dover lasciare indietro un Dio maggiore, che dovrebbe essere esempio per tutti noi e di grande impatto nel mondo degli uomini. Abbiamo pazientato in rispetto verso la tragedia che ha sconvolto la tua vita eterna. Ma abbiamo aspettato invano. Ed ora, a fronte del fatto che hai ridotto a un passo dall'annientamento l'esistenza di Rikter, del fatto che hai assassinato un numero impensabile di umani solo per tuo piacere personale, e del fatto che saresti anche in grado di tradirci tutti per passare dalla parte dei Titani... Abbiamo deciso che non vale piu' la pena correre rischi inutili con te. E che invece di portarti con noi, il tuo inutile peso sara' gettato giu' dalla mongolfiera per farla tornare in alto nel cielo."
Blaze infilo' le mani all'interno della giacca di pelle, e ne estrasse due pistole semiautomatiche a canna lunga di colore argenteo, che impugno' con sicurezza. Ne punto' una in direzione di Kelerion, e fece ruotare l'altra tra le dita con un'abilita' impressionante. Kelerion era perplesso, non tanto per le parole che aveva appena udito, quanto perche' non credeva affatto che Blaze potesse farlo sul serio.
"Vuoi farlo qui, in mezzo a tutta questa gente?" Disse lui, provocatorio, mentre i palmi delle sue mani si riempivano di immensa energia elettrica che proiettava luce intermittente ovunque nei dintorni.
"Non ci provare. Questa gente con cui stai cercando di farti scudo e' la stessa che tu hai massacrato e derubato quando avevi bisogno di qualche soldo, di una moto, o di qualsiasi altra cosa. Tu non hai diritto di parlare della vita di queste persone." La pistola che ruotava nella mano di Blaze si fermo' esattamente nel suo pugno, ed in quello stesso istante una tremenda ed ustionante vampata d'aria calda si sprigiono' da lui investendo Kelerion, che tuttavia rimase immobile senza perdere la calma.
L'adrenalina invase il suo corpo. E mentre un lontano "Addio Kelerion" giungeva ovattato alle sue orecchie, la sua vista divenne quasi completamente bianca. Energia elettrica corse sotto le sue membra, e, nonostante sapesse perfettamente che stava per scontrarsi con una potenza inimmaginabile, le sue labbra si piegarono in un sorrisetto, e si mossero lentamente, pronunciando due semplici parole che erano una specie di marchio di fabbrica per Kel.
"Ti distruggo."
Blaze premette il grilletto di entrambe le pistole e il mondo di Kel comincio' a muoversi al rallentatore. Prima il rumore dei due percussori che scattavano risuono' a lungo nell'aria. Poi i due flash luminosi provenienti dall'estremita' della canna. Ed infine le esplosioni dei proiettili espulsi dalla bocca di fuoco delle due armi. Kel non ebbe molto tempo per pensare, e, concentrandosi, si mosse ad una velocita' invisibile ad occhio nudo verso il cielo, a una trentina di metri di altezza, portandosi fuori dalla traiettoria dei due proiettili che gia' avevano cominciato a fuoriuscire dalle pistole di Blaze. Strinse il pugno sull'elsa della spada, e il mondo ricomincio' a muoversi a velocita' normale.
Due voragini si aprirono nell'edificio alle spalle di Kel con un boato spaventoso. Vampate di aria ustionante si dipanarono dal punto dell'esplosione dei proiettili, facendo volar via automobili e bidoni dell'immondizia nel raggio di almeno quindici metri. Schegge e frammenti di pietra e mattoni schizzarono in ogni direzione, ricadendo a terra in una devastante pioggia di detriti, i quali sollevarono una discreta quantita' di polvere che fluttuo' al suolo come una tetra nebbia. E quando essa si dirado', dopo appena un paio di secondi, lascio' intravedere gli squarci che l'attacco di Blaze aveva lasciato nell'edificio. La pietra stessa stava bruciando consumata da fiamme vive, che seguivano i contorni delle voragini. Blaze sollevo' lo sguardo, truce, ad incrociare quello di Kelerion, che stranamente non sorrideva piu'. Si terse il sudore dalla fronte con il dorso della mano rimanendo a mezz'aria, e sfodero' la spada impugnandola saldamente, e liberandosi con un gesto secco e violento della giacca, rimanendo a torso nudo, le carni segnate da parecchie cicatrici che tuttavia non erano sgradevoli da guardare.
Nubi nere portatrici di tempesta si addensarono sulle loro teste, assieme a crepitanti fulmini che si originavano ad ogni incrocio delle nuvole. Gocce di pioggia cominciarono a bagnare i due contendenti, che sembravano essersi paralizzati per un secondo, come a volersi preparare reciprocamente per la battaglia, in una tacita e brevissima tregua. Tanto che Blaze stesso si disfo' del lungo impermeabile nero gettandolo lontano, restando con una semplice maglia nera aderente senza maniche a coprire il torso dalla muscolatura taurina. Schiocco' con calma le vertebre del collo con un secco movimento della testa, e si alzo' nell'aria proprio come Kel, ma piu' lentamente. La sua ascesa era seguita dalla combustione dell'aria dietro di se, formando una scia come fosse una striscia di benzina in fiamme.
Gli ci vollero pochi istanti per raggiungere Kel, davanti al quale si blocco' facendo roteare le pistole nelle mani, incurante della pioggia che infradiciava i suoi capelli ricci e che colava sui suoi occhi. E dopo essersi guardati a vicenda per altri istanti che sembrarono interminabili, per la prima volta Blaze scopri' i denti bianchissimi in un sorrisetto e strinse nel pugno le due pistole arrestando la loro rotazione, sprigionando l'ennesima vampata d'aria calda dal suo corpo.
Un fulmine colpi' in pieno Kel, irrorandolo di crepitante energia elettrica. Le lenti degli occhiali di Blaze scoppiarono con una vampata di fiamme.
"Cazzo, sei morto." Sentenzio' lugubre prima di fare fuoco.
sabato, 13 dicembre 2008,17:11
"Sono tre chili" disse Tarayiki con calma, come se parlasse di cose assolutamente normali. "Voglio che tu porti tutti e tre questi chili fuori citta'. Esci dalla citta' prendendo la superstrada, percorrila fino al chilometro 110, ed esci sulla destra. C'e' la villa di Sahgan, consegna il pacco nelle sue mani, in quelle di nessun altro, e poi considerati in pausa caffe' fino alla tua prossima visita."
Tarayiki guardo' di sottecchi Kel, picchettando con le dita su un pacchetto quadrato avvolto da carta marrone - simile a quella per incartare il pane - e fissato con del semplice spago. Solo dopo aver atteso diversi istanti, e piu' precisamente dopo aver scorto il cenno affermativo del capo del suo uomo, distese le labbra in un sorrisetto poco rassicurante e spinse il pacco sulla scrivania, avvicinandolo a Kel con la punta delle dita, pigramente.
"E questo..." Aggiunse con un tono di voce complice, mentre le sue dita si spostavano sulla vicina busta bianca, che non recava alcuna scritta "E' il mio ringraziamento per il tuo disturbo, Kel. Con la certezza che tu sappia accorgerti che lavorare qui, con me, e' il meglio a cui puoi puntare."
Lui, per tutta risposta, emise un sospiro stanco e si avvicino' alla maestosa scrivania di Tarayiki, poggiandovisi con il palmo di una mano e parlando con un tono vagamente strafottente. "Come sei serio, vecchio mio. Rilassati. Non hai piu' bisogno di convincermi, dopotutto." Ed allungo' la mano ad afferrare prima il pacchetto, poi la busta che sfrego' tra le dita come a volerne sentire la consistenza, per poi piegarla ed infilarsela distrattamente nella tasca posteriore dei pantaloni. "Sono cinquecento?"
"Sono mille, mio caro Kel. Ed hai ragione, vale piu' questo di centinaia di discorsi che io possa farti."
Rimasero in silenzio per alcuni secondi, fissandosi come se volessero sbranarsi da un momento all'altro. Ed invece, inaspettatamente, scoppiarono a ridere in un modo che rasentava lo squilibrio, sebbene entrambi fossero sinceramente divertiti, al punto tale che Tarayiki aveva le lacrime agli occhi dalle troppe risate. Fu Kel a spiccicare qualche parola, senza riuscire a impedirsi di ridere ancora.
"Cosi'... Cosi' si che va bene... E' piu' convincente." Attese altri secondi, durante i quali parve calmarsi, e cosi' anche il suo interlocutore. "Devo riscuotere?"
"Ha pagato in anticipo" Rispose il pallido uomo con una certa soddisfazione nella voce. "Non e' bellissimo quando le persone hanno fiducia le une nelle altre? Le cose funzionano anche meglio, no? Tu mi paghi, e io te la porto la tua merda. Io ti pago, e tu fai quel che ti ho chiesto, senza cercare di mettermela nel culo. Che grandioso sistema che abbiamo messo in piedi." Concluse, parlando piu' che altro da solo. E Kel, sorprendentemente, lo stava a sentire senza fare una piega.
"Ma divago" disse Tarayiki, come se si fosse accorto solo dopo che stava fantasticando. "Sigaretta?"
Kel annui', osservando la scatoletta d'oro puro che gli veniva porta, e che conteneva alcune sigarette. Ne prese una con calma, la porto' alle labbra e la accese con uno degli accendini che prendevano posto sulla scrivania, come fosse roba sua. Aspiro' una lunga boccata, chiuse gli occhi e lascio' che dalle labbra semiaperte, distese in un sorrisetto rilassato, fuoriuscissero pigramente le volute di fumo che svanirono nell'aria nel giro di pochi istanti.
"Coraggio, al lavoro ora Kel. Torna presto, che c'e' sempre una busta per te qui." Ed il *Clack* della scatoletta delle sigarette segno' ufficialmente la fine del loro colloquio.
"Ci vediamo Jon. Ah, il televisore si e' rotto." Mugugno' Kel di rimando, strafottente, con la sigaretta tra le labbra, per poi aprire gli occhi ed uscire dall'ufficio con il pacchetto nella mano, senza voltarsi indietro.
...
"Si... Si dolcezza, certo. Aspettami, saro' da te prima ancora che tu te ne accorga... Si... Se ci divertiremo? Tu lasciami fare, e vedrai come ci divertiremo." E, concludendo la frase con un tono di voce cosi' perverso da essere quasi imbarazzante, Kel richiuse il telefono. Richiuse il telefono e rise, mentre la follia si impossessava nuovamente della sua mente e uccideva sistematicamente la sua ragione.
La sua giornata era stata tranquilla. La consegna del pacco era avvenuta liscia come l'olio, ed anzi il cliente di Tarayiki gli aveva perfino offerto il pranzo, offerta che Kel aveva accettato senza pensarci su due volte. Non gli importava che fosse soltanto un modo per tenerlo li fino al controllo della merce, a lui bastava riempirsi la pancia. Il cliente fu ad ogni modo soddisfatto, e tratto' Kelerion come il suo miglior ospite fino a che decise di togliere il disturbo. Cominciava ad avere sonno, e desiderava tornare a casa per dormire. Aveva guidato la sua moto per gran parte del pomeriggio, ed era distrutto.
Una volta nel suo appartamento, Kel si addormento' e si desto' soltanto quando la notte aveva gia' preso il sopravvento, quando era quasi mezzanotte. Ma una volta sveglio, si senti' traboccare di energia. Cosi' tanto che si disse che sarebbe stato un peccato sprecare una notte cosi' bella, ed afferro' il telefono. Non gli fu difficile trovare tra i suoi numeri quello di una vecchia conoscenza, una ragazza di bell'aspetto e dalla scarsa integrita' morale che viveva sola mantenuta dai genitori. Faceva proprio al caso suo.
Comincio' a vestirsi. Lo fece lentamente, con gesti misurati, come ogni volta che riapriva gli occhi dopo aver dormito. Riprendere contatto con il proprio corpo dopo un lungo periodo di inattivita' era un piacere, per lui. Un piacere che andava assaporato adagio, prolungato in ogni modo possibile. Indosso' un paio di comodi pantaloni in pelle nera che raccolse con noncuranza da per terra, ed una canottiera nera senza maniche trovata su un lato del letto. Allaccio' a tracolla il fodero della spada che fece ricadere sulla schiena, e si infilo' gli elastici guanti neri da motociclista, guardandosi le mani mentre apriva e chiudeva meccanicamente i pugni con una certa soddisfazione. Afferro' le chiavi con le quali comincio' a giocherellare, un paio di occhiali neri che apri' con uno scatto del polso e che si appese al colletto della maglia, ed usci' sbattendo la porta e senza guardarsi indietro.
Non aveva portato con se la musica, ma decise di non tornare indietro sebbene se ne fosse accorto abbastanza in fretta. Non aveva molta voglia di ascoltare musica, preferiva di gran lunga godersi quegli attimi di silenzio - che nel suo quartiere sembravano ancora piu' pressanti -, cosa che fece durante tutto il tragitto dal suo appartamento fino alla moto. Si passo' una mano tra i capelli, respirando a pieni polmoni l'aria fresca della notte, ed accese infine il motore facendolo rombare e risuonare per tutta la strada con arroganza. Rise sommessamente tra se' e se', senza una particolare ragione oltre alla semplice eccitazione e alla contentezza di essere all'aria aperta, solo, e di stare andando a divertirsi nel modo che piu' preferiva. Rise, mentre la sua moto sfrecciava nella notte a fari spenti.
Imbocco' una delle grandi arterie del traffico della citta', quella che la attraversava completamente da nord a sud, e comincio' a percorrerla ad una velocita' decisamente eccessiva. L'illuminazione era buona, sebbene fosse artificiale e sebbene lasciasse sporadici tratti della via in perfetta oscurita', ed anche il traffico, presente a quasi qualsiasi ora del giorno e della notte, sembrava essere stato piu' clemente. Le automobili erano poche, e cio' concesse a Kel di viaggiare a tavoletta mentre l'ansia di arrivare lo consumava come un cancro. Si riscosse dai suoi macabri pensieri solo quando accadde l'inaspettato.
Un'automobile sportiva lo raggiunse da dietro e lo affianco', e cio' era gia' strano dal momento che Kel era una sorta di dominatore di quella strada e che non era mai stato sorpassato da nessuno, da quando avesse quella moto. Ma il meglio era che l'individuo al posto di guida, un uomo dall'aria piuttosto anziana e dalla carnagione giallastra, con gli occhi e la maggior parte dei tratti del viso in ombra. Viso che volto' lentamente e inesorabilmente verso Kel, fissandolo, dimostrazione inequivocabile che lo conosceva. Kel, per contro, non ne fu cosi' sicuro. Intrigato dalla sfida appena raccolta, diede gas e scatto' in avanti solo per essere nuovamente affiancato dall'anziano alla guida di quell'auto sportiva rossa fiammante.
Si inseguirono per interi minuti schivando altre auto e rischiando piu' di una volta di causare mortali incidenti, fino a che l'auto, con una manovra disperata, schizzo' in avanti con un rombo del motore e si porto' proprio davanti alla moto di Kel. Quest'ultimo si getto' di lato a sinistra, costeggiando a distanza di appena qualche centimetro l'auto e riaffiancandola, guardando con piu' attenzione nell'abitacolo, e domandandosi perche' quel tale si ostinasse a tal punto a infastidirlo proprio ora che aveva davanti a se una notte splendida. La risposta gli fu immediatamente chiara nel momento stesso in cui riconobbe quel volto seminascosto nell'ombra del posto di guida.
Sgrano' i lucenti occhi, e si mise a ridere istericamente perdendo persino il controllo della moto per un istante talmente tanta era la sua insana allegria. Il vecchio uomo fece imperioso cenno a Kel di accostare, ma la risposta che ottenne non fu quella che si aspettava. La mano destra di Kel aveva mollato il manubrio della moto e si era protesa verso l'abitacolo dell'auto, cominciando ad essere attraversata, nel giro di qualche secondo, da una luminosissima energia elettrica. Kel riusci' a malapena a vedere le labbra dell'anziano che si mossero in un'imprecazione, prima che egli si gettasse a sinistra tagliandogli la strada, e sterzando nelle corsie di sinistra contromano.
Il fulmine che scaturi' dalla mano di Kelerion illumino' la notte circostante e riempi' l'aria del penetrante odore di azoto incendiato. Zigzago' per un brevissimo istante prima di colpire il finestrino posteriore dell'automobile rossa e di perforarlo con uno schianto, attraversando l'interno del veicolo e poi uscire dal parabrezza e disperdersi nella notte come un proiettile. Fu il caos. Le automobili furono abbagliate, spaventate da quella che si parava contromano davanti a loro, e sterzarono in fretta con l'unico risultato di schiantarsi con un fragore insopportabile e con lo stridere delle gomme che, inutilmente, cercarono di frenare la corsa dei veicoli.
Il suono del metallo che si accartoccia copri' temporaneamente ogni cosa, eccetto i battiti del cuore di Kelerion che rimbombavano nella sua testa con tanta intensita' da spingerlo sempre piu' velocemente giu' per il dirupo della pazzia. Rise freneticamente sovrastando le urla di agonia che riusciva a percepire distintamente da quegli ammassi di lamiera che di li a breve sarebbero diventate le tombe dei poveri esseri umani, e si lancio' all'inseguimento della macchina sportiva che si era buttata fuori strada dirigendosi verso uno dei quartieri residenziali della citta', tagliando per un deserto giardinetto.
"VUOI GIOCARE?!?"
Kel non si limitava piu' a ridere. Rideva ed urlava a pieni polmoni, e ad ogni urlo seguiva un potente fulmine che erompeva dal suo pugno e colpiva la macchina in fuga davanti a lui, che correva a tavoletta lungo le deserte strade del silenzioso quartiere residenziale.
"FERMATI BASTARDO, CORAGGIO, MI STAVI CERCANDO VERO?"
Vorticosa energia elettrica comincio' a zigzagare attorno al pugno serrato di Kel, che guidava con una mano sola e che non accennava a voler mollare l'anziano, non dopo averlo visto e riconosciuto.
"AVANTI, VIENI QUI, CI FACCIAMO UN SACCO DI RISATE ORA!!"
L'auto entro' in testacoda in un grosso spiazzo sul retro di un blocco di ville, un ampio parcheggio, e fu allora che il fulmine lascio' la mano di Kel e volo' verso la macchina per colpirne in una frazione di secondo il cofano e di perforarlo fino a raggiungere il motore. Il vecchio spalanco' la portiera, ma non fece in tempo a mettere piede fuori.
L'automobile rossa esplose. Lo spostamento d'aria investi' Kel, mentre l'insopportabile boato risuono' per tutto il circondario e i pezzi di lamiera e vetro volavano ovunque nei dintorni. Un fumo nero e tossico comincio' a levarsi dalla carcassa dell'auto, che veniva consumata lentamente da diverse fiammelle che divampavano su cio' che restava del metallo.
Kel scese dalla moto ancora in movimento e la lascio' cadere a terra senza curarsene. Preda dell'eccitazione e di una brama omicida, corse a perdifiato verso i rottami in combustione della macchina, mentre la sua mano destra gia' si chiudeva sull'elsa della spada dietro la schiena. Quando fu ragionevolmente vicino all'abitacolo si fermo', e cammino' con circospezione attorno a quel luminoso cadavere metallico, per poi portarsi accanto alla portiera aperta e scrutare all'interno di cio' che restava del veicolo.
Non fu sorpreso nel non vedere alcun uomo anziano morto istantaneamente al volante. Cio' che lo sorprese fu la velocita' con la quale si ritrovo', dalle caviglie fino al torace, avvinto strettamente da diverse volute di grigio fumo con delle striature nerastre al suo interno. Ebbe appena il tempo di mormorare una colorita imprecazione, prima che una di quelle volute oscillasse davanti al suo viso e lo colpisse in pieno volto, scagliandolo diversi metri piu' indietro e provocandogli una lieve emorragia dal naso.
Kel si rimise immediatamente in piedi, incurante della ferita che aveva riportato al braccio strisciando sull'asfalto e sui rottami dell'auto. Fisso' il fumo che si condensava davanti all'auto carbonizzata, ghignando quando vide che assumeva una forma vagamente umana, e che si staccava da terra fluttuando in spire verso il tetto di una delle villette poco distanti.
"FERMO LI! ABBIAMO APPENA COMINCIATO!" Gli urlo' dietro Kel, mentre tutto il suo corpo cominciava a rilucere esattamente come i suoi occhi. E non appena quel blocco fumoso ebbe raggiunto il tetto a cui stava puntando, il corpo di Kel si scompose diventando per una frazione di secondo una massa di pura energia crepitante, che, in un bagliore, schizzo' ad una velocita' invisibile ad occhio nudo verso il tetto per poi ricomparire davanti a quell'entita' di fumo nella stessa posizione che assumeva quando fu scomparso.
Anche quella forma umanoide assunse velocemente consistenza. Il vorticoso fumo si condenso' e si induri', trasformandosi nel giro di pochi istanti nell'anziano uomo che, solo una manciata di secondi prima, avrebbe dovuto essere stato spazzato via dall'esplosione dell'auto. Era vestito con un semplice paio di jeans blu sbiaditi e con una maglietta di un qualche gruppo musicale famosissimo e di terza categoria, cosa piuttosto insolita per un uomo della sua eta' che dimostrava sicuramente piu' di 50 anni.
I due si fissarono per un tempo che parve interminabile, Kelerion ostile ma superbamente sicuro di se', l'anziano all'apparenza calmo nascondeva la sua frustrazione e l'ira che gli stava visibilmente montando dentro per il solo trovarsi faccia a faccia con Kel. Fu proprio l'anziano a spezzare quel silenzio intollerabile, parlando con una voce bassa e arrochita.
"Salve Kel. E' un piacere incontrarti."
"Si nota" Rispose lui tagliente, passandosi una mano tra i capelli e chiudendo nuovamente il pugno sull'elsa della spada. "Allora, perche' uno schiavetto di Blaze e Ferhes vuole incontrarmi?"
"Per domandarti se intendi continuare a percorrere la strada del caos, dell'anarchia e degli omicidi, o se intendi darci un taglio qui ed ora." Rispose lui con il medesimo tono di voce. "Cosa rispondi?"
Kel rise. Rise lentamente e sommessamente, per alcuni secondi, prima che rispondesse con un tono che trasudava una sensazione di onnipotenza e con gli occhi che brillavano, attraversati da impalpabili scariche elettriche. "Cosa rispondo...?" Qualche centimetro di lama scivolo' fuori dal fodero. Nere nubi cominciarono ad addensarsi sopra le loro teste. "Te lo dico subito, cosa rispondo."
Non appena la spada fu fuori dal fodero, un tuono esplose nel cielo e rimbombo' nell'aria. Un fulmine cadde poco lontano dai due. Poi ne cadde un altro, insieme alle prime gocce di pioggia. E nel giro di pochi istanti i due si trovarono nel bel mezzo di un temporale, gocce d'acqua che inzuppavano i loro vestiti e i loro capelli, folgori che squarciavano le nubi tempestose illuminando sporadicamente la notte di una luce che recava con se un messaggio di furia e di vendetta.
Kel alzo' la lama sopra la testa, assumendo una posizione di combattimento. Era una spada senza una reale lama, dal momento che il filo era composto da spunzoni metallici che si protendevano minacciosi nel verso della punta della spada. Un fulmine cadde dal cielo con una potenza impressionante colpendo il freddo acciaio della lama, attraversandola di tutto il suo elettrico potere. Fu l'istante successivo che Kel attacco'.
Corse verso l'uomo ad una velocita' sorprendente, la spada poggiata sul fianco, verso l'esterno, e quando gli fu abbastanza vicino vibro' nella sua direzione un fendente rapido e letale in direzione della sua testa. Potenti folgori seguirono l'arco della spada nel suo breve tragitto di morte come fossero una scia, ma per Kel non fu cosi' semplice.
L'anziano uomo sollevo' il braccio per ripararsi ed intercetto' il fendente. Un fiotto di sangue sprizzo' dalle sue carni, prima che queste assumessero la consistenza del fumo e imprigionassero la lama di Kelerion. Strinse i denti a causa del dolore, e sollevo' l'altro braccio per contrattaccare. Le sue dita divennero fumose e impalpabili, e le avvicino' al collo del suo antagonista, sussurrando rocamente.
"La tua risposta mi sembra chiarissima. Credevo fossi piu' intelligente Kelerion, ma rispetto la tua scelta." Strinse gli occhi, mentre rivoli di acqua piovana solcavano il suo viso. "Vorra' dire che prendero' immediatamente provvedimenti, come ordinatomi."
Kel sputo' la sua risposta tra i denti, urlando fuori tutto il suo disprezzo e la sua boria che trasudavano onnipotenza e invulnerabilita' ad ogni singola parola.
"Stupido vecchio! Tu sei debole, non sara' certo uno come te a minacciarmi. Sarai una lezione perfetta per quei quattro merdosi."
Diede uno strattone alla lama avvinta dal fumo, ma non fu in grado di liberarla. I suoi occhi ardevano corruschi di pura energia, cosi' tanto da farne scomparire le pupille. Strinse il pugno libero, ascoltando con insofferenza la risposta del vecchio, la voce roca e spezzata da un ira crescente, ira che Kel era particolarmente abile nello scatenare nelle persone.
"Sei troppo sicuro di te stesso. Non puoi uccidermi." Protese le fumose dita verso il collo di Kel cercando di stringerlo, ma fu costretto a ritrarsi urlando di dolore quando, non appena cerco' di toccarlo, tutto il suo braccio fu dilaniato da un'immensa energia elettrica che lo percorse raggiungendolo fino alla spalla e al torace.
"Invece si, vecchio bavoso." Rispose lui ridendo soddisfatto, con una cadenza da far accapponare la pelle. "Io ti ammazzo, ti faccio a pezzi. Non puoi vincere, non puoi ferirmi e non puoi nemmeno scappare. Prega."
Il pugno di Kelerion si abbatte' sul ventre dell'uomo, ma non fu l'impatto a causare il danno maggiore. Fu l'energia del fulmine che lui rilascio' all'interno del suo corpo a corroderlo e ad ustionare le sue carni. L'urlo di agonia dell'anziano fu sovrastato dalla potente esplosione dell'ennesimo fulmine, mentre la tempesta ancora imperversava su di loro.
La presa del vecchio uomo sulla lama di Kel fu spezzata dal troppo dolore, e una volta che Kel se ne fu riappropriato la brandi' a mezz'aria roteandola, lasciando scie di elettricita' statica che si dipanavano dalla tremenda e minacciosa arma. Gli occhi erano ormai due pozzi di luce attraversati da pura energia, dai quali fuoriuscivano piccole saette crepitanti che subito si disperdevano nell'aria.
"Il vecchio Rikter sta per morire." Lo canzono' Kel, prima che una voluta di fumo a forma di spirale lo colpisse con forza sotto il mento sollevandolo di alcuni centimetri da terra e mandandolo al tappeto. Rimase li cosi', sdraiato per terra a ridere sguaiatamente e ad urlare con disprezzo. "Stupido vecchio! Scommetto che ti sei fatto molto piu' male tu!"
Era vero. Toccando Kel, Rikter subiva una folgorazione che avrebbe indubbiamente ucciso qualsiasi essere umano. Era un sistema di difesa che sono i piu' grandi signori elementali potevano padroneggiare, seppur con le dovute differenze, e cio' non fece altro che far aumentare a dismisura la frustrazione che gli montava dentro mentre si guardava il pugno che riprendeva consistenza, corroso come se l'avesse immerso nell'acido.
Kel si rialzo', ergendosi maestoso con la spada in pugno sotto la pioggia, in mezzo ai fulmini, come un vero e proprio essere ultraterreno. Incombette sull'uomo che era crollato su un ginocchio a causa del dolore, e gli sussurro' con voce sadica e perversa. "Abbandona tutto questo attaccamento alla vita. Non c'e' vista piu' pietosa di un vecchio morente che non ha l'amor proprio di capire che la sua ora e' giunta."
"Kelerion... Non farlo... Non... Sai che casino epico scateneresti..." Mormoro' rocamente preda di atroci dolori.
"Sssh Sssh... Non ti sforzare, altrimenti mi passa la voglia di finirti alla svelta..." Disse macabro, sollevando in aria la spada, che venne nuovamente colpita da un fulmine.
"Non... Farlo..."
"FALLO!"
La terza voce estranea giunse prepotente tra i due contendenti, che si immobilizzarono e si guardarono intorno in cerca di chi aveva parlato. E non ci volle molto tempo prima che lo vedessero. A mezz'aria, sopra le loro teste, comparve una sfera viola evanescente, che si ingrandi' lentamente e progressivamente fino ad assumere la forma di un essere umano alto piu' di due metri e molto robusto, che poso' i piedi per terra affianco a loro, le braccia incrociate.
Nello stesso momento, una pozza di liquido nero della stessa densita' del catrame comparve nel terreno proprio alle spalle del vecchio, e da essa emerse lentamente un quarto individuo di corporatura simile a quello che si era materializzato nella sfera evanescente. Entrambi indossavano dei pantaloni rossi con delle decorazioni tribali sui lati, ed avevano al torso una bianca camicia quasi completamente sbottonata. Quello alle spalle di Rikter aveva il viso pieno di piercing e di tatuaggi e la testa rasata, mentre l'altro aveva una striscia di vernice blu che divideva a meta' il suo volto.
Quando Rikter se ne accorse tento' immediatamente di rimettersi in piedi, ma non pote' a causa delle sue ferite. Collasso' di nuovo sul ginocchio, mentre l'uomo coi piercing gli metteva un braccio attorno al collo e lo strangolava facendolo diventare cianotico, nonostante la sua carnagione giallastra, e bloccando ogni suo tentativo di muoversi. Kel rimase immobile a studiare le facce dei due nuovi arrivati senza alcuna espressione particolare sul volto. Non pote' fare nulla ad ogni modo, dal momento che l'essere con la vernice sul viso parlo' con una voce melodiosa e ammaliante.
"Il signor Kelerion, suppongo. Permetti che ci presenti" Disse, accennando un lieve inchino in direzione di Kel "Sono Last, Titano della Mente. E lui e P-Chord, Titano della Forza. Siamo qui per una proposta."
Kel li osservo' continuando a rimanere assolutamente inespressivo. Rikter invece, per contro, inorridi' all'istante. Tento' di bofonchiare qualcosa, ma non appena apri' la bocca la stretta sul suo collo si intensifico' lasciandolo senza fiato e facendo uscire dalla sua gola solo un gorgoglio.
"Da millenni cerchiamo di eliminarci a vicenda. Eppure tu, Kelerion, Signore dei Fulmini, sei la svolta che tutti stavano aspettando. La tua stessa gente tenta di farti fuori, e questo miserabile vecchio ne e' la prova. Puoi approfittare di questi contrasti ed aiutare noi nella nostra guerra per l'eliminazione degli Dei, prima che loro eliminino te, ed essere l'unico sopravvissuto al massacro. Altrimenti puoi continuare di questo passo, e preoccuparti non piu' solamente di noi titani, ma anche degli stessi Dei."
Il silenzio calo' sul tetto di quella villa, rotto solo dal fragore dei fulmini che cadevano in terra e dal crepitare dell'energia che avvolgeva Kel. Duro' un intero minuto.
"Allora, Kelerion, Signore dei Fulmini, qual e' la tua risposta?" Incalzo' Last, la voce accattivante e tentatrice e lo sguardo convincente.
"La mia risposta?" Kelerion apri' finalmente la bocca, la prima volta da quando erano comparsi i due titani. "Ora vi mostro la mia risposta."
E ridendo in modo assolutamente insano, strinse il pugno sull'elsa della spada con piu' forza, ed attorno a lui cominciarono a piovere fulmini in quantita' esorbitanti, cosi' tanti che Last fu costretto ad indietreggiare di un passo per non esserne investito. Diverse folgori colpirono Kel in pieno, ma lui sembro' assorbirne tutta la potenza e farla propria, mentre energia elettrica pura avviluppava il suo corpo ed erompeva dai suoi occhi. Assumendo una posizione di combattimento, scatto' verso tutti e tre i presenti e con un fendente micidiale spazzo' l'aria tentando di colpirli tutti e tre. I due titani scattarono velocemente all'indietro portandosi fuori dalla gittata della spada, mentre il vecchio si accascio' a terra mentre la lama passava sopra la sua testa.
"VI RIDUCO IN POLVERE! VI AMMAZZO!"
Le urla di Kel risuonavano nella notte sovrastando i rumori del temporale. Rikter trovo' la forza necessaria a strisciare verso il bordo del tetto, allontanandosi silenziosamente e cercando di fuggire. Last e P-Chord invece indietreggiavano tentando di tenere a bada il furibondo Kel, che stava attaccando senza sosta con la spada e facendo piovere fulmini sull'improvvisato campo di battaglia. Ogni fulmine che colpiva la superficie del tetto lasciava un foro grande quanto un pugno.
I due titani combattevano restando sulla difensiva, senza mai contrattaccare. Era evidente che non fosse nelle loro intenzioni muovere battaglia a Kelerion, non dopo avergli proposto una collaborazione. Ed anche se Kel era perfettamente consapevole che i due sarebbero stati una seria minaccia per lui, specialmente insieme, non si fece frenare e continuo' a menare fendenti cercando di annientarli con tutte le sue forze. P-Chord aveva un modo di combattere quasi normale, dal momento che bloccava gli attacchi di Kel con i suoi stessi arti, ferendosi ma richiudendo i tagli quasi istantaneamente. Last invece era decisamente piu' inusuale, e il suo modo di muoversi era angosciante. Muovendo circolarmente le mani, come se brandisse a sua volta un coltello o una spada, tracciava fasci di luce viola evanescente, che deviavano i colpi a lui diretti come degli invisibili scudi posti a sua protezione.
"Kelerion, ti invito a riflettere in modo piu' lucido sulla nostra offerta... Non intendiamo averti come nemico... Percio'..."
Non pote' continuare. Dal pugno chiuso di Kelerion scaturi' una potente saetta che, zigzagando, colpi' Last di sorpresa proprio sulla spalla, forandola ed ustionando tutta la sua carne nell'area circostante. Con un urlo di lancinante dolore le parole morirono sulle sue labbra. Kel rise, eccitato alla vista del sangue che colava dalla ferita, continuando a urlare che li avrebbe uccisi.
P-Chord si preparo' a combattere assumendo una postura offensiva, ma Last gli fece cenno di no scuotendo vigorosamente la testa. "Non dobbiamo combatterlo!" Gli disse concitatamente "Ritiriamoci per ora! Vedrai che accettera'!"
"VI AMMAZZO!!!" La spada levata in aria, pronta ad abbattersi dall'alto sui due titani.
Nel giro di un istante, e con gli occhi puntati sul viso esagitato di Kel, i due titani sparirono velocemente com'erano arrivati. Last levito' a mezz'aria trasformandosi in una viola sfera evanescente, e P-Chord venne assorbito dalla pozza di liquido nero aperta nel terreno. Kel si guardo' attorno frenetico, cercando Rikter, ma anche lui era fuggito.
Un urlo di rabbia, seguito da una risata trionfante, sovrasto' i rumori del temporale che cesso', velocemente com'era venuto, nel momento in cui Kel rinfodero' la spada. L'energia elettrica che consumava il suo corpo comincio' a dissiparsi e scaricarsi a terra, mentre anche i suoi occhi smettevano di rilucere riassumendo il loro consueto colore.
"Vi ammazzo, figli di puttana." Sentenzio' in modo atroce, come una promessa, prima che il suo corpo risplendesse e si smaterializzasse, per poi sfrecciare fulmineamente verso il suo appartamento.